Genji monogatari
Primo romanzo della letteratura classica nipponica composto nel XI secolo dalla scrittrice Murasaki Shikibu. Il periodo in cui è stato scritto il Genji è un periodo in cui la cultura cinese non è vista di buon occhio. Murasaki Shikibu nacque nel 978 e si suppone sia morta o nel 1014, data segnata dai registri in cui suo padre tornò improvvisamente a Kyōto dalla sua mansione di governatore, o tra il 1025-31, fascia d'età che superava le aspettative di vita di un cittadino dell'epoca. Era la figlia di Fujiwara no Tametoki. Il nome deriva da Murasaki, colore dei fiori di glicine (simbolo del clan Fujiwara) e personaggio principale di Genji monogatari, e Shikibu maestro cerimoniere (carica del padre).
Dopo essersi sposata con Fujiwara no Nobutaka, un nobile dal rango superiore al suo e molto più anziano, resta vedova molto presto. La leggenda vuole che dopo la morte del marito cominciò a scrivere l'opera. Ella era la dama di compagnia dell'imperatrice Shoshi (o Akiko), figlia di Fujiwara no Michinaga, un uomo potentissimo che dominava a corte. Shoshi era colei che aveva soppiantato la precedente imperatrice Teishi come concubina dell'imperatore Ichijō; dama di compagnia di Teishi era Sei Shōnagon ed era per questo che tra le due vi esistesse una rivalità.
Il supporto di Fujiwara no Michinaga
Fujiwara no Michinaga fu un uomo molto importante, infatti si ipotizza che fu grazie a lui che il Genji sia stato tramandato per interi secoli: nel Murasaki shikibu nikki si racconta che una sera, passando davanti alla camera di Murasaki, Michinaga vede la brutta copia del Genji e la porta alla figlia che restane incantata incita Murasaki a continuarla.
Non si sa bene quale sia la forma principale del Genji. Il testo più antico è l'opera che noi chiamiamo "L'opera della copertina azzurrognola" di Fujiwara no Teika. Il primo adattamento del Genji, che si suppone essere della fine dell'epoca Heian, fu un emaki (un rotolo). Sono stati fatti anche dei riassunti datati il XIII secolo (Osana Genji). Un altro adattamento è il Genji Monogatari Kogetsushō (con glosse del 1700). Il Genji inoltre veniva nel corso del tempo riscritto in maniera più semplice affinché tutte le persone potessero leggerlo. Traduzioni moderne ci sono date da: Yosana Akiko, Tanjizaki Jun'ichirō, Setouchi Jakuchō (che ha avvicinato il linguaggio giapponese a quello dei giovani).
La trama e i suoi protagonisti
Potremmo dire che il protagonista conquista per ben tre volte Murasaki: rapendola quando era soltanto una bambina (punto di vista fisico); plasmandola a suo piacimento (punto di vista psicologico) ed infine prendendo possesso della sua anima in modo tale da non permetterle di farsi monaca: assume un carattere alquanto egoista. Secondo l'ottica buddhista, una donna non poteva raggiungere l'illuminazione o la salvezza se non prendeva i voti; in caso contrario l'unico rimedio era quello di rinascere uomo.
Il terzo pezzo del Genji si apre con "Genji era morto", una luce si spegne nell'opera. I personaggi principali sono due nobili, Kaoru (figlio di Nyosan) e Nyou, il nipote di Genji. I due sembrano spartirsi le qualità di Genji: è come se per comporre Genji nella sua interezza servano entrambi. I due sono innamorati della stessa donna, la quale scappa per darsi ai voti.
Il protagonista ha due facce: il cortigiano da una parte e l'uomo egoista dall'altra, che dà il peggio di sé nelle relazione con le donne. Genji ha una qualità importante: quella della generosità. Non abbandona mai nessuna delle donne che ha conosciuto. Il caso più eclatante è quello di Suyetsumuhana.
Nel Genji, grazie ad alcuni monologhi, si riesce a penetrare il personaggio nella sua interezza. Nell'opera è presente anche il Mono no aware (sensibilità delle cose), individuata dal filologo Motoori Norinaga. L'espressione "Mono no aware" è stata usata nell'opera quasi mille volte. Nel caso del Genji la traduzione diventa quasi impossibile perché il testo si carica di sfumature semantiche che rendono impossibile la parafrasi del Mono no aware.
