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La cognizione sociale

Appunti di La cognizione sociale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: alle origini del problema, le radici filosofiche della cognizione sociale, il contributo di Lewin, modelli e paradigmi di ricerca negli studi della cognizione e del comportamento, l’approccio comportamentista,... Vedi di più

Esame di Cognizione sociale docente Prof. D. Steila

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3.2 Lo studio della cognizione in psicologia sociale.

La storia della psicologia sociale è sempre stata segnata da concetti di natura cognitiva e

questo sulla base di tre riferimenti concettuali

 Le teorie di Lewin fondata su una concezione del comportamento sociale interpretato

come funzione della percezione degli attori sociali ( qualsiasi comportamento di

interazione messo in azione da A è prevedibile ricostruendo il significato che esso viene

attribuito da A stesso piuttosto che dalle caratteristiche oggettive dell’azione

dell’interlocutore B), inoltre il modo in cui una persona può influenzare il

comportamento di un’altra persona può manifestarsi anche senza che si realizzi un

rapporto di tipo diretto o presenza fisica(.. “cosa direbbe mia madre ?”)

 Un secondo motivo per cui la psicologia sociale ha anticipato i temi del cognitivismo è

legato all’interesse che i ricercatori manifestano non solo nei confronti delle cause della

percezione sociale, ma anche per gli esiti di natura cognitiva che questo processo

produce: l’interesse del ricercatore non è tanto rivolto all’analisi di ciò che la persona fa,

ma delle credenze,dei sentimenti e delle intenzioni che precedono il comportamento e lo

giustificano.

Infine la psicologia sociale si è dimostrata cognitiva, in relazione all’interesse che la

 disciplina ha indirizzato nei confronti dell’individuo in quanto organismo pensante e

capace di produrre ragionamenti e inferenza, anche se questi possono essere errati.

4.2 Le diverse concezioni di uomo come organismo pensante.

Sono 4 le diverse concezioni di uomo come organismo pensante:

 Ricercatore di consistenza (anni 60):l’individuo è costantemente determinato a

ricercare coerenza tra gli elementi cognitivi che caratterizzano il suo sistema di

credenze. I maggiori teorici sono stati Festinger (1957) con i modelli di dissonanza

cognitiva ( ruolo della motivazione importante quanto quello della cognizione) e

Heider (1958) con i modelli di equilibrio cognitivo (se ci si trova in una situazione

di incoerenza, si prova disagio e quindi scaturisce la motivazione a cercare una

soluzione che ricostruisca la situazione di coerenza cognitiva).

 Scienziato ingenuo (anni70) : se gli individui hanno tempo e risorse cognitive,

raccolgono in maniera sistematica le evidenze empiriche che consentono loro di arrivare

alla conclusione più logica. In questo caso sono stati importanti i modelli di analisi

causale o di attribuzione (errori di valutazione = deviazioni dalla norma, da un ideale

di razionalità che non è stato raggiunto per l’interferenza di fattori di tipo emotivo o

razionale) e dall’epistemiologia della vita quotidiana ( ruolo centrale è attribuito alla

cognizione, rispetto alla quale la motivazione rappresenta una possibile e temporanea

interferenza)

 Economizzatore di risorse cognitive ( anni 80) :l’individuo ha risorse cognitive

limitate nell’elaborare informazioni, quindi tende ad utilizzare strategie di

semplificazione; i risultati non sono sempre perfetti, ma in compenso si ottiene velocità

ed efficienza.Si sottolinea che il sistema di elaborazione ha capacità limitata,si

considerano le euristiche vs gli algoritmi ( il ruolo della motivazione è del tutto

marginale ed estemporaneo) e i vantaggi e svantaggi del costrutto.

 Stratega motivato ( anni 90 ad oggi) : l’individuo ha a disposizione una gamma di

strategie cognitive tra cui scegliere quella che meglio risponde a motivi, scopi, obiettivi

che lo guidano. Modelli continuum : sistema di elaborazione con interazione di

componenti cognitive ed affettive ( il ruolo della motivazione ritorna centrale: le

persone sono capaci di modificare i propri percorsi di pensiero sulla base degli scopi che

le guidano)

5.2 Le origini del concetto di schema

Il contributo delle strutture cognitive è cruciale nel rendere significativa l’esperienza sociale

dell’individuo, il quale di norma è convinto che le sue esperienze del mondo hanno un certo

“colore” e una certa “forma” perché il mondo è fatto proprio così ed egli si limita a registrarne

le caratteristiche. Ma la maggior parte della psicologia sociale può dirsi erede della psicologia

gestaltiana e come tale il carattere ricostruttivo della percezione e il ruolo del contesto nel 4

favorire la modificazione di significato che gli elementi in esso inseriti subiscono diventa

fondamentale. Il concetto di configurazione anticipa la teoria dello schema e gli autori che più

hanno contribuito sono Heider e Asch.

