Indice
L’alfabeto
Alfabeto latino
L'alfabeto latino ha lettere in più di quello italiano: le consonanti k, x e vocale y.
Vocali
- a, e, i, o, u, y
- i consonante: all’inizio di una parola seguita da vocale, all’interno di una parola preceduta e seguita da vocale.
- Non conoscevano la distinzione grafica tra la v e la u, usavano un solo segno: V per la maiuscola e u per la minuscola.
Dittonghi
ae, oe, au, eu, ei, oi, ui, yi
Consonanti
- h muta
- ph = f
- pph = ff
- gl gutturale
- k gutturale
- ti non accentato e seguito da vocale = zi
- ti = ti se preceduta da s, t, x, se i accentata, parole straniere
- x = cs / gs
- z = ds / ts
- r, l (liquide), m, n (nasali), s (sibilante) fanno sillaba anche da sole, le altre dette mute
Prosodia
Leggi dell’accentazione
- Legge del trisillabismo: l’accento non risale mai più indietro della terzultima sillaba.
- Legge della baritonési: nell’ambito delle tre ultime sillabe soltanto la penultima e la terzultima possono portare l’accento, mai l’ultima. Ne consegue, inoltre, che tutte le parole bisillabiche vanno accentate sulla penultima sillaba. Ci sono eccezioni dette “ossitonie apparenti o secondarie” come gli avverbi illíc, illúc, e simili, cui si aggiungono per lo più etnonimi come Arpinás (“abitante di Arpino” = soprannome di M. Tullio Cicerone), Samnís, “il Sannita”. Le ossitonie apparenti nascono dalla perdita (apocope) dell’ultima vocale, che era breve: illuc < *illūcĕ.
- Legge della penultima: nelle parole di più di due sillabe la penultima, se è lunga, porta l’accento; se la penultima è breve, l’accento cade sulla terzultima. Questa è la legge più importante, che regola, di fatto, la corretta collocazione dell’accento sulla penultima o sulla terzultima.
Sillabazione
- Una consonante fra due vocali forma sillaba con la seconda. La /h/ si ignora (anche se veniva effettivamente pronunziata in principio di parola).
- Due consonanti consecutive si ripartiscono fra sillabe differenti. Questo vale anche per i casi di cosiddetta “s impura”. Non vale invece per i gruppi consonantici costituiti da c.d. muta (/c, g; t, d; p, b/) piú liquida (/l; r/ - per certi versi anche /m/ e /n/), che di norma non si scindono, costituendo cosí un gruppo unico. Quando però “muta” e “liquida” appartengono a elementi diversi di un termine composto, vanno sempre spartite fra le due sillabe.
- Particolare attenzione va posta, per la corretta applicazione di queste due norme, ai gruppi /ci/ e /gi/ seguiti da vocale, e a /gn/, /sce/, /sci/, che vanno separati. Si ricordi inoltre che i segni grafici x e z rappresentano due consonanti scritte con un unico segno, e vanno dunque ripartite fra le due sillabe.
- I gruppi di più di due consonanti vanno divisi assegnando soltanto l’ultima consonante alla seconda sillaba. Per la norma ricordata sopra si mantiene però inscindibile il nesso muta + liquida.
- Il segno /i/ in posizione iniziale davanti a vocale rappresenta sempre un fonema consonantico [j]. Solo in poche parole derivate dal greco il segno <i> iniziale seguito da vocale rappresenta una vocale (e come tale costituisce sillaba). In posizione intervocalica all’interno di una parola, il segno <i> rappresenta un fonema consonantico raddoppiato [jj], che dà luogo a sillabazione. In tutti gli altri casi la /i/ rappresenta la vocale.
- Anche il suono [u] è consonantico nelle medesime posizioni di [i]; tra consonante e vocale appare consonantico se non è accentato (tranne alcune licenze poetiche), vocalico quando è accentato.
- Il segno <qu> (che è sempre seguito da vocale) rappresenta, ovviamente, una consonante. Analogamente va considerato il segno <gu> seguito da vocale, ma soltanto quando è preceduto da /n/. In tutti gli altri casi /gu/ va considerato consonante + vocale.
- Due vocali consecutive costituiscono sillabe distinte.
- I dittonghi, invece, costituiscono un’unica sillaba: in latino (dittonghi discendenti) l’elemento vocalico è il primo, il secondo funge da consonante.
La “quantità”
- Convenzionalmente si oppongono solo due grandezze, quantità lunga (simbolo ¯) e quantità breve (simbolo ̆), considerate una doppia dell’altra, quindi, fondamentale, ¯ = ̆. Si tengano sempre distinte quantità di vocale e quantità di sillaba. Concorrono a determinare la quantità delle sillabe la durata della vocale e quella della consonante, o del gruppo consonantico di chiusura, non quello della eventuale consonante d’apertura.
- Le sillabe si distinguono in aperte (uscenti in vocale) e chiuse (uscenti in consonante): la quantità delle sillabe aperte si identifica con quella della vocale; le sillabe chiuse invece sono tutte lunghe, indipendentemente dalla quantità della vocale (anche se la prima sillaba contiene vocale breve). Si può dunque dire che: sono brevi le sillabe aperte con vocale breve; tutte le altre sillabe sono lunghe. I dittonghi latini sono sillabe chiuse, e pertanto sono sempre lunghi.
- Nei gruppi consonantici costituiti da muta + liquida, di norma inscindibili, il poeta ha a volte la facoltà di spartire le due consonanti fra due sillabe: la sillaba che precede il gruppo (di norma aperta) può diventare chiusa, e quindi lunga.
