Di indipendenza degli Stati Uniti d'America
La dichiarazione
Introduzione
Verso la rivoluzione
La Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d'America è l'atto di nascita di un nuovo stato sovrano, un'unione. Fu definitivamente accettata nel sistema internazionale europeo con i Trattati di Parigi del 1783, che posero fine alla guerra fra la Gran Bretagna e gli Stati Uniti (insieme agli alleati di questi ultimi, Francia e Spagna). Il popolo americano si diede allora un corpo politico secondo la tradizione europea moderna e contemporanea, divenendo uno stato.
Tuttavia, da questa tradizione gli Stati Uniti si discostano per via di elementi innovativi che ne fanno anche un elemento disturbatore. Da un lato, infatti, la nascita degli Stati Uniti avvenne al di fuori dei confini storici dell'Europa e portò a un ampliamento fisico dello spazio politico europeo. Dall'altro, gli Stati Uniti conquistarono l'indipendenza con la prima rivolta coloniale contro una potenza colonizzatrice. Il popolo degli Stati Uniti fu perciò popolo conquistatore e popolo coloniale al tempo stesso e nacque fra l'interstizio fra dominio e dipendenza.
Questo complesso gioco fra dominio e dipendenza si svolse all'interno dell'Impero inglese. Adam Smith in La ricchezza delle nazioni, giustamente definisce l'impero britannico un impero commerciale perché il commercio era stato la ragione primaria della sua nascita e soprattutto perché l'impero esisteva come entità unitaria e unitariamente governata solo nella legislazione commerciale del Parlamento (Navigation Law).
Le colonie erano un caso di imprese commerciali trasformatesi in entità territoriali e politiche, tutte nate da Carte con cui il re concedeva dei territori a singoli o a società per azioni. N.B.: queste Carte concedevano ai proprietari il diritto di farvi emigrare sudditi britannici e di governarli nel rispetto delle libertà politiche e civili tradizionali dei sudditi inglesi. Grazie a questa clausola, le colonie si costituirono come organismi politici autogovernatisi e l'impero divenne un aggregato di entità fortemente autonome nelle questioni interne e direttamente dipendenti non dal Parlamento ma dal re.
Questa situazione nasceva dall'intreccio tra i fini economici della colonizzazione e la tradizione politico-costituzionale inglese: il re non intendeva integrare le colonie in un sistema di governo unitario e diretto né aveva i mezzi per farlo. Inoltre, il Parlamento non aveva poteri di governo su terre esterne alle contee inglesi. Per questo l'impero si formò come un sistema policentrico, fatto di entità autonome e interagenti in un sistema unitario e di una struttura politica che consentiva la compresenza di centri decisionali diversi, lasciando le componenti autonome nelle questioni interne e sottoposte al Parlamento in quelle militari e internazionali.
Le conseguenze di questa sistemazione furono fin dall'inizio evidenti: a Londra interessava il contributo commerciale delle colonie, mai regolate da un preciso piano di espansione (ognuna ebbe origini e sviluppi diversi). Per ottenere questo era necessario favorire il popolamento, forzoso o libero, in mancanza di manodopera locale, e quindi in Inghilterra non si fece gran caso agli scopi di chi richiedeva le Carte regie e a chi andava oltreatlantico. Ciò favorì l'emigrazione di perseguitati religiosi, politici, o addirittura di gruppi con progetti alternativi rispetto alla madrepatria.
Le colonie inglesi del Nord America, quindi, vennero fondate con modalità e scopi di volta in volta diversi; tutte entrarono a far parte del sistema economico imperiale, giocandovi ruoli specializzati che consentirono loro di prosperare e di avere una propria autonomia, dando vita a società diverse l'una dall'altra così come dall'Inghilterra. Nonostante le diversità tra colonie e Gran Bretagna, l'impero restò pur sempre un sistema dinamico con le sue logiche di mutamento che coinvolgevano anche le colonie. Le sue trasformazioni erano norme per l'intero sistema e quindi le novità americane, viste come diversità o anomalie, furono comunque contenute per lungo tempo, anche se non per sempre.
Quando queste differenze divennero "alterità" tra centro e periferia, l'impero entrò in crisi, cosicché la Rivoluzione americana può considerarsi il frutto del divergere del processo di mutamento e innovazione storica di madrepatria e colonie e del loro divenire "altre" e nemiche.
È da tenere presente che, in seguito alla Gloriosa Rivoluzione, i poteri del re furono limitati a favore delle Camere dei Lord e dei Comuni, che raggiunsero una sorta di parità. Grazie all'emergere di una nuova classe sociale (ceto mercantile + gentry orientata al mercato) nel Settecento, la Camera bassa divenne il fulcro del Parlamento e il centro decisionale del regno.
