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Letteratura italiana contemporanea

Riviste

Gli intellettuali, di fronte alla crisi, reagiscono riunendosi tutti insieme per parlare di problematiche e idee comuni, nascono così le riviste:

Leonardo

Leonardo: 1903, fondata da Papini e Prezzolini. Forte componente politica contro il governo di Giolitti che ha portato al decadimento l’Italia a causa di scandali e corruzioni. Inizia una polemica sul fatto che la cultura italiana va svecchiata per poterla far riemergere: i giovani accusano i vecchi di aver fallito in tutto e che devono uscire di scena, dando spazio ai giovani. I giovani intellettuali analizzano e vogliono portare a galla le corruzioni, gli scandali e il decadimento del governo di Giolitti. Sono anti-democratici.

Il Regno

Il Regno: 1903, rivista politica fondata da Corradini. Questa rivista dà il via al nazionalismo: l’affermazione della superiorità della propria nazione; l’Italia ha una civiltà superiore rispetto alle altre nazioni e quindi merita “un posto al sole”, ovvero le colonie, per procurarsi le materie prime a basso costo, quindi diventerà una nazione imperialista che si arma per conquistare altri territori. Da superiorità di cultura si parlerà di superiorità di razza e i giovani intellettuali si faranno coinvolgere in questo ideale.

Hermes

Hermes: rivista letteraria fondata da Borgese, un critico. Gli dei che hanno questo nome sono Hermes Trismete, il dio egiziano dell’arte, e Hermes spartano, il messaggero degli dei: con questo nome Borgese vuole indicare di voler svecchiare la cultura, di voler portare delle novità e di voler valorizzare la letteratura italiana dell’800 agli inizi del ‘900.

La Voce

La voce: 1908, fondata da Prezzolini e Papini. Il titolo vuol dire che ha intenzione di dar voce, appunto, a tutti gli intellettuali, di qualunque tendenza e generazione, è un punto d’incontro per loro, un insieme di idee e di elaborazioni. Riprende il discorso dei giovani e i vecchi vengono visti come dei maestri, il primo di questi è Benedetto Croce, da lui prendono come esempio il fatto che nella letteratura ci vuole etica, impegno e serietà. In questa rivista troviamo i cosiddetti “moralisti vociari”, cioè coloro che volevano rinnovare la Chiesa, avvicinandola spiritualmente ai credenti. Inizialmente la voce è una rivista politica, poi Soffici convince Papini a far sì che “la voce” diventi una rivista anche letteraria, escono quindi anche le poesie. Nel 1911 l’Italia è in conflitto con la Libia e l’opinione pubblica si divide in interventisti (nazionalisti) e anti-interventisti (cattolici e socialisti). Papini e Prezzolini vanno dalla parte degli interventisti e quindi “la voce” diventa una rivista di politica interventista, così i cattolici e i socialisti vociari escono dalla rivista che perde una parte significativa dei suoi componenti, andando contro l’idea di essere una rivista aperta a tutti. La rivista cadrà nel 1916.

Lacerba

Lacerba: nel 1913 Papini e Soffici escono da “la voce” e creano “Lacerba”.

La Voce, nuove edizioni

Prezzolini va a Roma e crea “la voce” in edizione politica e “la voce” letteraria va in mano a De Robertis.

Riviste: "Solaria" e "Novecento"

Nel 1926 vengono fondate le riviste Solaria e Novecento.

Novecento

“Novecento”: è stata fondata da Massimo Bontempelli, nato a Como e aderì al fascismo e fu uno degli intellettuali di punta del fascismo. Scriverà la rivista in francese e ha un’idea di cultura più vasta di quella fascista visto che il modello instaurato è il “realismo fascista”. Nei regimi totalitari gli intellettuali sono organici al sistema e devono promuovere l’ideologia e procurare il consenso tramite l’opera d’arte, di conseguenza la forma più adatta è il realismo. Il fascismo adotta la sua iconografia (rappresentazione di immagini che indicano qualcosa) dall’antica Roma “la terza Roma risorgerà sulle rive fatali del Tevere” (cit. Mussolini). Nel realismo di questo periodo i romanzi sono ambientati nell’antica Roma così come il Cinema, esaltando i momenti trionfanti di Roma.

