Che materia stai cercando?

Letteratura italiana Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura italiana. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: Analisi del testo narrativo, Fasi procedurali dell’analisi, Le informazioni sullo spazio, Le informazioni del tempo, Il narratore, Il codice poetico, Malpelo, ecc.

Esame di Letteratura italiana docente Prof. R. Viti Cavaliere

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

Giovanni Verga

ROSSO MALPELO

5 TRATTA DA:

Verga: I grandi romanzi e tutte le novelle

Da Vita dei campi, 1880

10 "Malpelo" si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché

era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riescire un fior di birbone. Sic-

ché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano "Malpelo"; e persino sua madre, col

sentirgli dir sempre a quel modo, aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo.

15 Del resto, ella lo vedeva soltanto il sabato sera, quando tornava a casa con quei pochi

soldi della settimana; e siccome era "malpelo" c'era anche a temere che ne sottraesse

un paio, di quei soldi: nel dubbio, per non sbagliare, la sorella maggiore gli faceva la

ricevuta a scapaccioni.

Però il padrone della cava aveva confermato che i soldi erano tanti e non più; e in co-

20 scienza erano anche troppi per "Malpelo", un monellaccio che nessuno avrebbe voluto

vederselo davanti, e che tutti schivavano come un can rognoso, e lo accarezzavano coi

piedi, allorché se lo trovavano a tiro.

Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso, e selvatico. Al mezzogiorno, mentre

tutti gli altri operai della cava si mangiavano in crocchio la loro minestra, e facevano

25 un po' di ricreazione, egli andava a rincantucciarsi col suo corbello fra le gambe, per

rosicchiarsi quel po' di pane bigio, come fanno le bestie sue pari, e ciascuno gli diceva

la sua, motteggiandolo, e gli tiravan dei sassi, finché il soprastante lo rimandava al la-

voro con una pedata. Ei c'ingrassava, fra i calci, e si lasciava caricare meglio dell'asino

grigio, senza osar di lagnarsi. Era sempre cencioso e sporco di rena rossa, che la sua

30 sorella s'era fatta sposa, e aveva altro pel capo che pensare a ripulirlo la domenica.

Nondimeno era conosciuto come la bettonica per tutto "Monserrato" e la "Caverna",

tanto che la cava dove lavorava la chiamavano «la cava di "Malpelo"», e cotesto al pa-

drone gli seccava assai. Insomma lo tenevano addirittura per carità e perché mastro

Misciu, suo padre, era morto in quella stessa cava.

35 Era morto così, che un sabato aveva voluto terminare certo lavoro preso a cottimo, di

un pilastro lasciato altra volta per sostegno dell'"ingrottato", e dacché non serviva più,

s'era calcolato, così ad occhio col padrone, per 35 o 40 carra di rena. Invece mastro

Misciu sterrava da tre giorni, e ne avanzava ancora per la mezza giornata del lunedì.

Era stato un magro affare e solo un minchione come mastro Misciu aveva potuto la-

40 sciarsi gabbare a questo modo dal padrone; perciò appunto lo chiamavano mastro Mi-

sciu "Bestia", ed era l'asino da basto di tutta la cava. Ei, povero diavolaccio, lasciava

dire, e si contentava di buscarsi il pane colle sue braccia, invece di menarle addosso ai

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 1

compagni, e attaccar brighe. "Malpelo" faceva un visaccio, come se quelle soperchie-

rie cascassero sulle sue spalle, e così piccolo com'era aveva di quelle occhiate che fa-

cevano dire agli altri: - Va là, che tu non ci morrai nel tuo letto, come tuo padre -.

Invece nemmen suo padre ci morì, nel suo letto, tuttoché fosse una buona bestia. Zio

Mommu lo "sciancato", aveva detto che quel pilastro lì ei non l'avrebbe tolto per venti

5 onze, tanto era pericoloso; ma d'altra parte tutto è pericolo nelle cave, e se si sta a ba-

dare a tutte le sciocchezze che si dicono, è meglio andare a fare l'avvocato.

Dunque il sabato sera mastro Misciu raschiava ancora il suo pilastro che l'avemaria era

suonata da un pezzo, e tutti i suoi compagni avevano accesa la pipa e se n'erano andati

dicendogli di divertirsi a grattar la rena per amor del padrone, o raccomandandogli di

10 non fare la "morte del sorcio". Ei, che c'era avvezzo alle beffe, non dava retta, e ri-

spondeva soltanto cogli «ah! ah!» dei suoi bei colpi di zappa in pieno, e intanto borbot-

tava:

- Questo è per il pane! Questo pel vino! Questo per la gonnella di Nunziata! - e così

andava facendo il conto del come avrebbe speso i denari del suo "appalto", il cottiman-

15 te!

Fuori della cava il cielo formicolava di stelle, e laggiù la lanterna fumava e girava al

pari di un arcolaio. Il grosso pilastro rosso, sventrato a colpi di zappa, contorcevasi e

si piegava in arco, come se avesse il mal di pancia, e dicesse "ohi!" anch'esso. "Malpe-

lo" andava sgomberando il terreno, e metteva al sicuro il piccone, il sacco vuoto ed il

20 fiasco del vino.

Il padre, che gli voleva bene, poveretto, andava dicendogli: - Tirati in là! - oppure: -

Sta attento! Bada se cascano dall'alto dei sassolini o della rena grossa, e scappa! - Tut-

t'a un tratto, punf! "Malpelo", che si era voltato a riporre i ferri nel corbello, udì un ton-

fo sordo, come fa la rena traditora allorché fa pancia e si sventra tutta in una volta, ed

25 il lume si spense.

L'ingegnere che dirigeva i lavori della cava, si trovava a teatro quella sera, e non

avrebbe cambiato la sua poltrona con un trono, quando vennero a cercarlo per il babbo

di "Malpelo" che aveva fatto la "morte del sorcio". Tutte le femminucce di Monserra-

to, strillavano e si picchiavano il petto per annunziare la gran disgrazia ch'era toccata a

30 comare Santa, la sola, poveretta, che non dicesse nulla, e sbatteva i denti invece, quasi

avesse la terzana. L'ingegnere, quando gli ebbero detto il come e il quando, che la di-

sgrazia era accaduta da circa tre ore, e Misciu "Bestia" doveva già essere bell'e arriva-

to in Paradiso, andò proprio per scarico di coscienza, con scale e corde, a fare il buco

nella rena. Altro che quaranta carra! Lo "sciancato" disse che a sgomberare il sotterra-

35 neo ci voleva almeno una settimana. Della rena ne era caduta una montagna, tutta fina

e ben bruciata dalla lava, che si sarebbe impastata colle mani, e dovea prendere il dop-

pio di calce. Ce n'era da riempire delle carra per delle settimane. Il bell'affare di mastro

"Bestia"!

Nessuno badava al ragazzo che si graffiava la faccia ed urlava, come una bestia davve-

40 ro.

- To'! - disse infine uno. - È "Malpelo"! Di dove è saltato fuori, adesso?

- Se non fosse stato "Malpelo" non se la sarebbe passata liscia... -

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 2

"Malpelo" non rispondeva nulla, non piangeva nemmeno, scavava colle unghie colà,

nella rena, dentro la buca, sicché nessuno s'era accorto di lui; e quando si accostarono

col lume, gli videro tal viso stravolto, e tali occhiacci invetrati, e la schiuma alla bocca

da far paura; le unghie gli si erano strappate e gli pendevano dalle mani tutte in sangue.

