Dalle origini alla fine del 600
Capitolo 1: La letteratura medievale
Gli inizi: Beowulf
Le invasioni degli Angli, dei Sassoni e degli Iuti nel V e VI secolo (che seguirono all’abbandono dell’isola da parte dei romani) importarono sulla terra Britannica una lingua del tutto nuova (di ceppo germanico) che prese il nome di old english. I primi poemi di questo periodo furono scritti appunto in old english. Fu scritto anche il primo poema europeo in lingua volgare, Beowulf, formato da 3182 versi. Scritto probabilmente tra la metà del VII secolo e la metà del IX secolo, Beowulf è un poema interamente pagano (appena attraversato da elementi cristiani). La storia ruota intorno a 3 combattimenti dell’eroe Beowulf (principe dei Geati) con 3 mostri (l’orco Grendel, la madre di Grendel che viene uccisa da Beowulf con l’aiuto di una spada magica e 50 anni dopo un drago dal fiato infuocato). L’eroe riesce a uccidere il drago ma viene anche lui ferito a morte. Prima di morire ordina che venga costruito un suo monumento vicino all’oceano. A metà tra epica cavalleresca e leggenda nordica, Beowulf rappresenta un mondo in cui la natura viene vista come un’oscura massa di segni incerti. La lotta con i 3 mostri è una lotta tra il bene e il male, tra il caos e l’ordine, tra l’oscurità e la luce.
Molto importante dal punto di vista politico e culturale fu la conquista normanna del 1066. Guglielmo il Conquistatore, duca di Normandia, sottomise la popolazione ma ne lasciò intatta la lingua e la struttura sociale. Alla morte del duca l’isola era praticamente trilingue: l’aristocrazia parlava il francese; la popolazione l’anglosassone (il middle english) e la Chiesa il latino. Erano le comunità religiose che in questa fase trasmettevano la cultura come avveniva nel resto dell’Europa. In quel tempo la letteratura devozionale scritta dagli ecclesiastici usava prevalentemente la prosa (e non il verso).
Il romanzo cavalleresco: "Sir Gwain and the Green Knight"
Il cavaliere è il protagonista della letteratura laica nel Medioevo. È in origine un soldato, ricco proprietario di un cavallo. La produzione di romanzi cavallereschi inizia a svilupparsi in Francia nel XII secolo (Chretien de Troyes); il cavaliere sempre solo si aggira in un mondo irreale (combatte mostri). In Inghilterra, il romanzo cavalleresco si sviluppa a partire dal XIII secolo seguendo 2 filoni principali: il ciclo bretone (che celebra la corte di re Artù e dei suoi cavalieri della tavola rotonda) e il ciclo carolingio (che celebra le imprese di Carlo Magno e dei suoi paladini). È il ciclo arturiano che viene riconosciuto come una tradizione inglese dentro la quale nasce nel XIV secolo il capolavoro, l’anonimo Sir Gwain and the Green Knight. Allo stesso poeta anonimo sono attribuiti Pearl, Cleanness e Patience.
Sir Gwain → scritto in middle english, adotta sofisticati versi alliterativi. Racconta la storia di un favoloso cavaliere verde che arriva alla corte di re Artù per lanciare una sfida (gioco della capitazione – gioco che ha origini nel mito celtico). La sfida è raccolta da sir Gwain (nipote di Artù) che spicca la testa del cavaliere ma non ne provoca la morte; il cavaliere ripete l’invito per l’anno successivo. Sir Gwain accetta ma non si tratterà più dello stesso gioco ma bensì di un triplice tentativo di seduzione da parte di una castellana per mettere a prova il codice d’onore. Sir Gwain supera la prova e dopo nella cappella verde il Cavaliere solo lo colpisce e non lo decapita. Gwain dunque incarna la resistenza dell’ethos cavalleresco cristiano.
Pearl → è un delicato poema-sogno (dream-poem) il genere più diffuso e importante del Medioevo insieme al romanzo cavalleresco. Il poema si apre su un giardino fiorito, dove il gioielliere (narratore e protagonista) è in ricerca di un gioiello perduto. Invece di trovarlo lui si addormenta e sogna con una donna bellissima che identifica con Perla, sua figlia che morì quando aveva 2 anni. Commosso vorrebbe raggiungerla ma lei si trova sull’altra sponda del fiume e rivela che ora è regina e sposa di Cristo. Alla fine il gioielliere si sveglia; deluso per la scomparsa della visione ma pieno di speranza per la sua stessa salvezza.
