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La filosofia e le scienze: comunanza e distinzioni Appunti scolastici Premium

Introduzione

1. Lo stupore di fronte alla realtà

2. Universalità versus particolarità

3. Rilevanza culturale della scienza e della tecnica

4. La degenerazione scientista

5. Conclusione: verso un recupero della complementarietà

Bibliografia
Istituto superiore di Scienze Religiose - Issr

Esame di Filosofia docente Prof. E. Gammarelli

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universale appunto, che sia allo stesso tempo definitiva e capace di far emergere il “senso reale che

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nell’insieme dell’universo e dell’esistenza umana corrisponde alle cose che indaga” .

La scienza, invece, proprio nella fase in cui si è separata dalla filosofia, ha avuto una

predilizione per le “realtà particolari”, quindi la sua indagine ha assunto un carattere riduttivo,

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potremmo dire settoriale, tematico . A margine di questa caratterizzazione c’è sicuramente il

metodo di indagine, che segue percorsi ben definiti e al tempo stesso ristretti, sia per quanto

concerne la materia che assume come oggetto, sia per la prospettiva adottata. Non a caso, la scienza

lascia fuori dal proprio campo di indagine tutti quegli aspetti che risultano poi essere significativi

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per lo svolgimento della vita umana, cioè a dire la “realtà” del loro oggetto .

Per rendere meglio l’idea di questa distinzione previa, si è ricorso ai diversi modi in cui

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l’una e l’altra esercitano la facoltà intellettuale dell’astrazione .

Mentre la filosofia considera l’astrazione come un guadagno, una crescita all’interno della

conoscenza umana capace di condurre ad un modo più elevato di conoscere la realtà, la scienza

considera questo aspetto come una perdita.

Brevemente, per la filosofia le realtà sensibili rappresentano delle conoscenze “inferiori” che

soltanto attraverso l’intelletto possono assurgere al grado “superiore”. Quindi viene affidata alla

funzione intellettiva la capacità di portare fuore (e-strarre) una conoscenza più ricca, orientata in

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ultima istanza al significato ultimo delle cose su cui si indaga .

Per la scienza, inece, ciò che è sensorialmente intangibile diventa complicato, quindi irreale,

nel senso che comporta il dover lasciar fuori dalla conoscenza alcuni aspetti da cui la realtà singola

e particolare - che è poi l’unica esistente -, non può in nessun modo prescindere. L’astrazione è

intesa dunque come perdita di contenuti, qualcosa di vago che non ha nulla a che vedere con la

realtà concreta e immediata della vita di ogni giorno, e perciò non servirebbe ad altro che a

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complicarsi l’esistenza .

Al tempo stesso c’è da smentire tutte quelle voci che vorrebbero relegare la filosofia ad un

sapere “astratto”, che non penetra la realtà ma la sfugge e la allontana. Con le parole di Mariano

Artigas, si può dire che “la vera filosofia si interroga sulla realtà così come è in se stessa e non può

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permettersi il lusso di lasciar fuori aspetti che sono reali” . Altro che “edificio di astrazioni”,

10 Idem, p. 133.

11 Idem, p. 131.

12 Idem, p. 133.

13 Idem, p. 131.

14 Idem, pp. 131-132.

15 Idem, pp. 132-133

16 M. Artigas, Ciencia y fe: nuevas perspectivas, Eunsa, Pamplona 1992, pp. 133-135.

“studio dell’astratto e astratto”! La filosofia, in ultima istanza, è l’unico sapere che “si sforza di

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contemplare l’intera realtà nella sua nudità, senza veli che la ricoprano” . Il metodo

dell’astrazione, piuttosto, è ciò che caratterizza le scienze particolari, mentre la filosofia non può

certo accontentarsi di operare in tal modo proprio perché mira al tutto e al modo di essere reale di

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ciò che viene essenzialmente definito .

Rilevanza culturale della scienza e della tecnica

3. Una volta chiarite le distinzioni tra filosofia e scienza, e riaffermato il carattere

imprescindibile della prima e la sua importanza nella vita dell’uomo, vediamo come la seconda,

dopo essersi sviluppata nei secoli, ha assunto anch’essa una peculiarità propria che l’ha portata ad

assumere una rilevanza culturale e sociale nella contemporaneità.

