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La coscienza di Zeno

Introduzione al romanzo

La coscienza di Zeno, iniziato nella primavera del 1919, è il terzo romanzo di Svevo, portato a termine nell’estate del 1922 a Bologna, e pubblicato presso Cappelli nel maggio del 1923 a spese dell’autore, come le due opere precedenti, Una vita (1892) e Senilità (1898). Più autori hanno rivelato l’ambiguità polisemica del titolo del capolavoro sveviano e problematizzato l’accezione in cui la “coscienza” di Zeno possa o debba intendersi.

Il titolo è la prima informazione che ci arriva dall’opera, ed è senz’altro, come afferma Gabriella Contini, il primo segno importante di ambiguità inviato dal testo: parola-titolo, che si impone all’attenzione prima della lettura e che interferisce continuamente con essa, ha significati volubili: coscienza morale, attenzione, autocoscienza, consapevolezza di qualcosa, somma dei processi mentali coscienti (vs. inconscio).

Svevo sa di giocare con una parola italiana che invade il campo semantico di almeno quattro parole tedesche: Gewissen (coscienza morale), Bewusstein (realtà e attività psicologica), Bewusstheit (la condizione di chi è cosciente), Bewusstwerden (la presa di coscienza).

Interpretazioni del titolo

È curioso che la critica abbia a lungo discusso sull’ironia di cui è impregnata La coscienza di Zeno, e che poi non abbia colto la valenza ironica, antifrastica, del titolo. Chiaramente non si allude al presunto ‘inconscio’ di Zeno: impantanati nei labirinti psicologistici della dicotomia freudiana, i critici non si sono nemmeno accorti – salvo prudenti ‘toccate e fughe’ – che la malattia, che il protagonista ostenta e vuole propinarci, è in sostanza un lacerante, irresolubile dilemma etico.

Scartate le ovvietà semantiche su cui il titolo gioca, al termine della lettura l’interprete comprende non solo che Gewissen è il significato da privilegiarsi alla lettera, ma che quella di Zeno è in realtà una non-coscienza, un’incoscienza, un’anti-coscienza. Un’amoralità assoluta, totalizzante, unitamente all’egoismo più parossistico e al più categorico disprezzo nei confronti dell’intero genere umano, è il tratto caratterizzante della personalità e della filosofia di Zeno: è qui e solo qui, sul terreno della sensibilità etica, che si gioca la partita ermeneutica del romanzo e, di conseguenza, del titolo.

Contesto e trama

La vicenda è ambientata a Trieste (solo particolari episodi, come ad esempio il viaggio di nozze di Zeno e Augusta, sono collocati in altre città italiane) ed è costruita nella forma del diario immaginario. Protagonista è Zeno Cosini, ricco commerciante triestino. Proprio lui, che poteva apparire agli occhi della gente un uomo ricco e fortunato, era convinto di essere in realtà un povero ammalato, affetto da un’inafferrabile malattia che gli impediva di partecipare alla vita.

Per molti anni lo studio dei sintomi di questa malattia aveva costituito il principale oggetto della sua attenzione, fino a divenire il comodo alibi per il suo ozio e la sua inettitudine agli affari. In contrasto con la concezione attiva e agonistica della vita, propria del suo ambiente, la ricca borghesia imprenditoriale triestina, Zeno aveva rifiutato qualsiasi impegno professionale o commerciale, vivendo delle rendite del patrimonio ereditato dal padre e amministrato da un oculato contabile scelto dal genitore stesso.

Ritenendosi inesorabilmente emarginato dal mondo dei “sani” a causa del proprio male, Zeno aveva dunque rinunciato a competere con loro nella lotta per la vita, affidandosi sia nel campo degli affari, sia in quello della vita privata (ad esempio, la scelta della moglie) o alla guida altrui o all’arbitrio del caso. Con sua grande fortuna era riuscito ad ottenere sempre risultati favorevoli, così che la sua inettitudine si era rivelata vincente rispetto alla combattiva efficienza dei “sani” che lo circondavano e che erano caduti via via vittime della sfortuna o della loro stessa ambizione.

