Marlowe
Non vi è nessuna testimonianza circa la data esatta di nascita di Christopher "Kit" Marlowe; sappiamo solo che il futuro poeta e drammaturgo nasce a Ospringe, un villaggio vicino a Canterbury, nel Kent (Inghilterra) nel mese di febbraio del 1564; il 26 dello stesso anno viene battezzato presso la chiesa di St. George the Martyr di Canterbury. Dopo i primi studi trascorsi a Canterbury, diviene borsista a Cambridge nel 1581, dove si laurea nel 1587. Risale a questo periodo il suo reclutamento nei servizi segreti per difendere il regno di Elisabetta. Giunto a Londra nel 1587, continuò a lavorare come spia per il governo e cominciò a scrivere per il teatro.
Christopher Marlowe muore il 30 maggio 1593 a soli 29 anni, ucciso in una taverna di Depford (a Londra) durante una rissa sorta per il pagamento del conto anche se esiste il dubbio che il suo omicidio sia legato all’attività di agente segreto.
Temi ricorrenti nei drammi di Marlowe
- La sete di potere, legata alla grandezza politica, alla conoscenza infinita o all’immensa ricchezza.
- L’aspirazione al superamento dei limiti umani in modo da raggiungere la condizione di super uomo.
- La ribellione contro le restrittive istituzioni.
- L’ambizione illimitata, libera da ogni senso di moralità.
- Il senso finale della solitudine, che supera l’eroe tragico quando realizza che il potere infinito è irraggiungibile.
- L’ideale della bellezza.
Caratteristiche delle opere di Marlowe
Le principali caratteristiche delle sue opere possono essere raggruppate come segue:
- I suoi personaggi sono visti da un solo aspetto, nella loro orgogliosa ribellione contro i limiti umani, mostrano una feroce e passionale esaltazione. In Edward II, inoltre noi assistiamo ad un profondo studio del personaggio umano, una costruzione abile con più fasi d’azione.
- Egli ha migliorato il blank verse composto da righe che potevano stare da sole, terminanti con un’ accento monosillabico. Evitava la monotonia variando gli accenti, rompendo le righe con pause ritmiche facendo seguire il verso al soggetto.
- Egli donò unità e forma al dramma, seguendo una logica tendenza, dall’iniziale ricerca del potere, al climax di ambizione e infine distruzione, non isolando le scene rimaste ma l’intera parabola della vita dell’uomo.
- Apprezzò gli effetti del colore e, come un pittore, descriveva la brillantezza di una pietra preziosa, il colore porpora della seta, lo scintillio dell’oro.
- Egli era un uomo appassionato e il suo linguaggio è qualche volta enfatico, ricco di iperboli e anche lussuoso, sebbene guidato da un profondo istinto artistico.
Ateo, schernitore della religione, ammiratore di Machiavelli, Marlowe negli anni universitari, si impegnò nelle traduzioni degli "Amori" di Ovidio e della "Farsalia" di Lucano. Forse dello stesso periodo di queste traduzioni è la sua prima opera drammatica, "La tragedia di Dido regina di Carthago" (The tragedy of Dido queen of Carthage, 1586) che esprime un classicismo ancora accademico.
Opere principali
Il primo vero grande successo teatrale lo deve all’opera intitolata Tamerlano il Grande (Tamburlaine the Great) che è divisa in due parti. La prima racconta la storia eroica del pastore sciita Tamerlano che con i suoi soli meriti assurge al rango di imperatore del mondo. La seconda, scritta in seguito all’entusiasmo del pubblico elisabettiano per la prima, mostra altri eccessi e orrori, soprattutto dopo la morte dell’amante di Tamerlano moglie di Zenocrate. Tamerlano è il primo dei grandi eroi di Marlowe, un vero super uomo impossessato e distrutto dalla sua sete di potere. Non si tratta di un personaggio inventato ma di un personaggio storico, le vittorie descritte sui potenti nemici dovevano far risuonare nelle orecchie del pubblico la vittoria appena conseguita sulla Spagna.
Mentre in Tamburlain l’autore descrive la conquista del potere politico e fisico, in Doctor Faustus, un’altra delle sue più famose opere, ci racconta del potere attraverso la conoscenza. La storia non era inventata ma prendeva spunto dalla storia vera di Georg Faustus. Studioso avido e scontento, rifiuta il sapere accademico e la teologia cristiana di Wittenberg e si avventura nei sentieri pericolosi della nuova scienza. E siccome la scienza è in contraddizione con gli ideali teologici dell’epoca, Faustus assume le sembianze di un negromante che vende la sua anima al diavolo in cambio della conoscenza dei cieli e della terra proibita dalla dottrina cristiana, provando per un attimo un realizzato desiderio di onnipotenza ma in realtà non ottiene nessun potere. Nel monologo finale Faustus affronta la morte e la dannazione che spetta al filosofo miscredente e prima di morire abbraccia Elena di Troia, simbolo della Sapienza.
