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Capitolo 1: Parole, lessemi e varianti

In generale, per parola s'intende l'unità minima isolabile all'interno di una frase, composta da una sequenza di suoni (in particolare da fonemi, unità minime di suono in grado di individuare due parole diverse: r e p sono fonemi in "rana" e "pane") e dotata di un significato autonomo fondamentale. Si può inoltre distinguere tra parola fonologica e parola grafica. La prima è quella del parlato, una sequenza di suoni, mentre la parola grafica è una parola nello scritto.

Per lessico si intende il patrimonio delle parole. Le unità del lessico non vivono in modo isolato, ma si relazionano per creare gli enunciati, le frasi. A questo scopo usiamo sia parole semanticamente piene che parole semanticamente vuote (le stop words). Bisogna poi parlare dei lemmi, forme canoniche di parole prese a riferimento per le varie forme flesse. Hanno varianti flessionali i verbi, i nomi, i pronomi e gli aggettivi.

Il numero delle parole è potenzialmente infinito in quanto il lessico è un insieme dinamico e aperto, mentre non possiamo dire lo stesso delle regole grammaticali che permettono l'utilizzo di queste parole in un contesto, in un enunciato. Questo non significa però che lessico e grammatica non comunichino tra loro! Anzi, la comunicazione tra questi “insiemi” permette la realizzazione delle frasi, poiché quando noi realizziamo un enunciato le parole si adattano secondo le regole grammaticali.

Ciascuna parola possiede una frequenza d'uso, una sua disponibilità d'uso. Alcune parole sono molto usate, come "letto", mentre altre meno. Calcolare la frequenza di utilizzo delle parole è molto complicato ed è possibile solo analizzando un corpus linguistico, dal momento che nella realtà le parole sono potenzialmente infinite. Ovviamente più il corpus è ampio, più l'analisi è attendibile. Per corpus s'intende un campione di lingua rappresentativo dei vari fenomeni linguistici. È da sottolineare che le parole che appartengono al lessico fondamentale sono anche le più antiche! Circa l'87% delle parole che costituiscono il lessico fondamentale era già presente alla fine del Trecento.

Il lessico mentale è l'insieme di parole memorizzate da un parlante e la relazione che un parlante stabilisce tra queste parole memorizzate. La relazione può essere di tipo formale (allitterazioni, rime), di tipo semantico e di tipo formale e semantico insieme.

Capitolo 2: Rapporto tra parola e significato

Che rapporto intercorre tra la parola ed il suo significato? Innanzitutto bisogna dire che possiamo distinguere, in una parola, due parti (De Saussure): significante e significato. Il significante è l'immagine acustica della parola, la serie di suoni che determina un oggetto mentale, il significato. Una parola quindi si distingue sempre in contenuto (significato) e forma (significante). Il significato fa da tramite al rapporto tra significante e referente, l'elemento non linguistico e reale!

Il rapporto tra significante e significato, tra forma e contenuto, è però convenzionale (direbbe Saussure), arbitrario (Hillman): si parla di immotivazione del segno, non c'è nessun rapporto di identità tra segno e referente! Fanno qualche eccezione le parole onomatopee, che riproducono un determinato suono.

La polisemia

Il fatto che non ci sia identità tra segno e referente, che quindi un segno identifichi un oggetto reale in modo del tutto immotivato, porta al fatto che ogni parola può avere più significati: polisemia! Quasi tutte le parole hanno più significati e se una parola ha più accezioni ciò che può aiutarci è il contesto, la frase all’interno della quale è inserita la parola in questione.

L'omonimia

Due parole sono omonime quando sono formalmente uguali, quando hanno uguale significante e diverso significato.

Sinonimia

Quando due parole diverse hanno uguale significato. La sinonimia assoluta non è possibile, perché anche in caso di parole quasi interscambiabili, come "tra" e "fra", alcuni studiosi vedono delle microscopiche differenze nell'uso per motivi, per esempio, di eufonia (si preferisce usare “tra fratelli”, anziché “fra fratelli”). Si può quindi parlare di sinonimia relativa, parole che condividono lo stesso significato fondamentale e che in alcuni casi possono essere scambiate (vedi "equità" e "giustizia" nella frase “si è comportato con giustizia/equità” sono interscambiabili, mentre non lo sono nella frase “intralcia la giustizia”).

Caso a parte sono i geosinonimi, caratterizzati dalla loro origine geografica diversa: "pigliare/prendere", "cacio/formaggio", "anguria" al nord e "cocomero" al sud, "lavello/lavandino".

Antinomia

La prima cosa da fare è specificare la differenza tra contrari e contraddittori. I contraddittori sono la negazione. Per esempio, il contraddittorio di negare è non negare. Nei contrari va invece sottolineata la differenza tra contrari graduabili e non graduabili. I primi possono esprimere una comparazione (veloce/lento, caldo/freddo), i secondi invece esprimono una scelta netta, senza possibilità di comparazione (vivo/morto, maschio/femmina). In situazioni particolari gli antinomi si neutralizzano, nel senso che una parola diventa equivalente al suo contrario quando, per esempio, viene usata con ironia (hai avuto proprio una bella pensata!). Esistono aggettivi privi di contrario (freddoloso e profondo, se riferito ad un corso d'acqua, mentre se riferito ad una ferita si può utilizzare la parola superficiale).

Iperonimia e iponimia

Si intende un rapporto tra una parola di significato esteso e generico (iperonimo) e una parola di significato più ristretto e specifico, compreso nel primo (iponomo). Ne sono un esempio le parole "albero" e "abete". Abete è un iponomo compreso nell'iperonimo albero. Altro rapporto da individuare tra le parole è quello di estensione e intensione. La parola "mobile" ha maggior estensione della parola "armadio", da momento che molti mobili non sono armadi. Però "armadio" è più specifico, ha più intensione della parola "mobile".

