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- Nel VII punto l’autore afferma che nessuna lingua è inalterabile e che non si può, quindi, pensare di fermare lo sviluppo

dell’italiano.

- Nel VIII e ultimo punto si afferma che nessuna lingua è parlata in maniera uniforme nella nazione.

La filosofia di Cesarotti relativa alla lingua è la seguente: essa non dipende dal popolo ma non dipende neanche dagli

scrittori come quelli scelti dalla Crusca. La lingua non può essere fissata nei modelli di un determinato secolo e non

dipende dai grammatici.

Cesarotti, nella sua opera, propone una normativa illuminata da contrapporre a quella della crusca, però priva degli

eccessi di radicalismo degli scrittori del Il Caffè. Afferma l’autore che gli scrittori sono liberi di introdurre termini nuovi, o di

ampliare il senso dei vecchi, ma i primi devono essere introdotti per analogia con i termini già esistenti, per derivazione o

per composizione. Un’altra possibile fonte di parole da introdurre nella lingua possono essere i dialetti. Presenta la scelta

di adottare parole straniere con molta cautela e pensa che sia auspicabile una diminuzione dei grecismi e dei latinismi

nel linguaggio scientifico: gli pare meglio scegliere sonnifero che narcotico.

La proposta del “Consiglio nazionale” della lingua

Cesarotti prende posizione contro l’eventuale pretesa di egemonia da parte di un dialetto, fosse anche il toscano. Gli

pare piuttosto che tutti i dialetti, una volta purgati dagli idiotismi plebei, possano contribuire all’arricchimento della lingua

italiana. Il libro si chiude con la proposta di instaurare un Consiglio nazionale della lingua al posto della crusca, ormai

fusa da qualche tempo. Il consiglio avrebbe dovuto avere sede a Firenze e avrebbe approfondito la ricerca etimologia

dei termini, mai affrontata pienamente dagli Accademici della Crusca. Il compito finale del Consiglio era la stesura di un

vocabolario. L’appello cadde però inascoltato.

XVIII - R A T E T D R (P , C E R )

ITORNO LLA RADIZIONE ENTATIVI I INNOVAMENTO URISTI LASSICISTI OMANTICI

Il francese lingua nemica

Il periodo napoleonico fu caratterizzato da una forte espansione del francese. È dunque comprensibile che alcuni

abbiano fatto della lingua italiana una sorta di bandiera contro l’ideologia rivoluzionaria, come Napione. Il denominatore

comune a tutte le forme di purismo ottocentesco sta in due caratteri tipici: l’antipatia dell’influenza del francese

sull’italiano e il ricorso a modelli linguistici del passato.

Il purismo

I veri puristi si caratterizzano per la loro rigida chiusura di fronte ad ogni novità. Il vero rappresentate del purismo è il

sacerdote Antonio Cesari, il quale pubblicò nel 1806 la cosiddetta Crusca Veronese, una crusca ancora più attenta della

precedente nel recuperare il buon uso trecentesco degli autori minori e minimi. La sua opera più importante è la

Dissertazione sopra lo stato presente della lingua italiana. Qui trovarono una sistemazione teorica le dottrine puriste:

dopo il trecento, la lingua, a suo giudizio, era andata via via perdendo la propria bellezza. Cesari aveva una visione

pessimistica delle sorti della lingua e della letteratura: le più perfette realizzazioni stavano infatti all’inizio del percorso

storico.

Classicismo e purismo

Può ora essere utile un confronto con la posizione rigorosamente classicista di Leopardi espressa nello Zibaldone, in cui

si manifesta una grande ammirazione soprattutto per la prosa del Cinquecento, la quale rileva, secondo l’autore, una

maturità culturale ben maggiore di quella del Medioevo. Cesari, al contrario, affermava che tutti nel Trecento parlavano e

scrivevano bene. Cesari era veronese e quindi lo spirito campanilistico, determinante il Salviati, non aveva alcuna parte

nella sua elaborazione teorica. Eppure il purismo era una teoria debolmente e sgraziatamente presentata da un filologo

che si segnalava soprattutto per la sua mediocrità intellettuale e sociale. Il successo delle sue tesi si legava in gran parte

a una voglia di riscatto culturale da parte di una nazione ferita e umiliata dalla prepotenza di altre nazioni. Inoltre il

purismo era una soluzione semplice e le soluzioni semplici o semplificatrici hanno la tendenza a prevalere.