- Tutte le vocali che hanno subito l’apofonia latina (mutamento di timbro solitamente in /i/ oppure /u/ qualunque sia la vocale di partenza) sono brevi. In generale lunghe ē, ī, ō, ū conservano in italiano il medesimo timbro; ed inoltre si pronunciano chiuse; breve ē ō ĕ evolve in [è] aperta o in dittongo [iè] (in sillaba aperta accentata); breve evolve in [è] ĭ chiusa; breve evolve in [ò] aperta o in dittongo (in sillaba aperta accentata) [uò]; breve ŏ ŭ evolve in [ó] chiusa. Questo criterio, che permette di risalire dall’esito italiano alla quantità latina, non è infallibile: le parole latine infatti hanno a volte subito una evoluzione che ha coinvolto la quantità, e l’esito italiano non rispecchia più la quantità originaria del latino classico. Molte parole poi riproducono la forma latina (sono latinismi), non consentendo dunque alcuna deduzione sulla quantità originaria.
- Sillabe interne aperte: la sola norma generale da ricordare è che di solito vocalis ante vocalem corripitur, cioè “è breve la vocale seguita da un’altra vocale”. Questo tuttavia non avviene sempre: es. si ha /ē/ della desinenza dei nomi della quinta declinazione, ma solo ēī se preceduta da vocale.
- Hanno vocale lunga tutti i monosillabi uscenti in vocale, tranne -quĕ e pochi altri.
- Per il resto: a finale è lunga tranne che nei nominativi, accusativi e vocativi, inoltre in quiă, ită e pochi altri; [e] finale è breve tranne che nell’ablativo della V decl., nell’imperativo della II con., nella maggior parte degli avverbi derivati da aggettivi della seconda classe; /i/ finale è generalmente lunga tranne che in heri (“ieri”) e nel dativo dei pronomi personali (mihi, tibi, sibi), in ibi e ubi; /o/ finale è generalmente lunga; ma nel nominativo sing. della III decl. (per es. homo, virgo), nella prima persona sing. di voci verbali (per es. amo, dico) e in molti avverbi può essere usata come breve (dopo l’epoca augustea); [u] finale è lunga.
- Hanno vocale breve tutte le sillabe finali in consonante diversa da /–s/. Le sillabe finali in –s possono avere vocale lunga o breve: Nominativo o accusativo [-as] ha vocale lunga; [-es] ha vocale lunga, tranne che nel nominativo dei temi in dentale della III decl. e nella voce di sum; [-is] ha vocale breve, tranne che nel dativo e ablativo pl. della I e della ĕs II decl., nella desinenza dell’accusativo pl. della III decl. (-is), nella seconda pers. sing. dell’indicativo pres. dei verbi della IV e dei composti di fio, nella seconda pers. sing. del cong. pres. di sum e dei suoi composti, di volo, in vis (seconda pers. dell’indicativo pres. di volo), anche quando fa parte di un composto; [-os] ha vocale lunga, tranne che in compŏs; [-us] ha vocale breve, tranne che nel genitivo sing. e nominativo accusativo vocativo pl. della IV declinazione, nel nom. sing. dei nomi della III decl. con tema in –ū (quando la /u/ è lunga al genitivo). Non rientrano in queste norme le parole derivate o traslitterate dal greco, che conservano in genere le quantità originarie.
Declinazioni
Prima declinazione
| Casi | Singolare | Plurale |
|---|---|---|
| Nom. | -ă | -æ |
| Gen. | -æ | -ārŭm |
| Dat. | -æ | -īs |
| Acc. | -ăm | -ās |
| Voc. | -ă | -æ |
| Abl. | -ā | -īs |
- Desinenze alternative (sovrabbondanti). Nel dativo e nell'ablativo plurali, per evitare confusione di desinenza con i nomi corrispondenti della seconda declinazione (anche essi uscenti in -is nel dativo e nell'ablativo plurale) ai quali sono uniti in locuzioni, alcuni nomi della prima declinazione prendono la desinenza -ābus, anziché -is.
- Nomi Pluralia tantum (‘soltanto plurali’). Sono nomi che hanno solo la flessione plurale (/-AE/, -/ĀRUM/, ecc.), ma si traducono con termini italiani singolari:
- Divitiae, -arum la ricchezza, le ricchezze
- Epulae, -arum ricco banchetto
- Indutiae, -arum tregua, pace provvisoria
- Insidiae, -arum agguato, trappola
- Nuptiae, -arum nozze
- Athenae, -arum Atene
- Syracusae, -arum Siracusa
- Alcuni termini presentano in latino significati piuttosto diversi al singolare e al plurale:
- Copia, -ae abbondanza, copiae, -arum l’esercito grande quantità
- Fortuna, -ae sorte fortunae, -arum ricchezze
- Littera, -ae lettera dell'alfabeto litterae, -arum lettera, missiva, letteratura
- Opera, -ae opera, lavoro operae, -arum operai
- Vigilia, -ae veglia vigiliae, -arum sentinelle
- Aqua, -ae acqua aquae -arum terme
Seconda declinazione
| Casi | Singolare (m. / f.) | Singolare (n.) | Plurale (m. / f.) | Plurale (n.) |
|---|---|---|---|---|
| Nom. | -ŭs / -ĕr | -ŭm | -ī | -ă |
| Gen. | -ī | -ī | -ōrŭm | -ōrŭm |
| Dat. | -ō | -ō | -īs | -īs |
| Acc. | -ŭm | -ŭm | -ōs | -ă |
| Voc. | -ĕ / ĕr | -ŭm | -ī | -ă |
| Abl. | -ō | -ō | -īs | -īs |
- Particolarità morfologiche: pelăgus, -i (‘mare tempestoso’), vīrus, -i (‘veleno’) e vulgus, -i (‘popolo inteso come massa di gente’) sono tre sostantivi neutri.
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