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Introduzione agli studi storici

Le dimensioni del racconto

La storia è sempre un racconto. Lo stile nel racconto storico conta molto perché la capacità di raccontare è direttamente proporzionale a quanto si riesce a far passare il discorso. La storiografia può essere vista come un’arte, e quindi come un racconto fortemente soggettivo, oppure come una scienza in cui lo scienziato fa una ricerca di dati e poi li riscrive sotto forma di racconto, mettendo in luce i legami reciproci.

Per Aristotele la differenza tra storico e poeta è che lo storico racconta fatti realmente accaduti mentre il poeta quelli che sono plausibili. La storia è una riscrittura di racconti su cose già accadute. La storia era intesa in diversi modi dagli antichi storici:

  • Erodoto pensava che la storia fosse un ricordo di azioni importanti che devono essere ricordate, le grandi imprese. Erodoto non è considerato proprio il padre della storiografia perché dava credito a racconti mitologici e a avvenimenti non verificati.
  • Tucidide, invece, viene considerato il vero padre della storiografia perché usava solo elementi verificati.

La storia è di insegnamento per il futuro; all’interno di questa idea c’è la concezione che la storia sia maestra di vita ("Historia magistra vitae").

La visione della storia

Uno degli aspetti chiave della visione della storia nei popoli antichi è il racconto delle imprese, dei grandi fatti. Si trovano grandi esempi di esaltazione di grandezze, esaltazioni di grandi imprese spesso militari, recupero di un evento politico (militare o istituzionale) per rafforzare il potere di chi scrive, o di chi richiede la scrittura per rafforzare il suo stesso potere. La vita dell’uomo è scandita dalla ripetizione degli stessi elementi.

Con Erodoto e Tucidide appaiono altri elementi, oltre alla divinità e alla ripetizione, come per esempio l’importanza delle grandi imprese, però comunque nulla a che fare con la storia vista come percorso, si tratta ancora di ripetizione.

La storia umana come ciclo

La storia umana è vista come una visione ciclica. Essa è raffigurata dal serpente che si mangia la coda, simbolo che si trova in molte civiltà antiche. La ciclicità però riguarda anche la nostra vita: il sole che sorge e tramonta, oppure la vita dell’umanità indicata come nascita e morte.

Però, gli storici tendono a collocare l’azione in un preciso momento, decretandone l’unicità e l’irreperibilità, invece l’antropologo, occupandosi dello studio del comportamento umano in sé, è naturalmente più portato a individuare la schematicità e di conseguenza la ripetitività dell’agire dell’uomo nel corso della storia.

Un esempio di antropologo che crede nella ciclicità è René Girard con la sua concezione di desiderio mimetico secondo il quale noi imitiamo dagli altri i nostri desideri, le nostre opinioni e cerchiamo di fare il contrario di coloro che disprezziamo: la visione della felicità dell’altro suscita in noi il desiderio di fare come lui per ottenere la stessa felicità.

Concezione ebraica e rielaborazione di Agostino

Attualmente la storia non è però ciclica. La storia è una linea che va in una precisa direzione, è un percorso. Questa visione deriva dalla radice ebraico-cristiana. La visione ebraica deriva da religioni inizialmente monoteiste. Nella Genesi, che in ebraico significa inizio, c’è Dio che crea il tempo storico e a questo punto di inizio è collegato il momento in cui Dio crea l’uomo, lo crea perché ha un percorso in mente per lui e quindi ha un disegno che l’uomo deve scoprire e a cui deve sforzarsi di seguire fino alla fine. Si hanno quindi un inizio e una fine, ossia le profezie della fine del mondo. Dio dirige la storia e la conduce fino al suo termine: il trionfo del regno di Dio. In mezzo, all’inizio e alla fine, c’è la costruzione di questo cammino che è materiale (peregrinazioni degli ebrei) e cammino spirituale che porta alla fine.

Mircea Eliade, ha difeso la tesi secondo cui il concetto di storia che l’occidente ha fatto proprio è, sostanzialmente, creazione del genio ebraico. Si passa così da una "concezione ciclica" del tempo, tipica del mito, ad una "concezione lineare" di eventi collegati tra loro e progressivamente rivolti ad un futuro.

Per mezzo dei profeti che interpretavano gli avvenimenti contemporanei alla luce di una fede rigorosa, questi avvenimenti si trasformavano in "teofanie negative". Non soltanto acquistavano senso, ma essi svelavano anche la loro intima coerenza, rivelandosi come l’espressione concreta di una medesima, unica volontà divina. Così per la prima volta i profeti valorizzano la storia, giungono a superare la visione tradizionale del ciclo e scoprono un tempo a senso unico.

Il primo movimento di originalità ebraica della storia consiste, dunque, nella separazione tra concezione degli eventi, dipendente da un’idea ciclica del tempo e nell’assunzione dell’evento come punto di un processo della "storia della salvezza" guidata e scandita dall’intervento divino.