Poi quando vollero toglierlo di là fu un affar serio; non potendo più graffiare, mordeva

5 come un cane arrabbiato, e dovettero afferrarlo pei capelli, per tirarlo via a viva forza.

Però infine tornò alla cava dopo qualche giorno, quando sua madre piagnucolando ve

lo condusse per mano; giacché, alle volte, il pane che si mangia non si può andare a

cercarlo di qua e di là. Lui non volle più allontanarsi da quella galleria, e sterrava con

accanimento, quasi ogni corbello di rena lo levasse di sul petto a suo padre. Spesso,

10 mentre scavava, si fermava bruscamente, colla zappa in aria, il viso torvo e gli occhi

stralunati, e sembrava che stesse ad ascoltare qualche cosa che il suo diavolo gli susur-

rasse nelle orecchie, dall'altra parte della montagna di rena caduta. In quei giorni era

più tristo e cattivo del solito, talmente che non mangiava quasi, e il pane lo buttava al

cane, quasi non fosse "grazia di Dio". Il cane gli voleva bene, perché i cani non guar-

15 dano altro che la mano che gli dà il pane, e le botte, magari. Ma l'asino, povera bestia,

sbilenco e macilento, sopportava tutto lo sfogo della cattiveria di "Malpelo"; ei lo pic-

chiava senza pietà, col manico della zappa, e borbottava:

- Così creperai più presto! -

Dopo la morte del babbo pareva che gli fosse entrato il diavolo in corpo, e lavorava al

20 pari di quei bufali feroci che si tengono coll'anello di ferro al naso. Sapendo che era

"malpelo", ei si acconciava ad esserlo il peggio che fosse possibile, e se accadeva una

disgrazia, o che un operaio smarriva i ferri, o che un asino si rompeva una gamba, o

che crollava un tratto di galleria, si sapeva sempre che era stato lui; e infatti ei si pi-

gliava le busse senza protestare, proprio come se le pigliano gli asini che curvano la

25 schiena, ma seguitano a fare a modo loro. Cogli altri ragazzi poi era addirittura crude-

le, e sembrava che si volesse vendicare sui deboli di tutto il male che s'immaginava gli

avessero fatto gli altri, a lui e al suo babbo. Certo ei provava uno strano diletto a ram-

mentare ad uno ad uno tutti i maltrattamenti ed i soprusi che avevano fatto subire a suo

padre, e del modo in cui l'avevano lasciato crepare. E quando era solo borbottava: -

30 Anche con me fanno così! e a mio padre gli dicevano "Bestia", perché egli non faceva

così! - E una volta che passava il padrone, accompagnandolo con un'occhiata torva: - È

stato lui! per trentacinque tarì! - E un'altra volta, dietro allo "Sciancato": - E anche lui!

e si metteva a ridere! Io l'ho udito, quella sera! -

Per un raffinamento di malignità sembrava aver preso a proteggere un povero ragazzet-

35 to, venuto a lavorare da poco tempo nella cava, il quale per una caduta da un ponte s'e-

ra lussato il femore, e non poteva far più il manovale. Il poveretto, quando portava il

suo corbello di rena in spalla, arrancava in modo che gli avevano messo nome "Ranoc-

chio"; ma lavorando sotterra, così "Ranocchio" com'era, il suo pane se lo buscava.

"Malpelo" gliene dava anche del suo, per prendersi il gusto di tiranneggiarlo, dicevano.

40 Infatti egli lo tormentava in cento modi. Ora lo batteva senza un motivo e senza miseri-

cordia, e se "Ranocchio" non si difendeva, lo picchiava più forte, con maggiore accani-

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 3

mento, dicendogli: - To', bestia! Bestia sei! Se non ti senti l'animo di difenderti da me

che non ti voglio male, vuol dire che ti lascerai pestare il viso da questo e da quello! -

O se "Ranocchio" si asciugava il sangue che gli usciva dalla bocca e dalle narici: -

Così, come ti cuocerà il dolore delle busse, imparerai a darne anche tu! - Quando cac-

ciava un asino carico per la ripida salita del sotterraneo, e lo vedeva puntare gli zocco-

5 li, rifinito, curvo sotto il peso, ansante e coll'occhio spento, ei lo batteva senza miseri-

cordia, col manico della zappa, e i colpi suonavano secchi sugli stinchi e sulle costole

scoperte. Alle volte la bestia si piegava in due per le battiture, ma stremo di forze, non

poteva fare un passo, e cadeva sui ginocchi, e ce n'era uno il quale era caduto tante

volte, che ci aveva due piaghe alle gambe. "Malpelo" soleva dire a "Ranocchio": - L'a-

10 sino va picchiato, perché non può picchiar lui; e s'ei potesse picchiare, ci pesterebbe

sotto i piedi e ci strapperebbe la carne a morsi -.

Oppure: - Se ti accade di dar delle busse, procura di darle più forte che puoi; così gli

altri ti terranno da conto, e ne avrai tanti di meno addosso -.

Lavorando di piccone o di zappa poi menava le mani con accanimento, a mo' di uno

15 che l'avesse con la rena, e batteva e ribatteva coi denti stretti, e con quegli "ah! ah!"

che aveva suo padre. - La rena è traditora, - diceva a "Ranocchio" sottovoce; - somi-

glia a tutti gli altri, che se sei più debole ti pestano la faccia, e se sei più forte, o siete

in molti, come fa lo "Sciancato", allora si lascia vincere. Mio padre la batteva sempre,

ed egli non batteva altro che la rena, perciò lo chiamavano "Bestia", e la rena se lo

20 mangiò a tradimento, perché era più forte di lui -.

Ogni volta che a "Ranocchio" toccava un lavoro troppo pesante, e il ragazzo piagnuco-

lava a guisa di una femminuccia, "Malpelo" lo picchiava sul dorso, e lo sgridava: -

Taci, pulcino! - e se "Ranocchio" non la finiva più, ei gli dava una mano, dicendo con

un certo orgoglio: - Lasciami fare; io sono più forte di te -. Oppure gli dava la sua mez-

25 za cipolla, e si contentava di mangiarsi il pane asciutto, e si stringeva nelle spalle, ag-

giungendo: - Io ci sono avvezzo -.

Era avvezzo a tutto lui, agli scapaccioni, alle pedate, ai colpi di manico di badile, o di

cinghia da basto, a vedersi ingiuriato e beffato da tutti, a dormire sui sassi colle braccia

e la schiena rotta da quattordici ore di lavoro; anche a digiunare era avvezzo, allorché

30 il padrone lo puniva levandogli il pane o la minestra. Ei diceva che la razione di busse

non gliel'aveva levata mai, il padrone; ma le busse non costavano nulla. Non si lamen-

tava però, e si vendicava di soppiatto, a tradimento, con qualche tiro di quelli che sem-

brava ci avesse messo la coda il diavolo: perciò ei si pigliava sempre i castighi, anche

quando il colpevole non era stato lui. Già se non era stato lui sarebbe stato capace di

35 esserlo, e non si giustificava mai: per altro sarebbe stato inutile. E qualche volta, come

"Ranocchio" spaventato lo scongiurava piangendo di dire la verità, e di scolparsi, ei ri-

peteva: - A che giova? Sono "malpelo"! - e nessuno avrebbe potuto dire se quel curva-

re il capo e le spalle sempre fosse effetto di fiero orgoglio o di disperata rassegnazio-

ne, e non si sapeva nemmeno se la sua fosse salvatichezza o timidità. Il certo era che

40 nemmeno sua madre aveva avuta mai una carezza da lui, e quindi non gliene faceva

mai.

