La nona di Beethoven
Il movimento finale è una dichiarazione a favore della fratellanza universale. Infatti, l’opera è spesso utilizzata per conferire solennità a un evento importante. È stata composta durante l’ultima fase artistica di Beethoven e ha consolidato e approfondito elementi delle sue creazioni precedenti. Beethoven dovette dissimulare le proprie aspirazioni libertarie a fingere un’adesione formale ai governanti dalla cui protezione dipendeva. La prima esecuzione dell’ultima sinfonia fu l’evento artistico più importante del 1824.
Prima parte
La vita in Germania
Nel 1700 il termine indicava decine di stati indipendenti o interdipendenti tra loro e di varie dimensioni. Bonn era la capitale della repubblica federale tedesca; città tutt’altro che anonima, ha visto numerosi membri della famiglia Beethoven impiegati come musicisti di corte. Ludwig van Beethoven, nome ereditato dal nonno, nasce qui nel 1770 (intorno al 16 dicembre), cresce in condizioni economiche difficili, molto amato dalla madre e molto poco dal padre – Johann. Quest’ultimo, poco dopo la morte del nonno del compositore, comincia a dare lezioni di pianoforte al piccolo. Ci sono parecchie testimonianze della crudeltà dei suoi metodi: obbligava Ludwig ad esercitarsi per lunghe ore, ricorreva alle punizioni corporali quando il figlio non faceva ciò che ci si aspettava da lui, spesso lo svegliava nella notte per obbligarlo a suonare per lui e i suoi amici e lo umiliava per quelle che giudicava le sue manchevolezze.
All’età di tredici anni era diventato organista di corte, ma al di fuori della sfera musicale la sua istruzione si era fermata dopo i dieci anni – problemi con la scrittura e con la matematica, che si manifesteranno nelle difficoltà del mantenere l’economia domestica. Cominciò ad attirarsi la benevolenza di numerose famiglie aristocratiche che spesso gli offrivano incoraggiamento e benevolenza al di fuori del triste ambiente domestico.
A sedici anni si trasferisce a Vienna per studiare con Mozart, ma è costretto a tornare velocemente a casa per la notizia di una grave malattia della madre, che poco dopo il suo ritorno la conduce alla morte. Così giovane, Beethoven diviene la figura portante della famiglia – soprattutto dal punto di vista economico, visto l’alcolismo del padre e la tenera età dei fratelli più piccoli. Questo evento fa nascere nel compositore orgoglio, senso di inadeguatezza, depressione e una lieve ipocondria.
A ventidue anni decide di tornare a Vienna e inizia a studiare con Haydn, maestro tutt’altro che ideale per lui – soprattutto in paragone a Mozart. Possiamo comunque segnare tra il 1795 e il 1802 l’inizio della sua produzione; era il più dotato compositore vivente e senza dubbio il più promettente della sua generazione. Ben presto però inizia a manifestare problemi d’udito, di cui abbiamo notizie dallo stesso Beethoven: nel 1802 scrisse un lungo testamento, in cui oltre a spartire le sue proprietà, parlava della sua condizione. Il documento era formalmente indirizzato ai fratelli, ma era rivolto più in generale alla posterità (tipico pensiero romantico); non fu mai affidato a nessuno, ma lo portò sempre con sé e fu ritrovato tra le sue carte dopo la sua morte.
«Pur essendo dotato di un temperamento ardente, vivace, e anzi sensibile alle attrattive della società, sono stato presto obbligato ad appartarmi, a trascorrere la mia vita in solitudine. [...] La mia sventura mi fa doppiamente soffrire perché mi porta a essere frainteso. [...] Se sto in compagnia vengo sopraffatto da un’ansietà cocente che si noti il mio stato. [...] Tali esperienze mi hanno portato sull’orlo della disperazione e poco è mancato che non ponessi fine alla mia vita.»
Beethoven era uno scrittore, una persona abituata a cercare nell’espressione di sé una catarsi e cambiò sicuramente il corso della musica occidentale. Ovviamente nulla di questo accadde da un giorno all’altro, nelle prime opere però si avvertono già una serie di spunti e anticipazioni: affermava il diritto dell’artista a infrangere le vecchie regole e a crearne di nuove. “Le regole non lo permettono? Molto bene: lo permetto io!” – dichiarazioni del genere erano gridi di battaglia per i romantici.
Periodo di mezzo
Tra 1803 e 1813 possiamo collocare il periodo di maggiore produzione di Beethoven, in cui creò una quantità tale di musica paragonabile forse solo a Mozart o Schubert; in questo stesso frangente in Europa troviamo il Faust di Goethe, Blake e Byron, Hegel, ma nessuno di loro produsse un impatto simile a quello del compositore. La sua originalità strabiliante aveva fatto di lui un’icona nella musica europea e l’intransigenza e l’eccentricità erano diventate il simbolo di una libertà artistica senza restrizioni.
