Neoclassicismo e Romanticismo
Neoclassicismo in Europa
Il neoclassicismo si sviluppò in Europa tra il 18o e il 19o secolo, come reazione al tardo Barocco e al Roccocò e ad una voglia di ritornare al "classico", ritenuto l’unico ideale di ordine e misura. Questo nuovo movimento nasce in un momento storico nel quale imperversava il regime napoleonico e quindi gli autori si aggrappano al Neoclassicismo per evadere da quella realtà. Andare a recuperare le tematiche e le caratteristiche della letteratura classica, per costruire nel presente una nuova arte portatrice del bello e della perfezione.
In particolare, gli autori di questo periodo trovarono ispirazione in quelli greci e latini e il poeta maggiormente preso ad esempio fu Publio Virgilio Marone. Da un punto di vista storico, impulso al suo diffondersi furono gli scavi di Ercolano e Pompei avviati dal re Carlo di Borbone: questa iniziativa è andata a supportare l’importanza di un ritorno al passato. Milano e Roma diventano il fulcro della nuova corrente, in cui operavano i maggiori letterati del tempo; proprio a Roma operava il maggior storico tedesco dell’epoca, Johann Joachim Winchelmann, teorizzatore dei principi ideali dell’arte neoclassica e studioso dell’arte greca e romana. Per Winckelmann in un’opera d’arte sono necessari “nobile semplicità” e “quieta grandezza”, come afferma nel suo saggio più importante, Geschichte der Kunst des Altertums (Storia dell’arte dell’antichità, 1764).
In Italia, il Neoclassicismo raggiunge il suo apice nel Settecento in ambito artistico con le sculture di Antonio Canova e in ambito letterario con le opere di Vincenzo Monti e Ippolito Pindemonte: entrambi traduttori di opere classiche greche, Monti l’Iliade e Pindemonte l’Odissea. Quest’ultimo s’ispirò maggiormente ad Orazio e a Virgilio, mentre Monti, poeta ufficiale del regime napoleonico, era un autore eclettico e raffinato che si lasciò impressionare non solo dal Neoclassicismo ma anche dal successivo Romanticismo. Suo antagonista fu Ugo Foscolo che nella sua produzione letteraria incarnava anche lui sia le istanze di una corrente che dell’altra.
Romanticismo in Germania
Il romanticismo è stato un movimento che ha investito l’arte, la letteratura, la musica e la filosofia sviluppatosi al termine del 18o secolo in Germania. Il termine “romantico” deriva da quello inglese “romantic” che nel 17o secolo andava a caratterizzare le opere a carattere cavalleresco, cioè vicende fantastiche collocate in un periodo storico più o meno attendibile. Accanto a questo termine si andò ad affiancare quello di “pittoresco”, riferito non solo ad un discorso iconografico, ma in riferimento in particolare all’emozione che questo elemento suscitava.
Si sviluppa come una reazione all’Illuminismo e al Neoclassicismo, come una reazione all’eccessiva razionalità e alla ricerca della bellezza classica, contrapponendo spiritualità, emotività, immaginazione e fantasia che andarono a caratterizzare gli autori romantici. Il termine "Romanticismo" venne applicato per primo da Friedrich von Schlegel alla letteratura da lui considerata "moderna" e contrapposta a quella "classica". Egli scrive che era un termine più che adeguato per definire il movimento che si era venuto a creare verso il 1790, perché alludeva alla lingua romanza, originata dalla mescolanza dei dialetti tedeschi con il latino.
E proprio la diversità e l'eterogeneità erano rappresentative, secondo lui, dell'era romantica, in cui l'uomo non era più integro, unico e sufficiente a se stesso come nell'antichità classica. Infatti, secondo i filosofi come Schopenhauer che si rifanno in parte a Johann Gottlieb Fichte, l'uomo, essere finito, tende all'infinito, cioè è alla costante ricerca di un bene o di un piacere infinito, mentre nel mondo finito a sua disposizione non trova che risorse limitate.
Praz collega il Romanticismo ad un cambiamento della sensibilità avvenuto nel Settecento e vivo ancora oggi. Filosofi come Nietzsche considerano il Romanticismo come uno dei due cardini sul quale ruota continuamente la spiritualità dell'uomo. Le caratteristiche di questo nuovo movimento sono ben delineate:
- Gli autori romantici rifiutano le idee su cui si basano il movimento dell’Illuminismo, che vedeva nella ragione la sola modalità per spiegare il mondo e la realtà, e si fanno promotori dell’esplorazione di tutto ciò che è irrazionale, quindi sentimenti, follia, sogni e visioni.
