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Introduzione

Il tema scelto per questo elaborato ha come obiettivo generale quello di

approfondire le dimensioni, il linguaggio e le espressioni storiche di una o più tra le

forme religiose secondarie, derivate o degradate. Parimenti, occorrerà individuare a

quali bisogni spirituali o materiali dell’uomo intendono rispondere e con quali risultati.

Dopo aver esposto in forma semplificativa cosa si intende per forma religiosa

secondaria o derivata ci soffermeremo in particolare su una pratica molto antica, la cui

natura è comprensibile a partire dalle differenti implicazioni ed espressioni che hanno

caratterizzato il suo sviluppo lungo i secoli e nelle diverse culture e tradizioni sociali: la

magia. Spiegheremo, pertanto, cosa si intende per magia, quali sono le sue

caratteristiche principali, che tipi di bisogni dell’uomo cerca di soddisfare, quali

pratiche e riti adotta e in quali culture si è maggiormente diffusa e attestata. A titolo di

esempio affronteremo il caso egiziano, hittita, romano arcaico e melanese (Oceania).

Analizzeremo, infine, anche le implicazioni che questa pratica antica detiene

rispetto all’arte, alla tecnica e alla religione.

Forme impropriamente religiose

1. Non è questa la sede per fornire la definizione di religione. Per semplificare

diremmo che – attese comunque le numerose proposte fornite dagli studiosi – la

religione si riferisce in senso ampio al rapporto tra l’uomo e una o più divinità,

riconosciuta dall’uomo e rispetto alla quale questi si pone in un legame soggettivo .

1

Nello studiare l’evoluzione religiosa dell’umanità e nel soffermarsi sui diversi stadi di

questa evoluzione, emerge però che accanto alle normali forme di religiosità – che

possiedono un proprio carattere specifico e sono accomunate da elementi caratterizzanti

che chiamiamo costanti – convivono altre forme “improprie”, altrimenti dette

2

secondarie o derivate. Queste espressioni non si possono definire religione tout-court

poiché rappresentano appunto una degradazione del fenomeno .

3

1 M. Guerra, Storia delle Religioni, La Scuola, Brescia 1989, p. 179.

2 Cfr. M. Guerra, Storia delle Religioni, op. cit.

3 M. Guerra, Storia delle Religioni, op. cit., p. 179.

Nonostante tutto, esistono e convivono con le forme di religione classiche,

condividendone ad esempio il concetto monoteista della divinità.

In questo studio, come già anticipato, ci soffermeremo soltanto sulle

caratteristiche della magia. Per capire come questa si distigue dalla religione vera è

propria, si potrebbe accennare al fatto che mentre la seconda fa riferimento al culto

degli dèi o dei morti, la magia si concentra sia sul rapporto tra gli dèi fra di loro, che

sulle azioni degli uomini su se stessi e a beneficio dei vivi, anche se non esclude

l’intervento degli dèi e dei morti nel rito magico .

4

2. La magia, sguardo d’insieme

La magia si caratterizza essere una credenza in un dinamismo che si concentra

su alcuni oggetti, simboli, parole, pensieri, figure, danze o suoni, e che l’uomo adotta al

fine di raggiungere alcuni obiettivi, siano essi legati all’aspetto umano o materiali,

altrimenti irraggiungibili con le sole forze umane e naturali. È una pratica ancestrale,

che esiste da sempre all’interno di qualsiasi cultura; in queste sussiste e si è trasformata

5

lungo i secoli .

Il mago utilizza dunque il suo sapere magico con pratiche rituali o con intenti

6

benefici (magia bianca , o altrimenti detta “positiva”: i prestigiatori) o con intenti

7

malefici (magia nera , negativa: stregoneria).

Le tecniche magiche possono essere raggruppate convenzionalmente in alcune

8

categorie specifiche :

4 Guillemette Andreu, in Grande Dizionario delle Religioni, Cittadella Editrice-

Piemme, Assisi-Casale Monferrato 1988, p. 1202.

5 Cfr. M. Guerra, Storia delle Religioni, op. cit, e Jacques Vidal, in Grande

Dizionario delle Religioni, op. cit., pp. 1201-1202.

6 M. Guerra, Storia delle Religioni, op. cit., p. 180.

7 Idem.

8 Per questa distinzione si utilizza uno schema personale che tiene conto delle

diverse nozioni citate sia da M. Guerra in Storia delle Religioni che da J. Vidal in

Grande Dizionario delle Religioni.