Intanto, ci sono da indicare almeno tre sfere in cui opera la scienza contemporanea: gli

scienziati stessi, i teorici della scienza, e la rilevanza culturale .

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Gli scienziati sono coloro che si sforzano di conoscere la porzione di universo, più o meno

ampia ma sempre limitata, che riguarda la loro disciplina.

I teorici della scienza, o altrimenti detti filosofi della scienza, operano una riflessione sulla

scienza stessa in quanto prodotto dell’intelligenza e della ricerca umane. Questi sono più interessati

a chiarire le questioni che riguardano la scienza in quanto tale, ossia il valore di verità, le condizioni

in cui agisce, la portata storica, il metodo utilizzato e la relazione con tutti gli altri ambiti del sapere.

Quel che merita, infine, attenzione più dei primi due è la rilevanza culturale che ha assunto

nella società contemporanea la scienza e la tecnica. Queste ultime hanno sperimentato un tale

livello di progresso da essere diventate elementi costitutivi dell’intera civiltà umana. Questo

comporta inevitabilmente delle influenze sull’uomo e sul cittadino comune, con tutti i rischi

annessi. E allora sarebbe indicato da parte dell’uomo della strada conoscere e dare un valore

all’effettivo ruolo sia teorico che pratico assunto dallo scienziato. Da una parte, questo favorirebbe

una presa di coscienza reale delle cose che mi vengono sottoposte come “scoperte sensazionali”.

Inoltre, mi porterebbe ad approfittare di questo sviluppo al fine di perfezionare la mia persona e la

persona dei restanti membri dell’umanità, oppure mi metterebbe nelle condizioni di frenarne

l’egemonia, prima di una deriva irrecuperabile e destabilizzante.

C’è intanto da osservare che scienziati e filosofi negli ultimi tempi si sono sforzati di

condurre una valutazione della scienza che si sta tramutando un una profonda trasformazione che

apre la strada innanzitutto al superamento del fenomeno positivista, ma prende anche coscienza di

17 Idem.

18 J. J. Sanguineti, Introduzione alla filosofia, Urbaniana University Press, Roma 1992, p. 215, nota 39.

19 Cfr. Tomás Melendo, Un sapere a favore dell’uomo, op. cit., p. 137.

altri modelli di sapere anch’essi validi, come per esempio il riconoscimento di un Dio intelligente

posto a fondamento dell’universo.

È pur vero che questa riflessione tocca minimanente l’uomo di cultura media che ancora

deve prendere coscienza che “la scienza, essendo un sapere in linea di principio ‘confutabile’, non

può offrire risposte a quei problemi sui quali l’uomo ‘gioca la vita’, e per i quali ricerca un tipo di

certezza che la scienza non può fornire” 20

La degenerazione scientista

4. Accennavamo prima al superamento del fenomeno positivista, una sorta di degenerazione

della scienza, un pericolo evidente che ha cominciato a diffondersi quando la filosofia ha

cominciato a perdere fiducia in se stessa e ha delegato alla scienza il sapere ultimo e definitivo sulle

cose del mondo .

21

Questa degenerazione prende il nome di scientismo, e lo si può tradurre come la

considerazione diffusa presso l’uomo che l’unica conoscenza valida di cui fidarsi sia soltanto

l’insieme dei dati apportati dalla scienza e verificati sperimentalmente . Tutti gli altri saperi, inclusa

22

la filosofia, sarebbero dunque delle convinzioni soggettive, presunte rivelazioni o miti .

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Secondo questa concezione, tutto ciò che è religione, teologia, etica, estetica rappresenta il

frutto di una mera immaginazione. I valori non sono altro che dei semplici prodotti dell’emotività.

La domanda sul senso della vita è del tutto fuori luogo, priva di ragione e anch’essa immaginaria.

Infine, lo scientismo arriva anche ad affermare che tutto ciò che è tecnicamente fattibile è

moralmente ammissibile .

