La rivoluzione demografica del XVIII secolo
A partire dal Settecento, l’Europa conobbe crescita demografica
ininterrotta e accelerata che seguì il periodo di stagnazione
seicentesco (1630-1680), periodo caratterizzato da un rialzo del
tasso di mortalità, in cui si accentua la biforcazione demografica
interna all’Europa, e comportò una rottura con i precedenti modelli
di sviluppo demografico. L’Europa entra nella così detta
“transizione demografica”.
Il nuovo modello demografico è caratterizzato dalla caduta del tasso
di mortalità e dalla contrazione del tasso di natalità. Sul breve
periodo si produce una crescita impetuosa dovuto al calo della
mortalità più che all’aumento della natalità. In una seconda fase, la
natalità diminuisce e l’aumento della popolazione è assicurato dal
crescente allungamento della vita media.
Prima fase della transizione: riduzione della mortalità, ma elevato
tasso di natalità
Seconda fase della transizione: tendenziale diminuzione della
natalità
Regime demografico moderno: il tasso di natalità eguaglia il tasso di
mortalità
Per due secoli la crescita demografica dell’Europa non conobbe
pause o regressioni e ciò significa che si era modificato il
precedente equilibrio demografico. Nel corso del Settecento la
tendenza all’aumento della popolazione interessò l’intera Europa,
anche se non fu uniforme né dal punto di vista geografico né
ugualmente distribuita nel tempo. La crescita demografica continuò
anche nel corso dell’Ottocento. Tra il 1700 e il 1820 la popolazione
europea passò da 120 a 213 milioni.
Questione fondamentale: la crescita fu il risultato della riduzione del
tasso di mortalità o dell’aumento del tasso di natalità?
A causa delle lacune e dell’imprecisione delle fonti a disposizione è
difficile dare una spiegazione a tale questione. Tuttavia, nel tempo
gli storici hanno attribuito l’espansione demografica europea a:
Flessione del tasso di mortalità (tesi tradizionale)
o - come risultato dei progressi della medicina e dell’igiene
(non è dimostrato, verificata è, invece, la riduzione dei
decessi legati a malattie di tipo epidemico come peste e
vaiolo);
- come risultato dei progressi nell’igiene personale e
nell’igiene pubblica (non dimostrato);
- come conseguenza della riduzione delle crisi di
sussistenza in molte aree dell’Europa, si registrò il
miglioramento della rete dei trasporti e l’introduzione di
muove colture;
- come reazione a un periodo di elevata mortalità.
La storiografia più recente sottolinea il mutamento strutturale
della mortalità in quanto ci fu una riduzione di decessi legati a
malattie epidemiche, una riduzione della mortalità infantile e
della mortalità nelle fasce centrali della popolazione, mutamento
nella distribuzione sociale della mortalità.
Aumento del tasso di natalità (tesi matrimoni-fertilità)
o seguito alla trasformazione del modello matrimoniale europeo,
caratterizzato dalla tendenza a contrarre matrimonio in età
relativamente tarda (27-28 anni per gli uomini, 25-26 anni per
le donne), con l’effetto di allungamento del periodo di fertilità
delle coppie. L’abbassamento dell’età matrimoniale
determinata da maggiori occasioni di lavoro.
Nessuna delle tesi esposte rappresenta una spiegazione esauriente
e definitiva e l’individuazione delle cause dell’espansione
demografica del XVIII secolo rappresenta uno degli interrogativi
ancora irrisolti della storia d’Europa.
Una delle caratteristiche della storia inglese del Settecento è
rappresentata dall’aumento della popolazione. Dopo la metà del
secolo, l’Inghilterra fece registrare un ritmo di sviluppo più
accelerato rispetto agli altri paesi europei, infatti tra il 1681 e il
1841 la popolazione inglese triplicò passando da 5,1 milioni a 14,9
milioni. Alla crescita demografica si accompagnò la crescita
economica.
Per il Settecento vi erano statistiche demografiche incomplete e
lacunose, ci furono tentativi di valutare la situazione demografica
del paese a partire dalla fine del Seicento sulla base di fonti fiscali e
dei dati offerti dai registri parrocchiali (1696: Gregory King,
Osservazioni sullo stato dell’Inghilterra).
Nel corso del Settecento, prevale un’interpretazione ottimistica del
ruolo della popolazione nello sviluppo economico, ribaltata alla fine
del secolo dal Saggio sul principio della popolazione, in cui la
correlazione positiva tra popolazione e sviluppo economico viene
ribaltata.
Malthus affronta il problema del rapporto tra popolazione e risorse
in modo generale, partendo dal postulato smithiano secondo cui i
prodotti della terra rappresentano la fonte principale del benessere
economico ed elaborando un modello che lega i due elementi: il
livello di produttività della terra determina il livello massimo della
popolazione che vi trova sostentamento e la popolazione può
crescere fino al livello imposto dalla capacità dell’agricoltura di
fornire le risorse necessarie.
La popolazione aumenta più velocemente e rapidamente rispetto
alle risorse, che non possono crescere oltre un certo limite: quando
la popolazione aumenta avvicinandosi al li
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