Langland
William Langland: forse un chierico; scrisse un solo poema, The vision of Piers Plowman (Piero l’aratore), sul quale lavorò tra il 1360 e il 1380. Il poema appartiene al dream-poem ma l’allegoria cristiana predomina. I 7250 versi sono ripartiti in un prologo e in 20 sezioni chiamate passus. Ogni passus corrisponde a una tappa del viaggio del protagonista ma non sembra esserci una meta finale. È un’opera aperta, senza una vera e propria conclusione. Il protagonista è Will (come William o come Volontà).
- 1° nucleo narrativo (prologo + i primi 7 passus) → viene presentata tutta la popolazione inglese, dalle classi più basse alle classi più alte, intenta alle faccende quotidiane. I primi passus affrontano tematiche quali il rapporto contraddittorio tra la corruzione della vita eterna e l’aspirazione alla vita spirituale.
- 2° nucleo narrativo → si forma intorno alla Vita di Dowell (Fai bene), Dobet (Fai meglio) e Dobest (Fai il meglio); quindi la questione è come fare bene, meglio e il meglio per ottenere la salvezza. Il fine non è l’ascesa ai cieli ma la discesa su questa terra del regno dei cieli attraverso la forma della Chiesa. In questa parte compare Piers, l’aratore che è l’incarnazione di Dio.
Chaucer
Geoffrey Chaucer → nacque a Londra tra il 1340/43 in una famiglia benestante. Sopravvisse al passaggio della Morte Nera (la peste che arrivò in Europa dall’Asia nel 1348). Si recò in Francia, Spagna e Italia per missioni diplomatiche. Morì nel 1400 e fu sepolto a Westminister, dove verranno sepolti i più grandi poeti inglesi. Lui fu uno degli primi a portare a dignità letteraria la lingua volgare. Nella sua opera Chaucer adottò l’inglese di Londra che si andava affermando come il principale dei dialetti inglesi.
Troilus and Criseyde (Troilo e Criseida) → è il primo capolavoro del poeta. Scritto tra il 1382 e il 1386, riprende il Filostrato (opera giovanile di Boccaccio). Chaucer conferisce alla leggenda un carattere vibrante e drammatico (Criseida tradisce Troilo con Diomede grazie a Pandoro, un zio invadente che riesce a manipolare emotivamente la ragazza). Il narratore non condanna la volubilità femminile ma prova pietà per lei che è tormentata dal suo stesso destino.
The Canterbury Tales (I racconti di Canterbury) → inizia a lavorare tra il 1386/87 e continuerà fino alla sua morte. Si tratta di una raccolta di racconti. Il prologo è il più celebre della letteratura inglese. Alcune parti sono scritte in prosa ma domina il verso (vengono usati i rhyme royal, strofe di sette decasillabi che rimano ababbcc). La novità dell’opera sta nell’organizzazione narrativa, nella cornice. Nel prologo si narra di un gruppo di 29 pellegrini a cui si aggiunge il pellegrino-narratore (personificazione di Chaucer) che si riuniscono un giorno d’aprile, nella Tabard Inn, una locanda nei pressi di Londra. Il capo del gruppo chiede ogni pellegrino narri 4 racconti (2 per l’andata e 2 per il ritorno) allo scopo di scacciare la noia.
Il progetto alla fine venne modificato e piuttosto che 120, i racconti sono solo 24, generalmente ordinati in 10 “frammenti”. Ogni frammento contiene 1 o più racconti (la struttura è simile al Decameron de Boccaccio ma con delle differenze). I pellegrini di Chaucer sono fisicamente in viaggio e sono uniti dalla consapevolezza della propria imperfezione. Vi sono rappresentate le 3 categorie tradizionali: i religiosi, gli aristocratici e i contadini. Chaucer usa la satira per quanto riguarda i personaggi. Un gruppo più cospicuo è rappresentato dai cosiddetti fabliaux (racconti comici, di ambientazione umile, dove furbizia e divertimento prevalgono su una rappresentazione di azioni virtuose. Il Miller’s Tale racconta il triangolo amoroso tra vecchio marito – moglie – giovane amante. Clerk’s Tale (gruppo di racconti con temi legati alla vita religiosa) riprende la storia della “paziente Griselda” che subisce le prove a cui la sottopone il marito. La ritrattazione finale ribadisce l’intenzione di abbandonare questa terra e di volersi occupare solo della vita eterna.