6.2 Il modello dell’equilibrio cognitivo di Heider

Si occupa dell’analisi degli stati cognitivi che si realizzano quando un individuo possiede

cognizioni che riguardano due o più entità ( persone,oggetti, eventi) e queste appaiono

collegate da rapporti di unità ( frutto di una operazione cognitiva che origina dalla percezione

della somiglianza o vicinanza)o sentimento ( hanno carattere valutativo e si producono quando

gli individui colgono relazioni di amore, simpatia, apprezzamento ecc). I rapporti così definiti

possono essere sia positivi che negativi, per cui una situazione sociale che riguardi due

persone o un oggetto, può avere, a livello di rappresentazione cognitiva, una struttura

definibile come equilibrata o come disequilibrata, a seconda dei legami e del segno dei rapporti

che uniscono i vari elementi. In termini più sintetici si può dire che essere d’accordo con le

persone che si stimano o essere in disaccordo con le persone che non si stimano consente di

organizzare queste convinzioni in uno schema. Nelle situazioni di disequilibrio si manifesta una

pressione verso il cambiamento e che può portare ad esempio alla modificazione degli

atteggiamenti. Da studi recenti (1975) si ritiene che le relazioni equilibrate e quelle

disequilibrate sono memorizzate in maniera diversa: infatti gli individui utilizzerebbero un’unità

cognitiva singola per le relazioni equilibrate, mentre frazionerebbero nelle singole componenti

le relazioni di tipo disequilibrato.

7.2 Il modello configurazionale di Asch

L’impostazione gestaltista di Asch lo portò a concepire il funzionamento dei meccanismi della

percezione sociale in modo analogo a quello che avviene nella percezione visiva in cui i singoli

componenti di una figura complessa si integrano tra loro in base ad un principio di “buona

forma” ( chiamata appunto Gestalt in tedesco): in base a ciò il risultato di un processo

percettivo non è la somma dei singoli componenti ma è un’esperienza nuova che non può

essere ricondotta ai singoli elementi che l’hanno generata. Ogni persona che incontriamo viene

vista come un’ “unità” , un insieme inestricabile di caratteristiche che interagendo tra loro

danno luogo ad un percetto unitario. ( approccio olistico)

Di diverso avviso è Anderson ( 1981-1991) il quale con il suo modello algebrico

( Information Integration Theory) definisce il risultato del processo di percezione sociale

come l’interazione algebrica dei singoli elementi di informazione di cui veniamo in possesso.

In questo senso l’impressione di personalità che una persona ci restituisce è esattamente la

somma del valore associato ai tratti che riconosciamo in lei.

Di recente si è supposto che entrambi i modelli abbiano validità intrinseca e il Modello del

Continuum di Fiske e Neuberg (1990) prevede esplicitamente che non vi sia una unica

modalità di analisi delle informazioni disponibili per formulare un giudizio sulle persone che

incontriamo, piuttosto a seconda della motivazione all’accuratezza e della quantità di risorse di

elaborazione disponibili la valutazione viene costruita utilizzando strategie diversificate. Si va

da un estremo del continuum in cui il giudizio è basato sull’integrazione delle informazioni

individuali fino all’altro estremo in cui queste vengono completamente tralasciate in favore di

conoscenze stereotipate relative alle categorie sociali

Giudizi formulati con largo impiego di informazioni stereotipiche sono valutazioni olistiche che

avvengono in modo molto simile a quanto Asch immaginava accadere. Giudizi individualizzati

sono invece ottenuti aggregando tra loro informazioni specifiche di un singolo individuo in

modo analogo a quello previsto dal modello psicofisico di Anderson 5

CAPITOLO 3° I PROCESSI DI CATEGORIZZAZIONE

1.3 Classificare per applicare gli schemi.

Nel momento in cui si attiva il processo di percezione sociale gli oggetti,le situazioni o le

persone devono essere classificati per verificare se possono essere inseriti nelle forme di

categorizzazione che impieghiamo. Per esempio solo dopo che un individuo è stato riconosciuto

in un certo ruolo ( ad es. una hostess) possiamo applicare le conoscenze che possediamo a

proposito di quel ruolo. Il problema è dunque quello di classificare situazioni e persone in

quanto facenti parte di una categoria sociale. Solo dopo che questa operazione ha avuto luogo

l’individuo è in grado di attivare lo schema corrispondente.

2.3 Due modi di intendere l’appartenenza categoriale

I criteri in base ai quali è possibile individuare l’appartenenza categoriale di eventi o di persone

sono sostanzialmente due.

 La prima scaturisce da una impostazione mentale di tipo “aristotelico” che prevede che

le categorie siano definite facendo ricorso a un numero ridotto di criteri cruciali,

necessari e sufficienti soddisfatti i quali ogni membro ha pieno diritto di appartenenza

alla categoria in questione. Questa concezione si applica facilmente ad oggetti con alto

grado di formalizzazione ( ad esempio nel dominio della geometria) ma difficilmente si

può applicare nelle situazioni più complesse.

 La seconda deriva da una matrice di origine cognitivista e dagli studi sociali sulla

personalità. Questa impostazione è basata sul fatto che le “categorie naturali” non sono

definibili in base ad attributi necessari e sufficienti perché non è sempre chiaro se un

esemplare appartiene a pieno diritto ad una categoria. Inoltre esistono esemplari più

tipici della categoria : i prototipi ed altri meno tipici o periferici. I prototipi

costituiscono un punto di riferimento per definire l’appartenenza categoriale, infatti

tanto più l’esemplare assomiglia al prototipo della categoria tanto più potrà essere

considerato un esemplare categoriale.