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 4

Il sabato sera, appena arrivava a casa con quel suo visaccio imbrattato di lentiggini e di

rena rossa, e quei cenci che gli piangevano addosso da ogni parte, la sorella afferrava

il manico della scopa, scoprendolo sull'uscio in quell'arnese, ché avrebbe fatto scappa-

re il suo damo se vedeva con qual gente gli toccava imparentarsi; la madre era sempre

da questa o da quella vicina, e quindi egli andava a rannicchiarsi sul suo saccone come

5 un cane malato. Per questo, la domenica, in cui tutti gli altri ragazzi del vicinato si met-

tevano la camicia pulita per andare a messa o per ruzzare nel cortile, ei sembrava non

avesse altro spasso che di andar randagio per le vie degli orti, a dar la caccia alle lu-

certole e alle altre povere bestie che non gli avevano fatto nulla, oppure a sforacchiare

le siepi dei fichidindia. Per altro le beffe e le sassate degli altri fanciulli non gli piace-

10 vano.

La vedova di mastro Misciu era disperata di aver per figlio quel malarnese, come dice-

vano tutti, ed egli era ridotto veramente come quei cani, che a furia di buscarsi dei cal-

ci e delle sassate da questo e da quello, finiscono col mettersi la coda fra le gambe e

scappare alla prima anima viva che vedono, e diventano affamati, spelati e selvatici

15 come lupi. Almeno sottoterra, nella cava della rena, brutto, cencioso e lercio com'era,

non lo beffavano più, e sembrava fatto apposta per quel mestiere persin nel colore dei

capelli, e in quegli occhiacci di gatto che ammiccavano se vedevano il sole. Così ci

sono degli asini che lavorano nelle cave per anni ed anni senza uscirne mai più, ed in

quei sotterranei, dove il pozzo d'ingresso è a picco, ci si calan colle funi, e ci restano

20 finché vivono. Sono asini vecchi, è vero, comprati dodici o tredici lire, quando stanno

per portarli alla "Plaja", a strangolarli; ma pel lavoro che hanno da fare laggiù sono an-

cora buoni; e "Malpelo", certo, non valeva di più; se veniva fuori dalla cava il sabato

sera, era perché aveva anche le mani per aiutarsi colla fune, e doveva andare a portare

a sua madre la paga della settimana.

25 Certamente egli avrebbe preferito di fare il manovale, come "Ranocchio", e lavorare

cantando sui ponti, in alto, in mezzo all'azzurro del cielo, col sole sulla schiena, - o il

carrettiere, come compare Gaspare, che veniva a prendersi la rena della cava, dondo-

landosi sonnacchioso sulle stanghe, colla pipa in bocca, e andava tutto il giorno per le

belle strade di campagna; - o meglio ancora, avrebbe voluto fare il contadino, che pas-

30 sa la vita fra i campi, in mezzo ai verde, sotto i folti carrubbi, e il mare turchino là in

fondo, e il canto degli uccelli sulla testa. Ma quello era stato il mestiere di suo padre, e

in quel mestiere era nato lui. E pensando a tutto ciò, narrava a "Ranocchio" del pilastro

che era caduto addosso al genitore, e dava ancora della rena fina e bruciata che il car-

rettiere veniva a caricare colla pipa in bocca, e dondolandosi sulle stanghe, e gli diceva

35 che quando avrebbero finito di sterrare si sarebbe trovato il cadavere del babbo, il qua-

le doveva avere dei calzoni di fustagno quasi nuovi. "Ranocchio" aveva paura, ma egli

no. Ei pensava che era stato sempre là, da bambino, e aveva sempre visto quel buco

nero, che si sprofondava sotterra, dove il padre soleva condurlo per mano. Allora sten-

deva le braccia a destra e a sinistra, e descriveva come l'intricato laberinto delle galle-

40 rie si stendesse sotto i loro piedi all'infinito, di qua e di là, sin dove potevano vedere la

"sciara" nera e desolata, sporca di ginestre riarse, e come degli uomini ce n'erano rima-

sti tanti, o schiacciati, o smarriti nel buio, e che camminano da anni e camminano an-

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 5

cora, senza poter scorgere lo spiraglio del pozzo pel quale sono entrati, e senza poter

udire le strida disperate dei figli, i quali li cercano inutilmente.

Ma una volta in cui riempiendo i corbelli si rinvenne una delle scarpe di mastro Mi-

sciu, ei fu colto da tal tremito che dovettero tirarlo all'aria aperta colle funi, proprio

come un asino che stesse per dar dei calci al vento. Però non si poterono trovare né i

5 calzoni quasi nuovi, né il rimanente di mastro Misciu; sebbene i pratici affermarono

che quello dovea essere il luogo preciso dove il pilastro gli si era rovesciato addosso; e

qualche operaio, nuovo al mestiere, osservava curiosamente come fosse capricciosa la

rena, che aveva sbatacchiato il "Bestia" di qua e di là, le scarpe da una parte e i piedi

dall'altra.

10 Dacché poi fu trovata quella scarpa, "Malpelo" fu colto da tal paura di veder compari-

re fra la rena anche il piede nudo del babbo, che non volle mai più darvi un colpo di

zappa, gliela dessero a lui sul capo, la zappa. Egli andò a lavorare in un altro punto

della galleria, e non volle più tornare da quelle parti. Due o tre giorni dopo scopersero

infatti il cadavere di mastro Misciu, coi calzoni indosso, e steso bocconi che sembrava

15 imbalsamato. Lo zio Mommu osservò che aveva dovuto penar molto a finire, perché il

pilastro gli si era piegato proprio addosso, e l'aveva sepolto vivo: si poteva persino ve-

dere tutt'ora che mastro "Bestia" avea tentato istintivamente di liberarsi scavando nella

rena, e avea le mani lacerate e le unghie rotte.

- Proprio come suo figlio "Malpelo"! - ripeteva lo "sciancato" - ei scavava di qua, men-

20 tre suo figlio scavava di là -. Però non dissero nulla al ragazzo, per la ragione che lo

sapevano maligno e vendicativo.

Il carrettiere si portò via il cadavere di mastro Misciu al modo istesso che caricava la

rena caduta e gli asini morti, ché stavolta, oltre al lezzo del carcame, trattavasi di un

compagno, e di "carne battezzata". La vedova rimpiccolì i calzoni e la camicia, e li

25 adattò a "Malpelo", il quale così fu vestito quasi a nuovo per la prima volta. Solo le

scarpe furono messe in serbo per quando ei fosse cresciuto, giacché rimpiccolire le

scarpe non si potevano, e il fidanzato della sorella non le aveva volute le scarpe del

morto.

"Malpelo" se li lisciava sulle gambe, quei calzoni di fustagno quasi nuovi, gli pareva

30 che fossero dolci e lisci come le mani del babbo, che solevano accarezzargli i capelli,

quantunque fossero così ruvide e callose. Le scarpe poi, le teneva appese a un chiodo,

sul saccone, quasi fossero state le pantofole del papa, e la domenica se le pigliava in

mano, le lustrava e se le provava; poi le metteva per terra, l'una accanto all'altra, e sta-

va a guardarle, coi gomiti sui ginocchi, e il mento nelle palme, per delle ore intere, ri-

35 muginando chi sa quali idee in quel cervellaccio.

