I modelli teorici, lavoro sul caso, processo di aiuto, documentazione e strumenti
Nel corso degli anni, la professione di assistente sociale ha cercato di acquisire sempre più validità dal punto di vista scientifico e metodologico. Il servizio sociale poggia su una base metodologica scientifica ben precisa che sostiene la sua azione professionale. Tale base è costituita da modelli teorici che orientano la prassi professionale. Con il termine modello si intende, infatti, uno schema teorico di riferimento con funzione euristica e orientativa della prassi, superando in questo modo l’agire secondo il buon senso.
L’esigenza di avere dei modelli teorici di riferimento nasce dalla consapevolezza che per agire in modo professionale è necessario coniugare il saper fare e il sapere, cioè quell’insieme di conoscenze che rendono l’operatore capace di cogliere i problemi dell’individuo, interpretarli, contestualizzandoli ed elaborando programmi per l’aiuto. Tali modelli non sono dati a priori, ma costruiti di volta in volta dall’operatore, cercando di conciliare i principi e i valori, le conoscenze teoriche apprese dalle scienze sociali, il contesto storico-culturale, socio-economico, politico-istituzionale e la teorizzazione della prassi.
Evoluzione dei modelli teorici
I modelli hanno subito nel corso del tempo un’evoluzione. Si possono distinguere due fasi. La prima è essenzialmente dominata dal paradigma medico (diagnosi/trattamento), secondo il quale l’aiuto era inteso in termini di cura con l’intenzione di guarire (curing). Il presupposto era intendere i disagi dell’individuo come patologie scatenate da un fattore predominante, che va rintracciato all’interno dell’utente e successivamente adeguatamente trattato. Secondo il modello medico, l’assistente sociale opera una semplificazione del problema trattandolo secondo la logica lineare causa-effetto.
La seconda fase si caratterizza per modelli di natura sistemica dove acquistano importanza termini quali: relazione, comunicazione e cambiamento. L’operatore, pertanto, acquisisce consapevolezza sulla multifattorialità dei problemi, determinati da più variabili interagenti. Diventa necessario attuare interventi centrati sui vari aspetti dell’individuo e del suo ambiente con lo scopo di migliorare la qualità della vita (caring). Si passa dalla semplice funzione di cura a quella preventivo-promozionale delle potenzialità possedute dall’individuo e dal suo territorio, attivandole al fine di intraprendere un percorso di autonomia.
Da questa evoluzione dei modelli si passa da una visione antropocentrica a una personalistica. Ciò vuol dire che al centro dell’intervento non c’è più l’uomo, ma la persona in relazione con l’ambiente in cui vive e sviluppa la sua personalità.
Principali modelli teorici
Il modello più usato non solo in ambito sociale è il Problem Solving. È attivo, razionale e prevede delle fasi:
- Definizione del problema
- Brainstorming (ideare tutte le possibili soluzioni)
- Valutare le varie alternative scegliendo la migliore
- Mettere in atto l’intervento e valutare in itinere
Questo modello richiede comunicazione (ascolto e parlare).
Il modello Psico-Sociale è impostato sul modello clinico ma in più valuta l’ambiente. Il modello Centrato sul Compito riprende le fasi del problem solving, ma dà maggiore importanza alla fase del contratto/compito. L’obiettivo è responsabilizzare l’utente di fronte alle decisioni prese di comune accordo.
Nel modello Esistenziale, l’operatore si concentra sull’ambiente cercando di individuare gli elementi che favoriscono l’adattamento dell’individuo. Secondo il modello Unitario, l’operatore guarda l’utente in modo unitario e globale con l’ambiente.
Nel modello Integrato, l’operatore agisce rafforzando i legami tra individui e ambiente agendo su quattro sistemi:
- Il sistema Agente di cambiamento (l’assistente sociale)
- Il sistema cliente (la persona o la comunità)
- Il sistema bersaglio (l’utente che va modificato)
- Il sistema azione (le risorse)
Nel modello di Rete, l’operatore lavora affinché l’utente conosca e impari a valorizzare le sue reti.
Il processo di aiuto
Il servizio sociale opera secondo una metodologia scientifica in quanto diretta all’operatività ma sulla base di teorie. Ogni approccio dà a tale metodologia delle sfumature diverse, ma di fatto il metodo usato dagli operatori è uno, indipendentemente dalle dimensioni dell’utenza (singolo, gruppo o comunità) o dal tipo di intervento (ricerca e amministrazione). Il metodo è costituito da fasi dove a variare sono i contenuti. Tale metodo è quello del Processo di Aiuto.
Il processo d’aiuto (definizione e finalità) è l’azione teorica e metodologicamente ordinata con cui l’operatore attiva percorsi di risposta ai bisogni dell’utenza (singola/associata). In tale percorso l’utenza riveste un ruolo da protagonista nelle scelte e la relazione di aiuto costituisce il tessuto connettivo delle diverse fasi e componenti del processo.
Soggetti e componenti del processo di aiuto
- L’utente ha il problema, chiede l’intervento e definisce le linee operative sostenute dall’assistente sociale.
- L’assistente sociale che accoglie, sostiene, informa e attiva l’incontro tra il problema dell’utente e le risorse istituzionali e non.
- Il servizio che offre le risorse e le modalità amministrative per il loro uso.
- L’ambiente di vita della persona (soggetti significativi).
- La comunità sociale che legittima il mandato sociale.
Caratteristiche del processo di aiuto
- Unità: rispetto a utenza (individuale o collettiva), procedimento metodologico, concetto di benessere e territorio. Pluridimensionalità dell’intervento.
- Globalità: si riferisce alla persona in quanto essere inscindibile e al rapporto uomo-ambiente (intraprendenza e reciprocità). Il processo metodologico deve essere in grado di cogliere la complessità del reale, usando modelli unitari e olistici.
- Circolarità: le fasi in cui si articola il processo di aiuto sono in sequenza logico-temporale a forma elicoidale.
- Specificità: l’integrazione, sul piano operativo, di queste caratteristiche e i modelli teorici, i principi e i valori del servizio sociale.
- Progettualità: è il modus operandi dell’assistente sociale e l’asse portante del processo di aiuto. Attraverso la progettazione l’operatore governa i processi attivati in relazione ai risultati attesi, controlla gli effetti delle esternalità in modo da trasformarle in risorse positive per l’utenza e la comunità.
Fasi del processo di aiuto
Il processo di aiuto si articola in fasi legate tra loro in modo logico al fine di raggiungere uno scopo definito. Nella prassi tuttavia tali fasi non seguono l’ordine temporale definito, il passaggio non è chiaro e varia in base alle circostanze. Assumono un andamento a spirale perché l’operatore, sulla base delle sue valutazioni, può ritornare nella fase precedente. All’interno di ognuna di queste fasi, l’utente occupa la posizione centrale per ragioni metodologiche (verifica risultati) e deontologiche (rispetto della dignità e del diritto all’autodeterminazione).
Contesto informativo:
- Individuazione del problema e presa in carico: l’assistente sociale accoglie la persona, cercando di costruire un rapporto empatico che consenta alla persona di esplicitare il suo problema. Tale problema può essere di natura psicologica, sociologica, relazionale, economica… l’assistente sociale deve individuare se il problema è di pertinenza dell’ente o del servizio sociale professionale in generale. Ovviamente l’operatore nella valutazione della domanda deve tenere conto se questa è posta spontaneamente o sottoposta.
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Lavoro di comunità e di rete
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Lavoro sommerso
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Mercato del lavoro come istituzione sociale
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Forza Lavoro