Il Modello proposto da Rosch (1978) prevede una organizzazione gerarchica articolata

secondo vari livelli di inclusione tali da permettere alle persone di usare secondo le modalità

più adeguate le conoscenze possedute rispetto ad un certo dominio. Esistono quindi delle

categorie sovraordinate e altre sott’ordinate a seconda della similitudine più o meno marcata

con i prototipi.

3.3 Il modello del prototipo applicato alla cognizione sociale.

Allo stesso modo in cui è possibile categorizzare varie attività possiamo categorizzare i diversi

tipi di persone che incontriamo. Infatti sapere che una persona è amichevole ce la

fa’assomigliare ad un prototipo e saremo quindi sicuri nell’attribuire a questa persona altri

attributi quali l’estroversione e la loquacità. In questi casi si parla di prototipo di persona

basato su tratti.( Cantor e Mischel1977)

Nella vita quotidiana le rappresentazioni prototipiche di tipo categoriale vengono utilizzate nelle

situazioni in cui si deve prendere una decisione( lavoro, percorso di studi..). Si mettono a

confronto il prototipo della categoria a cui si immagina di appartenere e il prototipo elaborato a

proposito di sé: pi distano le due rappresentazioni pi è opportuno un ripensamento. Le persone

pi sensibili al cambiamento sono quelle che pi frequentemente mettono in atto confronti di

questo tipo.

4.3 Il modello categoriale basato su esemplari

Una posizione alternativa a quella del modello basato sul prototipo è quella in base alla quale

le categorie sono rappresentate non tanto da immagini ideali o tipiche ma da una collezione di

esemplari di cui nel passato il partecipante ha avuto esperienza. In effetti questa posizione

sottolinea l’importanza delle variazioni esistenti tra esemplari e non solo su prototipi ( basati

solo su caratteristiche che li accomunano). Infatti il modello basato su esemplari ha la capacità

di rendere conto del grado in cui i diversi attributi entro la categoria co-occorrono ed è

possibile prevedere il cambiamento della rappresentazione della categoria , sulla base 6

dell’introduzione di nuovi esemplari categoriali, capaci di modificare i successivi giudizi emessi

dai soggetti.

Numerose evidenze sperimentali hanno sottolineato che le conoscenze categoriali basate sugli

esemplari influenzano il giudizio sociale. Le valutazioni che gli individui formulano a proposito

di persone sconosciute sono legate a somiglianze (spesso irrilevanti) che vengono percepite tra

queste persone e specifici esemplari categoriali di cui l’individuo ha avuto esperienza nel

passato.

5.3 I due modelli a confronto

Secondo Fiske e Taylor (1991) gli individui preferiscono riferirsi agli esemplari quando devono

rendere conto di qualche fenomeno dal carattere straordinario.

Il modello del prototipo si focalizza sull’anticipazione e previsione mentre quello basato su

esemplari privilegia i dati di esperienza, i casi registrati nel passato, le evidenze di tipo

empirico. Sembra probabile che il modello basato sugli esemplari venga usato in combinazione

con quello basato sul prototipo quando l’individuo deve categorizzare il proprio grado di

appartenenza, mentre quando la realtà da descrivere è poco conosciuta i soggetti sembrano

preferire il modello categoriale basato sul prototipo.

6.3 Un paradigma sperimentale classico nello studio della categorizzazione sociale.

Una delle prime attività che spontaneamente portiamo a termine nel contesto delle interazioni

sociali è quella di categorizzare gli eventi o le persone trovando per tali oggetti o situazioni

l’appropriato contenitore concettuale: questa è un’attività che avviene in modo

automatico,inconsapevole. Attraverso la dimostrazione sperimentale (Who said what) di

questa ipotesi Taylor e collaboratori (1978) hanno dimostrato la fondatezza di questa ipotesi

( pag. 40 e seg. Libro Arcuri e Castelli) e attraverso i dati emersi si è rilevato che

l’appartenenza razziale e il sesso vengono utilizzati per formulare una prima

categorizzazione.Ulteriori ricerche hanno stabilito che ciò che rende utili e informativi i criteri di

categorizzazione per il soggetto che vi ricorre è la loro rilevanza nell’ambito del giudizio

sociale. Si può affermare che il sistema di valori dell’individuo ha un’influenza sulle elaborazioni

che si realizzano sui dati di esperienza. Analogamente specifiche aspettative e credenze circa le

caratteristiche generali di un gruppo sociale hanno un impatto sul modo in cui i singoli membri

di tale gruppo vengono percepiti, che non vengono infatti percepiti come individui isolati dotati

di proprie peculiarità, bensì come elementi intercambiabili di un’entità di ordine superiore

,ovvero il gruppo o la categoria di appartenenza. Questo porta però ad impoverire le

caratteristiche di personalità e ad emettere gravi errori di giudizio. Concludendo il modo di

operare tipico del sistema cognitivo si contraddistingue per la spontanea ricerca degli

elementi di somiglianza e di comune appartenenza,in modo tale da poter semplificare le

situazioni di complessità riducendole ad un più limitato numero di insiemi: le categorie sociali.

