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Federico De Roberto entra nella letteratura attraverso l’esercizio giornalistico ,

utile perché gli impone un contatto più stretto con la città che diventa sua

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(è nato a Napoli il 16/1/1861 da Ferdinando e donna Marianna degli Asmundo) ,

perché qui compie gli studi nella Sezione fisico-matematica dell’Istituto tecnico “Carlo

Gemmellaro” con ottimo profitto e frequenta solo i primi due anni della facoltà SFMN (1879-81).

Gliene deriva, comunque, una certa attitudine all’osservazione naturalistica,

1 Nelle corrispondenze trasmesse da Catania al quotidiano romano “Fanfulla” (1880-1883)

riferisce sulle vicende elettorali e della civica amministrazione o su avvenimenti che gli sembrano d’interesse nazionale

(Congresso del Club alpino, movimenti della fletta militare, visita dei Sovrani, tutela del patrimonio archeologico.

I suoi articoli si collocano bene in un giornale che è impostato sulle corrispondenze dalle diverse città e su una rubrica,

“Giorno per giorno”, notoriamente polemica verso il governo di sinistra (Depetris-Cairoli),

dove si protesta contro l’abolizione della tassa sul macinato (per l’aggravio che ne deriva sul bilancio finanziario)

e si attaccano le tesi della “Lega della Democrazia”, il giornale diretto dal repubblicano Alberto Mario.

La prima corrispondenza derobertiana (n. 9, marzo 1880) riprende il filo di una nota del 27/1 che ironizza

sulla nascita a Catania di una associazione progressista. Negli anni Ottanta, in una fase nodale del suo destino

economico, Catania è divisa tra gli opposti schieramenti dell’Associazione costituzionale e dell’Associazione

progressista, che rappresentano rispettivamente gli interessi dei ceti agricoli conservatori e dei ceti mercantili,

innovatori, sensibili alle prospettive industriali e turistiche (Garrizzo, Catania, Laterza, Roma-Bari 1986, pp. 89-130).

Il 4/9/1881, nell’ambito di una vivace battaglia nazionale che porta all’allargamento del diritto di voto (1882),

si tiene a Catania una manifestazione per la riforma elettorale e il suffragio universale, con un discorso di Giovanni

Bovio, leader dell’Estrema Sinistra radicale e repubblicana. Il “Don Chisciotte” vi dedica tutta la prima pagina,

aprendola con il titolo a giusa di locandina: “Unica rappresentazione/della celebre compagnia comica/diretta dal/

primo attore Bovio/e dal brillante Villari/Giornata a beneficio della Repubblica Italiana”.

E, in una nota di spalla Dopo il comizio, “domanda al Sig. Prefetto se è lecito il permettere indifferentemente un

meeting in cui si insulta il Papa, il Parlamento, la Monarchia. In perfetta sintonia, nella sua “veridica relazione”

al “Fanfulla”, De Roberto ribadisce con accenti sarcastici sulla manifestazione in cui Bovio

“parla in termini poco parlamentari del Parlamento. Vuole potere eleggibile, responsabile, revocabile”

e in un successivo articolo deplora che il Prefetto non sia intervenuto dinanzi a proposizioni così sovversive.

(F. De Roberto, Cronache per il Fanfulla, a cura di G. Finocchiaro, Chimirri, Quaderni dell’Osservatore, Milano, 1973,

p. 91). Evidentemente le sue simpatie vanno al partito “d’ordine e di libertà” ed alla “savia moderazione” dei candidati

della Costituzionale. In quegli anni sulla scena politica catanese sorge la figura del marchese Antonino di San Giuliano,

aderente all’Associazione progressista. In questa circostanza, il “Don Chisciotte” [rivista letteraria che esce a Catania

(dal 13/2/1881), con cui collabora riprendendo, qualche volta testualmente, i temi trattati sul “Fanfulla”:

in queste corrispondenze edarticoli, secondo la formula del “Fanfulla” ricalcata dal “Don Chisciotte”,

utilizza diversi pseudonimi (Hamlet, Cardenio, Anonimo) ma la sua posizione è chiaramente delineata]

gli è ostile e De Roberto, che nelle cronache per il “Fanfulla” commenta spiritosamente le dimissioni (presto rientrate)

della Giunta municipale presieduta dal Marchese, a causa del voto su un mutuo per la realizzazione di opere pubbliche

(marzo 1880), ironizza sulle ambizioni parlamentari del sindaco ventisettenne (marzo 1882):

comincia a raccogliere gli appunti per I Vicerè, dove il Di San Giuliano è rappresentato nelle vesti di Consalvo Uzeda