Se Tamburlaine desidera il potere, Faustus la conoscenza, Barabas rappresenta l’ebreo desideroso di soldi. Barabas è il protagonista di un’altra opera molto famosa di Marlowe, ossia The Jew of Malta (L’ebreo di Malta). È la storia di un ricco e avido mercante escluso dalla comunità politica dell’isola di Malta, facile metafora della Londra mercantile. Privato della sua ricchezza dal governatore Ferneze, Barabas crea una serie di trame sotterranee allo scopo di vendicarsi di lui e di tutta la popolazione dell’isola. Finisce male per Barabas, che commette una serie di omicidi, diventa l’incarnazione dell’avidità dell’insorgente capitalismo. L’intreccio tra teologia e politica è qui evidente, e un’analisi più attenta scopre velate allusioni alla subdola e cinica politica dei servizi segreti a cui Marlowe prese parte.
Un’altra opera molto importante di Marlowe è Edward II, il suo unico dramma storico, quest’ultima racconta la vicenda di un re inglese del 300 che perde il trono a causa di un amore doppiamente trasgressivo per un uomo socialmente inferiore. L’amore assoluto che attrae Edward e Gaveston l’uno verso l’altro sembra confermare le insinuazioni sull’omosessualità di Marlowe. Ma il fatto stesso che quest’opera non subì nessuna censura dimostra che l’omosessualità non veniva ritenuta un peccato capitale, e benché fosse condannata per motivi religiosi, raramente veniva perseguita sia socialmente che giuridicamente.
L’amore che unisce i due protagonisti di questo dramma storico ha le caratteristiche dell’amore greco che troviamo in Hero and Leander. Marlowe riprese la storia di Ero e Leandro dalle Heroides di Ovidio. Ero è la sensualissima e casta sacerdotessa del tempio di Venere che suscita un amore fatale capace di uccidere. Solo Leandro riesce a congiungersi con lei dopo aver attraversato a nuoto le pericolose acque del mare Ellesponto. La storia di Marlowe finisce col felice amplesso dei 2 amanti, ma il mito parla della tragica morte di Leandro nell’Ellesponto nel tentativo di raggiungere Ero. Il poemetto rimase incompleto furono aggiunte solo in seguito altre quattro sestiadi restituendo al poemetto la conclusione tragica della leggenda.
Shakespeare
William Shakespeare nacque a Stratford upon Avon nel 1564, frequentò la grammar schools di Stratford dove imparò il latino e il Greco. Nel 1582 sposò Anne Hathaway e da lei ebbe tre figli. Sappiamo inoltre che come molti giovani ambiziosi del suo tempo, Shakespeare andò a Londra per cercare la sua fortuna che non tardò ad arrivare. Diversi documenti del 1592 ci informano del successo di Shakespeare in ambito teatrale: sappiamo che sue opere sono già state rappresentate dalle compagnie dei conti di Derby, di Pembroke e del Sussex; si ha notizia, inoltre, della rappresentazione il 3 marzo 1592 della prima parte dell’Enrico VI.
La fama di Shakespeare era in ascesa vertiginosa, tanto da attirarsi le gelosie dei colleghi più anziani: proprio in quest'anno Robert Green gli dedicò la celebre invettiva: “una cornacchia venuta dal nulla, abbellita dalle nostre piume”. Inizialmente Shakespeare lavorò come attore ed al 1594 cominciò a scrivere per la compagnia dei Lord Chamberlarlain’s Men che poi si chiamerà King’s Men. Per queste compagnia scrisse almeno 2 drammi all’anno e con gli ingenti profitti ricavati Shakespeare comprò una casa nella sua città natale dove morì nel 1616.
Nessuno dei drammi arrivati fino a noi esiste in manoscritto, poiché in quel periodo si era soliti scrivere per le circostanze immediate della rappresentazione, per l’applauso del pubblico e non per la stampa. Tuttavia il testo canonico a cui si fa generalmente riferimento è il famoso First Folio, pubblicato da due attori della compagnia di Shakespeare, indirizzato alla grande varietà dei lettori e che contiene tutti i drammi shakespeariani a eccezione di Pericles e The Two Noble Kinsmen.