La battaglia contro il purismo: la Proposta di Monti

Nel 1811 Napoleone, probabilmente con l’intento di mostrarsi liberale nei confronti della lingua italiana, restaurò la

Crusca. Bisogna risalire proprio a quell’anno per trovare i primi stimoli che condussero il più celebrato poeta di quei

tempi alla stesura della serie di volumi della Proposta di alcune correzioni ed aggiunte al Vocabolario della Crusca. Monti

da tempo preparava la sua reazione contro le teorie di Cesari e contro tutto il fronte dei conservatori. Egli si limitò a

mettere in evidenza gli sbagli compiuti dai vocabolaristi fiorentini. Dietro questa battaglia filologica emerge, naturalmente,

un ideale di lingua classica. Monti, inoltre, si rese perfettamente conto delle esigenze del linguaggio scientifico e tecnico,

dimostrando un’apertura notevole. Anche i romantici erano radicalmente avversi al purismo, ma avevano altrettanta

avversione per l’eccesso di cultura classica presente nella tradizione italiana e non condividevano inoltre le critiche

contro il prestito dalle lingue estere e contro il francese. Alla Proposta di Monti parteciparono molti autori.

La teoria storica di Perticari, la questione dei poeti siciliani e il ricupero del De Vulgari Eloquentia dantesco

Nei due saggi con cui Perticari partecipò alla Proposta vengono riproposte le vecchie interpretazioni date da Trissino al

De Vulgari Eloquentia. Il trattato dantesco era sempre stato punto di riferimento per tutti coloro che si opponevano al

primato di Firenze, ma nessuno, eccetto Gravina, ne aveva mai fatto un uso così ampio come Perticari. Quest’ultimo

voleva dimostrare che gli scrittori italiana del Due e Trecento avevano preso tutti le mosse dal romano comune e

avevano contribuito a nobilitarlo. Perticari constatava che questa nobilitazione era riuscita meglio fuori di Toscana,

soprattutto tra i siciliani. La scuola siciliana veniva così ad occupare un posto di primo piano. La forma poetica da essa

raggiunta sembrava la miglior prova della vanità toscana: i poeti siciliani avevano scritto prima dei toscani e avevano

scritto in un ottimo volgare illustre. Perticari, in realtà non sapeva che i siciliani erano stato toscanizzati dai copisti.

Il superamento della tesi storia di Perticari

Nessuno per lungo tempo seppe contrapporre le tesi di Perticari. Nel 1830, Giovanni Galvani osservò che nel Medioevo

i testi toscani erano stati talora trascritti da copisti settentrionali e avevano così subito una trasformazione linguistica.

Galvani propose di immaginare che, inversamente, i testi siciliani potevano essere stati toscanizzati. Più tardi, nel 1846,

Galvani riportò il frammento di una poesia siciliana e mostrò come poteva essere avvenuta la trasformazione. Cadeva

quindi l’ipotesi di Perticari e la Toscana stessa riprendeva una posizione di indiscutibile vantaggio su tutte le altre regioni.

La linguistica dei romantici

I romantici erano in sostanza favorevoli alla battaglia contro la Crusca, ma non concordavano affatto con le posizioni di

Monti circa la sua avversione per il purismo. Ma essi, però, non sarebbero stati in grado di condurre una battaglia

antipurista da soli, perché al loro parola non avrebbe avuto la forza di quella del Monti, all’apice della fama. Un altro

elemento di divergenza con i classicisti (ricordiamo l’esponente Breme) stava nella simpatia con cui i romantici

guardavano alle novità della lingua francese.

La scoperta e la rivalutazione culturale dei dialetti

Tra i romantici italiani ebbe fortuna una rivalutazione del dialetto nella letteratura, contro la radicata tradizione classica

che condannava questo strumento espressivo in quanto basso e plebeo. La questione, comunque, fu vista in modo

nuovo, non solo come fatto letterario, solamente quando si diffuse la linguistica scientifica a partire dalla metà

dell’Ottocento. Essa fu molto attenta ai dialetti e li considerò un oggetto fondamentale d’indagine. Il dialetto fu finalmente

considerato a tutti gli effetti un materiale prezioso. Il pioniere dello studio dei dialetti italiani fu Bernardino Biondelli. Dai

suoi studi dipendeva ancora la classificazione dialettale adottata dal primo censimento dopo l’unificazione d’Italia,

importante perché coloro che compilarono il commento dei risultati si preoccuparono di insistere sul fatto che le divisioni

linguistiche non dovevano dar luogo ad alcun genere di rivendicazioni delle minoranze.