La struttura è molto ricca e variegata perché vi sono all'interno circa 450 personaggi, alcuni dei quali si limitano a fare solo delle comparse. Mille anni di studio dell'opera non hanno fatto trovare contraddizioni interne al testo. La scrittrice Murasaki usa due tecniche nell'opera: quella della ripetizione e della sostituzione. In alcune parti del testo la scrittrice non ripete le medesime azioni ma cerca di riproporle in maniera simile: si ha la conseguenza inevitabile del concetto di buddhismo di Karma.
Temi e tecniche narrative
Il concetto della sostituzione è importante, soprattutto quando si tratta dell'oggetto del desiderio. Ogni volta che l'oggetto del desiderio risulta irraggiungibile per qualunque motivo, noi assisteremo alla sostituzione di questi con qualcosa di diverso: citiamo la parte in cui Genji non trovando Utsusemi si consola con l'amica. Murasaki non dà mai lezioni di religione o filosofia buddhista in modo esplicito ma il buddhismo permane in tutta l'opera.
La prima sostituzione l'abbiamo con l'imperatore che, morta Kiritsubo, sposa Fujitsubo. La scrittrice forse non pensò a tutte queste cose ma la sua psicologia le fece prende certe determinate scelte. Per esempio il complesso di Edipo viene esposto nel Genji perché egli si innamora di Fujitsubo per soddisfare il suo desiderio edipico. Con questa sostituzione Genji riesce ad avere una sostituta alla madre e ad avere un rapporto sessuale con ella che lo soddisfa ma non lo condanna poiché non è la vera madre ma appunto una sostituta. Da lei ha un figlio che poi diventerà imperatore: non confesserà mai la sua colpa di aver macchiato la dinastia imperiale nonché quella di Amaterasu. Avrà un'altra storia con Oborozukiyo (sorella della matrigna Kokiden e figlia del ministro della destra) che lo porterà ad espiare la propria colpa con l'esilio a Suma.
Il motore che mette in moto la narrazione è la passione. Il desiderio di raggiungere e ottenere l'oggetto del desiderio. Murasaki ci dà una chiave di lettura importante per leggere il suo testo. Viene citata la storia d Yang Kwei-fei, donna che fece innamorare l'imperatore Hsuan-tsung tra il settimo e ottavo secolo. L'Imperatore si innamorò pazzamente della donna portando scompiglio in Cina. Questa storia era molto famosa in Giappone grazie ad una lirica di 120 versi scritta da Bai Juyi ed intitolata "Canto dell'eterno dolore". Murasaki si rifece a questa poesia durante la stesura dell'opera. La passione porta come inevitabile conseguenza la disperazione.
Il desiderio viene visto come il male nell'ottica buddhista: l'uomo non riesce a liberarsene e sembra che sia vittima di una possessione da parte di un'anima femminile. Il matrimonio all'epoca Heian era di carattere politico e non d'amore, ecco perché Genji riesce a sposare più di una donna.
Per l'autrice la donna doveva saper scrivere e suonare. Durante una notte tra i nobili vediamo come Murasaki Shikibu descrive la donna ideale, o meglio, come la fa descrivere da dei personaggi maschi in un momento di amichevole intimità. La donna deve essere sensibile, educata, non deve mai buttare in faccia all'uomo la sua superiorità. Deve essere pratica, occuparsi del marito ma deve essere sempre preparata, aggiustata. La donna ideale deve avere un carattere tranquillo e accomodante e deve avere anche dei talenti per soddisfare l'uomo. Le parole sono pronunciate da un uomo ma scritte da una donna. Murasaki ha un senso della letteratura molto moderno.
Il ruolo delle donne e la possessione
Le donne del periodo Heian sono donne mute che però riescono ad avere un periodo di rivalsa con il Mono no Ke, ovvero la possessione spiritica. Le donne ricevono la possessione di questo spirito e mettono in scena ciò che si contratta fortemente con l'estetica del periodo Heian. Chi è posseduto strepita, si butta a terra, si strappa i capelli e i vestiti, e parla con voce alterata. È l'unico momento in cui la donna riesce a vincere sull'uomo.
