Apologia dello sguardo inquieto
Marco Bertozzi - Nel documentario resta un irrimediabile atto del vedere, senza reti di protezione. È il cinema della realtà, cinema ricostruttivo con frammenti di vita.
Accesso vietato (un'anomalia italiana)
Dario Barone - Vedendo un documentario, il pubblico esce dalla sala in silenzio, come preso da una riflessione collettiva.
Al Sunny Side of the Doc sono presenti tutti i broadcasters, dalla corazzata BBC alla società indipendente armena, salvo il nostro servizio pubblico RAI. In Italia, il percorso tiene conto più del background politico che di quello professionale. È difficile far capire quanto è importante e centrale il rapporto con il mondo della produzione indipendente.
Albert Maysles afferma che il documentario ci permette di familiarizzare con altre persone che altrimenti non avremmo mai conosciuto, permette di farci conoscere gente di ogni condizione sociale. Fa dell'intero paese una sola comunità.
In Italia la parola documentario riporta qualcosa di noioso, di vecchio. È pensato e interpretato solo come prodotto televisivo e con la prevalente funzione educativa. Nella maggior parte dei casi si associa con un prodotto di divulgazione naturalistico-scientifico. La seconda associazione possibile è con il prodotto di informazione giornalistica, ovvero il reportage, ma questo non è un documentario. La terza associazione è il documentario storico tradizionale che utilizza materiali di archivio e commento fuori campo. La quarta associazione è il documentario d'arte. A questi va aggiunto il documentario di creazione o i non-fiction film: documentari d'autore che liberamente interpretano aspetti della società, della storia, della cultura di un paese; sono opere cinematografiche che vivono di vita propria indipendentemente dal medium che le veicola. Vanno al di là della cronaca e lontano dal puro approccio informativo proprio del giornalismo.
In Italia vengono prodotte ogni anno diverse ore di documentari e la responsabilità di questo disinteresse è da attribuire al sistema televisivo italiano. Invece bisogna riconoscere il lavoro intellettuale e creativo capace di interrogarsi, definire e raccontare un'identità nazionale che risulta sempre più vaga e stereotipata.
L'anomalia italiana è nella presenza di un duopolio televisivo che determina il mercato. In Italia la televisione è innanzitutto uno strumento politico, un luogo del potere che distribuisce e gestisce altro potere.
Bisogna ricollocare il produttore indipendente al centro della scena produttiva, bisogna considerare il ruolo e le funzioni dei broadcasters, avere maggiore fiducia nella capacità propositiva e di sviluppo delle piccole-medie imprese, avere un uguale fiducia sull'importanza del prodotto culturale nazionale e la definitiva accettazione e applicazione di una legge dello Stato; tutto ciò per muoversi finalmente verso un'idea moderna, globale e competitiva dell'industria dell'audiovisivo.
Sono diverso ma sono uguale (la natura ambigua del documentario)
Gianfranco Pannone - In Italia è difficile realizzare documentari perché è considerata roba di serie B. Se fai documentari sei stato sfortunato.
Piccola America è stato il mio primo film-documentario e qualche anno dopo girai Lettere dall'America. Essendo di solito co-produttore dei miei film, preferivo dirottare buona parte del compenso sull'acquisto della pellicola e sullo sviluppo e stampa.
Il clima intorno al documentario nei primi anni ‘90 era sicuramente migliore di ora. C'era la RAI tre che produceva e mandava in onda documentari d'autore.
In Italia la figura del commissioning editor è stata per anni pressoché inesistente. È mancato qualcuno che, con il supporto del produttore, facesse da tramite tra le istanze dell'autore e le esigenze della televisione generaliste. È giusto che l'autore si ponga problema del pubblico, ovvero a chi si rivolge il proprio film; inoltre è da porsi anche il problema della chiarezza espositiva.
Ho la sensazione che gli attori recitino troppo e allora preferisco rifugiarmi tra la gente vera, attori involontari della commedia umana. La base su cui poggia anche il documentario di creazione o d'autore è la costruzione del racconto in forma narrativa o poetica.
In Latina/Littoria racconto il passato fascista della città e il presente di un piano regolatore mandato a rotoli.
L'America a Roma è un film sugli stuntman che negli anni ‘60 rincorsero l'avventura degli spaghetti western.