XIX - L E N

INGUA AZIONE

Manzoni: dallo stile individuale alla lingua nazionale

Nell’età del romanticismo, l’elaborazione teorica più importante in campo linguistico fu quella di Manzoni, che venne a

collegarsi direttamente alla nuova situazione creatasi con l’Unità. Dopo aver terminato i Promessi sposi (1823 - Fermo e

Lucia), Manzoni scrisse un’introduzione alla propria opera dove ammetteva di aver adoperato nel romanzo espressioni

lombarde, toscane, francesi e latine. Ma si dichiarava insoddisfatto del risultato finale e dichiarò di scrivere male. Lo

scrittore affermava che per scrivere bene ci voleva la conoscenza di uno strumento linguistico omogeneo e completo, e

lo identificò nei dialetti, che, dunque, avevano i requisiti necessari per scrivere bene. Però il dialetto aveva il difetto di

avere una circolazione limitata. In Italia, tuttavia esisteva il toscano. Manzoni osservo che forse questo toscano poteva

essere assunto come lingua di livello alto. Sui margini della copia personale del Vocabolario della Crusca, Manzoni era

molto attento a registrare i casi in cui il dialetto milanese offriva concordanze più o meno evidenti col toscano. Nel 1825-

27 Manzoni dava alle stampe la prima edizione dei Promessi sposi orientata in direzione del toscano. Nel 1827 lo

scrittore partiva per Firenze: questo era il viaggio decisivo che lo avrebbe avvicinato al fiorentino parlato. Così, l’edizione

definitiva dei promessi sposi del 1840 era frutto di un accuratissimo rimaneggiamento messo in atto per raggiungere la

forma del fiorentino vivo delle persone colte. Questa nuova veste linguistica suscitò molte discussione e non pochi

furono i dissensi. Quando nel 1867 divenne ministro della Pubblica istruzione Broglio, favorevole alle idee manzoniane,

nominò una commissione con l’incarico di ricercare i modi per aiutare il popolo nella buona parlata e nella buona

pronunzia. La commissione era composta da due sottosezioni, una milanese e un’altra fiorentina. Manzoni aveva la

presidenza generale e guidava la sezione milanese. Nel 1868 fu pubblicata la Relazione di Manzoni, e conteneva un

elenco di mezzi idonei a diffondere il fiorentino: la proposta di scegliere insegnati toscani, abbecedari scritti in toscano,

soggiorni-premio in toscana per gli studenti, la compilazione di un vocabolario dell’uso toscano. Manzoni, insomma, con

grande entusiasmo coglieva il significato della questione della lingua e parlava di una questione sociale e nazionale

sostituitasi a una questione letteraria. Ma la teoria manzoniani rivelava qui la propria debolezza, perché l’unificazione

linguistica richiedeva ben altri strumenti d’intervento che i vocabolari.

Questione romana e questione della lingua

Dunque con Manzoni la questione della lingua si trasformò in una questione sociale. Però lo scrittore si rese ben presto

conto che quando Roma fosse diventata capitale politica, si sarebbe creata una situazione anomala: il nuovo Regno

avrebbe avuto una capitale linguistica (Firenze) diversa dalla capitale politica (Roma). Allora la questione romana ebbe

un risvolto anche nella questione della lingua. Riaffiorava, nella nuova attualità politica, il fantasma della cinquecentesca

teoria cortigiana.

Contro Manzoni

La Relazione manzionana destò subito un dibattito vivacissimo. Vi era chi, come Niccolò Tommaseo, era poco

favorevole all’idea che la lingua fosse da ricercare in una città e, anzi, sosteneva che le città fossero il luogo della

corruzione della lingua stessa e che la buona lingua si conoscesse meglio nelle campagne. Meglio, dunque, proporre al

posto del fiorentino il toscano. Ovviamente la teoria manzoniana scandalizzava i fautori del purismo, sia che volessero

l’imitazione del Trecento, sia che si spingessero vero il cinquecento.