Il vero realismo dell’800 voleva dare una descrizione reale e sincera della realtà con verosimiglianza delle descrizioni e vicende reali e storiche. Il regime invece instaura un realismo né vero né falso, ma inventato, per esempio l’assenza di cronaca nera. Proliferano la biografia di Mussolini raccontando anche imprese al limite dell’inverosimile. Nel 1938 escono le leggi razziali perché ci fu l’alleanza col partito nazista che faceva della razza ariana uno dei suoi punti cardine. Gli scrittori che pubblicavano racconti fantastici e fiabe erano scrittori d’evasione (scrittori che non si impegnano nel sociale, che fanno scrittura per distrarsi, non per impegnarsi) tollerati fino a un certo punto perché distraevano dalle cose importanti i lettori che leggevano i loro racconti.

Bontempelli non si adattò alle norme sull’arte fascista e così pubblicò “Novecento” in francese e venne attaccato dal fascismo, però dopo i primi 4 numeri, a causa della censura, li pubblica prima in francese e in italiano e poi solo in italiano. Bontempelli teorizzò il realismo magico unendo i canoni col romanzo e del fantastico. Bontempelli già dal 1923 viene influenzato da Surrealismo e ciò non piaceva perché era un movimento che aderì al comunismo francese, nasce così il Novecentismo.

Solaria

“Solaria”: mentre “Novecento” è una rivista formalmente fascista, “Solaria” è etichettata come antifascista. Tra il 1925 e il 1926 vengono instaurate le leggi fascistissime con leggi antiassemblea e tribunali speciali. Solaria è una rivista puramente letteraria e il nome fa riferimento al sole e all’aria, argomenti di alto livello che vuole preservare i valori dell’arte e della cultura italiana.

Gramsci definì il fascismo come “l’invasione degli Ixos”, popolazione che invase l’Egitto nel momento migliore e poi, dopo pochi anni, vennero distrutti. Gramsci nel 1926 lo vedeva come un movimento che non sarebbe durato molto e come precauzione dell’invasione comunista. Non potendolo dichiarare apertamente, le scelte di Solaria vanno in direzione dell’europeismo e della novità. Il fascismo condanna tutto ciò che è diverso tra razze, religioni e sessualità, Solaria invece coglie tutto ciò che va contro questi canoni. All’inizio degli anni ’30 la censura si fa opprimente, nel 1933 scontro con Vittorini e nel ’34 scontro con Pavese e Solaria chiude.

Una delle difficoltà per interpretare il fascismo è il non essere chiaro, Bontempelli è un esempio così come Ungaretti che venne incarcerato 4 volte e liberato perché amico di Mussolini che lo ammirava molto. Solaria sopravvive per qualche anno perché era stimata anche dai fascisti, soprattutto da Giuseppe Bottai e poi in Solaria ci sono intellettuali fascisti come Corrado Pavolini che veniva da una buona famiglia borghese e fascista visto che il padre era anche potestà di Firenze. Pavolini intervenne nel 1928 per aiutare Montale e gli fece avere un posto importante.

Elio Vittorini anche lui fascista scrive in Solaria nonostante fosse stato anche uno squadrista (gli squadristi sono coloro che prendevano a manganellate i rivoltosi, facevano parte dei fasci di combattimento). Solaria raccoglie il meglio della letteratura fascista e non. Solaria è fondata da Alberto Carocci che ne sarà sia direttore sia anima della rivista visto che si impegnava a trovare i soldi e a fare abbonamenti.

Eugenio Montale nel 1925 pubblica “Ossi di seppia”; Umberto Saba, leggermente più vecchio, è già famoso visto che pubblicò poesie all’inizio del ‘900. Carlo Emilio Gadda, ingegnere, esordì come scrittore in “Solaria” nel 1926 mentre scrive il suo romanzo si interroga anche su come scriverlo e ne esce fuori un trattato su come scrivere un romanzo.

Bonaventura Ghetti, di famiglia ricca, cattolico e scriveva già da anni, sarà il finanziatore di “Solaria”. Giacchino Benedetti, critico d’arte. Leo Ferrera, cofondatore in Francia di Solaria, si prefissa di voler svecchiare la cultura italiana e scrive “perché l’Italia abbia una cultura europea”. Gadda pubblica due racconti: “Il castello di Udine” e “La Madonna dei filosofi”. Vittorini pubblica il suo romanzo nel 1934 “Garofano rosso”.

Crepuscolarismo

Borgese parlò per primo di “crepuscolarismo” in un suo articolo sul giornale “La Stampa” nel 1909 per indicare la fine dell’800 e della sua tendenza letteraria. La poesia crepuscolare parla della vita semplice e di tutti i giorni, è una poesia-racconto, piena di dialoghi e di personaggi, una poesia relazionale, che si relaziona quindi con la società e col mondo, ha un andamento prosastico, colloquiale e discorsivo. I poeti crepuscolari non credono più ai valori tradizionali, né filosofici né scientifici né politici, si sentono soli e incompresi e si chiudono nel proprio disagio.