Pomodori è un viaggio in un'Italia estiva piena di contraddizioni.
Mi sento dire che i miei lavori piacciono, ma che sono troppo d'autore e che rischiano di non essere capiti dagli utenti televisivi perché non collocabili in un genere. Quando la gente è abituata a vedere sempre la stessa cosa, difficilmente è disposta ad accettare altro.
Tra cinema e televisione, questa è l'epoca delle facce da fiction.
Per girare documentari bastano poche persone: un operatore, un elettricista, un operaio, l'aiuto regista ed io.
Uno sguardo alla realtà, appunti di un non riconciliato
Bruno Bigoni - Il mondo del cinema percepisce il documentario come una sorta di parente povero, sostenuto come strumento culturale o poco più.
Forse intervenendo sul come raccontare, inventando forme nuove, la narrazione potrebbe risultare più adatta ai nostri tempi e libera di comunicare quello che troppo spesso nella realtà di tutti i giorni viene impedito o manipolato. La superficialità e l'omologazione sono nemici di chi realizza immagini.
Il nostro cinema spesso è privo di un vero approfondimento teorico, di un’autentica capacità espressiva, di un modo nuovo di guardare e di narrare. Ce n’è un altro, invece, di cui il documentario è parte integrante, che è vivo e combattivo, inventa nuovi linguaggi e non ha paura di rischiare. Quel cinema oggi è il vero luogo della creatività.
La forma è fondamentale in questi tempi dominati dall'immaginario televisivo, dove i contenuti sono diventati o troppo banali o troppo difficili o troppo ideologici. Per forma intendo il giusto modo di raccontare, la naturale commistione di colori, luci, tagli, ritmi, sonorità, musiche e tutto ciò che contribuisce a dare corpo e vita a un'immagine.
Ci vuole la capacità di fornire un accesso inedito, coinvolgente alle cose.
La diversità oggi è una minaccia, una provocazione. Forse è per questo che il documentario fa così fatica a trovare un posto dove collocarsi e riconoscere la sua identità. Se si pensa e si scrive in libertà è difficile allineare il proprio lavoro alle sole esigenze del mercato. Perché ogni forma di ricerca o di semplice diversità espressiva lo relega alla marginalità.
Il cinema di oggi si pone poche domande e fa sfoggio di tante certezze, è un cinema refrattario alla curiosità. Per la ricerca, soprattutto sul piano della forma e del linguaggio, l'interesse è ben poco. Prevalgono i contenuti e di fatto l'unica strada possibile per confrontarsi con il mercato resta la commedia.
Non si può raccontare nessuna storia senza stupore, senza cioè quel sentimento di meraviglia che ci apre alla curiosità e all'interrogazione. In questo il documentario si distacca dal cinema di finzione. Si permette una libertà e un coraggio che muove contaminazioni, forme inedite e salti imprevedibili. Questo cinema, con i suoi affetti, le sue illusioni, le sue sorprese, sembra collocarsi in prossimità di un mondo nuovo.
Il documentario in Italia è in una fase di transizione: può morire del tutto perché sfrattato da televisioni e palinsesti; oppure può riuscire a crescere, diventare visibile, forte, caratterizzato da elementi vivi come la ricerca, la trasformazione, l'attualità. Tutto dipende dalla capacità dei protagonisti e dalle condizioni storico, politiche ed economiche che si determineranno nei prossimi anni.
Per essere autori bisogna rivendicare e difendere la propria identità culturale e produttiva e ciò significa riappropriarsi di una condizione e di uno stato.
Non mi riconosco in un cinema che racconta la realtà attraverso un modo che, invece di ampliare lo sguardo su ciò che ci circonda, ci schiaccia in un immaginario stereotipato, non tanto per quello che racconta ma per il modo con cui lo racconta. È un fenomeno di sterminio progressivo del mondo reale a favore di un mondo iperreale e perfetto che ne è solo la riproduzione.
La televisione ha diminuito la presenza e la riflessione politica, sociale e culturale e ha reso superficiale la realtà. Perciò i documentari sono visti come spiriti liberi e danno fastidio in tv; di conseguenza devono sparire dai palinsesti e mai affacciarsi nelle sale. La loro minaccia è di restituire il senso e il sentimento alle immagini.
