Lessico di biopolitica
Sociologia delle migrazioni
L'accelerarsi dei processi di spostamento delle popolazioni migranti verso quella che è stata definita da Sassen “Fortezza Europa” diventa più visibile a causa della costruzione di nuovi confini interni ed esterni. Nel 1979 Foucault rilasciava un’intervista sulle vicende vietnamite, in cui evidenziava quanto, secondo lui, i primi “boat people” carichi di profughi fossero un “presagio della grande migrazione del XXI secolo”.
Leggere biopoliticamente le migrazioni significa individuare due punti utili:
- Con la negazione dell’accesso al suolo europeo si esercita un potere che respinge nella morte i corpi migranti (basti pensare ai cadaveri dei migranti abbandonati nel deserto e ai naufraghi).
- Nei confronti dei migranti “regolari” si esercita, invece, un potere di far vivere, che normalizza i migranti attraverso pratiche di assoggettamento di ogni tipo (ad esempio lo sfruttamento della forza-lavoro).
I migranti vanno plasmati ed “addomesticati” a partire dalla loro differenza, ma allo stesso tempo devono restare differenti rispetto all’accesso alla cittadinanza, o ad altre forme di tutela, che consentirebbero loro un pieno diritto alla soggettività e, quindi, una capacità decisionale. Infatti, viene negata loro la possibilità di prendere parola persino sui propri desideri e sulle aspettative di vita.
Tesi nel dibattito sulla migrazione
Possiamo ricordare 2 tesi presenti nel dibattito sociologico e politico circa la migrazione:
- Prima tesi: considera le migrazioni come “funzione specchio” delle società occidentali e come politica di differenziazione tra “persone” e “non-persone” (concetto mutuato da Goffman).
- Seconda tesi: parte dal presupposto secondo cui vi è un’“autonomia” delle migrazioni.
Tuttavia, bisognerebbe abbandonare l’ipotesi secondo cui i migranti sono individui inferiori poiché, se lo sono, è solo perché lo Stato fa in modo che lo siano. Va comunque ricordato che il migrante “clandestino” viene percepito come un “pericolo” su più fronti: per la sicurezza dello Stato in quanto viene troppo spesso identificato col terrorista, per il lavoro, ecc.
I centri di permanenza temporanea (CPT)
I centri di permanenza temporanea (CPT) compaiono per la prima volta sotto questo nome con la legge 40 del 1998: la legge Turco-Napolitano che, per la prima volta, legalizzava in Italia l’accoglienza dei migranti “clandestini”. Tutti i CPT detengono i migranti senza documenti (o il cui ingresso o soggiorno risulta irregolare) e che non si possono espellere immediatamente. Dunque, nei CPT si è detenuti per ciò che si è e non per ciò che si fa.
Uno dei temi più affini a quello dei CPT è, sicuramente, quello della forma “campo”. Tuttavia, i campi sono luoghi d’eccezione entro cui vengono chiuse figure sociali, anch’esse eccezionali. L’eccezione è sempre accompagnata dalla legittimazione e cioè dalla necessità di mettere ordine nel caos creato dalle situazioni di emergenza. A differenza dei campi, i CPT somigliano a dispositivi di sicurezza per normalizzare, gestire e regolamentare i “flussi migratori” dei clandestini. I campi, invece, vengono allestiti sulla base dell’emergenza.
Tecniche gestionali dei CPT secondo Foucault
Seguendo Foucault, le tecniche gestionali dei CPT potrebbero essere:
- Uso della clausura e ulteriori localizzazioni differenzianti (“ad ogni individuo il suo posto e in ogni posto il suo individuo”) che, nel caso dei CPT, avviene attraverso il criterio di divisione etnica.
- Applicazione della regola delle “ubicazioni funzionali” che si concretizza nella costruzione di nuovi edifici o nell’uso di ex-manicomi, ex case di riposo, ecc.
Razzismo
Il concetto di razzismo è difficilmente delimitabile per le sue varie connotazioni. Tuttavia, l’origine della parola “razzismo” è recente, risale cioè all’inizio del XX secolo. Le forme più estreme di razzismo di Stato del XX secolo sono state quelle del nazismo, dell’America delle leggi di segregazioni razziale e del Sudafrica.