Il Proemio di Ascoli all’Archivio glottologico italiano

Non tutti gli avversari di Manzoni furono però conservatori e passatisti. Il miglior intervento in questo senso fu quello di

Ascoli. Il primo fascicolo dell’Archivio glottologico italiano, prima rivista dedicata alla linguistica moderna, si aprì con un

intervento di Ascoli in cui la proposta manzoniana veniva criticata. Ascoli denunciò con molta chiarezza la scarsa

applicabilità in una nazione policentrica come l’Italia il modello centralistico manzoniano, ispirato al modello francese di

Parigi. Per gli scienziati Firenze finiva per essere un ridicolo impaccio, perché la scienza una lingua formale, non un

parlato colloquiale. Ascoli mostrava inoltre come a volte il lessico diffuso in Italia fosse diverso da quello di Firenze

(Ditale/Italia-Anello/Firenze) ed era impensabile che l’Italia mutasse strada per seguire Firenze in alcune scelte

linguistiche. Quando uscì il vocabolario ispirato dai criteri manzoniani, intitolato Novo vocabolario della lingua italiana

secondo l’uso di Firenze, Ascoli condusse nel Proemio un analisi dello sviluppo del dittongo uo (Novo/Nuovo),

dimostrando che esso era l’esito generale in Italia della o breve latina. Infine Ascoli invitava ad occuparsi un po’ meno

della lingua perché quando finalmente ci fosse stato un sostanziale progresso culturale e civile la lingua sarebbe venuta

da sé.

Manzoniani e antimanzoniani nella scuola e nell’educazione popolare

Grande influenza tra gli insegnanti ebbe De Amicis, manzoniano, che pubblicò nel 1905 L’idioma gentile, sulla lingua

italiana, destinato a un grande successo di pubblico. A controbilanciare simili entusiasmi per la lingua toscana fu Giosuè

Carducci. Il Carducci, toscano, fu sempre ostile al manzonismo, che sbeffeggiò e satireggiò anche quando ebbe ad

occuparsi di programmi e libri scolastici.

Lingua e nazione: il problema delle minoranze

Il problema linguistico non si pose solo come questione sociale e di educazione popolare, ma emerse anche la

questione nazionale connessa alla presenza delle minoranze e degli alloglotti. A cavallo tra 800 e 900, la politica

linguistica messa in atto dal Regno d’Italia entrò spesso in attrito con le tradizioni alloglotte, ad esempio in Valle D’Aosta.

Con l’affermarsi di sentimenti nazionali questo antico bilinguismo risultava insoddisfacente e veniva combattuto con vari

provvedimenti. L’attrito con le minoranze continuò anche durante il regime fascista.

XX - D R A ’I

AL EGNO LL MPERO

L’Italia unita: bilancio di un dibattito linguistico

Gramsci non condannò affatto come inutili le discussioni sulla lingua italiana, ma fu anzi tra i primi a riconoscerne il

significato civile e sociale. Al contrario di Gramsci, Benedetto Croce, volle negare l’importanza della questione,

riducendola a un fatto sostanzialmente negativo e superfluo. Quando alle teoria di Manzoni ne riconosceva tuttavia la

portata sociale. I mali che Manzoni voleva combattere, ammetteva Croce, erano reali e il manzonismo ebbe almeno il

merito di promuovere un modo di scrivere più svelto, meno classico e paludato. Una teoria sbagliata e falsa, insomma,

ammetteva Croce, aveva prodotto effetti sostanzialmente benefici.

Un problema per gli scrittori

La lingua italiana, per il suo carattere di aristocraticità, mal si prestava alla divulgazione a alla lettura piacevole: la

letteratura italiana non era popolare in Italia perché non era popolare la lingua. Altri scrittori, oltre questi Manzoni, si

accorsero che occorreva rinnovare a lingua letteraria. Nel 1877, lo scapigliato Giovanni Faldella, attribuiva la colpa di

questa situazione al peso dei modelli trecenteschi e all’eccessiva letterarietà dell’italiano. Egli condivideva l’ideale di una

maggiore popolarità della letteratura, ma al modello manzoniano preferiva un modello più libero, uno stile moderno che

fosse anche capace di ricorrere alle parole ereditate dalla tradizione e alle parole dialettali, toscane e non toscane. Una

delle sostanziali novità che segnarono l’evoluzione dello stile narrativo dell’800 fu la cosiddetta scuola verista, il cui più

alto esponente fu verga. Allo stile dei veristi furono rivolte molte critiche per il suo carattere innovativo rispetto alla

tradizione. La lingua classica veniva ormai rifiutata come innaturale, artificiosa e improponibile nella comunicazione con il

largo pubblico.

