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La fede cristiana e il credo della chiesa

Chi sono i cristiani?

In un contesto come il nostro, segnato dalla cultura occidentale e dalla presenza millenaria del cristianesimo, i cristiani sono coloro che si riconoscono nell’annuncio della chiesa e che praticano il culto cristiano. Questa domanda si pone quando l’identità dei cristiani cessa di essere un dato evidente o quando il pluralismo religioso costringe a rendere esplicito il proprio modo di credere, come accade in epoca contemporanea, i popoli si mescolano e le religioni vengono a contatto tra di loro.

L’identità cristiana può essere definita a partire da un concetto generale di religione, spiegando in cosa consiste effettivamente la religione cristiana; oppure si potrebbe percorrere un’altra strada, suggerita dall’etimologia del termine cristiano, che rimanda a Gesù e alla sua vicenda storica: cristiani si è in relazione al messaggio che Lui ha portato. Questo secondo cammino è il più interessante, infatti il primo potrebbe risultare abbastanza generico, questo invece è più specifico: nel Nuovo Testamento troviamo due forme principali in cui la relazione con Gesù si presenta:

  • Il discepolo che ha incontrato personalmente Gesù, cerchia abbastanza ristretta perché la condizione fondamentale e privilegiata era appunto quella di essere contemporaneo Cristo;
  • Il credente che l’ha conosciuto attraverso la parola dei testimoni, le parole di Gesù vengono ripetute e quindi si incontra Gesù attraverso la mediazione con segni e simboli [ultima cena: vino e pane durante liturgia].

Il discepolo incontra Dio attraverso la parola e la vita di Gesù [lui raramente parla di sé stesso, più spesso del Regno del Padre], si converte a una nuova vita [elemento di conversione evidente in diversi passi del vangelo: Pietro, Giacomo e Giovanni erano infatti pescatori ma abbandonano tutto dopo la chiamata di Gesù] ed entra a far parte di una comunità che è germe del popolo di Dio [i 12 discepoli condividono con Gesù questa sua avventura].

Gli stessi elementi vengono ritrovati nel credente: crede che in Gesù morto e risorto si incontri Dio attraverso la parola di chi lo annuncia, riceve il battesimo considerato come porta di ingresso alla fede spesso fatta da adulto, quindi con la consapevolezza convinta, e infine è rinnovato dallo Spirito per vivere una vita nuova nella Chiesa. Entrambe le figure, presentano quindi gli elementi costanti dell’identità cristiana: una fede, una pratica e una comunità, anche se in alcuni casi la storia del cristianesimo mostra che l’unità in alcuni degli elementi che definiscono l’identità cristiana è andata perduta e un aspetto è stato messo in risalto in modo esclusivo.

Riduzioni del cristianesimo

  • Cristianesimo ridotto a dottrina, modo per formare le persone attraverso l’istruzione cristiana, in cui la Bibbia viene resa accessibile ma con il rischio di sapere=credere;
  • Cristianesimo ridotto a morale, la chiesa ha la funzione di moralizzare la società evitando che le persone si illudano di poter agire seguendo il loro arbitrio;
  • Cristianesimo ridotto all’istituzione ecclesiale, la liturgia della chiesa ha edificato cattedrali, ha disseminato letteratura e musica;

La fede non si riduce alla sincerità dell’individuo soggettivo e neanche alla dimensione personale, perché è necessario il riferimento alla storia di Gesù ed è una fede condivisa, vissuta in una comunità di credenti.

Il Credo

Il Credo è una formula di fede che viene ripetuta durante la liturgia domenicale e mette in relazione la dimensione dell’atto personale del credere con l’azione di Dio nella storia umana attraverso Gesù e con la comunità che nel corso dei secoli ha professato la fede con le medesime parole. Qui infatti viene raccontata la storia di Gesù che noi accettiamo e condividiamo attraverso la prima persona singolare [Io credo], permette anche alla comunità di professare insieme la propria fede: dal 4 secolo in avanti, la Chiesa professa la fede con queste parole è indizio che la fede sia la medesima dei nostri padri e di altri uomini della nostra comunità. Ciò significa che in questo carattere antico costudisce il fatto di sentirsi partecipi della stessa fede, è uno strumento potente per esprimere la comunione di fede.