Non bisogna mai perdere la propria identità. È l'unica cosa che ti preserva, ti definisce e ti colloca con dignità in un preciso luogo e in un preciso tempo.
Una ricerca di intensità
Roberto Nanni - È importante avere un progetto sonoro, un'idea di suono insieme a un'idea filmica. L'importante non è solamente avere un buon suono che segua passivamente la scena, ma un suono che costringa a lavorare sulla scena in modo originale. Per prima cosa cerco di stendere un percorso sonoro che sarà lo scheletro di tutto il lavoro. A volte è proprio il suono a suggerirmi come lavorare sul visivo.
Attraverso un vetro sporco è un diario filmato dalla finestra del mio bagno su un incrocio di strade di Roma prossime alla stazione Termini.
Se vogliamo idee cinematografiche più stimolanti, bisogna lottare per la visibilità delle diversità del cinema.
La documentazione di uno sguardo
Enrica Colusso - Fare cinema è anche e soprattutto interrogarsi sul proprio sguardo sul mondo. Un viaggio intimo all'interno di sé.
Attraverso la cinepresa, le persone che sto riprendendo non sono più fuori da me, esterne ma esistono all'interno di qualcosa di mio.
I miei film nascono dal desiderio di raccontare delle storie, di interrogare la realtà, di rappresentare la condizione umana e la scelta di un soggetto scaturisce sempre da una curiosità interiore. A quel punto inizia una prima fase di ricerca per dare corpo all'idea, individuare la situazione e i personaggi che possono dare vita al film. Spesso la fase di ricerca può coincidere e sovrapporsi con la fase delle riprese. Sebbene all'inizio abbia in mente un elenco di situazioni che mi interessa girare è molto raro che abbia idea di cosa succederà veramente in una determinata scena quando inizio a girarla.
Questo scoprire con la camera provoca una continua tensione con da una parte il desiderio di controllo, formale, espressivo, contenutistico che porta a fare continuamente delle scelte su cosa filmare come filmarlo; dall'altra il desiderio di scoprire, di capire, di lasciarmi andare, di farmi trasportare in territori sconosciuti e di dare spazio alla realtà.
La telecamera è lo strumento che uso per scrivere: posizionandomi, definendo lo spazio d'azione dei personaggi, mettendoli in relazione all'interno dell'inquadratura, sottolineando un momento, cogliendo un gesto, un silenzio, soffermandomi su un dettaglio. La stesura definitiva avviene in fase di montaggio.
Si ha una perdita di autenticità del lavoro nel caso si faccia uso di scene ricostruite piuttosto che realizzate in presa diretta sul reale.
La verità di un lavoro documentario risiede nella fedeltà dell'autore alle proprie impressioni, alle proprie scoperte nel corso della ricerca e della realizzazione del lavoro.
Spesso le persone filmate nei primi giorni di ripresa si aspettano direttive precise su cosa fare. Col tempo, prendendo confidenza con le riprese, sono loro stessi a proporre delle situazioni che gli sembrano interessanti per il film.
Una delle sostanziali differenze tra la fiction e il documentario è che i personaggi di un documentario hanno un'esistenza reale al di fuori del film. Il documentario indaga il reale, stimola l'immaginazione e l'attenzione su alcune realtà e ha anche un'evidente dimensione politica.
In Italia si ha ancora una grande difficoltà a separare il cinema documentario dal giornalismo, dal reportage televisivo e dal programma informativo.
Un documentarista per caso
Guido Chiesa - Il mio desiderio di fare cinema è scaturito dall'esigenza di avere a disposizione dei mezzi espressivi che mi permettessero l'elaborazione di un certo linguaggio. È necessario trovare per ogni storia, per ogni soggetto e per ogni film il suo linguaggio.
Il documentario è un terreno ideale di sperimentazione perché apre una serie di complesse questioni etiche e ideologiche.
Se non si hanno delle alternative non si possono formulare pensieri critici, perché questi si manifestano solo quando ci sono delle scelte. Ogni immagine d'archivio è un frammento di un'alternativa futura.
I cineasti potrebbero spiazzare il mercato creando in continuazione prodotti nuovi che si sottraggono alle categorie comuni, ibridi mutanti che sfuggono alle definizioni.
Una terra senza sentieri
Ilaria Freccia - Perché la verità si affermi tutto deve dileguarsi.
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