Con la possessione viene messo in scena l'impulso distruttivo verso la tirannia maschile. In questo caso lei si ribella. Durante la possessione la colpa è dello spirito, non della donna. Il secondo impulso è costruttivo per il solo fatto che le possessioni potevano creare un legame di solidarietà femminile.
Il Mono no Ke, secondo una lettura moderna, è una protesta nei confronti del sistema poliginico. Quando la donna è posseduta si cerca solo di calmare lo spirito con gli esorcismi e non si pensa alla sua salute e a ciò che potrebbe succederle.
Un esempio di esorcismo lo troviamo dopo la scena delle carrozze tra Aoi e Rokujo, la quale dalla prima fila della festa di Kamo viene spedita tra i popolani sotto gli occhi indiscreti di Genji che non la aiuta. La vittima è Aoi; gli occhi ricadono su Rokujo che venendolo a sapere si sente in colpa e si allontana. Dal punto di vista della narrazione Aoi e Rokujo diventano alleate contro Genji. In un sogno Rokujo vede far del male ad Aoi. Un giorno Aoi esclama delle parole "...io non so chi siete" e Genji capisce che quella non era sua moglie; Aoi a quel punto prende l'abilità di Rokujo nel scrivere ed inizia a scrivere una poesia che può essere letta in due modi: si supponeva che per bloccare l'anima che possedeva una persona bisognasse legare una parte della veste – in giapponese TSUMA, che vuol dire anche moglie.
Rokujo viene a sapere che Aoi stava per morire. Sente l'odore degli esorcismi che vengono fatti ad Aoi e per questo lava le vesti e i capelli. Sta avendo un crollo psicologico. Qui si fa riferimento a Lady Macbeth (SHAKESPEARE) perché teme che possa essere scoperta. Il vero messaggio si nasconde tra le pieghe del testo dove Genji è il burattino principale dell'autrice, alle cui spalle giganteggiano le figure delle sue amanti.
Temi ed oggetti frequenti
- Fiori (susino, ciliegio)
- Alberi (acero, bambù, pino)
- Alba, raggi di luna, stagioni (anche contrasto primavera-autunno)
- Manto di neve, pioggia, fogli di carta (profumati, colorati, di origine cinese, a doppio strato)
- Accessori per la capigliatura (scatole, foderi o spazzole)
- Mantelli o soprabiti, banchetti e cortei (per festeggiare il ritorno, la partenza di qualcuno, l’addio al nubilato, il fidanzamento o il funerale)
- Paraventi, doni regalati a dipendenti o dame
- Poesie (anche cinesi, accompagnate da lettere, striscioline o bacchette)
- Stile della calligrafia (elegante, rozzo, immaturo, etc.)
- Delusioni, pianti, allusioni ad altre poesie
- Sostantivi utilizzati per un doppio significato (kakekotoba)
- Prendere i voti e dedicarsi alla vita religiosa, ancelle e paggi
Parte prima: il racconto di Genji
Capitolo I – Kiritsubo
Alla corte imperiale vi risiedevano sia le dame di palazzo (da compagnia) sia quelle del guardaroba (concubine dell’Imperatore). Tra queste dame vi era una ragazza plebea di basso rango chiamata Kiritsubo, figlia di un defunto Consigliere. Kiritsubo era la favorita dell’Imperatore e questo fece ingelosire tutte le altre dame. L’Imperatore, invece di sostituire la ragazza, che era in uno stato malinconico a causa della gelosia delle dame, preferì starle accanto il più possibile. Successivamente la ragazza diede alla luce uno splendido bambino, molto più bello del primogenito dell’Imperatore, avuto dalla prima moglie Kokiden, figlia del Ministro della Destra. Kiritsubo veniva trattata male al Palazzo e per questo si ammalò; sebbene le suppliche della madre l’Imperatore non la lasciò ritornare a casa. Kiritsubo cercò invano di fuggire ma successivamente morì; da quel momento il bambino venne affidato alla nonna materna. Il funerale si svolse ad Atago. L’Imperatore mandò una messaggera, figlia del portatore di faretra, a casa della madre di Kiritsubo per consegnarle una lettera nella quale vi era un invito per soggiornare al Palazzo; la donna, tuttavia, perplessa, rifiutò e donò alla messaggera alcuni oggetti della figlia defunta. All’età di 6 anni il bambino ritornò a Palazzo; era il periodo della designazione di un erede. Nel frattempo arrivarono in paese alcuni coreani, fra cui un indovino: l’Imperatore mandò il principino, accompagnato dal Ministro della Destra, da costui; questi previde una salita al trono del bambino. Visto che il principe non possedeva alcun titolo nobiliare, l’Imperatore fece di tutto per farlo entrare nel clan Minamoto; qui adotta il nome di Genji (modo di leggere il kanji che indica tale clan). In seguito a corte venne mandata la quarta figlia del precedente Imperatore, Fujitsubo, somigliante a Kiritsubo, affinché venisse distratta dalla morte della madre. All’età di 12 anni si ebbe la cerimonia di Genji come principe: si tenne una celebrazione superiore a quella dell’Erede legittimo, il padrino fu il Ministro della Sinistra, padre di Aoi con la quale Genji si fidanzò.