Nel corso dei secoli ha trovato due formulazione diverse, ma due testi sono i più autorevoli e sono ancora oggi riconosciuti dalla maggior parte delle chiese cristiane, nonostante le spaccature:

  • Simbolo Apostolico, attestati dalla liturgia battesimale della Chiesa di Roma nel III secolo, agli adulti che volevano professare la religione cristiana, la Chiesa insegnava il credo e chiedeva di ripeterlo, in modo che fosse chiaro che quel credo combaciasse con il credo professato dalla comunità cristiana. Leggenda vuole che abbia i 12 articoli fossero stati proclamati dai 12 apostoli;
  • Simbolo Niceno-Costantinopolitano, frutto dei Concili di Nicea e Costantinopoli;

Nel secondo si vede come il linguaggio ripreso sia quello della Bibbia ma ricorre anche il linguaggio della filosofia greco, nel 4 secolo questi Concili si trovano di fronte ad un cristianesimo cresciuto rispetto ai suoi primi anni di vita e il problema di tradurre in categorie greche diventa molto serio. In un contesto dominato dalla cultura ellenistica, bisogna saper così comunicare, non hanno paura a cambiare il registro concettuale per rendersi comprensibile senza mai identificarsi con la sua espressione culturale, ma alla cultura non bisogna lasciare la regia perché il messaggio è intangibile e costudita dalla storia e testimonianza evangelica di Gesù.

La visione di Martin Buber

Vede in maniera positiva la filosofia, perché lì la questione della verità si pone in maniera precisa, oltre che essere un passo in avanti, molte storie della filosofia dicono infatti che si passa dal mythos al logos, e risulta quindi un passo in avanti rispetto alla mitologia. Tutta la filosofia greca tende a pensare Dio come trascendente, immutabile, privo di passioni, estraneo alla storia umana, e questo lo distacca dalla realtà umana, se però i cristiani accettassero questo aspetto sarebbe impossibile definire l’identità di Gesù come Dio in terra. Mette quindi in questione, implicitamente, il postulato dell’impassibilità di Dio, ponendo le premesse per inserire la storia in Dio. Allora si può concludere che la fede cristiana assume il linguaggio della cultura per rendersi comprensibile ma non si identifica mai con la sua espressione culturale.

Secondo il filosofo ebreo Martin Buber, uno dei padri del pensiero dialogico secondo cui la natura umana si manifesta nella capacità di parola e ascolto, nella Bibbia sono attestati due tipi di fede:

  • Emunàh, fede degli ebrei, atteggiamento di fiducia in Dio del popolo di Israele;
  • Pistis, fede dei cristiani, accettazione di contenuti religiosi vincolanti;

La contrapposizione tra questi due modi di intendere la fede è troppo schematica e non rende ragione del fatto che per il Nuovo Testamento la pistis non è solo accettazione di una verità rivelata, ma ha un essenziale dimensione di fiducia e di affidamento personale a Dio. Buber ha ragione quando parla dell’affidamento come dimensione fondamentale dell’esperienza di fede di Israele ma questa dimensione non è cancellata nel NT, e quindi voler contrapporre queste idee di fede come fiducia e come conoscenza è impropria.

L’Antico Testamento effettivamente esprime il concetto di fede-credere con la radice verbale [-mn] da cui deriva il nostro amen che significa, essere sicuro o fondato solidamente, quindi con la stessa radice di emunah. La fede è dunque la condizione dell’uomo che ripone in Dio la sua fiducia e quindi trova in lui la stabilità per la propria vita, tante volte ritorna nell’AT, soprattutto nella predicazione profetica, che si rivolge ai re, considerando i beni materiali come l’esercito come una sicurezza apparente, Dio no [Isaia: “Se non credete, non resterete saldi”, lo dice durante la Gerusalemme sotto assalto, il profeta promette un segno da parte di Dio ma il re rifiuta questo segno perché gli pare che condizioni, vuole fare la sua strategia indipendentemente e riceve questa risposta da Isaia].

Fede dunque, dal punto di vista etimologico, vuol dire trovare solidità ma nella Bibbia la fede di incontra sempre in seconda battuta, ha il carattere di risposta ad un’iniziativa divina alla quale spetta la priorità assoluta. Quando noi ci interroghiamo sulla testimonianza circa la fede all’interno della Scrittura, non possiamo pensare che ci sia un’unica definizione valida per tutte le occasioni, si dice fede in altrettanti modi quanti sono i modi in cui Dio si manifesta e interpella gli esseri umani. L’uomo risponde con:

  • Dio si rivela come Il Santo, risposta: Timore, riverenza, culto;
  • Colui che esige [la legge], risposta: Obbedienza;
  • Colui che ama ed è fedele [alleanza], risposta: Amore, confidenza, fedeltà;
  • Colui che promette, assicura che il futuro è nelle sue mani, risposta: Speranza, attesa, pazienza;
  • Il veritiero, risposta: Fede, riconoscimento.