Ei possedeva delle idee strane, "Malpelo"! Siccome aveva ereditato anche il piccone e

la zappa del padre, se ne serviva, quantunque fossero troppo pesanti per l'età sua; e

quando gli aveano chiesto se voleva venderli, che glieli avrebbero pagati come nuovi,

egli aveva risposto di no. Suo padre li aveva resi così lisci e lucenti nel manico colle

40 sue mani, ed ei non avrebbe potuto farsene degli altri più lisci e lucenti di quelli, se ci

avesse lavorato cento e poi cento anni. In quel tempo era crepato di stenti e di vecchia-

ia l'asino grigio; e il carrettiere era andato a buttarlo lontano nella "sciara".

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 6

- Così si fa, - brontolava "Malpelo"; - gli arnesi che non servono più, si buttano lonta-

no -.

Egli andava a visitare il carcame del "grigio" in fondo al burrone, e vi conduceva a for-

za anche "Ranocchio", il quale non avrebbe voluto andarci; e "Malpelo" gli diceva che

a questo mondo bisogna avvezzarsi a vedere in faccia ogni cosa, bella o brutta; e stava

5 a considerare con l'avida curiosità di un monellaccio i cani che accorrevano da tutte le

fattorie dei dintorni a disputarsi le carni del "grigio". I cani scappavano guaendo, come

comparivano i ragazzi, e si aggiravano ustolando sui greppi dirimpetto, ma il "Rosso"

non lasciava che "Ranocchio" li scacciasse a sassate. - Vedi quella cagna nera, - gli di-

ceva, - che non ha paura delle tue sassate? Non ha paura perché ha più fame degli altri.

10 Gliele vedi quelle costole al "grigio"? Adesso non soffre più -. L'asino grigio se ne sta-

va tranquillo, colle quattro zampe distese, e lasciava che i cani si divertissero a vuotar-

gli le occhiaie profonde, e a spolpargli le ossa bianche; i denti che gli laceravano le vi-

scere non lo avrebbero fatto piegare di un pelo, come quando gli accarezzavano la

schiena a badilate, per mettergli in corpo un po' di vigore nel salire la ripida viuzza. -

15 Ecco come vanno le cose! Anche il "grigio" ha avuto dei colpi di zappa e delle guida-

lesche; anch'esso quando piegava sotto il peso, o gli mancava il fiato per andare innan-

zi, aveva di quelle occhiate, mentre lo battevano, che sembrava dicesse: «Non più! non

più!». Ma ora gli occhi se li mangiano i cani, ed esso se ne ride dei colpi e delle guida-

lesche, con quella bocca spolpata e tutta denti. Ma se non fosse mai nato sarebbe stato

20 meglio -.

La "sciara" si stendeva malinconica e deserta, fin dove giungeva la vista, e saliva e

scendeva in picchi e burroni, nera e rugosa, senza un grillo che vi trillasse, o un uccello

che venisse a cantarci. Non si udiva nulla, nemmeno i colpi di piccone di coloro che

lavoravano sotterra. E ogni volta "Malpelo" ripeteva che la terra lì sotto era tutta vuota

25 dalle gallerie, per ogni dove, verso il monte e verso la valle; tanto che una volta un mi-

natore c'era entrato da giovane, e n'era uscito coi capelli bianchi, e un altro, cui s'era

spenta la candela, aveva invano gridato aiuto per anni ed anni.

- Egli solo ode le sue stesse grida! - diceva, e a quell'idea, sebbene avesse il cuore più

duro della "sciara", trasaliva.

30 - Il padrone mi manda spesso lontano, dove gli altri hanno paura d'andare. Ma io sono

"Malpelo", e se non torno più, nessuno mi cercherà -.

Pure, durante le belle notti d'estate, le stelle splendevano lucenti anche sulla "sciara", e

la campagna circostante era nera anch'essa, come la lava, ma "Malpelo", stanco della

lunga giornata di lavoro, si sdraiava sul sacco, col viso verso il cielo, a godersi quella

35 quiete e quella luminaria dell'alto; perciò odiava le notti di luna, in cui il mare formico-

la di scintille, e la campagna si disegna qua e là vagamente - perché allora la "sciara"

sembra più bella e desolata.

- Per noi che siamo fatti per vivere sotterra, - pensava "Malpelo", - dovrebbe essere

buio sempre e da per tutto -.

40 La civetta strideva sulla "sciara", e ramingava di qua e di là; ei pensava:

- Anche la civetta sente i morti che son qua sotterra, e si dispera perché non può anda-

re a trovarli -.

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 7

"Ranocchio" aveva paura delle civette e dei pipistrelli; ma il "Rosso" lo sgridava, per-

ché chi è costretto a star solo non deve aver paura di nulla, e nemmeno l'asino grigio

aveva paura dei cani che se lo spolpavano, ora che le sue carni non sentivano più il do-

lore di esser mangiate.

- Tu eri avvezzo a lavorar sui tetti come i gatti, - gli diceva, - e allora era tutt'altra

5 cosa. Ma adesso che ti tocca a viver sotterra, come i topi, non bisogna più aver paura

dei topi, né dei pipistrelli, che son topi vecchi con le ali; quelli ci stanno volentieri in

compagnia dei morti -.

"Ranocchio" invece provava una tale compiacenza a spiegargli quel che ci stessero a

far le stelle lassù in alto; e gli raccontava che lassù c'era il paradiso, dove vanno a stare

10 i morti che sono stati buoni, e non hanno dato dispiaceri ai loro genitori. - Chi te l'ha

detto? - domandava "Malpelo", e "Ranocchio" rispondeva che glielo aveva detto la

mamma.

Allora "Malpelo" si grattava il capo, e sorridendo gli faceva un certo verso da monel-

laccio malizioso che la sa lunga. - Tua madre ti dice così perché, invece dei calzoni, tu

15 dovresti portar la gonnella -.

E dopo averci pensato un po':

- Mio padre era buono, e non faceva male a nessuno, tanto che lo chiamavano

"Bestia". Invece è là sotto, ed hanno persino trovato i ferri, le scarpe e questi calzoni

qui che ho indosso io -.

20 Da lì a poco, "Ranocchio", il quale deperiva da qualche tempo, si ammalò in modo che

la sera dovevano portarlo fuori dalla cava sull'asino, disteso fra le corbe, tremante di

febbre come un pulcin bagnato. Un operaio disse che quel ragazzo "non ne avrebbe

fatto osso duro" a quel mestiere, e che per lavorare in una miniera, senza lasciarvi la

pelle, bisognava nascervi. "Malpelo" allora si sentiva orgoglioso di esserci nato, e di

25 mantenersi così sano e vigoroso in quell'aria malsana, e con tutti quegli stenti. Ei si ca-

ricava "Ranocchio" sulle spalle, e gli faceva animo alla sua maniera, sgridandolo e pic-

chiandolo. Ma una volta, nel picchiarlo sul dorso, "Ranocchio" fu colto da uno sbocco

di sangue; allora "Malpelo" spaventato si affannò a cercargli nel naso e dentro la bocca

cosa gli avesse fatto, e giurava che non avea potuto fargli poi gran male, così come l'a-

30 veva battuto, e a dimostrarglielo, si dava dei gran pugni sul petto e sulla schiena, con

un sasso; anzi un operaio, lì presente, gli sferrò un gran calcio sulle spalle: un calcio

che risuonò come su di un tamburo, eppure "Malpelo" non si mosse, e soltanto dopo

che l'operaio se ne fu andato, aggiunse:

- Lo vedi? Non mi ha fatto nulla! E ha picchiato più forte di me, ti giuro! -

35 Intanto "Ranocchio" non guariva, e seguitava a sputar sangue, e ad aver la febbre tutti i

giorni. Allora "Malpelo" prese dei soldi della paga della settimana, per comperargli del

vino e della minestra calda, e gli diede i suoi calzoni quasi nuovi, che lo coprivano me-

glio. Ma "Ranocchio" tossiva sempre, e alcune volte sembrava soffocasse; la sera poi

non c'era modo di vincere il ribrezzo della febbre, né con sacchi, né coprendolo di pa-

40 glia, né mettendolo dinanzi alla fiammata. "Malpelo" se ne stava zitto ed immobile,

chino su di lui, colle mani sui ginocchi, fissandolo con quei suoi occhiacci spalancati,

quasi volesse fargli il ritratto, e allorché lo udiva gemere sottovoce, e gli vedeva il viso

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 8

trafelato e l'occhio spento, preciso come quello dell'asino grigio allorché ansava rifinito

sotto il carico nel salire la viottola, egli borbottava:

- È meglio che tu crepi presto! Se devi soffrire a quel modo, è meglio che tu crepi! -

E il padrone diceva che "Malpelo" era capace di schiacciargli il capo, a quel ragazzo, e

bisognava sorvegliarlo.

5 Finalmente un lunedì "Ranocchio" non venne più alla cava, e il padrone se ne lavò le

mani, perché allo stato in cui era ridotto oramai era più di impiccio che altro. "Malpe-

lo" si informò dove stesse di casa, e il sabato andò a trovarlo. Il povero "Ranocchio"

era più di là che di qua; sua madre piangeva e si disperava come se il figliuolo fosse di

quelli che guadagnano dieci lire la settimana.

10 Cotesto non arrivava a comprenderlo "Malpelo", e domandò a "Ranocchio" perché sua

madre strillasse a quel modo, mentre che da due mesi ei non guadagnava nemmeno

quel che si mangiava. Ma il povero "Ranocchio" non gli dava retta; sembrava che ba-

dasse a contare quanti travicelli c'erano sul tetto. Allora il "Rosso" si diede ad alma-

naccare che la madre di "Ranocchio" strillasse a quel modo perché il suo figliuolo era

15 sempre stato debole e malaticcio, e l'aveva tenuto come quei marmocchi che non si

slattano mai. Egli invece era stato sano e robusto, ed era "malpelo", e sua madre non

aveva mai pianto per lui, perché non aveva mai avuto timore di perderlo.

Poco dopo, alla cava dissero che "Ranocchio" era morto, ed ei pensò che la civetta

adesso strideva anche per lui la notte, e tornò a visitare le ossa spolpate del "grigio",

20 nel burrone dove solevano andare insieme con "Ranocchio". Ora del" grigio" non rima-

nevano più che le ossa sgangherate, ed anche di "Ranocchio" sarebbe stato così. Sua

madre si sarebbe asciugati gli occhi, poiché anche la madre di "Malpelo" s'era asciuga-

ti i suoi, dopo che mastro Misciu era morto, e adesso si era maritata un'altra volta, ed

era andata a stare a Cifali colla figliuola maritata, e avevano chiusa la porta di casa.

25 D'ora in poi, se lo battevano, a loro non importava più nulla, e a lui nemmeno, ché

quando sarebbe divenuto come il "grigio" o come "Ranocchio", non avrebbe sentito

più nulla.

Verso quell'epoca venne a lavorare nella cava uno che non s'era mai visto, e si teneva

nascosto il più che poteva. Gli altri operai dicevano fra di loro che era scappato dalla

30 prigione, e se lo pigliavano ce lo tornavano a chiudere per anni ed anni. "Malpelo"

seppe in quell'occasione che la prigione era un luogo dove si mettevano i ladri, e i ma-

larnesi come lui, e si tenevano sempre chiusi là dentro e guardati a vista.

Da quel momento provò una malsana curiosità per quell'uomo che aveva provata la

prigione e ne era scappato. Dopo poche settimane però il fuggitivo dichiarò chiaro e

35 tondo che era stanco di quella vitaccia da talpa, e piuttosto si contentava di stare in ga-

lera tutta la vita, ché la prigione, in confronto, era un paradiso, e preferiva tornarci coi

suoi piedi.

- Allora perché tutti quelli che lavorano nella cava non si fanno mettere in prigione? -

domandò "Malpelo".

40 - Perché non sono "malpelo" come te! - rispose lo "Sciancato". - Ma non temere, che

tu ci andrai! e ci lascerai le ossa! -

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 9

Invece le ossa le lasciò nella cava, "Malpelo" come suo padre, ma in modo diverso.

Una volta si doveva esplorare un passaggio che doveva comunicare col pozzo grande a

sinistra, verso la valle, e se la cosa andava bene, si sarebbe risparmiata una buona

metà di mano d'opera nel cavar fuori la rena. Ma a ogni modo, però, c'era il pericolo di

smarrirsi e di non tornare mai più. Sicché nessun padre di famiglia voleva avventurar-

5 cisi, né avrebbe permesso che si arrischiasse il sangue suo, per tutto l'oro del mondo.

"Malpelo", invece, non aveva nemmeno chi si prendesse tutto l'oro del mondo per la

sua pelle, se pure la sua pelle valeva tanto: sicché pensarono a lui. Allora, nel partire,

si risovvenne del minatore, il quale si era smarrito, da anni ed anni, e cammina e cam-

mina ancora al buio, gridando aiuto, senza che nessuno possa udirlo. Ma non disse

10 nulla. Del resto a che sarebbe giovato? Prese gli arnesi di suo padre, il piccone, la zap-

pa, la lanterna, il sacco col pane, il fiasco del vino, e se ne andò: né più si seppe nulla

di lui.

Così si persero persin le ossa di "Malpelo", e i ragazzi della cava abbassano la voce

quando parlano di lui nel sotterraneo, ché hanno paura di vederselo comparire dinanzi,

15 coi capelli rossi e gli occhiacci grigi.

Giovanni VERGA, Rosso Malpelo pagina 10

LUDOVICO ANTONIO MURATORI

Muratori nacque nel 1672 da genitori contadino enalfabeti, che si premurarono di

coltivare le doti intellettuali del figlio avvinadolo agli studi, infatti si laureò in lettere

umane presso i Gesuiti, in filosofia e in diritto . L'incontro con Benedetto Bacchini gli

diede la possibilità di impadronirsi di tecniche per lo studio di documenti antichi. Ciò

gli diede la possiiblità, nel 1695, di accettare l'incarico, di Carlo Borromeo, di dottore

della Biblioteca Ambrosiana. Questa attività segna l'inizio della sua carriera di

ricercatore ed editore di documenti storici.

Scopo di Muratori è di mettere in atto un nuovo costume letterario capace di

esprimere allo stesso tempo esigenze estetiche morali e civili, considerato una

premessa indispensabile per un progresso civile ed economico. Scopo dell'impegno

intellettuale è la revisione critics delle certezze tradizionali in nome della razionalità.

Come archivista Muratori cerca di dimostrare la valenza politica del lavoro di

erudizione storiografica, proprioper questo motivo mette in atot un progetto molto

ambizioso → raccolta di tuttele fonti reperibili negliarchivi italiani che per,ettessero

di ricostruire, su basi attendibili e sicure, la storia politica e civile dell'Italia, nel

periodo che va del 500 al 1500. la revisione e la catalogazione di tale lavoro

impegneranno lo studioso dal 1721 fino alla morte, avvenuta nel 1750. E' a questo

lavoro che è legata la fama di Muratori.