Più in generale le dimensioni che rimandano alle appartenenze etniche e di genere sessuale

appaiono essere i principali criteri attorno ai quali la categorizzazione sociale si sviluppa,

lasciando però ampio spazio all’influenza aggiuntiva degli atteggiamenti personali e delle

variabili contestuali per la definitiva specificazione delle categorie utilizzate. 7

CAPITOLO 4° IL FUNZIONAMENTO DEGLI SCHEMI

SCHEMA: Struttura cognitiva che rappresenta la conoscenza a proposito di un

concetto e di un particolare tipo di stimolo:esso prevede sia gli attributi che lo

caratterizzano sia le relazioni tra questi.

1.4 Una possibile tipologia degli schemi sociali.

Taylor e Crocker (1981) individuano 4 tipi di schemi:

Schemi di persona Strutture di conoscenza che hanno lo scopo di favorire la

comprensione del significato psicologico associato alla combinazione

di particolari tratti di personalità. Sulla base dell’attivazione di

specifici schemi di persona siamo in grado di concettualizzare i

nostri simili usando termini generali per rappresentare particolari

combinazioni di attributi ( autoritario, loquace ecc.)

Schemi riferiti al sé Serve per rappresentare l’oggetto di conoscenza al quale siamo più

vicini: noi stessi. E’ il giudizio che quotidianamente l’individuo

impiega per considerare se stesso

Schemi di ruolo Si riferisce a quell’insieme di comportamenti che ci si attende che

una persona, che occupa una particolare posizione in una struttura

sociale, metta in atto. E’ la struttura cognitiva che organizza la

conoscenza che una persona ha a proposito dei comportamenti più

appropriati connessi ad una specifica prestazione di ruolo

(professioni,gruppi politici, sesso, razza)

Schemi di eventi Rappresentano le sequenze di eventi che si succedono nelle

(script) situazioni sociali basate su routines di tipo comportamentale ( ad

es. sessioni di esami universitari)

2.4 Gli schemi e la codifica delle informazioni sociali.

Per il modo in cui funzionano gli schemi si può ipotizzare che influenzino la codifica delle

nuove informazioni, la memoria per quelle già possedute e le inferenze prodotte per

integrare quelle mancanti.

Fasi di codifica:

 Le persone mettono in azione gli schemi a partire dalle caratteristiche fisiche salienti

dell’oggetto percepito: razza, sesso ed età.

 Una volta attivato, lo schema influenza in maniera significativa la velocità con cui

percepiamo l’oggetto, il modo in cui notiamo somiglianze e differenze. E’ sufficiente

apporre un’ etichetta linguistica per definire un gruppo sociale o professionale.

Molte ricerche sono state basate sul paradigma del printing semantico (per studiare il

funzionamento delle strutture schematiche è sufficiente ricordare che quando tali strutture

vengono sollecitate esse presentano un maggior grado di prontezza ad entrare in

funzione). Questo paradigma è stato quindi utilizzato nella ricerca degli schemi quando si

vogliono studiare le dimensioni implicite del loro funzionamento in fase di codifica.

Gaertner e McLaughlin (1983) ad esempio, hanno scelto le parole prime in modo che

esse veicolino nomi di categorie o gruppi sociali e hanno chiesto ai partecipanti dei giudizi

riguardanti la parola target. I risultati hanno dimostrato che quanto maggiore è

l’associazione semantica con la parola prime, tanto più forte è il processo automatico che

attiva il significato della parola target e quindi più veloce il tempo con cui la decisione

lessicale viene raggiunta. I dati che emergono da queste ricerche sono: 8

 quando i partecipanti codificano le caratteristiche delle persone sulla base

dell’attivazione di uno schema sociale, minimizzano la variabilità entro il gruppo di

cui la persona è membro e sovrastimano le differenze esistenti.

 Se il soggetto deve confrontare le caratteristiche tra i membri del proprio gruppo e

di un gruppo esterno gli effetti sono diversi: il gruppo sociale a cui apparteniamo ci

appare complesso, composto da persone diverse e non assimilabili tra loro, mentre i

gruppi sociali esterni ci sembrano omogenei e compatti. Si ritiene che questo

avvenga perché vengono impiegati livelli diversi di categorizzazione e perché esiste

una maggiore familiarità con i membri del proprio gruppo di appartenenza.

In ogni caso numerosi studi dimostrano l’importanza delle prime fasi di codifica operate

durante l’attivazione degli schemi sociali per organizzare il contenuto della percezione basata

sulle caratteristiche di genere sessuale,razza,gruppo etnico,età.

3.4 Gli schemi e i processi di memoria

L’importanza degli schemi nei processi di memoria è fondamentale. Un chiaro esempio è

immaginare di percorrere un appartamento pensando di essere un ladro o un agente

immobiliare. Verranno in mente sicuramente dettagli diversi e questo indica che passare da

uno schema ad un altro produce prospettive e ricordi differenziati: lo schema è in grado di

influenzare sia le fasi di codifica che le fasi di recupero delle informazioni.