De Roberto adotta una linea di savia moderazione anche nella della polemica tra Mario Rapisardi e Giosuè Carducci:

sorta da alcuni versi del canto XI del Lucifero rapisidiano (1887) in cui Carducci è indicato come

“idrofobo cantor, vate di lupi”, è alimentata sia dal clima malevolo dei circoli letterari nazionali,

sia dal temperamento di segno uguale e contrario dei due contendenti;

al Carducci, che lo definisce “arcade cattivo soggetto” (“Fanfulla della Domenica”, 6/2/1881

[diretto da Luigi Capuana sin dal maggio 1882, al quale il collaboratore come critico letterario De Roberto (1884),

attribuisce la “popolarità” del settimanale, il suo rilancio dopo una crisi di idee e di pubblico dopo le dimissioni

di Ferdinando Martini, e la brevissima parentesi della direzione di Baldassarre Avanzini (quando il giornale è a destra)])

il Rapisardi risponde con il sonetto “Testa irsuta, ampie spalle, ibrida e tozza persona”.

La virulenza di queste espressioni basti a dare il tono delle reciproche invettive.

La polemica, però, può rivelare un significato complementare se collocata nel momento politico coevo:

non solo divide l’Italia secondo una linea orizzontale, Nord-Sud, ma soprattutto secondo una linea verticale politica.

Con il Rapisardi si schierano gli esponenti del repubblicanesimo e del socialismo

(Napoleone Colajanni, Filippo Turati, Arcangelo Ghisleri), che con il Carducci, convertito dalla monarchia al

moderatismo, hanno anche altri motivi di dissenso, e per i quali Rapisardi è il poeta della democrazia e

dell’opposizione radicale, il vate dell’altra Italia. De Roberto si trova in una situazione singolarmente difficile:

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una conoscenza geologica che mostra puntigliosamente nelle descrizioni dei fenomeni vulcanici

e del paesaggio etneo e un’ammirazione intellettuale per il professore vulcanologo Silvestri.

Selle e schiene e gibbosità di monti mai visti si disegnano in lontananze misteriose, dietro

sterminati campi di neve, oltre fantastiche morene d’infinite colate di lava.

Tra le pieghe delle nebbie queste si disegnano con forme ambigue, indefinibili, come castelli di

nuova architettura, irti di cuspidi e di pinnacoli, come linee di foltissimi boschi;

da presso, vi si scorgono contorcimenti e grovigli di mostri infernali.

E lo spavento del Brocken, è il pandemonio, in una desolazione iperborea, ai confini del mondo,

sull’orlo dell’estremo abisso. Pare che un sinistro asteroide abbia urtato e scardinato il pianeta,

e squarciato la sua faccia e posto a nudo le sue viscere orrende.

E nell’orrore di questo mondo deserto, gelato, sconvolto, strepita, scroscia il vulcano invisibile.

Il nucleo più significativo degli scritti derobertiani (in parte recensioni con ampie parafrasi

di testi esaminati in tono giornalisticamente molto discorsivo e spesso fatuo)

consiste, infatti, nei ragionamenti intorno al naturalismo e alla formula di “romanzo sperimentale”.

Nel saggio d’apertura del volume Arabeschi (1883), ora traducendo testualmente ora riassumendo

ora integrando il settimo capitolo dei Souvenirs littéraires di Maxime Du Camp,

insiste sulla natura romantica, non realistica, dell’opera di Gustave Flaubert

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e sul culto della forma nell’arte , l’unico valore che conti per l’autore di Madame Bovary (1856).

Usa la buona conoscenza passiva della lingua francese, frutto dell’educazione materna,

per una lettura diretta di libri rari della cultura della provincia e per trarre da essi motivazioni

polemiche per il suo antinaturalismo: Marc Monnier pubblica un romanzo,

prima con il titolo La famille naturaliste, poi con quello Un detraqué,

per raccontare le avventure un personaggio che cade nell’infatuazione naturalista e

ne viene “guastato” con la conseguenza di paradossali vicende personali e famigliari.

“Come romanzo non val molto, né del romanzo ha le pretese,

non può sottrarsi alla esuberante solidarietà cittadina verso il poeta catanese, ma, come collaboratore del “Fanfulla”

e simpatizzante del partito “costituzionale” è vicino agli ambienti carducciani. Sceglie di ristampare organicamente

tutti i testi della polemica, integrando la loro pubblicazione curata da Zanichelli, ma vi premette alcune pagine

“per invocare la pace” ed invitare gli avversari del Rapisardi ad una critica seria, non alle insolenze gratuite

(F. De Roberto, Rapisardi e Carducci. Polemica, Giannotta, Catania, 1881).