Capitolo II – L’arbusto di saggina
Genji pensava a come agire con cautela per salvaguardare sia la propria apparenza che il proprio futuro. Una volta diventato Capo della guardia visitava sempre meno la Grande Casa e questo fece sospettare che avesse un’amante. Uno dei fidati amici di Genji era il cognato e scudiero To no Chujo, fratello di Aoi. In una giornata estiva, al Palazzo Genji mostrò alcune lettere amorose all’amico, il quale dichiarò che nessuna donna faceva per lui. Alla serata si aggiunsero Uma no Kami e To Shikibu no Jo. Ciascuno raccontava la propria esperienza personale con le donne: il primo raccontò che da giovane conobbe una ragazza gelosa che lo indusse a lasciarlo e che contemporaneamente si vedeva di nascosto con un’altra donna che aveva già un amante; il secondo raccontò di una donna intelligente per la quale non era attratto; To no Chujo, invece, raccontò di una donna fiduciosa in qualsiasi situazione che lasciò in seguito ad una gravidanza. Alcuni giorni dopo Genji fece visita alla Grande Casa e quando scese la notte alloggiò presso uno dei suoi servitori, Ki no Kami. Arrivati all’abitazione, Genji notò subito che vi erano molti ragazzi tra cui il fratello della matrigna di Ki, moglie del padre Iyo no Kami. D’un tratto Genji udì delle voci ed entrò nella stanza della donna; l’incontro non andò a buon fine, fu un incontro duro. Giorni dopo Genji si disperò per l’accaduto e pur di rivedere la donna si servì del fratello minore: gli raccontò che il marito della sorella era vecchio e non avrebbe potuto prendersi cura di lui per molto. A questo punto il fanciullo cercò in tutti i modi di combinare un incontro tra Genji e la sorella ma con scarso successo.
Capitolo III – Utsusemi
Ki no Kami venne chiamato per affari e a Genji venne in mente un piano per rincontrare la giovane ragazza senza che succedesse alcun scandalo. Si travestì, si intrufolò in casa e cominciò ad osservare di nascosto la dama: si trovava in una camera con Nokiba no Ogi, sorella di Ki, mentre giocavano a go. Scesa la notte, la dama si accorse di Genji e scappò; questi entrò in camera e la compagna di gioco si svegliò. Per non far trapelare il segreto Genji le disse che avrebbe voluto conoscerla. Appena uscì, il fanciullo, per proteggere Genji, disse che quell’ombra era Mimbu, una serva molto alta. Dopo aver letto una poesia recapitatole dal fratello, Utsusemi si lasciò prendere dal rimpianto di non essere libera.
Capitolo IV – Yugao
Genji, rientrando da un incontro segreto con dama Rokujo, fece visita alla sua vecchia nutrice che era in preda ad una malattia. La donna, fattasi monaca in seguito, viveva in un posto trasandato. Il cancello non si apriva e per questo fece chiamare il figlio Koremitsu, un dipendente fidato di Genji.
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