La malattia di Zeno

Sentendosi tuttavia oppresso da sempre nuove manifestazioni del suo malessere, Zeno, giunto ormai in età matura (era più che cinquantenne) aveva deciso di eliminarla del tutto dalla sua vita attraverso la psicoanalisi, nella convinzione di poter acquistare, una volta guarito, quelle energie che gli erano sempre mancate. Era giunto il momento, secondo lui, di rimuovere dal suo sangue il “veleno” che da sempre lo inquinava.

Sin dalla prefazione, firmata dal Dottor S., lo psicoanalista presso il quale il protagonista è stato in cura, è chiaro che Svevo ha tratto da Freud un’indicazione di forma letteraria sinora da lui non praticata, ma rispondente ai suoi bisogni: l’auto-confessione, ovvero “l’autobiografia”. L’invito del medico al paziente a parlare liberamente di sé, del suo “passato”, è la condizione primaria del libro.

“Debbo scusarmi, recita il Dottor S., di aver indotto il mio paziente a scrivere la sua autobiografia; gli studiosi di psico-analisi arricceranno il naso a tanta novità. Ma egli era vecchio ed io sperai che in tale rievocazione il suo passato si rinverdisse, che l’autobiografia fosse un buon preludio alla psico-analisi”.

Interpretazioni critiche

Il romanzo è dunque costruito sulle “memorie di Zeno”, che il dottore, dopo averle fatte oggetto di una “lunga paziente analisi”, ha deciso di pubblicare (come dichiara nella prefazione) per ricattare il suo paziente, che nel frattempo si è sottratto alla cura truffandolo del “frutto” del suo lavoro: “Pubblico per vendetta e spero gli dispiaccia. Sappia però ch’io sono pronto di dividere con lui i lauti onorarii che ricaverò da questa pubblicazione a patto egli riprenda la cura. Sembrava tanto curioso di sé stesso! Se sapesse quante sorprese potrebbero risultargli dal commento delle tante verità e bugie ch’egli ha qui accumulate!”

La struttura e lo stile del romanzo

La coscienza di Zeno a ben vedere non è tanto una confessione resa sul sofà dello psicoanalista, ma neppure va ridotta ad un’autobiografia tradizionale. Essendo diretta a fini medici, senza rispettarli integralmente, si orienta tuttavia verso la libera associazione dei ricordi, che non seguono l’ordine temporale di solito suggerito nelle autobiografie, e neppure si raggruppano secondo tematiche morali o spirituali di altri racconti di sé.

Il protagonista del terzo romanzo sveviano sembra, infatti, essere indifferente alla cronologia e, abbandonandosi al flusso dei ricordi, lascia alla memoria il compito di ricostruire fatti e azioni legati ciascuno a una persona, a una passione, a un vizio o a un fallimento. Gli argomenti dei capitoli del libro sono: i ricordi eventuali di Zeno sulla propria infanzia, la sua impossibilità di liberarsi dal vizio fumo, la morte del padre che scatena rimorsi, la storia del matrimonio e dell’adulterio, i rapporti commerciali col cognato di cui ha sempre amato la moglie, ed infine la guerra e l’istinto omicida dell’uomo. Sono tutti temi che suppongono un malato e un medico, un nevrotico e uno psicanalista.

Esponendoli, Svevo non traccia la sua autobiografia, come preciserà ad uno dei suoi primi, entusiasti, lettori, Eugenio Montale: “È vero che la Coscienza è tutt’altra cosa dei romanzi precedenti. Ma pensi che è un’autobiografia e non la mia”.

L’affermazione ha del paradossale, perché l’autobiografia di altri non ha senso, ma la cosa non ha turbato i sonni di molti interpreti, che hanno tracciato infiniti paralleli tra Zeno e Svevo.