Per concludere l'opera storiografica di Muratori del Medio Evo restituisce, a

quest'eèpoca considerata fino a quel momento barbara e indegna di attenzione, le sue

caratteristiche principali.

OPERE →

Da Della perfetta poesia italiana Emozioni, fantasia e intelletto

Da Del governo della peste e delle maniere di guardarsene Gli untori: quali

prove della loro esistenza?

DAL LBRO → FOTOCOPIE

ROMANTICISMO

QUADRO DI RIFERIMENTO

La parola romantic compare per la prima volta in Inghilterra verso la metà

del ‘600 e veniva usata in senso dispregiativo per indicare ciò che era

fantastico, assurdo e falso negli antichi romanzi cavallereschi. Nel ‘700,

quando invece si tende a dare importanza alla fantasia nell’arte, il termina

viene utilizzato per indicare << ciò che è atto a dilettare l’immaginazione

>>, poi, successivamente, viene a disegnare non solo la scena oggettiva,

quindi

ma anche l’emozione soggettiva viene utilizzato a utilizzare uno

stato d’animo di nostalgia per ciò che è lontano, indefinito, sconosciuto, di

tensione verso l’infinito.

In Italia il movimento romantico si affaccia nel 1816, ma come abbiamo

già visto, le tendenze romantiche erano in atto in Europa già da tempo, e

anche in Italia certi fenomeni culturali, che possono rientrare nell’ambito

romantico erano presenti prima di quella data, basti pensare all’età

napoleonica e a Foscolo ( preromanticismo) .

Il termine Romanticismo può essere usato come categoria storica , oppure

a designare un determinato movimento; determinati scrittori, non fecero

parte di movimenti romantici o addirittura li avversrono, possono

comunque essere considerati romantici nell’accezione più larga del

termine, in quanto parte di una visione del mondo e di tendenze di gusto di

quel determinato periodo storico.

Il Romanticismo, quindi, investe tutti gli aspetti della civiltà occidentale

della fine del ‘700 alla metà dell’800. proprio per questo motivo, darne una

definizione sintetica è impossibile e scorretto, perché un intero periodo

storico, nelle sue infinite manifestazioni, non può essere chiuso in una

formula.

Inoltre bisogna ricordare che il Romanticismo, come tutte le altre categorie

culturali, sono processo di un’astrazione il realtà il Romanticismo non

esiste, ma esistono scrittori, pensatori, artisti romantici; solo partendo da

tali personaggi e astraendo le loro caratteristiche comuni si può giungere a

costruire la categoria storica generale.

Partendo dai denominatori comuni, nella cultura romantica, in particolare

nella poesia, nella letteratura , nell’arte di questo periodo, trionfano delle

tematiche negative : angoscia, dolore, malinconia, inquietudine, paura,

infelicità individuale, delusione, disgusto, rifiuto della realtà, il

vagheggiamento della morte, il fascino del mistero. Si tratta di motivi che

erano sempre comparsi nelle letterature di tutte le epoche, ma mai avevano

dominato così totalmente il panorama delle cultura.

Bisogna tener presente che questo periodo è segnato da molte

trasformazioni, che sconvolgono assetti secolari, nelle istituzioni politiche,

nell’organizzazione eponimia e sociale, nei sistemi delle idee.

Innanzitutto vi è la rivoluzione politica, che dalla Francia, si apre a tutta

l’Europa crollala monarchia assoluta di diritto divino e il re viene

ucciso; si afferma un principio, di sconvolgente novità la fonte della

sovranità è il popolo; alle idee di autorità e gerarchia si contrappongono

le idee di libertà e di uguaglianza.

Oltre a quella politica, bisogna ricordare un’altra rivoluzione, quella

economica determinata dall’industrializzazione cominciata in

Inghilterra, verso la metà del ‘600, si estende, nel corso dell’800 agli altri

paesi europei. cambia il rapporto città – campagna e sorgono nuove

città industriali; di conseguenza entra in crisi il lavoro artigianale e muta la

forma stessa di lavoro, che diviene sempre più spersonalizzato e alienato.

 E’ una rivoluzione, quindi della vita umana di proporzioni mai viste

prima, nel giro di pochi decenni il mondo cambia più radicalmente di

quanto non fosse mutato nell’arco dei millenni precedenti.

I mutamenti creano forti contraddizioni, che generano tensione paura nella

coscienza collettiva.

Lo sviluppo industriale è considerato come uno stregone che non è più in

grado di governare le forze che lui stesso ha generato.

La nuova realtà aggredisce ance la natura, che prima era considerata sacra,

come una sorte di Madre inviolabile ; così al senso di colpa, nella

coscienza collettiva, per aver abbattuto gli istituti politici e sociali

tradizionali, si associa il senso di colpa oscuro , quello di aver violato la

madre natura.

La letteratura, del ‘700 e ‘800 sembra interpretare le paure, le ossessioni,

le angosce della sua età. È opinione diffusa che il Romanticismo abbia le

sue radici storiche nella delusione del razionalismo illuministico e delle

speranze della Rivoluzione francese. Ma in realtà le tendenze romantiche,

in particolar modo quelle negative, erano già in atto prima della

Rivoluzione. Si può dunque affermare che il Romanticismo, nel suo vasto

processo complessivo, sia l’espressione non solo della delusione storica

dell’Illuminismo e della Rivoluzione, ma di tutto il grande mondo di

trasformazione di quella età. Quindi la delusione storica non è che è uno

dei momenti di quel processo, che ha radici più profonde e più lontane.

La figura dell’intellettuale, in passato, aveva la funzione di elaborare

l’ideologia dei gruppi dominanti e di mediare il consenso verso il potere.

Ora, con l’avvento del nuovo sistema borghese, l’intellettuale perde la sua

posizione privilegiata. Non sempre proviene dall’aristocrazia o dal clero e

può godere di una rendita. Normalmente deve trovare occupazione per

vivere e sono spesso occupazioni poco remunerate o poco di prestigio

sociale. Ciò genera in lui frustrazione, rabbia, risentimento verso la

società. Il suo punto di vista non è più quello della classe dominante, e

inoltre è portatore del valore della bellezza disinteressata. In questo

periodo dominano nella società altri valori, l’utile, il calcolo razionale, la

produttività, che sono negazione del bello disinteressato. In questo

panorama l’artista è visto come un individuo improduttivo, inutile o come

colui che ha solo il compito di intrattenere e di divertire. egli si sente

quindi inutile, incompreso e umiliato e lo induce ad atteggiamenti di

rivolta e rifiuto dei valori correnti.

Un altro motivo di conflitto è originato dall’instaurarsi del mercato dei

prodotti intellettuali l’opera d’arte diventa una merce che si scambia

sul mercato, che ha un prezzo. Anche questo offende l’artista: la sua opera

è il prodotto della sua genialità creativa, e quindi non ha prezzo, il suo

valore è incommensurabile.

Non solo ma se l’artista vuole vendere le sue opere, deve assecondare i

gusti di quel pubblico che egli disprezza. Questo rapporto con il mercato

accresce ancora di più la posizione conflittuale dell’artista e il suo senso

di estraneità.

In effetti, accanto alle tematiche negative estreme, esistono tematiche più

moderate, che testimoniano un rapporto con la realtà presente non

conflittuale ma di compromesso, dove l’oscuro impulso di rivolta si

manifesta in forme simboliche come l’evasione nel sogno. 