Guido Gozzano

Guido Gozzano era uno dei poeti crepuscolari, ma usava un linguaggio diverso e dissonante rispetto agli altri scrittori di questa corrente. Infatti, Gozzano, pur scrivendo di fatti quotidiani, parla della sua vita drammatica in terza persona usando un linguaggio ironico. Nel 1907 esce la sua prima raccolta poetica “La via del rifugio”, in cui decide di non godere appieno la vita, ma di volersi isolare in se stesso e nella letteratura. Muore per tubercolosi nel 1916.

Un altro delle sue opere importanti è “La signora Felicita”, ovvero la felicità. Parla di una donna che passa le giornate tra le faccende domestiche; è una persona ingenua e volgare. Tuttavia l’avvocato è lusingato dalle sue attenzioni. Nella sua semplicità Felicita è infatti sincera, a differenza delle donne “rifatte” nei romanzi. Felicita rappresenta per l’avvocato la possibilità di vivere davvero la vita, una vita semplice e concreta, lontana dalle ipocrisie e dalle illusioni mondane. Solo lei può fargli conoscere il vero amore.

È un periodo nel quale i letterati hanno un “rigetto anti-dannunziano”, e quest’opera ne è l’emblema: se per d’Annunzio la donna era “femme fatale”, che ammaliava gli uomini, distogliendoli dal loro percorso superonistico, in Gozzano la “femme fatale” ha una bellezza quasi volgare, gli occhi non sono comparati al cielo o alle profondità del mare, ma sono di un “azzuro stoviglia”. Felicita è incolta e non ha fatto nemmeno la terza media (ha gli occhi “fermi”, scambia l’alloro sulla testa di Torquato Tasso per un ramo di ciliegie...). Allo stesso tempo la critica a d’Annunzio si articola anche sulla concezione stessa della poesia: mentre prima era qualcosa di elevato e sublime, raggiungibile e apprezzabile solo da pochi, ora Gozzano scrive le sue rime in cucina, usando come “metronomo” il rumore delle stoviglie.

Inoltre il poeta non è più il grande esteta, idolatrato dal popolo, in vista, grande tra i grandi, ma è considerato inutile, tanto che il quadro di Torquato Tasso con l’alloro sta in soffitta, nella polvere, e osserva in modo distaccato gli avvenimenti del mondo (vd. il passo delle formiche), dove ormai imperversano i valori utilitaristici e materialisti borghesi.

In conclusione Gozzano analizza il dilemma classico della letteratura: Felicita, ragazza semplice, sculturata, che non si fa problemi e domande esistenziali, vive felice, in un modo in cui un poeta, un colto, non potrà mai essere, e se durante il testo Gozzano dà la sensazione di invidiare questa condizione, le ultime parole sono illuminanti: meglio soffrire per quello che si vede rendendosene conto, e come la ginestra di Leopardi, farsi sommergere a testa alta, titanicamente: “Quello che fingo d’essere e non sono!”

Il tema del poemetto poetico

Il tema del poemetto poetico è, certamente, la Rinuncia, alla morte e all’amore, alle quali il poeta preferisce la sua condizione di poeta e di gelido sofista, come afferma nell’ultimo verso del poemetto: <<quello che fingo d’essere e non sono!>>. Il poeta frequenta Felicita, una signorina quasi brutta e priva di lusinga, che vive col padre in una villa presso un paese del Canavese. Gozzano andava a trovarla ogni giorno e lei con i suoi occhi fermi e con gesti sottili gli mostrava simpatia e attrattiva. Negli occhi della signorina rideva una blandizie femminina, che attirava il poeta che si era invaghito di lei. Questo incipiente vagheggiamento faceva sognare il poeta che voleva abbandonare la sua sterile vita di intellettuale e di gelido sofista.

Secondo me, Biagio Carrubba, infatti, l’immagine del poeta è ambivalente e contraddittoria. Da un lato, Gozzano, si mostra impreparato come avvocato e sognatore come poeta, dall’altro lato si mostra inadeguato alla società moderna e aspira alla vita semplice, ma ruvida, di provincia. Da un lato è inadeguato al lavoro concreto e lo esercita perché spinto dal bisogno economico, dall’altro lato finge un animo romantico, mentre in realtà sa di non esserlo, come conferma la nota: <<Cioè, Gozzano si riconosce pur sempre l’“esteta gelido”, il “sofista”>> (da “Guido Gozzano BUR editore a pagina 197).