Dall’Antico al Nuovo Testamento, l’annuncio cristiano proclama che la persona di Gesù rappresenta il punto di arrivo e il vertice della rivelazione in Dio, della sua azione e della sua presenza nella storia umana, anche la fede si definisce in rapporto dunque alla manifestazione personale di Dio in Gesù. Il NT conosce anche altre dimensioni di credere: mettersi in ascolto della parola di Gesù [“Dunque la fede viene dall’ascolto e l’ascolto riguarda la parola di Cristo”, Romani 10,17], anche parlare e confessare la propria fede [“Se con la tua bocca proclamerai: Gesù è il Signore! E con il tuo cuore crederai che Dio lo ha risuscitato dai morti, sarai salvo”, Romani 10,9], la fede è conoscenza [“Per questo mettete ogni impegno per aggiungere alla vostra fede la virtù, alla virtù la conoscenza”, Pietro 1,5], è legata anche alla speranza perché in Gesù vediamo il compimento della storia di Israele che ha preparato l’avvenuta del Messia e l’inizio di un’altra orientata verso il compimento del Regno di Dio [“E voi per opera sua credere in Dio che lo ha risuscitato dai morti e gli ha dato gloria, in modo che la vostra fede e la vostra speranza siano rivolte a Dio”, Pietro 1, 21].

Il credo e la Chiesa

Che cosa legittima quindi la pretesa della Chiesa di dire in cosa si deve credere e con quali parole si può esprimere? Perché suggerisce le parole attraverso cui si può professare insieme la stessa fede, condividendola in comunità. Primo articolo del credo è la professione di fede in Dio che è il creatore: “credo in un solo Dio, padre onnipotente, creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili ed invisibili”, mette in relazione il mondo in cui viviamo all’atto di creazione divina. Cielo e terra nel linguaggio semitico sono opposti che indicano tutta la realtà, tutto quello che vediamo.

Il tema della creazione è tornato oggi di attualità perché il problema ecologico ha reso consapevoli del delicato equilibrio tra l’essere umano e il suo mondo, si inclinato questo equilibrio non per una fatalità bensì per comportamenti umani che lo hanno compromesso. A questo punto abbiamo bisogno di individuare soluzione tecniche, vie operative per porre rimedio a questo circolo vizioso di cui l’uomo è all’origine, abbiamo bisogno di capire in quale direzione orientare il nostro agire, di una sapienza che ci aiuti a comprendere qual è il corretto rapporto tra l’essere umano e il mondo esterno. Alcuni si rivolgono alla Bibbia per cercare una sapienza in grado di ristabilire l’equilibrio tra l’essere umano e il suo mondo, in particolare i racconti della creazione propongono una visione in cui l’essere umano non è padrone del suo mondo, ma solo amministratore, che ha ricevuto da Dio il compito di custodire la casa creata per l’umanità.

Quando l’uomo si è sentito padrone del suo mondo, sono cominciati i guai perché ha cominciato a trattare le condizioni della vita in maniera irresponsabile, i racconti biblici della creazione propongono quindi una prospettiva alternativa in cui l’uomo è solo l’amministratore del mondo, non il creatore. Quindi, se gli esseri umani sono responsabili, devono interrogarsi sul mondo che lasciano ai propri figli, sulle condizioni di vita delle generazioni che seguiranno.

Ci sono altri che ritengono che il contributo della Bibbia non sia così univocamente positivo, accusandola di essere all’origine di una concezione che afferma il dominio degli esseri umani sulla creazione ed è quindi causa dello squilibrio ecologico attuale. Per gli uni e per gli altri però i racconti biblici della Genesi sollevano questioni soprattutto riguardo alla compatibilità delle loro affermazioni con l’immagine del mondo che la scienza ha delineato, letti questi capitoli si ha l’impressione che siano suggestivi dal punto di vista poetico ma di grande ingenuità, soprattutto per noi che conosciamo le proporzioni della vita dell’universo.