Il rifiuto romantico si indirizza in primo luogo contro la ragione si

presenta come esplorazione dell’irrazionale, di quella parte della realtà

oscura.

L’età dell’Illuminismo razionalistico si riconosceva nell’immagine della

luce “i lumi”; il Romanticismo, invece, la notte, le tenebre che sono

metafore dell’irrazionale. Questa esplorazione dell’irrazionale si manifesta

in un’attenzione per i sentimenti e per la passionalità, ma soprattutto per

gli stati della psiche che escono dalla normalità razionale : il sogno, la

fantasticheria, l’ebbrezza, l’allucinazione, la follia. In particolar modo il

sogno e la follia sono due grandi motivi romantici.

Questa esplorazione dell’irrazionale dà origine ad un soggettivismo

esasperato il romantico tende a sprofondare nell’interiorità, concepita

 

come unica realtà esistente il mondo esterno non esiste. queste

ultime caratteristiche si traducono in una tensione verso l’infinito, in

un’ansia mistica di superare le barriere del reale per attingere Ad una realtà

più vera che è al di là di esse.

In base a quanto scritto fino a d adesso, possiamo affermare che il

Romanticismo segna un netto ritorno alla spiritualità e alla religiosità, che

si manifesta nell’i9ndagare un’altra dimensione sovrannaturale, facendo

ricorso alle scienze occulte, alla magia, all’alchimia. In questa dimensione

il male esercita un fascino prepotente sull’anima romantica. Infatti vi è un

filone del Romanticismo che ama creare atmosfere orrorose e allucinate.

Oltre alla fuga nell’interiorità e nella dimensione del sovrannaturale, si ha

anche una fuga nel tempo e nello spazio attraverso l’immaginazione e al

esotismo.

fantasticheria Si può avere un esotismo spaziale che consiste

nel vagheggiare luoghi lontani e ignoti; esotismo temporale, che invece

consiste nel trasferirsi in altre epoche diverse dal presente. Alla base

dell’esotismo vi è il rifiuto della realtà presente.

Uno dei miti prediletti del Romanticismo è quello del’infanzia, visto come

un paradiso perduto dell’innocenza, in cui il sogno è l’immaginazione

sostituiscono la realtà squallida con una più bella.

Il rifiuto e i conflitto tendono a d esprimersi anche attraverso le figure

eroiche, c’è una duplice forma di eroe : il ribelle che orgoglioso della

sua superiorità spirituale e della sua forza, si erge a sfidare ogni autorità,

ogni legge, ogni limite, per affermare la sua libertà e la sua individualità

 

questo atteggiamento viene definito titanismo; oppure la vittima

colui che per la sua superiorità è reso diverso e per questo incompreso ed

escluso, senza mia riuscire a tradurre in azione tale rifiuto, esprime ciò con

la solitudine, la contemplazione della propria impotenza e della propria

sconfitta, il vagheggiamento della morte, fino all’estremo gesto del

suicidio vittimismo.

Da questi due atteggiamenti nascono delle figure mitiche:

il nobile fuorilegge spinto dalla sua sete di libertà calpesta ogni

- legge, compiendo anche terribili delitti, per questo è destinato ad

essere gravato dal peso di un’oscura maledizione. esempio

Lucifero. 

La figura dell’esule ed dello straniero l’uomo senza radici ,

- 

costretto a vagare senza sosta a causa di un destino avverso.

rappresentante poeta genio dotato di sensibilità e intelligenza

superiori, proprio per questo non può essere compreso e resta escluso

dalla società.

Alla tematica negativa è stato contrapposto un Romanticismo positivo,

quello teso ai grandi ideali, all’impegno civile e patriottico. In effetti il

Romanticismo avverte molto il senso della nazione; anzi si può dire che

il concetto di nazione inteso in senso simbolico e culturale, nasca con il

Romanticismo ogni nazione è vista come un’anima che

contraddistingue la sua identità e lo spirito del popolo quest’anima si

è formata attraverso le vicende storiche che quel popolo ha vissuto, per

questo motivo la storia passata è considerata un patrimonio prezioso,

perché attraverso essa la nozione costruisce la propria identità. Ma

anche l’aspirazione all’ideale è un rifiuto, una negazione della società

moderna.

La concezione dell’arte e della letteratura

La poetica classicistica si fondava sul principio di imitazione della natura.

 siccome la natura è immutabile, lo è anche l’arte. Una volta raggiunto il

culmine di perfezione, non resta che creare di riprodurlo; da qui deriva

il concetto di imitazione letteraria : comporre significa imitare dei modelli

consacrati. Il poeta deve avere un’ispirazione personale, ma deve anche

seguire delle regole precise, come quelle retoriche, della metrica. Quindi la

composizione letteraria è controllata dalla ragione.

Gli atri criteri generali sono l’idealizzazione ( realtà concrete vanno

sostituite con forme perfette, astrazioni) e la selezione(è escluso ciò che

non corrisponde al bello). Si ha in questo modo una netta separazione

degli stili, non devono essere mescolati nella stessa opera. 

Invece la poetica romantica rifiuta regole, modelli e generi la poesia

non è esercitazione razionale ma è libera ispirazione individuale; la poesia

è vista come follia divina. Di conseguenza l’arte non è imitazione, ma

espressione della soggettività libera e irripetibile dell’individuo.

Legata a questa idea dell’arte come espressione della spontaneità

individuale è quella della molteplicità dei gusti a seconda delle condizioni

storiche, sociali, culturali, che nega il concetto classico di canoni esterni e

immutabili del bello. L’arte muta nel tempo ed esprime i gusti e i valori di

determinate epoche. di qui l’idea che la poesia debba rispondere a ciò

che è presente nella coscienza e nei sentimenti di un popolo in un

determinato momento storico.

Il movimento romantico in Italia

L’occasione che portò alla formazione di un movimento romantico in Italia

fu la pubblicazione di un articolo di Madame de Stael , nel gennaio 1816,

intitolato “ sulla maniera e l’utilità delle traduzioni”. L’autrice di questo

articolo disapprovava la decadenza della cultura italiana ed invitava gli

italiani a uscire dal loro culto del passato aprendosi alla letteratura europea

moderna. L’articolo suscitò subito delle violente razioni da parte dei

classicisti --> ribadirono il carattere immutabile ed eterno dei principi

artistici degli antichi, degni di perenne imitazione; questi classicisti erano

anche mossi da sentimenti patriottici difendere le tradizioni culturali

italiane perché temevano che potevano essere snaturate dall’influsso delle

correnti europee di quel periodo.

Alcuni intellettuali, invece, erano aperti alle innovazioni e pronti ad essere

definiti romantici , possiamo ricordare Giovanni Berchet, Pietro Corsieri,

Ludovico di Breme. Nel 1818 il groppo di intellettuali diede vite ad un

giornale “il Conciliatore” che doveva diventare il portavoce

delle nuove idee letterarie, ma si proponeva anche finalità di progresso

civile. Però per queste sue tendenze progressiste e liberali venne censurate

e la pubblicazione cessò nel 1819.

I romantici affermavano l’esigenza di una cultura moderna che non si

rivolgesse solo ai letterati , ma ad un pubblico più vasto , il popolo; ma per

fare questo dovevano essere capaci di suscitare interesse al pubblico

popolare, e per far questi si necessitava di forme letterarie nuove ed un

linguaggio che fosse in grado di comunicare i nuovi argomenti al pubblico.