Nomi astratti e nomi concreti

Si intendono nomi concreti quelli con un referente accessibile ai sensi, mentre sono nomi astratti quelli il cui referente è immateriale. Non è però sempre così! Capita a volte che una parola in un contesto sia concreta e in un altro astratta (vedi "calcolare il peso" e "avere un peso sulla coscienza"). È quindi opportuno specificare che non sono i nomi ad essere concreti o astratti, quanto il senso in cui è impiegato.

Capitolo 3: Modi di dire e significato

I dizionari riportano le parole in modo isolato per comodità, eppure tutti i segni linguistici per loro natura sono destinati a combinarsi. Ne sono un esempio particolare quei motti, quei proverbi e quei nessi fissi che riescono a far comprendere il significato di una parola, altrimenti incomprensibile. Per esempio, sono molte le parole che sopravvivono in nessi fissi o proverbi ma che invece sono ormai in disuso in altri contesti. Per esempio, la parola “lizza” (steccato) non è più usata, mentre è usato il modo di dire “entrare in lizza” nel senso di scendere in campo.

Allo stesso modo, alcune parole continuano ad essere usate in nessi con significati diversi da quello originale. Un esempio è la parola "mancia". “Dare la mancia” significa dare dei soldi a qualcuno in cambio di un lavoro ben eseguito, ma questa parola inizialmente voleva dire “manica” ed era quella che offriva una dama ad un cavaliere durante un torneo. Tratto comune di tutti i modi di dire è la globalità del significato! Non è infatti possibile considerare il significato di un modo di dire come una semplice addizione dei vari elementi.

Origine dei modi di dire

  • Molti modi di dire derivano dal passato.
    • Alcuni da prassi giudiziarie:
      • Fare fiasco: per punire una persona di una colpa (solitamente coniugale), si facevano portare al reo oggetti di scherno affinché la punizione fosse di pubblico monito.
      • Mettere le corna: venivano applicate delle corna (disegni o gesti) all'uomo che, nel Medioevo, sopportava un comportamento indecoroso della moglie.
      • Essere in bolletta: in passato chi falliva veniva inscritto in una pubblica lista dei falliti. La bolletta era quindi un documento semplice, usato per diversi scopi.
    • Modi di dire derivanti dai vestiti: “di manica larga”, “fare le scarpe a qualcuno”, “mezza calzetta”.
    • Modi di dire di ambito religioso: “prendere quel che passa il convento”, “essere in odore di santità”, “non c’è più religione”.
      • È un bacchettone: nelle processioni c’era un confratello con una bacchetta in mano che badava a che i partecipanti si comportassero in modo adeguato.
      • Il gioco non vale la candela: deriva dal detto “il santo non vale la candela”, nel senso che era incapace di soddisfare la richiesta del fedele e quindi era inutile accendergli una candela, perché andava sprecata.

Modi di dire regionali

Dal settentrione derivano modi di dire come “figlio della serva”, “far ridere i polli”, “per modo di dire” (entrato poi nella lingua comune grazie alla sua presenza ne “I Promessi Sposi”). Da Roma arrivano invece “scapparci il morto” e “avere iella”, mentre dal Sud “fare la faccia feroce”, “cose da pazzi”, “come il cacio sui maccheroni” e “passare un guaio”.

Sebbene, come abbiamo già detto, molti modi di dire derivino dal passato, la loro produzione continua anche nel presente. Molti modi di dire dello scorso secolo riguardano la condizione femminile (il sesso debole, il gentil sesso, l’angelo del focolare) mentre negli ultimi decenni la produzione di locuzioni è stata influenzata soprattutto dall’influenza di mass media e politica: politicamente corretto (1987), politicamente scorretto (1988), conflitto di interessi, diritto di cronaca, mercato delle vacche. Sono invece stereotipi del ’68 “nella misura in cui” e “a monte e a valle”.

Per molto tempo l’uso di queste locuzioni è stato ostacolato, tant’è che oggi sono quasi uscite fuori dall’uso. Riferito a quel periodo è anche “autunno caldo”, che però sta subendo un processo di banalizzazione ed è quindi utilizzato per qualsiasi situazione, anche meno drammatica.

La formazione dei nuovi modi di dire può avvenire anche attraverso un procedimento di analogia, sulla base di modi di dire preesistenti. Ad esempio, la locuzione “madre di tutte le battaglie” ha dato vita a moltissimi altri modi di dire che iniziano con madre di... e lo stesso si può dire per la formula “politica di...” che ha dato origine a “politica dell’annaffiatoio” e a “politica delle cose” (Pietro Nenni, 1960, politica che si occupa dei problemi concreti).

Capitolo 4: I linguaggi settoriali

I linguaggi settoriali sono varietà della lingua sviluppatesi per la comunicazione in settori specifici, caratterizzati da una propria terminologia (vocabolario). Alcuni linguaggi settoriali convergono nelle varie lingue: ne è un esempio il linguaggio del turismo. Per questo settore è stato addirittura istituito un comitato tecnico che ha regolato la terminologia in fatto di servizi e assistenza turistica.

Come si forma un linguaggio settoriale? Attraverso la formazione di nuove parole, altamente specializzate (colica epatica), attraverso l’uso di parole comuni in accezioni più specifiche (la scivolata è un’azione del calcio come, nel settore aeronautico, indica la derapata cioè lo spostamento laterale a causa del vento...)

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alice.betti.54 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Lessicografia e lessicologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università per stranieri di Siena o del prof Mattarucco Giada.
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