Il dramma medievale
Il teatro ha il suo inizio formale nei rituali liturgici latini della Chiesa, alcuni dei quali venivano recitati in volgare allo scopo di divulgare i contenuti della Bibbia alla popolazione illetterata. Queste drammatizzazioni avvenivano soprattutto nei giorni di festa e rappresentavano gli episodi cruciali della storia sacra, della creazione e della resurrezione di Cristo. Per esempio a Pasqua si metteva in scena l’episodio delle 3 Marie che si recano al sepolcro vuoto di Cristo. La Festa che sembra aver maggiormente stimolato il dramma religioso non liturgico fu il Corpus Christi (istituita ai primi del XIV secolo). Durante questa festa estiva, l’ostia consacrata veniva portata in processione lungo le vie della parrocchia. Le Guilds (corporazioni artigianale laiche) realizzavano dei tableaux vivants rappresentando episodi dell’Antico e del Nuovo testamento. Le scene venivano spesso sistemate su strutture mobili che spostandosi per le strade della città permettevano a tutti i cittadini di assistere all’intera sequenza.
Simili nel loro contenuto religioso ed esistenziale sono i morality plays. Qui non sono i cittadini i protagonisti ma compagnie di attori che usano come palcoscenico luoghi chiusi e contenuti come i cortili o atri delle case. Le storie non provenivano dall’Antico e dal Nuovo Testamento ma al loro centro c’è l’anima dell’uomo cristiano, in viaggio verso la salvezza (esempio: Everyman – dove il protagonista, appunto Ognuno, rappresenta l’umanità arrivata al capolinea della vita e posta di fronte alla morte). La popolarità dei drammi religiosi e dei morality plays è testimoniata dalla loro relativa longevità. A interrompere le loro rappresentazioni fu la Riforma protestante, che ritenne inopportuna e rischiosa la rappresentazione di argomenti sacri da parte di una popolazione teologicamente impreparata. La religione protestante fu nemica di ogni rappresentazione del sacro.
Capitolo 2: Il rinascimento e Shakespeare
Alla corte di Elisabetta
Alla morte di Enrico VIII (1547) si successero eventi convulsi: al brevissimo regno di Edoardo VI (figlio della terza moglie, Jane Seymour), seguì quello altrettanto breve di Maria (figlia di Caterina d’Aragona); dopo questi 2 brevi regni salì al trono Elisabetta I, nel 1558. Regnò per 45 anni, fino alla sua morte (nel 1603) e il suo regno fu ricordato come uno dei più fortunati e pacifici della storia d’Inghilterra. Figlia di Enrico VIII e Anna Bolena, si trovò a regnare in una nazione essenzialmente divisa in cattolici (maggioranza) e protestanti (minoranza). Lei, con grande abilità politica riuscì ad accontentare tutte e due le parti. Alla mancanza di un esercito lei concentrò sul culto della sua immagine tutte le forze sociali trasformando l’obbedienza in amore. Rimanendo nubile, lei di dichiarò sposa della nazione. Alla corte fu celebrata come Astrea (casta dea della giustizia).
In questa corte Thomas Huby (nel 1561) tradusse il Libro del cortegiano di Baldassare Castiglione e nel 1581 George Pettie tradusse la Civile conversazione di Stefano Guazzo. Si tratta dei più famosi di comportamento per gli abitanti della corte cinquecentesca. Per vivere a corte i cortigiani dovevano possedere buone maniere e abilità politica, capacità diplomatiche, intelligenza e creatività ecc.
Sidney
Philip Sidney (1554-86) → Sidney divenne, post mortem, il simbolo di “ciò che un inglese avrebbe dovuto essere”: nobile di cuore, cortigiano impeccabile, poeta, protettore delle lettere e infine soldato coraggioso. Ma la sua vita fu diversa da quello che si descriveva nella propaganda protestante: fu bandito dalla corte per le sue idee e per il comportamento troppo indipendente. Fu autore del primo canzoniere inglese.
Astrophil and Stella (1591): riprende la tradizione petrarchesca. È composto da 108 sonetti e 11 canzoni che raccontano la storia d’amore di Astrophil (= doppio senso di “amante delle stelle”, dal greco e le prime lettere del proprio nome di Sidney, phil) e Stella. Nello scoprirsi innamorato, Astrophil capisce si essere prigioniero di un’emozione che chiama slavery (=schiavitù), hell (=inferno), poison (=veleno). Sotto la forma di una storia d’amore si nasconde però la preoccupazione di Sidney per il funzionamento del pensiero e delle emozioni del poeta come scrittore. Questa riflessione caratterizza anche:
A defence of Poesie (1595): breve trattato sulla poesia pubblicato postumo. Si presenta come un’argomentazione che mira a convincere il lettore della nobiltà della poesia sulla base del suo passato antico e prestigioso. La poesia per Sidney deve istruire e dilettare e il poeta è il maker (=creatore) di una nuova natura. Questa natura ha il potere di “muovere” la mente del lettore ma solo se egli “capisce bene come e perché l’ha creata”.