Per fare questo era anche necessario abbandonare il linguaggio aulico ( di

corte) e liberarsi delle regole e dei generi.

I romantici, quindi respingevano le posizioni dei classicisti , ma erano

anche lontani dalle posizioni estreme dei romantici europei ; le loro

posizioni erano molto moderate, il loro obiettivo era quello di ispirarsi al

vero, e quindi non erano inclusi i concetti e argomenti riguardanti la

fantasia, l’irrazionale, tipici del Romanticismo europeo; il loro fine era

quello di diffondere idee e principi contribuendo al progresso sociale.

Le differenze tra il Romanticismo europeo e quello italiano, hanno delle

regioni di fondo il Romanticismo straniero era già espressione di una

lacerazione interna alla coscienza europea. In Italia data l’arretratezza sul

piano economico e sociale, tali lacerazioni non erano ancora presenti, il

nostro Romanticismo era espressione di un movimento costruttivo, di

crescita della società italiana. Lo scrittore italiano non era ancora in

conflitto con la società. Quindi non dobbiamo considerare il Romanticismo

italiano come una seconda fase dell’Illuminismo , il movimento ha

caratteri nuovi i romantici possiedono un nuovo sesno della storia

guardano in modo diverso il passato, poi hanno come pubblico referente i

popolo e non solo la borghesia.

Inoltre dobbiamo affermare che tra l’Illuminismo del “Caffé” e il

“conciliatore” del Romanticismo c’è di mezzo la Rivoluzione francese e

l’età napoleonica.

Generi letterari

- la poesia : in campo europeo il Romanticismo segna una vera e

propria rivoluzione poetica introducendo un nuovo modo di intendere la

stessa poesia, non più come adeguazione a modelli e regole, ma come

espressione dell'intimo e della soggettività. Tutto ciò porta alla

discussioni su tematiche del tutto nuove e ad un'esplorazione di zone

inedite del reale, come quelle della psiche o del mistero che circondano

l'uomo. →

Nasce anche un nuovo linguaggio lirico del tutto nuovo nella

nostra letteratura solo la poesia di Leopardi e di Foscolo, pur

restando nei moduli classici, attinge alla potenza evocativa della

lirica europea; invece la poesia di Manzoni non appartiene alla lirica,

ma si colloca in un altro genere di poesia, vicino alla narrativa.

La poesia letteraria è principalmente patriottica lo scopo è

incitare alla lotta, esaltare le glorie del passato, diffondere i valori

fondamentali, come l'amore per la patria, la fratellanza nazionale, la

libertà. Visto che il suo intento è quello di fare presa sui lettori,

questa poesia punta anche ad un linguaggio di popolare facilità; ma

in realtà non riesce a portare a compimento una e vera propria

rivoluzione del linguaggio poetico, avvicinandolo al linguaggio

quotidiano.

Accanto alla poesia patriottica, possiamo collocare anche la poesia

satirica fissare tipi e macchiette della società contemporanea.

Due generi poetici molto diffusi e popolari dell'età romantica furono

la novella in versi e la ballata. La prima è un componimento di tipo

narrativo che predilige movimenti sentimentali, tesi a suscitare la

commozione del pubblico ( utile a tal fine erano gli amori infelici

con fine tragedia). La ballata, invece, nasce dall'imitazione delle

ballate popolari. Si tratta di un componimento di tipo narrativo, con

avvenimenti avvolti nel fantastico e nel leggendario.

Entrambi questi generi testimoniano la trasformazione della

letteratura alta in letteratura di massa.

Una e vera propria rivoluzione invece è portata dalla poesia

dialettale ( scrivere in dialetto) essi sono rivoluzionari non solo

perchè affrontano zone della realtà tradizionalmente escluse dalla

letteratura, ma anche per il punto di vista da cui quella realtà è

guardata.

- Il romanzo : nell'età romantica in Italia si diffuse un genere letterario

nuovo che divenne subito il genere più diffuso e più letto.

Inizialmente gli ambienti letterari tradizionalisti e classicisti guardavano al

romanzo con disprezzo, ritenendolo un genere di basso livello, adatto per i

lettori ignoranti e sprovveduti, quindi indegno di appartenere alla

letteratura vera e propria. Il romanzo non risponde a nessuno dei generi

narrativi tradizionali, ritenuti sacri e intangibile, ma pesavano su di esso

anche pregiudizi moralistici, per la pericolosità morale di una

rappresentazione troppo vicina ad una realtà piena di passioni. Tutti questi

pregiudizi erano dovuti al clima stagnante della cultura italiana, ancora

attaccata alla tradizione del passato.

Manzoni, invece si dimostra convinto del fatto che il romanzo abbia

dignità pari a tutti gli altri generi letterari, infatti usa proprio il romanzo

come strumento espressivo della sua visione del mondo e per realizzare il

suo ideale di letteratura. 

Il romanzo si afferma in Italia attraverso il romanzo storico si

proponeva di offrire un quadro di una determinata epoca del passato

illustrando non solo i grandi avvenimenti politici e storici ma anche i loro

effetti nella vita privata, i costumi, la mentalità, i modi di vivere della

gente comune.

In Italia la fioritura del romanzo , sotto forma di romanzo storico, si ha nel

1827, quando Manzoni pubblica “i promessi sposi” e molti altri.

Il pubblico italiano aveva fame di romanzi , nuovo genere letterario per

eccellenza, non più composto da letterati ma da lettori comuni. Costoro

erano conquistati dalla forma narrativa in prosa, inoltre i personaggi si

immedesimavano nei personaggi principalmente potevano leggere una

prosa comprensibile.

la memorialistica : la letteratura italiana dell’800 è ricca di opere di

- 

carattere memorialistico autobiografie, memorie, diari,

testimonianze. Si tratta sempre di opere narrative ma rispetto al

romanzo i racconti che vengono narrati sono esperienze realmente

vissute. ( un esempio “le mie prigioni” di Silvio Pellico)

- lingua letteraria e lingua d’uso ai primi dell’800 in Italia

mancava ancora una lingua comune a differenza degli altri paesi

europei.

La lingua italiana aveva le sue origini nel fiorentino trecentesco usato

dai grandi scrittori come Dante, Boccaccio e Petrarca ed era solo

utilizzata dall’elite colta, la lingua d’uso era il dialetto locale.

Le cause di questo ritardo dell’unità linguistica italiana erano diverse :

1) la divisione politica della penisola; 2) la scarsa diffusione

dell’istruzione e l’alto livello di analfabetismo.

Il dominio napoleonico, unificando gran parte del Nord Italia aveva

dato il primo impulso all’unificazione linguistica.

Negli anni della Restaurazione e del Risorgimento il formarsi di una

coscienza nazionale propone anche l’urgenza di una lingua che

accomuni tutti gli italiani in qualsiasi contesto e per qualsiasi

comunicazione. È proprio Manzoni a porre il problema e a suggerire la

soluzione il fiorentino essendo una lingua viva, realmente perlata,

completa e che offre tutti i termini e i costrutti per ogni tipo di

comunicazione.


PAGINE

48

PESO

404.06 KB

AUTORE

Sara F

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della formazione primaria
SSD:
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Viti Cavaliere Renata.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Letteratura italiana

Scritture della modernità
Appunto
Letteratura Italiana - Verga appunti
Appunto
Rosso Malpelo, Verga - Riassunto, prof. Zoppi
Appunto
Luna e i falò
Appunto