Nelle operazioni mnemoniche i soggetti :

ricordano con maggior facilità le informazioni riguardanti il proprio gruppo rispetto ad

 un gruppo esterno

ricordano più facilmente caratteristiche negative e differenze del gruppo esterno

 piuttosto che del proprio.

ricordano le informazioni rilevanti in seguito all’attivazione di uno schema mentale e

 tendono a dimenticare quelle irrilevanti.

 Quando lo schema attivato è in fase di sviluppo le persone sono più sensibili alle

informazioni incongruenti. Mentre quando l’impressione è consolidata e i giudizi sono

stati espressi le persone focalizzano la loro attenzione su informazioni coerenti con lo

schema.

4.4 Le conseguenze della categorizzazione sociale: l’attivazione di conoscenze

schematiche.

E’ plausibile ritenere che i membri di ogni cultura condividano delle rappresentazioni

stereotipiche a proposito dei gruppi esterni coi quali si realizza una qualche forma di contatto.

Per esempio incontrando una persona di colore immediatamente e spontaneamente si impone

il criterio di categorizzazione basato sulla razza e questo porta sua volta all’attivazione di

conoscenze stereotipiche che culturalmente si ritiene facciano da contorno alla appartenenza a

quel gruppo sociale. Sulla base degli stessi meccanismi è probabile che un individuo maschio

incontrando una donna attivi costrutti quali sensibile ed emotiva. Sono state condotte molte

ricerche in questo senso che hanno confermato quanto detto e da questi risultati viene lecito

da domandarsi quanto l’attivazione di modelli stereotipaci sia in grado di influenzare successivi

giudizi e comportamenti. Per rispondere a questo P. Devine (1989) in un importante studio ha

dimostrato che il pregiudizio e la discriminazione sono fenomeni che si generano a partire dalle

normali dinamiche dei processi cognitivi e ulteriori ricerche hanno dimostrato che nel momento

in cui una rappresentazione categoriale viene attivata, anche gli schemi comportamentali

congruenti vengono attivati, predisponendo l’individuo all’esecuzione di particolari azioni.

Una larga porzione di pensieri e azioni segue un corso consapevole ed è frutto di specifiche

intenzioni, ma esiste anche un continuo lavorio sotterraneo che influenza in modo consistente

il normale corso delle nostre attività e la direzione di tali processi non consapevoli non è

casuale ma riflette le conoscenze sociali che l’individuo possiede. I principi che regolano i

processi non consapevoli possono avere un forte impatto sulla natura degli scambi sociali, ad

es. il comportamento ostile di un individuo si traduce in una risposta presumibilmente non

amichevole da parte dell’interlocutore che subisce inizialmente tale comportamento ostile.

Attraverso processi di tipo circolare denominati profezie che si autoavverano che vengono

determinate dal fatto che ,senza rendercene conto, tendiamo a sollecitare nelle persone

comportamenti coerenti con l’impressione che di lei ci siamo formati ( ricordare Effetto

Pigmalione di Rosenthal) 9

5.4 Il ruolo delle motivazioni e delle risorse cognitive

Da quanto visto la tendenza generale che l’individuo presenta è quella di far continuo ricorso

automatico alle conoscenze stereotipiche e questo può dar luogo ad una triste conclusione

secondo la quale ogni atto di discriminazione può essere giustificato in quanto frutto di un non

modificabile percorso dei processi cognitivi. Per sconfessare questa conclusione molte ricerche

sono state effettuate e ad esempio P. Devine ( 1989) sottolinea che esiste una profonda

differenza tra l’attivazione di uno stereotipo e la sua applicazione essendo la prima inevitabile,

ma non la seconda. La consapevolezza che uno stereotipo è stato attivato e possa influenzare

le risposte è una condizione iniziale per intervenire ed eliminare tale influenza. In tal modo è

possibile calibrare le risposte sulla base dei valori posseduti, ovvero sulla base di quanto si

percepisce come ostile o amichevole nei confronti dei membri di un certo gruppo sociale.

L’ingresso sulla scena delle componenti motivazionali aumenta la probabilità che non ci si basi

solamente su aspetti generali ma anche sulle caratteristiche peculiari. Ogni motivazione che

induce a mettere maggiore impegno per realizzare una percezione accurata di chi ci sta di

fronte diminuisce l’impatto delle componenti stereotipiche e rende meno probabile che le

risposte siano affette da pregiudizio. Questo però rappresenta uno sforzo cognitivo assai

dispendioso e non sempre le persone hanno sufficiente volontà e capacità per impegnarsi così

a fondo nel rendere più accurata la percezione del proprio mondo sociale. Nei momenti in cui

l’individuo non è in grado di disporre al massimo delle proprie potenzialità è più probabile che i

suoi giudizi percorrano strade tracciate da luoghi comuni e stereotipi fondandosi su aspetti di

tipo più generale come le appartenenze categoriali. In tal caso gli stereotipi possono essere

considerati delle euristiche di giudizio intese come scorciatoie a cui si fa ricorso quando le

risorse cognitive a disposizione sono scarse.