Conclusione e impatto letterario

Si può, quindi, affermare che La coscienza di Zeno è un’autobiografia sui generis e che, nel contempo, non è più un romanzo alla maniera di Una vita e di Senilità. Non per questo è la trascrizione personale o affidata ad altri del resoconto di più sedute di un nevrotico presso uno psicanalista. Nasce qui l’altra affermazione paradossale resa per lettera dallo scrittore triestino ad un giovane amico interessato a questi problemi, Valerio Jahier, il 10 dicembre 1927: “Grande uomo quel nostro Freud, ma più per i romanzieri che per gli ammalati”.

La rottura nei confronti dei generi tradizionali (il romanzo, il diario, l’autobiografia) e la creazione di un nuovo organismo narrativo, che sembra giocare con quelli precedenti, senza mai confondersi con essi, si accompagna ad una presentazione dell’uomo borghese del primo Novecento. Di questo trattò Montale nel 1925, quando scrisse in Omaggio a Italo Svevo: “[…] lo Svevo ha tentato […] di darci il poema nella nostra complicata pazzia contemporanea. Infrante le dighe del romanzo vieux style, che pur avevano favorito la sua ispirazione, lo Svevo fa penetrare nel suo mondo l’ambigua e sotterranea corrente della psicanalisi […]. Noi sappiamo rendere omaggio alle ragioni dell’arte caotica e totaliste che vi si esprime. Ma siamo certi che dal caos si debba ormai uscire ad una scelta, ad un ordine, che per essere ‘nuovo’ non deve apparire meno rigido e severo”.

E più esplicitamente un anno dopo, sempre partendo dall’idea che non più di un romanzo si tratta, ma di una sorta di “poema”: “La coscienza di Zeno è l’apporto alla nostra letteratura a quel gruppo di libri ostentatamente internazionali che cantano l’ateismo sorridente e dispersivo del novissimo Ulisse: l’uomo europeo […]. Queste borghesi figure di Svevo sono ben cariche di storia inconfessata, eredi di mali e di grandezze millenarie, scarti e outcasts - reietti - di una civiltà che si esaurisce in sé stessa e s’ingorga”.

Oltre a Freud, il riferimento è all’Ulisse di Joyce (1922), il grande narratore irlandese conosciuto da Svevo da quando lavorava come insegnante di lingua inglese alla Berlitz School di Trieste, e poi tenuto sempre al corrente dei suoi progetti e delle sue opere. L’Ulisse è il rifacimento dell’Odissea di Omero, condotto nel corso di una giornata e avente per protagonista un borghese, Leopold Bloom (una sorta di anti-eroe rispetto all’illustre modello epico).

Accennando alla coscienza di Zeno come ad un “poema”, Montale non soltanto si rende conto che è possibile presentarla come un romanzo, ma riconosce nel protagonista un personaggio esemplare di quella crisi di valori borghesi di cui Leopold Bloom è al momento l’esponente. Né la cosa lo lascia indifferente, tant’è vero che allora Montale preferì Senilità alla Coscienza; solo decenni dopo ritirerà la preferenza accordata al secondo romanzo per restituirla intatta alla terza opera. Ma l’impressione di Montale, per altro verso, non deve condizionare troppo il lettore del terzo romanzo sveviano.

Zeno, è vero, soffre di più di una malattia dell’anima e del corpo ed ama intervenire, anche con più d’una osservazione, sui rapporti intercorrenti fra salute e malattia. Tanta insistenza giustamente lo ha fatto avvicinare a un altro grande narratore della crisi borghese, Thomas Mann. Il rapporto malattia-salute è fondamentale per lo scrittore tedesco, non a caso come Svevo educatosi su Schopenhauer (e su Nietzsche). Ebbene, Svevo è persuaso che lo stato di perfetta salute sia possibile solo corporalmente, e in alcuni momenti; lo stato di malattia, invece, è costante in ogni uomo, anche in quello in cui il maggiore adattamento alle circostanze oggettive e temporali sembra in apparenza testimoniare il raggiungimento della “perfetta salute umana”.

Quest’espressione è di Zeno Cosini, e concerne la moglie Augusta, una donna per la quale “il segreto di Zeno”, Aldo Spranzi, Augusto Fabiano Buzzi, Edizioni Unicopli, Milano, 2008, pg. 112 e 114.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/14 Critica letteraria e letterature comparate

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