Chi sono i nativi digitali?
Alcuni stabiliscono il confine tra la generazione degli immigrati e quella dei nativi digitali con la rivoluzione digitale nelle famiglie e nelle abitazioni, che in alcuni paesi si è avuta già a partire dal 1985… ma molto più diffusamente nel 1996 e in Italia in particolare dal 1999-2000!
Il modo in cui i nativi digitali apprendono è stato oggetto di diverse ricerche. In particolare, la Millennium Learners ha come obiettivo quello di analizzare i comportamenti di apprendimento e gli stili cognitivi degli studenti del nuovo millennio: ogni tre anni analizza in maniera sistematica gli effetti della rivoluzione digitale sui nativi digitali ed è stato rilevato che esiste un miglioramento negli apprendimenti legato all'uso delle tecnologie digitali nella formazione. Minore è l’uso della trasmissione dei saperi, minore sarà la capacità di trarne beneficio anche per la propria vita sociale.
Quello che stupisce è che questi dati non si riferiscono a bambini che utilizzano le tecnologie quotidianamente a scuola, ma nel contesto familiare. Questo spiega perché i nativi sono differenti da noi immigrati, essi infatti vivono in un ecosistema mediale che co-evolve più con la loro vita familiare e sociale che con la scuola e i sistemi formativi.
I nativi hanno una loro dieta mediale, quei prodotti mediali che i nativi consumano, ma anche producono e gestiscono; anche in questo campo si è verificata una veloce evoluzione da sistemi fissi a quelli mobili come smartphone, videogiochi, iPhone, ecc. I nativi si appropriano della tecnologia esplorandola, la considerano una protesi cognitiva e ludica; potremmo dire che le tecnologie digitali sono una parte integrante del loro “proprio corpo” individuale e sociale e non, come per noi, una novità da accettare o rifiutare, e per così dire, una protesi spesso posticcia del nostro sé.
I nativi digitali in Italia sono responsabili del ‘trascinamento’ al digitale delle famiglie, proprio perché le altre fasce d’età sono meno connesse.
Il mondo virtuale per i nativi
Ma come vedono e rappresentano il mondo i nativi? Essi vedono il virtuale come costitutivo del reale, in altre parole per loro esiste il reale e altrettanto reale è la sua “virtuale”, mentre per noi immigranti si oppone al reale come luogo dell’illusorio, dell’inganno.
I nativi vivono in un mondo reale e virtuale insieme, essi crescono, apprendono, comunicano e socializzano all’interno di questo nuovo ecosistema mediale, il brave new world dell’informazione e della comunicazione digitale globalizzata. Essi sono dotati di un’intelligenza multitasking, apprendono per esperienza, attraverso un deweyiano learning by doing naturale e inconsapevole, mentre noi adulti gutenberghiani cerchiamo sempre un manuale, una traccia lineare e alfabetica.
Nuove modalità di conoscenza e di apprendimento: l’intelligenza digitale
In questo scenario di complessità, si tratta di privilegiare un maggiore approfondimento metodologico e la didattica laboratoriale allo studio delle nozioni, in modo da permettere a bambini e studenti di acquisire un solido metodo di studio e di ricerca, in alcuni campi del sapere, che possa poi essere applicato anche ad altri settori.
Con la rivoluzione digitale è cambiata la tecnologia caratterizzante di creazione, rappresentazione e diffusione del sapere, così come sono cambiate le sue modalità di consumo e divulgazione; questo cambiamento ha cambiato anche gli stili di comunicazione.
La cultura partecipativa dei nativi
I nativi, infatti, hanno sviluppato una nuova cultura di fruizione dei media che Henry Jenkins ha definito “cultura partecipativa”: il motore di questo protagonismo sulla rete è identificato da Jenkins sia nel desiderio di essere presenti e visibili on-line sia nel desiderio di cooperazione e coinvolgimento degli amici nelle proprie esperienze.
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