Concludendo le persone prive di pregiudizio sono generalmente in grado di eliminare l’influenza

degli stereotipi se si rendono conto che i propri giudizi possono venirne alterati, ma le buone

intenzioni non sempre sono sufficienti in quanto una stessa persona può presentarsi come più

o meno affetta da pregiudizio al semplice modificarsi degli elementi contestuali.

6.4 Le precedenti esperienze e il giudizio sociale

Attraverso varie ricerche attuate attraverso l’impiego dell’effetto stroop in versione

modificata ( anziché il colore il partecipante deve stabilire il più velocemente possibile se un

nome e cognome appartengono ad un uomo o ad una donna) si è rilevato che i giudizi che

l’individuo emette nelle abituali situazioni della vita quotidiana possono risultare influenzati

dalle esperienze maturate nel passato e dalle conoscenze possedute. Ad esempio elementi di

somiglianza tra un amico e una persona che incontriamo per la prima volta possono far si che

a quest’ultima vengano implicitamente attribuite caratteristiche tipiche del nostro amico,

nonostante nessun dato concreto sia di sostegno a tale attribuzione. 10

CAPITOLO 5°

IL SE’ COME SOGGETTO E OGGETTO DELLA COGNIZIONE SOCIALE

1.5 Le origini del problema.

Gia Aristotele dedicò molte sue riflessioni a problemi psicologici. Egli ha costituito lo spunto,

secoli dopo, per studiare il tema della consapevolezza della conoscenza e del significato delle

attività di pensiero. Cartesio ha sottolineato la distinzione tra sé non fisico ma anche di un sé

fisico nel quale il sé pensante risiede ( cogito ergo sum). I problemi riguardanti il corpo e la

mente, la natura delle conoscenze riguardanti il sé hanno costituito un tema centrale nelle

riflessioni di William James il quale introduce la distinzione tra il Mè ( sé conosciuto) e l’Io

(il se che conosce). In seguito James svilupperà sempre più il tema del sé come oggetto di

conoscenza suddividendo il me materiale ( fisico + oggetti familiari),sociale(percezioni

ricevute da interazioni con altri significativi) e spirituale (conoscenza delle proprie

caratteristiche psicologiche,tratti,motivazioni,valori)

2.5 Il concetto di Sé e le modalità della sua rappresentazione.

Uno dei primi obiettivi che la psicologia si è posta è stato quello di capire come funzionano le

rappresentazioni che gli individui hanno di se stessi. Nell’ultimo ventennio moltissime ricerche

e proposte teoriche si sono occupate della comprensione di come il sé è strutturato e funziona.

La conoscenza che ciascuno di noi possiede a proposito di se stesso è estesa e complessa e

numerose le modalità che ci consentono di conoscerci. Queste modalità possono essere di tipo

personale ed intimo, oppure pubbliche ( nelle interazioni sociali),possono essere relative al

ruolo che svolgiamo e così via. Esistono anche vari motivi che portano le persone ad elaborare

concezioni di sé opportunamente tarate sulle finalità da realizzare nell’ interazione sociale quali

 l’accuratezza (principio in base al quale siamo motivati a costruire un’immagine di noi

stessi il più precisa e dettagliata),

 la coerenza (desiderio di mantenere confermate le concezioni di sé precedentemente

elaborate),

 l’autoaccrescimento (tendenza a proporre la concezione di noi stessi capace di

veicolare la nostra immagine più favorevole).

Ma in quale forma la conoscenza che un individuo ha di sé stesso è depositata in memoria?

Recentemente sono comparse nella letteratura della psicologia sociale delle proposte a

proposito della rappresentazione del sé e i modelli scaturiti condividono l’assunzione che la

fonte della nostra conoscenza, a proposito dei tratti che ci descrivono, risiede nella memoria

dei nostri comportamenti passati e due sono le proposte che danno indicazioni su come sono

depositate queste informazioni.

3.5 Due modelli a confronto.

 Il modello di Smith e Medin (1981) sostiene che la conoscenza che possediamo a

proposito dei tratti che ci descrivono è rappresentata nella forma di specifici

comportamenti. Secondo questo punto di vista la conoscenza di una categoria è una

giustapposizione in memoria di rappresentazioni separate dei propri

comportamenti,esaminando i quali l’individuo inferisce le disposizioni che lo

caratterizzano ( processo botton-up)

 Secondo il modello di Klein e Loftus (1988) la conoscenza di sé può assumere la

forma di rappresentazione astratta , più precisamente i tratti che l’individuo

considera centrali nel costruire il concetto di sé sono rappresentati in forma astratta e

ad essi l’individuo accede direttamente (processo Top-down)

4.5 Gli schemi di sé nella percezione,nella memoria e nei processi inferenziali

Percezione

 E’ importante, al di là di come la rappresentazione del sé si costruisce, stabilire quale

parte del concetto del sé si rende disponibile ed è in grado di influenzare i pensieri e i

comportamenti dell’individuo nei vari momenti della sua esperienza sociale. Markus e

Nuruius (1986) introducono a questo proposito il concetto di sé operante: a 11

seconda dei contesti emergono componenti di stabilità o di modificazione ( es.

docente universitario: trovandosi in un’aula universitaria farà emergere le sue capacità

e quindi le sue prestazioni come tale).