Nel Settecento, dunque, la Gran Bretagna attraversò un processo di modernizzazione che sostituì la supremazia del Parlamento a quella del Common Law, facendo propria l'idea secondo cui in ogni stato esiste una istituzione che incarna il potere supremo proprio della sovranità politica = immagine della libertà inglese.
Le conseguenze di questa nuova situazione sulle faccende colonie si evidenziarono già negli anni Cinquanta quando, con l'avvicinarsi della Guerra dei sette anni, l'autonomia delle colonie cominciò a essere percepita come eccessiva e dunque pericolosa; la piena sovranità dello stato doveva corrispondere a un solo centro politico. Queste tensioni, però, rimasero sullo sfondo fino alla fine della Guerra dei sette anni, che nel 1763 fece della Gran Bretagna la prima e indiscussa potenza marittima e commerciale d'Europa.
Le classi dirigenti inglesi, proprio per via della guerra, si erano venute convincendo che le colonie erano strategicamente, finanziariamente e commercialmente fondamentali per la Gran Bretagna e dovevano pertanto rientrare nella logica di un governo centrale. Sempre grazie alla guerra, le differenze tra la madrepatria e le colonie erano divenute ormai alterità insuperabili, pur non essendo i coloni intenzionati a separarsi.
Per questo, una misura fiscale tutto sommato secondaria come lo Stamp Act del 1765 – legge imposta dal Parlamento per finanziare in parte le spese necessarie alla politica di difesa contro gli indiani e di ordinata avanzata della frontiera – diede luogo a una diatriba costituzionale impossibile da risolvere e che risultò essere il primo passo verso la Rivoluzione.
Le colonie, infatti, avevano sempre contribuito, anche se sporadicamente, ai bisogni del regno, soprattutto in tempo di guerra, e non erano mai state tassate da Londra in quanto si riteneva che, dovendo essere costituzionalmente tassati dai propri rappresentanti, il diritto del Parlamento, per il quale i coloni non votavano, di tassarle fosse inesistente o almeno fortemente dubbio. Ma nella nuova realtà costituzionale esso appariva, almeno a Londra, ineccepibile perché le colonie erano appendici di uno stato il cui organo sovrano era il Parlamento. Nel 1765 inglesi di Gran Bretagna e coloni americani appartenevano ormai, pur non rendendosene ancora conto, a due universi costituzionali diversi che rispecchiavano interessi e strutture sociopolitiche ormai reciprocamente "altri".
I coloni contro la madrepatria
Lo scontento dei coloni al mutamento di indirizzo politico degli organi centrali del regno nel 1764-65 fu espresso dai gruppi dirigenti coloniali (better sort), che da un lato tentarono la via dell'interpretazione costituzionale per dimostrare che il parlamento stava ledendo le loro libertà di sudditi inglesi, dall'altro si misero alla testa dei moti di protesta che fra il 1765 e il 1768-69 sorsero nelle città e nelle cittadine lungo la costa atlantica.
L'azione portò all'abolizione dello Stamp Act e dei successivi Townshend Acts, anche se la Camera dei Comuni continuava a ribadire il proprio diritto di tassare i coloni. Questa prima fase dello scontro si svolse in un clima di cultura e di pratica politica assolutamente inglesi, in cui il contrasto era sulle libertà dei sudditi e in cui le manifestazioni anche violente erano del tutto simili a quelle della tradizione di protesta inglese.
Il successo della protesta fu indice del grado di maturità raggiunto dalle colonie che, per quanto diverse, lottavano per un interesse comune e di possedere le capacità e la consapevolezza politica per entrare in rotta di collisione con la madrepatria. Nella seconda metà degli anni Sessanta, in effetti, le colonie avevano raggiunto un notevole grado di sviluppo: la popolazione complessiva era pari a due milioni, circa un quarto del regno, e la sua importanza economica era tale che le importazioni di prodotti inglesi raggiungevano il 20% delle esportazioni della madrepatria e ancora maggiori erano le importazioni di manufatti, mentre le esportazioni erano pari al 15% delle importazioni britanniche. Per questo, il boicottaggio delle merci inglesi da parte dei coloni portò all'abrogazione delle leggi contestate.