La musica del primo cristianesimo consisteva in singole linee melodiche senza accompagnamento. Più tardi i compositori iniziarono a impiegare due linee melodiche simultanee e l’orecchio dell’ascoltatore pian piano si abituò a tessiture armoniche sempre più complesse. Verso la fine del XVI secolo, un gruppo di intellettuali cominciò a interessarsi agli scritti degli antichi greci sulla teoria musicale e cercò di ricreare i modi in cui le tragedie greche venivano cantate. Il risultato fu la nascita dell’opera lirica; un nuovo genere musicale considerato una reazione alla scrittura armonicamente densa che allora imperava nella musica d’arte europea, sacra e profana.
Durante il XVII secolo, l’opera cominciò ad imporsi nell’ambito della musica italiana profana; mentre in Germania continuava a far da padrone la complessità dell’armonia e del contrappunto. Questo stile tedesco tardo-barocco toccò il suo apice con Bach, ma a metà del 1750 era già passato di moda e cominciò a diffondersi una nuova tendenza che mescolava gli elementi della vecchia scuola musicale tedesca con tratti di opera italiana.
La sacra triade non rinnega l’opera di Bach, tuttavia le caratteristiche che li distinguono dal periodo barocco sono la concisione formale e i fulminei cambiamenti espressivi. I compositori barocchi scrivevano musica che tendenzialmente funzionava per blocchi, i grandi maestri classici ponevano temi contrastanti in stretta giustapposizione – richiamo al concetto di chiaroscuro di Caravaggio. Mozart fu sicuramente il più grande maestro di chiaroscuro di tutti i tempi.
Sotto questo aspetto, nelle opere di Beethoven c’è una dimensione di ostinazione e di autoaffermazione; l’ego non è solo alla guida del processo creativo, ma ne è anche l’argomento e ne è anche una presenza fortemente avvertita. Due principi cardine del compositore sono: l’irruzione e la rivendicazione in prima persona.
L’isolamento, le maniere ruvide e la mancanza di capacità pratiche facevano di lui il più eccentrico di Vienna all’epoca; c’era soggezione per la sua grandezza e compassione per la sua stranezza, ma era anche molto ben voluto dato che nella sua natura c’era anche un lato estroverso ed amichevole. Alla difficoltà a relazionarsi con padroni di casa e servitù, se non addirittura con gli amici più cari, c’era il suo ideale irrealizzabile di donna – associata a Leonore, l’eroina della sua opera.
Il rallentamento di produzione creativa intorno al 1815 è dovuto in parte alla morte del fratello e alle battaglie legali con la cognata per la custodia del piccolo, ma soprattutto alla mancanza della spinta che aveva avuto fino a pochi anni prima. Nietzsche in questo periodo scrive di come per una personalità creativa debba saper aspettare che le idee compaiano libere e spontanee; forse Beethoven lo sapeva istintivamente.
Per quanto riguarda le sue idee politiche, verso la fine della sua vita, si potrebbe dire che auspicava una persona o un gruppo di persone che lasciassero libero il corso di tutte le forme di espressione non considerabili criminose. Il disprezzo per gran parte degli esseri umani contrastava con il suo amore per tutta l’umanità.
Nelle opere dei suoi ultimi anni Beethoven scava sempre più in profondità nel suo inconscio, ribadendo l’impegno dell’artista a servirsi dello svelamento di sé come mezzo per raggiungere l’armonia universale tra gli uomini. Si può definire questo periodo come universalizzazione dell’intimo, in cui ritroviamo La nona, La Messa Solemnis e Le Variazioni; con queste opere si spinse nel processo di universalizzazione al massimo.
Nonostante le sue enormi capacità, aveva difficoltà a passare dall’aspirazione al risultato; tutta la prima parte del suo processo compositivo è caratterizzata dalla lotta per comprendere non dove voler andare, ma dove fosse necessario andare. Man mano che si faceva coinvolgere da problemi astratti, diventata sempre più difficile conciliare la sua vita mentale, spirituale e creativa – la vera vita – con quella che era l’idea degli altri di vita vera.
Per quanto fosse stanco e provato dalle sue preoccupazioni, sembrava che Beethoven non volesse morire. Si era creato un Altrove, per lui e chiunque fosse stato degno di entrarci (– posterità?). Muore nel 1827.
La nona sinfonia
Beethoven visse alla società Schubert a Vienna dagli ultimi mesi di lavoro sulla sinfonia fino a poco dopo la sua prima esecuzione. Il suo appartamento, diventato ora punto di interesse storico e culturale che attira turisti da tutto il mondo, era all’ultimo piano; si racconta di lui che però preferisse ricevere gli amici e i familiari in un caffè non troppo distante – forse anche a causa del suo tremendo disordine e della pessima gestione della casa.