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Questa deriva scientista, lungo il XIX secolo e fino agli inizi del XX ha assunto un carattere

ottimista, nel senso che la gente si affidava completamente ai risultati della scienza e alle sue

capacità di condurre l’umanità verso un paradiso terreno . Si fidava ciecamente perché credeva in

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veri e propri “dogmi”, come se fosse una religione, e anche perché i procedimenti usati dalla

scienza erano talmente complicati da risultare inaccessibili. Quindi solo pochissimi fortunati

potevano verificare il carattere veritierodi questa consapevolezza .

26

20 E. Agazzi, Il bene, il male e la scienza, Rusconi, Milano 1992, pp. 25-26.

21 Cfr. Tomás Melendo, Un sapere a favore dell’uomo, op. cit., p. 140.

22 Idem.

23 Cfr., tra gli altri, G.Radnitzsky, Hacia una teoría de la investigación que no es reconstrucción lógica ni

psicológica o sociológica de la ciencia, “Teorema”, 3 (1973), pp. 254-255.

24 Cfr. Giovanni Paolo II, Fides et ratio, Edizioni Paoline, Milano 1998, p. 129, n. 88.

25 Cfr. J. Marias, Introducción a la filosofia, Alianza, Madrid, 1995, p. 29.

26 Cfr. Tomás Melendo, Un sapere a favore dell’uomo, op. cit., p. 141.

Con il passare del tempo, una volta che l’uomo ha assistito alla contemporanea deriva

storica dell’umanità (delitti in nome della superiorità di una razza, le guerre mondiali, etc.) e grazie

anche al “risveglio” critico di scienziati e filosofi della scienza, si è giunti alla consapevolezza che

la scienza moderna non potesse dare nessuna garanzia relativamente all’utentico progresso umano

della società. La “credenza” non viene però abbandonata, anzi la scienza sperimentale rimane il

modello di qualsiasi tipo di sapere e l’ultima, anche se incerta, áncora di salvezza per l’uomo . Si

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passa dunque ad una “fede” di tipo pessimista, in cui si registrano ragionamenti che suonano in

questo modo: se la scienza non è capace di assicurarci quel progresso che ci aveva promesso, come

potranno farlo altri tii di conoscenza (molto più deboli)? 28

Tra le manifestazioni più rilevanti di questo scientismo, che intanto nega il valore intrinseco

di sapere della scienza o quanto meno lo innalza a una realtà come valore conoscitivo (distorcendo

la categoria più costitutiva di questo sapere: strumento di conoscenza che perfeziona chi la

coltiva) , ci sono la tecnolatria e il riduzionismo.

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La tecnolatria rappresenta la notevole sottomissione della scienza a ciò che invece dovrebbe

essere un suo semplice derivato: la tecnica. Questa finisce dunque per negare l’importanza della

scienza come “sapere” e ne valuta la grandezza quasi esclusivamente in base alle sue applicazioni

pratiche. Al contrario, un vero uomo di scienza dovrebbe essere estasiato di fronte alla

contemplazione della realtà che studia, passando sopra alle applicazioni pratiche delle sue scoperte.

Certo, non è che le debba rifiutare, ma neppure esercitare su di esse una sorta di idolatria .

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Il riduzionismo, d’altro canto, afferma che la conoscenza ottenuta mediante la scienza

positiva sarebbe l’unica valida per l’uomo. E parte da un pregiudizio, secondo il quale non esiste

una realtà più “certa” di quella che possiamo apprendere attraverso gli strumenti e i procedimenti

che qualifichiamo come “scientifici”. Pertanto, reale sarebbe solo ciò che può essere misurato e

quantificato. Solo ciò che in pratica, in infima misura, la materia, serve a manifestare l’eccelsa

superiorità dell’essere umano .

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Tra i tanti interrogativi che questa deriva pone, sicuramente vale la pena ribadire che se ogni

conoscenza diventa congetturale, non ci sarà più nessun fondamento per la dignità umana e per gli

inalienabili diritti della persona . Ecco perché è sensato parlare di “degenerazione”.

32

27 Idem.

28 Idem, p. 142.

29 Idem.

30 Idem, p. 143.

31 Idem, pp. 144-145.

32 Cfr. C. J. Alonso, La agonía del cientifismo, Eunsa, Pamplona 1999, p. 67.


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DETTAGLI
Esame: Filosofia
Corso di laurea: Corso di laurea in Scienze religiose
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