Negazione della “lingua modello” nell’estetica di croce

Un grande aiuto a tutti quegli scrittori che cercavano maggiore libertà venne da Benedetto Croce, nel quadro della teoria

estetica basata sulla distinzione tra poesia e non poesia. Per Croce non vi è sostanziale differenza tra un prodotto

artistico in prosa e uno in versi: ciò che conta in esso è soltanto la sua poesia, intesa in senso assoluto. La poesia va

distinta da tutto ciò che appartiene alla non poesia. Croce considerava il linguaggio come pura creazione individuale

irripetibile. Riferendosi al toscano diceva che cercare la lingua nel modello è come cercare l’immobilità nel moto. Ne

derivava la svalutazione della questione della lingua e la svalutazione della grammatica. La domanda come si deve

scrivere perdeva ogni senso: ognuno doveva scrivere secondo le esigenze della propria espressività individuale. Croce

aiutò dunque gli scrittori italiani a liberarsi dal timore di scrivere male e a cercare il proprio stile individuale con maggiore

sicurezza e fiducia.

La lingua dell’Impero. L’italiano nell’epoca fascista

Nel 1939 Bertoni e Ugolini scrissero alcune pagine da premettere al Prontuario di pronunzia e di ortografia destinato a

fornire la pronuncia ufficiale all’ente radiofonico di Stato. Il fascismo fu sempre molto attento ai mezzi di comunicazione

di massa ed è interessante che il problema linguistico fosse allora affrontato proprio in relazione alla buona pronuncia da

adottare nelle trasmissioni delle radio. Dopo l’Unità la lingua italiana si era messa rapidamente in moto e aveva cessato

di essere morta. Non è strano dunque che nel 1939 la questione della lingua si presentasse piuttosto nella forma di

questione della pronuncia. Bertoni e Ugolini proponevano di dare legittimità alle pronunce romane nei casi in cui esse

divergessero da quelle fiorentine. Quando si parla della politica linguistica del fascismo si pensa sempre alle battaglie

contro le minoranze linguistiche e contro i dialetti (il fascismo combatté il dialetto e la letteratura dialettale), alla battaglia

contro l’allocutivo lei per sostituirlo col tu o col voi. Tuttavia non si può insistere solo su questi fatti negativi: non va

dimenticato che durante il ventennio, per l’ultima volta, la lingua italiana fu considerata al centro di una fase espansiva

internazionale. L’italiano effettivamente si espandeva allora nelle colonie d’oltremare e nei territori colonizzati.

XXI - L S M D N . L’I N R

A ECONDA ETÀ EL OVECENTO TALIANO ELLA EPUBBLICA

Le premesse: il pensiero di Gramsci

Nel 1935, mentre si sviluppava la politica linguistica del fascismo, Antonio Gramsci scriveva il suo ventinovesimo

Quaderno dal carcere, al quale apponeva come titolo Note per una introduzione allo studio della grammatica. Qui

Gramsci aveva analizzato i Focolai di innovazioni linguistiche: la scuola, i giornali, gli scrittori, il teatro, il cinema, la radio.

Gramsci non escludeva affatto un intervento nel campo della questione della lingua, però si rendeva conto che

l’intervento sulla lingua non bisognava considerarlo come decisivo perché, qualunque sia, questa futura lingua non si

può prevedere e stabilire. La posizione è paragonabile a quella antimanzoniana di Ascoli. Tuttavia, nei confronti della

teoria manzoniana, pur non condividendola, Gramsci dimostrava molta comprensione storica, perché, dichiarava, ogni

volta che affiora la questione della lingua significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e

l’allargamento della classe dirigente, ecc. Quindi la questione è ora considerata come un segno dei rapporti che

intercorrono tra i ceti dirigenti e le masse. Ciò che conta è cosa sta divento la questione della lingua.

Anni Sessanta e “miracolo economico”: le Nuove questioni linguistiche di Pasolini


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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti su “La questione della lingua”, ovvero le discussioni alle quali hanno partecipato i maggiori letterati, da Dante agli autori odierni, circa le norme linguistiche. Nello specifico gli argomenti analizzati sono i seguenti: le origini della questione della lingua, la teoria dantesca del volgare illustre, le prose della Volgar lingua di Bembo, l'Ercolano di Benedetto Varchi.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2011-2012

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Exxodus di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della lingua italiana e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Scarpa Raffaella.

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