Old e la New Arcadia: 2 romanzi sul diletto e l’istruzione che appartengono al genere pastorale. Sono centrati sulla storia comica e tragica di 2 principi innamorati di 2 principesse. La New Arcadia che ebbe una fortuna europea.
Spencer
Edmund Spencer (1552-90): è considerato il più ambizioso poeta del regno di Elisabetta e non aveva origini nobili; la sua era un’ambizione smisurata se si pensa che la sua carriera poetica si ispira a quella di Virgilio.
The Shepheards Calendar (Il calendario del pastore, 1597) → è una raccolta di 12 ecloghe cioè brevi poesie di ambientazione pastorale nella forma di un soliloquio o di dialogo tra pastori. Gli argomenti variano per ciascuna ecloga (una per ogni mese dell’anno) ma hanno a che fare generalmente con il mondo della corte. È dedicato a Sidney.
The Faerie Queene (La regina delle fate) → il suo capolavoro, il primo poema eroico inglese. Il progetto dell’opera prevedeva 12 libri (ognuno dedicato a una delle 12 virtù stabilite da Aristotele nell’Etica Nicomachea). Spencer ne riuscì a scrivere solo 6. I primi 3 (pubblicati nel 1590) trattano le virtù della santità, della temperanza e della castità. Ogni libro è a sua volta diviso in 12 canti. Questo suo lavoro si presenta come un libro inteso a educare la classe dirigente di Elisabetta. Il centro e fine etico del poema è Gloriana, personificazione della regina Elisabetta, intorno alla quale i 12 (poi 6) cavalieri mettono alla prova le altrettante virtù che rappresentano.
The Faerie Queene è anche un romanzo cavalleresco in cui le storie dei cavalieri avanzano per episodi come un flusso senza fine; quindi il poema vuole istruire ma anche dilettare. Le imprese dei personaggi si svolgono in scenari fiabeschi (foreste stregate, castelli fatati, palazzi, giardini ecc.). Le stanze sono incatenate nella rima ababbcbc suggellate da un alessandrino finale c.
Amoretti (+ Ephithalamion 1595) → è una raccolta di 89 sonetti; racconta la storia di un amore felice che sfocia nel matrimonio, celebrato in Ephitalamion (poesia di 24 stanze di 18 versi ciascuna). L’opera non è né ironica né stravagante come il canzoniere di Sidney, ma descrive una grande varietà di aspetti del desiderio. Seguono il modello del Cantico dei Cantici (uno dei più poetici libri della Bibbia), dove viene celebrato il rito nuziale di 2 giovani.
Il teatro a corte
Uno degli effetti della Riforma protestante fu l’abolizione del teatro religioso che venne ritenuto blasfemo. Però a corte il teatro non poteva mancare. Simile al teatro, la corte era un luogo dove i cortigiani imparavano a fingere, a recitare, a simulare i loro pensieri come su un palcoscenico. Qui nasce la forma più alta della simulazione: l’arte. Il potere doveva essere esibito e celebrato per suscitare la reverenza e il rispetto che gli era dovuto. Così nacque l’interlude, breve composizione drammatica con un numero limitato di personaggi, generalmente allegorici. Esso si rivolgeva a un pubblico colto e aveva esplicitamente intenti didattici. Ma questa forma di intrattenimento fu presto superata dalla nascita di rappresentazioni teatrali a pieno titolo. Le tragedie di Seneca furono le prime ad essere tradotte. L’intento della tragedia è didattico però il grande teatro che nacque nel regno di Elisabetta ebbe come regola principale quella di piacere al pubblico cittadino.
Il teatro in città
Il teatro che si sviluppò in Inghilterra alla fine del XVI secolo riuscì a coinvolgere tutti i settori della popolazione inglese: aristocratici, artigiani, mercanti, la stessa corona e drammaturghi e attori. Uno dei motivi che resero possibile il successo del teatro a Londra fu una ben accolta laicizzazione degli riti religiosi; la popolarità del teatro è dovuta anche alla trasformazione della città di Londra, quando un numero alto di contadini si sono rifugiati nella città. Alla morte di Shakespeare (1616) Londra era la più grande città d’Europa. A Londra si immigrava per motivi economici (salari più grandi), sociali (divertimento, negozi migliori) e culturali.
Il teatro elisabettiano ebbe 2 potenti nemici: le autorità cittadine e i puritani. Le autorità cittadine vedevano negli assembramenti di folla una potenziale minaccia per l’ordine pubblico e una distrazione per i lavoratori (in quanto si tenevano di giorno). Anche i puritani consideravano che il teatro fosse una distrazione, ma non dal lavoro bensì dalle loro devozioni e consideravano le rappres...
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