- Il desiderio di rivolgere il proprio interesse a mete esotiche e lontane dai luoghi di appartenenza, o addirittura ad epoche diverse da quella attuale come il Medioevo e l’età classica.
- La concezione per cui l’uomo riflette nella natura i propri stati d’animo.
- Al universalismo generalizzante dell’Illuminismo, si sostituisce una rivalutazione delle specificità della persona.
- La ricerca della fede e tensione verso l’infinito che si determina con un ritorno all’utilizzo di pratiche magiche ed occulte che gradualmente hanno portato anche ad importanti scoperte scientifiche.
- L’uomo romantico è in costante cambiamento, non è più la sola espressione della sua razionalità come lo era stato nel Settecento illuminista; questo è il momento in cui nascono nuove discipline come la numismatica, l’archeologia e la glottologia.
- La teorizzazione dell’assoluto, dell’infinito che provoca nell’uomo una tensione costante verso ciò che è illimitato e questa sensibilità all’assoluto viene paragonata al Titanismo: cioè allo sforzo che animò i titani nel tentativo di liberarsi dalla prigione imposta da Zeus.
- L’infinito genera nell’uomo terrore ed impotenza e questo sentimento viene definito Sublime, l’uomo trova piacere e bellezza di fronte a ciò che è orrido e spaventevole.
- Il desiderio o male del desiderio, ossia il senso di continua inquietudine e tensione, un sentimento che porta il soggetto ad oltrepassare i limiti della realtà terrena così opprimente e soffocante, per trovare rifugio in una dimensione interiore nella quale non esistono i limiti dello spazio-tempo.
- L’uomo prende coscienza del suo limite e questo genera ironia, la stessa che Socrate usava per autosminuirsi quando si confrontava con i suoi interlocutori, fare di una fragilità una forza.
Furono inizialmente letterati tedeschi a dare origine a questo nuovo movimento ed erano principalmente due le correnti che si sviluppano: una soggettiva (che vede la poesia una delle espressioni più alte di fantasia, sentimento, che permette all’inquietudine dell’uomo di trovare sfogo; la poesia è analisi degli stati d’animo) e una oggettiva (che concepisce la letteratura una rappresentazione di una realtà storico-sociale, rappresenta la vita e gli ideali degli uomini e quindi il romanzo è la forma di massima espressione).
Nel 1789 nacque ufficialmente il Romanticismo con la pubblicazione del primo numero del giornale “Athenaeum”. L’età del Romanticismo dedica un’attenzione speciale al linguaggio, considerato nelle sue origini e nella sua evoluzione storica in correlazione con lo sviluppo civile dei diversi popoli. La lingua cessa di essere studiata con i metodi dell’empirismo e del sensismo, ora viene vista come espressione dello spirito di un popolo; ogni lingua, sostiene il massimo linguista dell’epoca, il tedesco Wilhelm von Humboldt, è dotata di una “forma interna” corrispondente alla visione del mondo del popolo che la parla. Il linguaggio non nasce da un’esigenza pratica di comunicazione, ma è una spontanea emanazione dello spirito. Ne derivano conseguenze positive e aspetti più caduchi o discutibili.
Fra gli aspetti positivi occorre annoverare la nascita della linguistica quale scienza autonoma volta a studiare il linguaggio come organismo vivente in continua evoluzione; la concezione storicistica che lega la lingua alla storia della civiltà e dei popoli; l’avvio degli studi di linguistica comparata. Fra gli aspetti più discutibili bisogna menzionare la tendenza a una concezione mitica del linguaggio.
Lingua e cultura romantica in Italia
In Italia la discussione verteva sull’esigenza di creare una lingua letteraria e una lingua d’uso comune che siano nazionali. Nel nostro paese, come spiegava Manzoni nelle lettere a Fauriel, scritte prima dell’elaborazione dei Promessi Sposi, la stessa conversazione fra italiani di regioni diverse non poteva svolgersi in modo spontaneo. Le uniche alternative all’uso dei dialetti erano rappresentate dalla lingua letteraria, del tutto astratta e convenzionale, lontanissima dal parlato, sentita come artificiosa e innaturale, oppure da una lingua straniera, il francese, parlato nei salotti letterari.