L’elemento caratteristico del messaggio profetico è la sua urgenza immediata. Se nulla ci permette di attribuire ai profeti tale concezione del tempo (il tempo cioè inteso come una successione lineare che metta capo, in un futuro probabilmente assai lontano, a una manifestazione di Dio) allora potremo bene riconoscere agli eventi che essi predicono un carattere ‘definitivo’ quand’anche, secondo le nostre categorie di pensiero si tratti pur sempre di fatti compresi nell’ambito ‘storico’.

Il tema della salvezza, della vita e della morte si sposta dunque in avanti rivolto ad un’attesa di un intervento salvifico futuro e definitivo all’interno di una rinnovata comprensione del "giorno di Jahvè". Tale concezione escatologica della temporalità e della storia fondata su un evento futuro pare essere per Von Rad il contributo più significativo della tradizione ebraica che prepara l’innesto sulla tradizione cristiana.

Il filosofo che perfeziona la visione del tempo che il cristianesimo eredita dall’ebraismo è Agostino d’Ippona. Agostino afferma che il tempo è l’uomo e che l’eternità è Dio. Il secondo è ripetitivo e costante, mentre il primo è tutto umano. L’uomo si deve preoccupare delle sue scelte e non della fine del mondo perché tanto il parametro di misura del tempo di Dio è diverso.

Agostino è l’autore di "La città di Dio", in cui vuole mostrare la superiorità del cristianesimo rispetto alle istituzioni e le forme di cultura umana. Agostino è convinto che la vicenda della vera chiesa non possa essere condizionata dalle vicende umane. Per dimostrarlo elabora una teologia della storia (il significato degli eventi è dato dalla struttura teologica): il filo della storia è dato dalla lotta tra il bene e il male, che si costituiscono in due regni. Si distinguono, dunque, due città:

  • Città di Dio: città celeste retta dall’amore di Dio. Essa è identificata nella chiesa (sarà dei puri soltanto nel giorno del giudizio finale, prima di allora il membro è solo peregrino, cioè uno straniero in terra);
  • Città Terrena: dominata dall’amore in sé; in essa il bene e il male sono in conflitto e non è possibile la realizzazione della vera pace. Solo la resurrezione finale porterà alla risoluzione di ogni conflitto.

La lotta tra queste due città ritma il corso della storia e prende il sopravvento sullo schema della successione delle età del mondo. Dalla caduta di Adamo, già la razza umana è stata divisa in due città:

  • Città (civitas): ovvero comunità dei cittadini in cui essi appartengono e trovano la loro identità.
  • Città terrena: non identificata con lo stato ed è una società che venera gli dei falsi e bugiardi. Da qui nasce la "libido dominandi", ovvero il desiderio del potere su cui si fonda la città del diavolo, cioè gli imperi umani che coltivano i culti pagani.

Le conseguenze della visione del tempo come linea

  • Ossessione per le origini: pensiamo che molto della nostra esistenza come persone e gruppo sociale, sia determinato dalle nostre origini. A livello famigliare questa ossessione ha portato alla formazione degli alberi genealogici. L’albero genealogico è un prodotto del medioevo occidentale nato secondo due diverse esigenze:
    • Ordine ecclesiastico: la chiesa si preoccupa che i matrimoni della gente importante non fossero tra consanguinei;
    • La famiglia costruisce il suo albero per definire con precisione i rapporti patrimoniali per quanto riguarda l’eredità.
  • La storia è importante e se la distruggo cambio il presente.
  • Distruzione delle memorie: Si può distruggere una memoria e si può anche inventarla.

La distruzione e la costruzione di memorie

In quasi tutte le epoche c’è la distruzione della memoria: un esempio moderno sono le terribili distruzioni dell’ISIS di alcuni musei distruggendo le opere di un passato in cui non riconosce alcun valore. Il potere politico sa che rimuovendo il passato del nemico gli toglie forza e identità perché la storia dà forza e potere.

Un esempio è quello di "damnatio memoriae" relativo alla dinastia dei Severi: quando Caracalla va al potere uccide il fratello per congiura e ordina la rimozione di tutte le immagini che lo riguardavano per indebolire il potere del partito politico del fratello ucciso. Un altro esempio è nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo: nel 315 c’è stato l’editto della libertà di culto dei cristiani, ma nel 380 l’imperatore Teodosio obbliga tutti i suoi sudditi a essere cristiani e nel 391 c’è la soppressione di tutti i culti pagani. Si avvia un processo di diffusa distruzione dei segni del paganesimo (distruzione dei templi o conversione dei templi in chiese).

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/02 Storia moderna

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher IIFrancyII di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Introduzione agli studi storici e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pisa o del prof Salvatori Enrica.
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