La cosiddetta magia simpatica o di incanalamento, in cui l'effetto magico è

1. perseguito tramite l'utilizzo di immagini od oggetti (pensiamo agli amuleti o ai

talismani), che possono essere usati, ad esempio, come rappresentazione

simbolica della persona cui si vuole nuocere.

La magia da contatto è caratterizzata dalla preparazione di pozioni e filtri

2. magici con ingredienti più o meno naturali.

Un’altra forma di pratica magica è l'incantesimo, che agisce tramite parole o

3. formule magiche.

C’è poi la categoria della assomiglianza, il “simile produce il simile”. Si pensi

4. qui ai pigmei, che prima di andare a cacciare, imitano i movimenti, i versi e i

comportamenti in genere dell'animale che desiderano catturare.

L’atto magico, invece, seguendo la descrizione che ne fa M. Guerra, può essere

suddiviso in quattro parti: l’invocazione del potere superiore interpellandolo con il suo

proprio nome; il rito del sacrificio; l’atto magico in sé che presuppone appunto

l’attuazione di determinate azioni, gesti, simbolismo vario dalla cui perfetta

concatenazione e applicazione dipenderà la riuscita e l’efficacia dell’azione magic a; la

liberazione dalle forze o spiriti evocati .

9

Prima di affrontare le implicazioni che la magia detiene con l’arte, la tecnica e

la religione, passiamo in rassegna alcune esperienze presso popoli antichi quali ad

esempio quello egiziano, hittita, romano e melanese.

Magia e riti presso egiziani, hittiti, romani e melanesi (Oceania)

3. Gli egiziani riservavano alla magia un posto molto importante nel corso della

loro vita quotidiana. Il loro specifico rito consisteva nel recitare formule innanzi a

immagini o rappresentazioni modellati in cera o argilla. Credevano anche che per

raggiungere una persona e agire su di essa fosse sufficiente pronunciare il suo nome o

scriverlo in geroglifici. Questa pratica serviva innanzitutto come difesa contro le

malattie, i malocchi; teneva lontano le bestie feroci, i fantasmi e riduceva il potere

malefico di quanti apparivano ostili. I depositari della conoscenza della magia erano i

9 M. Guerra, Storia delle Religione, op. cit., p. 182

sacerdoti, ai quali veniva insegnata nei templi. Anche i medici erano a conoscenza della

maggior parte delle formule guaritrici occorrenti per salvare i loro malati .

10

La tradizione magica presso gli hittiti risale alle precedenti esperienze degli

Hurriti e dei Babilonesi. Nel loro ricorso alla magia, questi cercavano innanzitutto di

mettersi al riparo da tutte quelle forze portatrici di disgrazie e superiori all’uomo. La

magia comportava dunque un risultato sempre maggiore rispetto a quello che gli uomini

potrebbero raggiungere con il proprio sapere, questo perché in un certo senso si credeva

che “chi eseguiva una pratica magica si rivestiva a posteriori di un potere divino e agiva

come il dio che, in un’epoca remota, era ricorso a quei procedimenti in circostanze

analoghe”. Non a caso, secondo M. Vieyra, “la magia è una tecnica utilizzata un tempo

dagli dèi in circostanze particolari; quando gli uomini la usano non fanno che ripetere e

riprodurre i fatti e i gesti, recitare le parole pronunciate dagli dèi nei tempi antichi” .

11

Sempre presso gli hittiti, la magia risultava intimamente legata alla religione,

pertanto prevedeva dei riti specifici di purificazione :

12

Rituali di guarigione – Questi servivano a purificarsi da un male risiedente di

1) solito in un errore commesso da un antenato, da un re o da membri della

comunità. Guarivano principalmente dalle epidemie della peste, dalla febbre e

dalle varie sterilità.

Rituali di pacificazione – Servivano per placare sia la collera di un dio contro il

2) proprio popolo che le inimicizie fra due paesi, tra famiglie e tra membri di una

stessa famiglia.

Rituali di sostituzione – L’impurità di una persona o di un luogo veniva

3) trasmessa ad un altro essere o luogo nei quali la stessa diventerebbe

inoffensiva e non preoccupante agli occhi di quelli che la portavano.

“Mugawar” – Era necessario per far ritornare una divinità scomparsa,

4) commuovendola e facendola uscire dallo sdegno in cui si era chiusa.

10 Guillemette Andreu, in Grande Dizionario delle Religioni, op. cit., pp. 1202-

1203.

11 M. Vieyra, Les religione du Proche-Orient, cit. in G. Andreu, Grande

Dizionario delle Religioni, op. cit., p. 1203.

12 Cfr. René Lebrun, in Grande Dizionario delle Religioni, op. cit., pp. 1203-

1204.


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