Si ponevano dunque due problemi: quello di creare, a livello nazionale, una lingua di conversazione e d’uso comune e quello di una lingua letteraria meno lontana dall’uso. Il problema linguistico è posto da tutta la cultura romantica come questione non solo letteraria, ma anche sociale e politica. I romantici erano però divisi: alcuni proponevano di fare del toscano allora in uso, quale era parlato dalla borghesia fiorentina, la base sia della lingua di conversazione, sia della lingua letteraria scritta; altri invece optavano per l’accettazione di tutti i vocaboli che rispondessero alle esigenze sociali e all’uso in atto fra le persone colte di ogni regione quando parlavano in italiano.
La prima posizione fu sostenuta dagli intellettuali dell’Antologia, e cioè da Montani, Capponi, Tommaso, Niccolini. A essa aderì anche Manzoni nel rivedere l’edizione del 1827 dei Promessi Sposi. Subito dopo l’Unità d’Italia questa fu anche la posizione del governo italiano che cercò di imporla attraverso le strutture scolastiche nazionali. La seconda posizione venne sostenuta e praticata dagli scrittori del Conciliatore, soprattutto da Berchet e da Di Breme. La scelta di lasciare che all’unità linguistica si giungesse spontaneamente, per evoluzione civile del popolo e non per imposizione dall’alto di un unico modello (il fiorentino), fu sostenuta dopo l’Unità dal grande linguista Ascoli. Di fatto, dopo i tentativi del governo di affermare il toscanismo e il manzonismo come soluzioni linguistiche nazionali, essa finì per imporsi come la più logica e naturale.
I romantici erano comunque uniti nella lotta contro le posizioni classiciste e puriste. Il purismo si era rafforzato nella cultura italiana come resistenza all’invasione del francese durante il periodo napoleonico e come effetto del predominio della poetica del Neoclassicismo negli ultimi decenni del Settecento e nei primi anni dell’Ottocento. Così, in questo periodo, la distanza fra lingua parlata e lingua scritta era massima. Classicisti e puristi si battevano perché la lingua letteraria italiana restasse fedele alle sue tradizioni.
Di questa ripresa delle posizioni puriste il massimo rappresentante fu, all’inizio del secolo, padre Cesari, che propose una nuova redazione del Vocabolario della Crusca (uscita a Verona fra il 1806 e il 1811) e sostenne la necessità di rifarsi esclusivamente al linguaggio dei Trecentisti: non solo quello di Dante, Boccaccio e Petrarca, ma anche dei minori di quel secolo. Un altro purista fu il napoletano Basilio Puoti che allargava però il patrimonio linguistico letterario ai prosatori del Cinquecento e ad alcuni autori del Seicento. Merito di Puoti fu di aprire nel suo palazzo una scuola non solo di lingua, ma anche di letteratura, in cui si formò il grande critico letterario Francesco De Sanctis.
Occorre distinguere la posizione dei puristi da quella dei classicistici illuministi, come Monti e Perticari, che riconoscevano l’importanza dell’uso e si adoperarono per allargare il vocabolario della Crusca. Monti e Perticari pubblicarono infatti fra il 1817 e il 1824 sei volumi di Proposte di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca. Fra i classicisti illuministi svolse un ruolo di rilievo Pietro Giordani, che condusse una polemica contro l’uso del dialetto incoraggiato dai romantici. Giordani riteneva il dialetto una lingua inferiore, incapace di comunicazione intellettuale.
Le sue posizioni provocarono la reazione di Carlo Porta, poeta in dialetto milanese, e degli altri scrittori romantici, i quali vedevano invece nel dialetto una forma di espressione popolare e dunque conforme alle loro poetiche realistiche. Non è certo un caso che due fra i maggiori poeti italiani dell’età romantica scrivessero in dialetto: Carlo Porta in milanese, Giuseppe Gioachino Belli in romanesco.
Contrario all’uso comune è anche Leopardi: per lui antico e poetico coincidono. Leopardi anzi distingue la lingua della poesia, che deve essere «distinta» e perciò più selettiva, dalla lingua della prosa. Ma anche nel caso di quest’ultima si tratta di fondare una lingua «moderna illustre», la quale non può che essere, come scrive nello Zibaldone, «una continuazione, una derivazione, anzi la medesima antica lingua continuata». Di fatto, il suo repertorio linguistico è più ampio di quello proposto dall’amico Giordani e giunge sino ai maggiori autori del Settecento.