Drammi storici
Inizialmente, come era tradizione in età elisabettiana, Shakespeare collaborò con altri drammaturghi alla stesura delle sue prime opere; tra queste vi sono Tito Andronico, della quale un drammaturgo di fine Seicento disse "egli si è limitato soltanto a perfezionare con il suo magistrale tocco uno o due dei personaggi principali". I due nobili congiunti, scritta in collaborazione con John Fletcher, e Cardenio, andata perduta, hanno una documentazione sull'attribuzione a Shakespeare precisa.
Le prime opere di Shakespeare furono incentrate su Enrico VI; Enrico VI, parte I, composto tra il 1588 e il 1592, potrebbe essere la prima opera di Shakespeare, sicuramente messa in scena, se non commissionata, da Philip Henslowe. Al successo della prima parte fanno seguito Enrico VI, parte II, Enrico VI, parte III e Riccardo III, costituendo a posteriori una tetralogia sulla guerra delle due rose e sui fatti immediatamente successivi; queste furono in diversa misura composte a più mani attingendo copiosamente dalle Cronache di Raphael Holinshed, ma sempre più segnate dallo stile caratteristico del drammaturgo, descrivono i contrasti tra le dinastie York e Lancaster, conclusi con l'avvento della dinastia Tudor da cui discendeva la allora regnante Elisabetta I. Nel suo insieme, prima ancora che celebrazione della monarchia e dei meriti del suo casato, la tetralogia appare come un appello alla concordia civile.
Enrico VI (King Henry VI) è un dramma storico di William Shakespeare. Con quest'opera si apre, anche da un punto di vista semplicemente cronologico, la lunga e complessa produzione shakespeariana. Il dramma storico, basato sulla vita del monarca Enrico VI d'Inghilterra, si compone di altre due parti: l'Enrico VI, parte II e l'Enrico VI, parte III. È il dramma del potere, indagato nei suoi aspetti più torbidi e oscuri, vissuto come fatalità e maledizione. Il tema del peso del potere è un elemento centrale, che continua a svilupparsi nelle successive parti dell'opera.
Shakespeare, non ancora trentenne, dimostra di ben conoscere gli arcana imperii, i meccanismi segreti del governo e delle lotte di potere, le logiche spietate che presiedono alle alleanze e ai tradimenti, alle promesse di fedeltà eterna e ai repentini spergiuri, alle richieste di perdono o di pietà da parte dei vinti e alle sete di vendetta dei vincitori. Il sottofondo di ogni vicenda è quello eterno della lotta fratricida di Caino che colpisce suo fratello Abele (evocata esplicitamente da Winchester nella scena terza del primo atto) e delle inevitabili tristi conseguenze che questo delitto originario riproduce nella storia senza mai trovare redenzione.
Nella prima parte assistiamo alle celebrazioni per la morte prematura di Enrico V (padre di Enrico VI), grande re e condottiero, che con la battaglia di Azincourt (1415) aveva piegato a sé la Francia e poi riconquistato alla corona inglese tutta la Normandia. L'evento inatteso inaugura per l’Inghilterra un periodo di incertezza e di torbidi politici. Ma la ribellione e la riscossa delle forze francesi, alla cui guida vediamo una figura di Giovanna d'Arco stranamente non valorizzata da Shakespeare sono solo la conseguenza esteriore, non la causa del problema; questa infatti va individuata in un fattore interiore, cioè nelle discordie, nell’odio, nelle rivalità meschine che crescono come una tumore negli animi della nobiltà inglese e da qui si trasmettono nel popolo.
Storicamente, questi torbidi sono rappresentati dalla cosiddetta Guerra delle due rose, e appunto nella scena 4 del secondo atto viene descritta plasticamente l’origine di tale rivalità tra le opposte fazioni degli York e dei Lancaster, in una contesa che si protrarrà sanguinosamente per oltre trent’anni. Sullo sfondo di questa crisi drammatica, Enrico VI è il re, ma la sua figura è quella di chi il potere regale lo subisce invece che esercitarlo.
Enrico VI è giovane e non ama la guerra; la sua indole meditativa ed introversa, come egli stesso ammette lo rende inadatto al suo ruolo, dati i tempi; la sua figura tragica è quella di chi vive credendo nella buona fede di quelli che lo circondano, sicuro che tutti siano come lui e quindi vogliano il bene e rifiutino sempre e comunque il male. Ma il mondo non funziona così.
Persino la sua intimità, la sua vita sentimentale è pregiudicata dall’inganno, quando il conte Suffolk gli propone in matrimonio la bella Margherita, di cui però egli stesso è invaghito e di cui si propone di fare la sua amante nonché la leva del suo potere, una volta condottala alla corte d’Inghilterra dalla nativa Francia.