Posizione che, a parte un rabbuffo del Carducci, accredita il suo moderatismo anche in letteratura [vedi testo sopra]

2 Interessi geografici muovono: Il passaggio del Nord-Est, Spedizione artica svedese, L’oceano artico e i commerci

della Siberia, L’eruzione dell’Etna (1879). Su quest’ultimo fenomeno scrive anche successivamente (1910, nota succ.).

3 Andando oltre la rappresentazione naturalistica della colata lavica, la misurazione della sua velocità, la direzione ecc.,

racconta con colori foschi, sensazioni inedite nella letteratura della montagna, il fascino terribile ed irreale del vulcano

che i viaggiatori inglesi e francesi delle Settecento intuiscono appena: [a c. di G. F. C., Greco, Catania, 1983, p. 74]

4 Più rigoroso l’articolo Scienza ed arte inteso alla distinzione netta tra i due termini e alla confutazione del romanzo

sperimentale: un romanzo “fatto per vie d’esperienze” gli appare una pretesa assurda dal punto di vista scientifico,

sia per le difficoltà tecniche della realizzazione sia per l’inconciliabilità tra i mezzi dello scienziato e quelli dell’artista.

quantunque si siano delle pagine di squisita fattura; ma come caricatura è assai ben riuscito” (ivi).

Accoglie il risultato parodistico dell’opera (che contiene una derisione esplicita delle “leggi”

naturaliste e attacchi contro Zolà in maniera allusiva), sottolinea con una valenza sarcastica,

più volte, l’espressione documenti umani e stabilisce un arrischiato parallelismo tra le

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illusioni del protagonista in materia “di scienza, di atavismo , di fenomeni, di documenti umani”

e quelle di Don Chisciotte in materia “di cavalleria, di maghi, di giganti, d’incantesimi,

di soperchierie” (ivi). L’ambizione del naturalismo, “la natura vista attraverso un temperamento”

per lui è una contraddizione in termini perché tanti temperamenti diversi darebbero tante immagini

diverse della natura: “il naturalismo o non significa nulla o è una cosa perfettamente sbagliata e,

in fondo, i naturalisti sul serio non esistono”. Non lo sono Flaubert, i Goncurt, Daudet, Zola

“è un romanziere di primo ordine, un artista forte, ardito ed originale,

ma dubita persino egli stesso di far opera che risponda alla sua teoria (ivi).

In queste proposizioni si scorgono tracce della recente lettura della seconda serie degli

Studi di letteratura contemporanea di Luigi Capuana (1882), che, a loro volta,

mostrano i segni dell’interpretazione desanctiana dell’opera di Zolà:

concludendo la recensione di Nanà, insiste sulla separazione tra le “teorie critiche” di Zolà e

la sua opera di romanziere; “quella denominazione di romanzo sperimentale, voluta dare al romanzo

moderno è, forse, infelice. Nella sua teoria artistica, per esempio, c’è un predominio accordato

al concetto scientifico quasi a discapito della forma artistica, della vera essenza dell’arte.

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Fortunatamente il critico e il romanziere non funzionano nello Zolà contemporaneamente” .

De Roberto è consapevole della derivazione desanctiana dei criteri sostenuti da Capuana,

se cita il De Sanctis come maestro del proprio maestro, in particolare la sua definizione della Forma

come generata dal contenuto; e perché assume una posizione equidistante dal verismo e

5 Tra i principi meno accettabili del De Sanctis, quello di “atavismo” o del processo ereditario, per cui egli scrive:

“se vogliamo comprendere e gustare Zolà, dobbiamo dimenticare la sua idea, quella appunto che gli ha acceso

il sangue ed esaltato il cervello” (F. De Sanctis, L’arte, la scienza e la vita, a c. di M. T. Lanza, Einaudi, Torino, 1972).

Nell’appendice alla propria conferenza su L’assomoire (1879) per evitare il rischio di essere ammesso tra i convertiti

al realismo, avverte che “il sistema è una verità unilaterale, non è tutta la verità”

e nella postilla al Saggio sul Petrarca (1883) aggiunge: “Tutta la questione

è di misura, e non è il caso di ammazzare né il reale né l’ideale, che in fondo sono tutti e due, il vivente, la vita” [libro]

6 In questa seconda opzione è coerente con il proprio atteggiamento politico,

sempre più ostile alle tesi radicali che, attraverso Rapisardi, Cameroni, Bovio e Colajanni,

esaltano in Zolà l’unità dell’uomo e dello scrittore, la personalità monolitica del socialista e del romanziere sociale.

dall’idealismo crociano, strumenti parziali di rappresentazione della vita, e tali, inoltre,

da nuocere all’autonomia dell’Arte, condizionandola l’uno dalla scienza, l’altro dalla morale.