 Tra i vari attributi che le persone si riconoscono avere, alcuni appaiono con chiarezza e

precisione, altri sono sfuocati e danno luogo a impressioni di incertezza. Questo

dimostra che possedere uno schema (essere schematici) rispetto ad un particolare

contesto o dimensione consente di filtrare l’informazione in ingresso in maniera molto

efficiente.

Non tutti gli schemi di sé che gli individui elaborano sono di natura positiva, in alcuni

 casi sono fondati su dimensioni di tipo negativo. In questo caso gli schemi si realizzano

attraverso meccanismi diversi: persone schematiche su tratti negativi hanno maggiore

facilità a definire ciò che esse non sono. Individui tendenti a depressione sarebbero

caratterizzati da schemi del sé organizzati in maniera latente su dimensioni negative,

che possono essere attivati da circostanze ambientali,in un processo automatico sul

quale la persona non può esercitare controllo. In ogni caso le persone che mettono in

azione schemi di tipo negativo lo fanno solo nel caso della percezione del sé, mentre il

fenomeno non si estende alla percezione degli altri.

Memoria

Gli schemi del sé aiutano la persona nel ricordo di informazioni rilevanti: la conoscenza

 riguardante il sé è di solito più accessibile in memoria di quella riguardante gli altri sia

perché ancorata a dimensioni valutative ed emozionali più importanti, sia perché

immagazzinata in forma verbale piuttosto che visiva( questo favorisce la permanenza e

la durevolezza delle informazioni)

Processi di inferenza

Quando gli individui devono prevedere il loro comportamento futuro producono delle

 anticipazioni che sono coerenti con gli schemi di sé che possiedono

 Vi è una maggiore velocità e facilità nel produrre inferenze quando la dimensione

rispetto alla quale la persona è schematica deve essere applicata a situazioni familiari

( esperti) mentre vi è maggiore lentezza, ma anche maggior efficacia quando ci si trova

in situazioni poco familiari.

5.5 Schemi di sé e schemi di altri.

 L’informazione che riguarda il sé è più accessibile in memoria di quanto non capiti

all’informazione che riguarda altre persone. Il vantaggio però delle informazioni

riguardanti il sé depositate in memoria decresce quanto più l’altro è giudicato vicino e

familiare e tale da essere rappresentato da elementi condivisi con quelli del sé.

 Le persone hanno maggior facilità nell’utilizzare il codice verbale quando devono

rappresentare se stessi in memoria mentre utilizzano il codice visuale quando devono

rappresentare gli altri.

 Altra caratteristica che differenzia la conoscenza del sé e rispetto a quella elaborata

sugli altri è legata alle risonanze affettive che essa contiene, tanto che alcuni teorici

ritengono che il vantaggio nei processi di percezione e memoria associato alle

informazioni rilevanti per il sé sia in larga parte dovuto a fattori emotivi.

6.5 Schemi ed expertise.

Concetto di expertise: una persona definita come esperta in un particolare dominio è in

grado di impiegare con efficienza lo schema corrispondente e riesce a trattare in maniera

integrata informazioni complesse e interconnesse, quindi anche in presenza di un rilevante

numero di informazioni da gestire in fase di giudizio, la persona esperta fa ricorso alla struttura

schematica e riesce a trovare le più efficienti strategie di combinazione delle informazioni e

giungere rapidamente ad emettere un giudizio

7.5 I possibili sé e le discrepanze che possono manifestarsi.

La concezione del sé che l’individuo possiede e che è orientata al futuro da luogo a quella

struttura di conoscenza a cui è stato dato il nome di sé possibili.( memoria prospettica)

Secondo Higgins( 1989) a seconda dei contesti e delle norme prevalenti gli individui

confrontano la rappresentazione del sé con tre diversi parametri: 12

 Sé effettivo :il modo in cui gli individui pensano a proposito di se stessi.

 Sé ideale: il modo in cui gli individui immaginano di poter essere.

 Sé imperativo : il modo in cui gli individui immaginano di dover essere.

Le discrepanze che possono manifestarsi tra queste diverse componenti del giudizio

riguardante il sé hanno rilevanti conseguenze affettive per l’individuo che le sperimenta

8.5 Il grado di coerenza e di complessità nel concetto di sé: la valutazione delle

proprie prestazioni.

I soggetti che hanno aspettative di autoefficacia personale sono in grado di rappresentare se

stessi nel futuro in maniera molto chiara e articolata e di prevedere per sé avvenimenti

favorevoli, più di quanto non ci si possa aspettare impiegando le stime di base ( ad. es. sono

sicuri di avere un matrimonio felice più di quanto indicano le statistiche).