La Vienna di oggi appare come un museo, anche nei giorni di sole c’è una patina di tristezza nell’aria, come se a un lungo inverno non fosse succeduta la primavera. Questo sembra essere dovuto al rapido declino dopo il suo periodo di splendore, si è radicata la sensazione che la città che una volta contava oggi non conta più se non come importante deposito di memoria.
La Vienna di oggi infatti celebra i compositori di cui quasi non si era accorta o che aveva addirittura rifiutato quando erano in vita.
La prima esecuzione della sinfonia è stata al Teatro di Porta Carinzia, demolito mezzo secolo dopo. Dell’evento si ricorda innanzitutto l’accoglienza piena di applausi che lo accolse al suo ingresso, sebbene le sue composizioni non fossero popolari come quelle di Gioacchino Rossini all’epoca. Rossini infatti doveva l’enorme successo a: il fascino delle sue opere liriche, la bellezza della scrittura vocale e la musica splendida e accessibile. La musica di Beethoven, al contrario, risultava anch’essa splendida, ma difficile. Tuttavia si sapeva che la sinfonia non aveva precedenti nel suo genere e questo alimentava la curiosità del pubblico.
Quasi tutte le sue composizioni erano frutto di un lungo e duro lavoro, non era un compositore completamente istintivo. «Non è semplice creare musica, ma creare musica del più alto valore artistico.» Beethoven sapeva però che la perfezione non era raggiungibile, quindi possiamo immaginare che ad un certo punto doveva dire a sé stesso “questo è il meglio che posso fare ora” e consegnava il componimento.
Troppo spesso non si tiene conto delle sinfonie precedenti, considerando che in tutte il compositore cerca di suscitare emozioni forti e riassume nella struttura tecnica tutta la ricchezza delle sue idee.
Sono discordanti le versioni che raccontano chi avrebbe preso parte alla Sinfonia, seppur sappiamo tutti i nomi degli interpreti presenti grazie alla locandina dell’epoca:
- Henriette Sontag – soprano; nel giro di pochi anni sarebbe diventata la nuova Maria Callas, idolatrata ovunque si esibisse.
- Caroline Unger – contralto; anch’essa sarebbe diventata celebre in poco tempo e avrebbe lavorato per Donizetti e Bellini.
- Anton Haizinger – tenore; giovanissimo ma già famoso anche grazie a Weber.
- Joseph Seipelt – basso; era il meno accreditato, aveva rimpiazzato all’ultimo Preisinger che non era stato in grado di affrontare le note più acute.
- Ignaz Schuppanzigh – conduttore d’orchestra; era un apprezzato violinista e un amico di Beethoven per cui aveva già lavorato. (stava su una pedana lievemente rialzata davanti ai musicisti, o suonando il violino o usando l’archetto.)
- Michael Umlauf – dirigeva il tutto; violinista e compositore, non molto noto, ma che Beethoven reputava affidabile. (dava anch’esso gli attacchi, ma aveva il compito di coordinare l’orchestra, il coro e il solista.)
Secondo le fonti anche Beethoven prese parte alla direzione dell’insieme, limitandosi però a dare il tempo di base all’inizio di ogni movimento. L’ensemble del Teatro era il migliore in città, ma non era sufficiente per soddisfare il numero di compositori richiesto per la Sinfonia – per cui erano necessari tra 80 e 100 esecutori. Inoltre gran parte del programma presentava notevoli difficoltà tecniche e per le orchestre, composte per metà da professionisti e per metà da dilettanti, erano insormontabili. I cambi negli organici erano frequenti e il livello minimo che era richiesto è nettamente inferiore a quello attuale.
La forte mancanza di prove non era d’aiuto e bisogna tener conto che il concerto avrebbe avuto luogo prima della prima pubblicazione delle opere in programma – tutti gli interpreti leggevano da copie scritte a mano, molte delle quali difficili da decifrare.
- Episodio con le cantanti Unger e Sontag: le richieste eccessive di Beethoven le mandarono su tutte le furie sul momento, a causa della sua scrittura vocale poco ortodossa e spesso innaturale, e venne per questo definito “tiranno di tutti gli organi vocali”. A distanza di tempo la Unger lo avrebbe poi velatamente ringraziato per averla spronata a tentare.
Alla prima erano stati invitati da Beethoven tutti i membri della famiglia reale, che erano purtroppo in viaggio; il palco reale restò vuoto, ma il resto del teatro era gremito di pubblico. Al termine dell’esecuzione tutti salutarono con entusiasmo l’opera con un grande applauso, di cui il compositore non si accorse se non dopo esser stato costretto a girarsi dalla Unger e a vedere la folla che batteva le mani. (totalmente sordo)
Le reazioni perplesse che ne seguirono erano comunque comprensibili: la Sinfonia era la visione protoromantica trasformata in suono. Nel 1824 nemmeno Beethoven poteva cogliere la grandezza.
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