Nell’interpretazione di Zolà sceglie l’asse Capuana - De Sanctis,

la linea liberale e moderata intesa a distinguere l’arte dalla non-arte

e persino l’arte dello scrittore verista dalla teoria del verismo,

smantellando la costruzione naturalistica e rivalutando l’infiltrazione dell’Ideale.

Questa presa di contatto con la problematica letteraria è utile perché permette al giovane giornalista

la enucleazione in positivo di alcune norme dell’arte:

la delicatezza dei sentimenti, la freschezza delle impressioni, la finezza di osservazione,

la vivacità e il brio del dialogo (rilevati nella Criquette di Ludovico Halèvy),

il torrente di realtà che circola nelle vene del Boccaccio, l’ “osservazione sparpagliata” di Verga,

la corrispondenza intima fra l’azione e l’ambiente che derivano (alla Serao)

dall’esercizio della cronaca giornalistica. Manca un cenno qualsiasi ai Malavoglia (1881)

e al D’Annunzio di Canto novo e Terra vergine (1882-1883),

ma queste proposizioni, se raccolte in un insieme provvisorio,

possono diventare il nucleo di una poetica sul filo di interessi autobiografici emergenti.

Sin dal suo esordio, la produzione narrativa di De Roberto è segnata dalla cifra di un dittico,

da uno schema bipolare già presente nell’opera degli scrittori naturalisti francesi e,

in particolare, in quella dei suoi “amici e maestri siciliani”:

il quadro di una società paesana e quello di una società aristocratica.

Giovanni Verga, anche dopo la conversione al bozzetto verista, e persino dopo la pubblicazione dei

Malavoglia, continua il filone mondano con Il marito di Elena (1882),

e Luigi Capuana alterna i profili psicologici di donne appassionate a novelle rusticane e paesane.

La prima raccolta di novelle derobertiane, La Sorte (1887), è dominata dalla parola-tema

(in lettera maiuscola secondo un costume tenace, sin dal titolo di copertina).

Se nel primo racconto, La disdetta, si attribuisce alla “fortuna” la rovina economica di una

giocatrice impenitente come la principessa di Roccasciano, Don Antonino assegna alla “mala sorte”

la colpa di essere lui nato figlio illegittimo del marchese (La Malanova).

Dalla sorte che “talvolta dice sì e talvolta dice no” si fa derivare il fallimento delle iniziative del

barbiere Salvatore (Il matrimonio di Figaro). “Fino alla morte non si sa la sorte” si sostiene

nel cortile a commento delle liti e delle disavventure della famiglia Giordano.

Lo scrittore costruisce un’unità tematica intorno a cui sviluppare un discorso organico,

verificabile anche attraverso la ricorrenza di determinati personaggi, da un racconto all’altro:

la signora Giacomina, mantenuta dal marchese (Nel cortile) ritorna come contendente dell’eredità

(La Malanova); l’antico contabile della principessa di Roccasciano (La disdetta)

con i suoi romanzi e con i suoi consigli alimenta la passione per una vita più elevata socialmente

e sentimentalmente, che segna in maniera infausta il Matrimonio di Figaro.

Un altro personaggio della novella che apre emblematicamente il volume, il pretore Restivi,

riappare, con la stessa aria assonnata, in La Rivolta; Sidoro Spina e Massaro Francesco,

Anna Laferra e Alfio Balsamo da Ragazzacci passano nel Reuzzo o vi sono citati per un raccordo tra

le loro storie. Per il volume può valere la definizione di macrotesto, come unità semiotica superiore:

un grande testo unitario se, a quegli elementi di continuità tematica e di ricorrenze onomastiche,

si aggiunge l’elemento fornito dalla persistenza ambientale.

A parte La disdetta, in cui l’ambiente aristocratico è corroso dal progressivo depapeuramento,

causato dall’ossessione di un giuoco a carte (sempre perdente),

tutte le altre novelle sono collocate in una dimensione paesana e rusticana,

dove si registrano i fallimenti delle passioni sensuali, delle ambizioni mondane, delle monomanie,

della ricerca di una sistemazione matrimoniale o di una semplice occupazione professionale.

Non è il milieu a condizionare – naturalisticamente – la storia, che invece volge sempre ad esiti

imprevedibili (la morte, la guarigione del sordo, il tradimento coniugale, il suicido)

per il sopravvento di circostanze casuali, per una trama (talvolta eccessiva)

di fatti che, all’interno di ogni singola novella si succedono rapidamente,

senza un rigore logico né

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

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