Ugo Foscolo
Ugo Foscolo nacque a Zante nel 1778, trascorse parte della sua fanciullezza nella Dalmazia dove il padre esercitava la sua professione di medico con un salario modesto, e presso il Seminario arcivescovile di quella città compì come esterno i suoi primi studi. Nel 1794 trascrisse una quarantina dei suoi componimenti poetici, in parte originali e in parte frutto di traduzioni, che risentivano degli influssi arcadici soprattutto nel metro e nel linguaggio e che inviò al cugino Costantino Naranzi.
Nel frattempo venne ospitato, come autore di versi, nell'Anno poetico. Introdotto dal bibliotecario Morelli nei salotti delle nobildonne veneziane, conobbe Ippolito Pindemonte e altri poeti di successo come Bertola. Immerso nella cultura veneziana dell'epoca, fervente e cosmopolita, Foscolo ebbe modo di frequentare anche altri salotti e ritrovi letterari della città, dove si dibatteva intorno alla Rivoluzione francese, che proprio in quegli anni era ad una delle sue fasi culminanti.
Inviò per un parere al Cesarotti, docente presso lo Studio padovano, il manoscritto della tragedia Tieste, influenzata dallo stile dell’autore Alfieri e ricco di ispirazioni giacobine; Foscolo vide in questi un modello da seguire e infatti lo nominò in numerose opere ed addirittura gli inviò il testo del Trieste alla sua residenza. Risale a quegli anni anche l’ "Edippo", rimasta sconosciuta per un secolo e mezzo dopo la morte di Foscolo. Risale al 1795 il Piano di studi che nasceva con un intento piuttosto ambizioso: mettere insieme le opere che lo scrittore leggeva, i primi scritti e le bozze di quelli da scrivere, gli autori che vi compaiono sono, tra i tanti, Cicerone, Montesquieu, Rousseau, Locke, Tucidide, Senofonte, Sallustio e i grandi storici romani. Anche un riferimento alle Sacre Scritture. Tra gli Epici figura Omero, Virgilio, Dante, Tasso e Milton. Sono menzionati anche autori contemporanei al Foscolo, tra cui gli inglesi Gray e Young, espressione di una poesia sepolcrale che influenzò sin dall'inizio il poeta, Shakespeare, lo svizzero Gessner e gli italiani Alfieri e Parini.
Nel Piano di Studi si trova l'accenno ad un romanzo, "Laura", che la critica ha riconosciuto come prima idea del romanzo epistolare. Intanto, il giovane poeta mostrava segni di insofferenza verso la società veneziana e i suoi salotti, caratterizzati da rigide convenzioni sociali e da un’eccessiva esteriorità che erano troppo lontane dal suo spirito libero. Decise allora di soggiornare a Padova, stimolato dai nuovi fermenti culturali che animavano la città e dal desiderio di conoscere Cesarotti.
Durante questo soggiorno Foscolo scrisse alcuni articoli sul "Mercurio d'Italia" che destarono i sospetti del governo veneto e forse, per allentare l’attenzione su di sé, lasciò Padova per soggiornare sui Colli Euganei. Tuttavia, il suo allontanamento potrebbe essere causato anche dall’epidemia di vaiolo o dalle truppe francesi che iniziavano ad entrare in città.
Foscolo comunque si sentiva molto vicino agli entusiasmi repubblicani, si recò prima a Bologna e poi a Venezia dove prestò servizio come volontario tra i Cacciatori a cavallo della Repubblica Cispadana. Durante questo periodo diede alle stampe l' "Ode a Bonaparte liberatore", molte copie della quale furono inviate alla Municipalità di Reggio Emilia, città cui il Foscolo aveva dedicato la poesia, in quanto era stata la prima a innalzare il tricolore. Foscolo tornò in laguna quando seppe che a Venezia l'oligarchia dogale aveva ceduto alle pretese napoleoniche di costituire un Governo Provvisorio Rappresentativo.
Compose l'ode "Ai novelli repubblicani", ricca di fervore libertario e a Venezia, il poeta entrò nella Municipalità provvisoria ricoprendo il ruolo di “segretario verbalizzatore” delle sedute della Società d'istruzione pubblica. In seguito alla promulgazione del Trattato di Campoformio, partì in esilio volontario recandosi prima a Firenze, poi a Milano. Qui conobbe Parini e Monti, entrò a far parte nel Circolo costituzionale di Milano, ritrovo di patrioti e letterati, ma senza lavoro ed infelice per l’amore travagliato per la moglie di Monti, Teresa Pikler, si trasferì a Bologna dove iniziò la sua collaborazione a "Il Genio democratico".
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