Riccardo III è l'ultima delle quattro opere teatrali nella tetralogia minore di William Shakespeare sulla storia inglese: conclude un racconto drammatico cominciato con le tre parti di Enrico VI, culminando con la sconfitta del malvagio re Riccardo III di York nella battaglia del campo di Bosworth alla fine dell'opera. Riccardo III è una drammatizzazione degli eventi storici recenti per Shakespeare, conclusi nel 1485, dopo la guerra tra le due famiglie dei Lancaster e degli York (Guerra delle due rose) e la presa di potere definitiva dei Tudor. Il monarca Riccardo III è descritto in modo particolarmente negativo disposto a tutto pur di avere la Corona.
Riccardo II (The Tragedy of King Richard the Second) è un dramma composto da William Shakespeare intorno al 1595 e basato sulla vita del re Riccardo II d'Inghilterra, ultimo dei Plantageneti. È la prima parte di una tetralogia, denominata in seguito Enrieide, a cui seguono le successive tre parti, dedicate ai successori di Riccardo: Enrico IV, parte 1, Enrico IV, parte 2, Enrico V.
La vicenda storica da cui Shakespeare trae il suo dramma è quella della ribellione dei Pari d'Inghilterra, che terminò con l'abdicazione del monarca e con la sua morte in prigione, assassinato. Il Riccardo II è l'opera che segna il passaggio graduale e insieme straziante da un'ottica medioevale ad una più moderna, e infatti è considerata essere la più tragica tra i drammi shakespeariani (laddove invece, con il suo lieto fine, l'Enrico V è considerato il dramma più vicino alle commedie).
Nel Riccardo II si assiste al passaggio da una concezione medioevale della regalità, in cui il sovrano (in questo caso Riccardo) era tale per diritto divino, per gratia dei, era l'unto dal signore e re taumaturgo, ad una visione più moderna della regalità che si fonda sul consensus gentium. Da una parte, quindi, un'investitura dall'alto del potere, il cui simbolo è appunto Riccardo, dall'altra un'investitura dal basso, il cui porta bandiera è l'avversario Enrico di Bolingbroke, futuro Enrico IV.
Nel dramma shakespeariano risuonano in tal modo eco di tradizioni passate: da una parte la teorica sostenitrice del potere calato dall'alto, cui fanno capo Sant'Agostino e Giovanni di Salisbury, dall'altro i pensatori che hanno sostenuto teorie in favore del potere dal basso, tra cui l'empirista Guglielmo di Ockham. Il paradosso del dramma è quindi compiuto: un sovrano che ha ricevuto il potere dall'alto (Riccardo) è costretto a cadere in basso e a deporre in favore di Bolingbroke, che, forte del consenso popolare e della spinta dal basso, arriva in alto sino al trono.
A coronamento di questa dinamica, intorno alla quale ruota l'intreccio, stanno tutta una serie di personaggi metaforici e situazioni allusive che testimoniano del declino sofferto e nostalgico dell'epoca medioevale e della confusione che accompagna questo momento di transizione. I tre zii di Riccardo, ad esempio, simboleggiano il Medioevo giunto al suo crepuscolo, laddove invece la celebre scena dei giardinieri che parlano allegoricamente del "giardino" dell'Inghilterra in rovina, fa capire che l'orizzonte storico sta incentrandosi anche sui ceti meno abbienti e che la società presente diviene più eterogenea e stratificata.
Le due parti di Enrico IV proseguono una riflessione sulla legittimità della corona. Questa volta però non si tratta di mettere in luce la vulnerabilità del potere di fronte alla forza travolgente della storia, ma di indagare nella formazione di un futuro re. Perché protagonista della storia non è tanto il re che da il potere ma il principe Hal che diventerà il futuro Enrico V. Certo l’azione principale è occupata dalla storia dei potenti ma questa è affiancata e parodiata dalla storia di Hal e dei suoi amici, soprattutto Falsaff, il più celebre personaggio comico di Shakespeare. È questo contrappunto tra basso e alto, epico e comico che ha reso le due parti di Henry IV giustamente famose.
La continuità delle due storie è assicurata dal rapporto affettuoso che il principe Hal intrattiene con l’amico Falstaff. Questo rapporto è solo apparentemente alla pari, poiché nella scena finale della seconda parte del dramma il re appena incoronato ripudierà l’amico. Enrico V conclude trionfalmente il ciclo dedicato alla formazione del principe, il re-eroe della nazione si è infine maturato liberandosi delle parti più basse di sé e del corpo sociale. Terminate le contese e le ribellioni interne, l’Inghilterra si accinge a consacrare il suo trionfo nazionale in terra.
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