Si ha spesso la difficoltà a conciliare un linguaggio che ha una sua originalità, ossia quello della Bibbia, e quello della scienza, a cui noi oggi attribuiamo grande credito, c’è quindi un problema di compatibilità tra l’immagine del mondo presupposta dalla Bibbia e quella della scienza. Questi racconti necessitano di un lavoro più fine che richiede di determinare quale sia il loro genere letterario, ossia una realtà che usiamo inconsapevolmente quotidianamente [se troviamo un testo lo collochiamo immediatamente in un determinato codice di comunicazione].

Si presentano come testi sapienziali non storici come spesso avviene indicandoli come parte del Pentateuco perché queste non sono narrazioni di un testimone, ma risultano di un percorso a ritroso e, partendo dal presente, colloca all’inizio i dati fondamentali circa il mondo e l’umanità. Quando si vede un essere umano, si vede che respira, dato essenziale per la sua vita e poiché questo è un dato universale, allora il racconto di Genesi 2 presenta Dio nell’atto di soffiare nelle sua narici il respiro vitale, quello che noi vediamo viene da un dono di Dio che ha compiuto questo gesto. Oppure, se si lascia decomporre un cadavere, rimane indistinguibile dalla polvere della Terra e quindi diventa quello che era prima di essere plasmato come uomo.

Il messaggio dei racconti della creazione

Prima la terra era un deserto inospitale, non pioveva e non ci fosse nessun contadino che facesse spuntare le piante, quindi Dio plasma l’uomo con la polvere dell’uomo, nello stesso testo [Genesi 2, 4-7], si possono ricavare tre azioni fondamentali:

  • Il mondo è un giardino fatto perché l’uomo vi abiti e perché lo coltivi, è uno spazio quindi ospitale, che dà la possibilità di vivere ma l’uomo è anche chiamato a lavorare;
  • L’uomo è plasmato dalla terra e appartiene alla terra, non alla sfera della divinità, tema molto presente nei miti delle culture vicine all’antico Israele, conoscevano grandi cosmogonie in cui veniva affermata la presenza di divinità inferiori che combattevano le loro battaglie e le divinità sconfitte venivano smembrate e questi pezzi diventavano uomini;
  • Da Dio l’uomo riceve il respiro vitale e vive finché questo dono gli è concesso;

Il discorso sapienziale privilegia la prospettiva della creazione perché la sapienza per Israele non è fenomeno così originale, era presente in tutto l’antico oriente ed la sapienza nacque nell’ambiente di corte, serviva a chi deve governare bene, decifrando l’ordine che il creatore ha inscrito nelle creature che ha fatto. Qui si sviluppa il modello sapienziale, guardando quello che succede nel mondo, l’impronta originaria di Dio nell’umanità è caratteristica strutturale del mondo, questo si intende con movimento a ritroso.

Nella Genesi 2, 18-24, viene spiegata la creazione della donna, la creazione era infatti incompiuta perché l’uomo è un essere sociale e quindi necessita di relazionarsi, si nota: “non è bene che l’uomo sia solo”. Il signore crea prima gli animali, nominati dall’uomo, che però non sono in grado di dare una risposta alla sua solitudine, quindi crea Eva dalla costola di Adamo [“l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie, e i due saranno un’unica carne”].

Quando un uomo e una donna si incontrano e decidono di formare una famiglia, si ristabilisce un’unità che era quella originaria, relazione di comunione e unione di vita a cui l’umanità è chiamata. La creazione dell’uomo non è completa fino a quando egli non trova l’aiuto che gli corrisponde, gli animali non sono la risposta alla solitudine dell’uomo ma solo la donna, con la quale può vivere una sola relazione di reciprocità.

Si fissano costanti antropologiche che sono riscontrate in ogni momento e dalle quali dipende la capacità di vivere correttamente:

  • Epoca di Salomone, il regno di Israele si stabilizza e quindi ci sono le condizioni per mettere per iscritto racconti trasmessi oralmente, il primo capitolo della Genesi risale invece all’esilio, quindi Israele non vive ancora in pace e si trova a dover affrontare le insidie di altre concezioni religiose. Qui nasce una nuova forma di racconto della creazione del mondo e che si trova in questo primo capitolo, articola le opere della creazione nei 6 giorni e il settimo di riposo: inizialmente domina il caos, “le tenebre ricoprivano l’abisso”.
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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/03 Filosofia morale

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