La signorina Felicita lo accompagnava nel solaio, dove c’era una enorme tela dove era raffigurata la Marchesa Dannata, bianca e bella, la quale aveva lasciato la villa al nonno del nonno di Felicita. Questo dipinto era in mezzo a tanti altri oggetti, ormai abbandonati, ed era una stirpe logora e confusa, attorniata da un ciarpame reietto tra cui una effigie di Torquato Tasso incoronato delle frondi regie. Attraverso l’abbaino, il poeta guardava dall’alto del solaio la campagna canavesana, e da lì si diffondeva il suo desiderio di pace. Gozzano, allora, cominciava a pensare che oltre i colli dilettosi c’era il mondo, pieno di lotte e di commerci turbinosi e c’erano gli uomini che si davano guerra e che si inseguivano divisi e suddivisi a schiere.

Ebbene il poeta vuole rinunciare a vivere in questo mondo, perché sa che la sua poesia da sola non basta a distogliere gli uomini dalla guerra atroce. Ecco, allora, la prima rinuncia: <<Meglio fuggire dalla guerra atroce / del piacere, dell’oro, dell’alloro…/>> (vv. 197-198).

Durante un mezzogiorno il poeta parla con Felicita e le confessa il suo desiderio di voler stare con lei e le dice: <<Mia cara Signorina, se guarissi,/ ancora, mi vorrebbe per marito?>> (vv. 269-270). Ma Felicita diventa imbarazzata per la richiesta e piange. Allora il poeta, dopo aver colto un fuscello, le solletica l’orecchio e lei tutta luminosa nel sorriso gli risponde, trillando un trillo gaio di fringuello: <<Non mi teen..ga mai più tali dis…corsi>> (v.282). Il poeta prosegue dicendo che sarebbe bello per lui restare a vivere accanto a lei, facendo una vita da mercante, una vita ruvida ma concreta, perché non voleva essere più poeta. Sì, poiché, si vergognava di essere poeta: <<io mi vergogno/ sì, mi vergogno d’essere poeta!>> (vv. 306-307). Felicita invece è beata nelle sue faccende, non medita Nietzsche e non vive il male della Filosofia che si attacca negli intellettuali. Ed ecco, allora, la seconda rinuncia: il poeta rinuncia ad essere poeta, rinuncia alla vita letteraria che fa la vita simile alla morte.

Intanto il poeta di sera va a trovare il farmacista che gli aveva presentato Felicita. Nella farmacia, il farmacista dice al poeta, che il notaio è geloso di Felicita ed è furibondo con lui e con il poeta, il quale, inaspettatamente, lo rassicura perché lui in settimana andrà via dal paese. Il poeta, triste e perduto, vaga come un mendicante tra le siepi e i castagneti del Canavese, fino a giungere al cancello del cimitero, alla mezzanotte che scoccò lenta e rombante, e la luna gli parve un punto sopra un I gigante (il campanile antico), come afferma nei versi: <<La Luna sopra il campanile antico / pareva <<un punto sopra un I gigante>>>> (vv. 355–356).

Gozzano sosta davanti al cancello e invoca i Morti con una sestina piena di una bellezza poetica meravigliosa e sublime, che ricorda sia la discesa di Ulisse nell’Ade, sia il lamento del “Pastore errante dell’Asia” dell’immortale Leopardi: <<Voi che posate già sulla riva/ immuni dalla gioia, dallo strazio,/ parlate, o morti, al pellegrino sazio!/ Giova guarire? Giova che si viva?/ O meglio giova l’Ospite furtiva/ che ci affranca dal Tempo e dallo Spazio?>> (vv. 363-368). Ed ecco, allora, la terza rinuncia: la rinuncia alla morte. Il poeta rinuncia alla morte e sceglie di vivere e sceglie la Felicità. Guarda la luna che con le sue luci bizzarre imita gli amanti che si baciano in eterno. Il poeta sceglie di vivere e di fuggire alla morte e per questo farà un altro viaggio, oltre il Marocco, in qualche isoletta esotica per agguantare la felicità che gli promette il bene che sarà. Nell’ultimo giorno della sua permanenza nel paese di Felicita, il poeta va a salutare la donna, la quale gli promette il suo amore al suo ritorno scrivendo la data 30–settembre–1907.

Il poeta guarda il...

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/11 Letteratura italiana contemporanea

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher s12c di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana contemporanea e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi di Torino o del prof Malaspina Ermanno.
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