I governi coloniali
Le colonie, nel corso degli anni Sessanta, sposarono la tradizione costituzionale inglese. Pur sentendosi parte di una tradizione inglese, si svilupparono necessariamente delle differenze che posero le colonie ai limiti della comunità britannica. Le istituzioni politiche coloniali erano abbastanza omogenee, a causa delle uniformi condizioni date dalle Carte sul modo di governare i sudditi inglesi: un governatore nominato dal re o dalla colonia, una Camera alta nominata dal governatore con funzioni di consiglio e una Camera bassa elettiva con poteri legislativi.
Tuttavia, le colonie operavano in modi peculiari e dipendenti dalle novità venutesi a formare oltreoceano nei rapporti sociali. Ciò che caratterizzava la vita nelle colonie era il consenso della popolazione. Non avendo né il re né il Parlamento i mezzi per creare forti poteri centralizzati, l'unico modo di governo fu quello di lasciare un massimo di autonomia alle comunità e ottenerne il consenso, soprattutto in materia fiscale, dando ampi poteri legislativi coloniali in cui essere erano rappresentate.
Nel corso del tempo i legislativi strapparono poteri ai governatori, mandati dall'Inghilterra ed estranei alla rete di interessi coloniali, divennero il fulcro della vita politica coloniale e istituirono un funzionale equilibrio tra autonomia locale e interessi generali. Inoltre, le colonie erano entità economiche che potevano ottenere profitti quasi esclusivamente dalla vendita o dall'affitto della terra e videro crescere una popolazione in cui i contadini proprietari o con reddito sufficiente a garantire loro il diritto di voto in base alle norme inglesi erano una percentuale enormemente superiore rispetto a quella nella madrepatria.
Se a essi si aggiungono i commercianti e gli artigiani e si ricorda che molte comunità conferivano il voto in base a considerazioni locali che derogavano dalla legge, si giunge a una percentuale fra un terzo e il 70% dei coloni maschi adulti che potevano avvalersene, il che impediva ai governi coloniali di muoversi senza il consenso della massa della popolazione. Le élite sociali non avevano il monopolio del principale mezzo di produzione, la terra, e potevano quindi governare solo cercando il consenso dei middling sort, i contadini proprietari, gli artigiani e i piccoli commercianti. Un consenso che implicava lasciare pieno autogoverno alle comunità, proteggere gli interessi economici di tutti, assicurare una giustizia rigida, ma imparziale, e garantire la rappresentanza politica.
Oltreatlantico, dunque, si ebbe un significativo salto di qualità nei rapporti sociali che, pur non implicando l'uguaglianza, diede a larghe fasce della popolazione una autonomia e una possibilità di esprimersi politicamente sconosciuta nella madrepatria. Fu questa spaccatura politica e sociale che influenzò la rivolta delle colonie e ne indirizzò lo sbocco verso un sistema politico e costituzionale diverso da quello inglese.
Fin dagli anni Sessanta la tradizione consensuale della vita politica americana fu rafforzata dalla necessità, avvertita dalle élite, di far leva sullo spirito civico della popolazione, chiamandola a difendere i suoi diritti contro le misure del Parlamento e a difendersi dalla corruzione inglese, partecipando al boicottaggio delle merci inglesi. Fu così che si registrò una crescente attività politica delle middling sort, soprattutto nelle zone urbane. Ad esempio, nel 1773 a Boston si riuniva regolarmente un'assemblea di migliaia di rappresentanti, The Body, per discutere di questioni politiche, condizionando il governo della città.
Proprio dopo una riunione di The Body si verificò l'episodio del Boston Tea Party (distruzione di un carico da tè della Compagnia delle Indie) che fece precipitare lo scontro politico fra inglesi e coloni verso la rivoluzione. Il governo di Londra reagì con misure fortemente repressive, chiuse il porto di Boston e sospese il legislativo, bloccando per la prima volta le attività politiche ed economiche di una colonia e mettendola di fatto sotto governo militare.
Gli americani reagirono ai cosiddetti Intolerable Acts con la distruzione degli organismi di governo coloniale, l'espulsione dei governatori e l'assunzione del potere politico da parte di convenzioni e comitati illegali che agivano a tutti i livelli. Nei nuovi organi non ebbero difficoltà a rimanere al potere i membri delle élite che avevano guidato le proteste e quelli che si dichiararono patrioti. Accanto a essi, però, apparvero numerosi gli uomini delle middling sort.
-
Storia degli Stati Uniti d’America - Appunti
-
Stati Uniti, storia - Dichiarazione di guerra alla Germania - Discorso di Wilson 1917
-
La Costituzione degli Stati Uniti d America
-
Riassunto esame Storia dell'America del nord, Stati Uniti e Canada, Prof. Maccarini Roberto, libro consigliato Dall…