Inoltre gli individui elaborano rappresentazioni di sé che si differenziano non solo per il grado

di coerenza, ma anche per il grado di complessità. Alcuni pensano a se stessi impiegando una

o due fondamentali dimensioni, altri impiegano una vasta gamma di attributi. Questo emerge

sostanzialmente dall’insieme di ruoli che l’individuo incarna nella sua vita di relazione ( se la

propria esistenza è sulla base di una prospettiva molti lineare e circoscritta, la complessità del

concetto di sé sarà limitata e viceversa).

Il grado di complessità di sé produce delle conseguenze sul modo in cui l’individuo affronta i

termini emotivi le situazioni di cambiamento. Infatti se una situazione di crisi investe una

persona caratterizzata da un concetto di sé complesso questi ha più vie di fuga e ha quindi

molte attività alternative verso le quali rivolgere l’attenzione per mantenere alto il concetto di

sé.

9.5 Il sé in azione: i meccanismi di controllo sulla condotta.

L’individuo,quotidianamente nell’interazione con l’ambiente sociale,valuta l’efficacia del proprio

comportamento. Il concetto alla base di questo processo è quello dell’autoregolazione:

quella caratteristica del comportamento che lo dirige verso un obiettivo ed

eventualmente lo modifica in base a meccanismi di correzione. L’autoregolazione si

realizza in 3 fasi:

Si individua l’obiettivo a cui destinare la pianificazione della condotta

 Si passa all’attivazione dei meccanismi cognitivi che guidano il comportamento

 Si monitorizzano le azioni portate a termine

Se l’individuo sceglie di direzionare l’attenzione verso l’interno,egli diventa consapevole di

sé come se si trattasse di un oggetto ( Il Me di James). In questo caso si parla di

autoconsapevolezza oggettiva ed è uno stato che può essere indotto anche da un semplice

oggetto come uno specchio,un fotografia o il sentire la propria voce. Il Sé diventa oggetto dei

propri pensieri. Wicklund e Frey hanno messo in luce che le persone che maturano

l’autoconsapevolezza oggettiva hanno un’immagine di sé che si confronta con gli standard

morali e generalmente si comportano in maniera più onesta, sono più disponibili nei confronti

degli altri e più pronti ad impegnarsi. Possono però anche accentuarsi eventuali disagi legate a

discrepanze tra i vari sé e quindi diminuire la propria autostima. In questo secondo caso si può

avere la tendenza a rivolgere l’attenzione verso l’ambiente ( esterno).

10.5 Il ruolo della motivazione nella regolazione della condotta.

Alla base dei processi di tipo motivazionale c’è il desiderio di raggiungere obiettivi prefissati ed

evitare possibili conseguenze negative dei propri comportamenti. I processi coinvolti in questo

senso sono:

Motivazione all’accuratezza: bisogno e desiderio di stimare con accuratezza le proprie

abilità, guida le persona ad acquisire le conoscenze più complete, precise e diagnostiche a

proposito del sé e delle proprie prestazioni. A parità di altre condizioni, le persone scelgono di

impegnarsi in compiti che siano molto diagnostici a proposito delle loro prestazioni future

( es. abile matematico che decide di scalare una montagna). Quanto maggiori sono l’incertezza

riguardante i possibili esiti e la capacità diagnostica della prova quali indicatori delle abilità

soggiacenti, tanto maggiore sarà lo sforzo profuso e più prolungato l’impegno nel tempo. 13

Motivazione all’autoaccrescimento: generale bisogno di sperimentare emozioni piacevoli, di

ricevere feed-back ambientali positivi rispetto al sé, di mantenere un elevato livello di

autostima. Questo tipo di motivazione ha influenza sui comportamenti e sui processi cognitivi:

Si prova maggiore facilità a ricordare i successi piuttosto che gli insuccessi, a

 sopravvalutare il proprio contributo nei primi piuttosto che nei secondi.

Si ha maggiore facilità ed elaborare tratti di personalità attribuiti a Sé positivi

 Tendenza a ritenere di condividere tali attributi positivi con pochi altri, e al contrario a

 condividere con molti altri quelli negativi.

Tendenza a sovrastimare la possibilità di vivere esperienze positive in futuro, e a

 sottostimare quella di vivere esperienze negative ( Sé possibili irrealisticamente

ottimisti)

Autodifese: svalutazione di feed-back negativi e confronti verso il basso ( malati di

 cancro che si confrontano con malati più gravi).

Motivazione alla coerenza: Generale preferenza per esperienze familiari, prevedibili e stabili.

Il bisogno di coerenza nelle impressioni di Sé che gli individui veicolano a se stessi motiva uno

schema del sé ben definito, dai contorni precisi. L’influenza che questa motivazione ha sui

comportamenti e sui processi cognitivi può essere così sintetizzato:

Vengono adottate strategie d’azione capaci di confermare il proprio schema del sé.

 Si evitano situazioni e interazioni capaci di contraddirlo.

11.5 L’autostima: dalle ambiguità dell’autodescrizione alla proposta dello IAT.

Autostima: combinazione tra pensieri e sentimenti che definiscono il concetto del Sé e le

valutazioni ad essi associate: Si concretizza nel valore positivo o negativo che la persona

attribuisce in generale a se stessa.

Già W. James (1890) aveva definito l’autostima come un sentimento riferito al Sé che nasce

dal confronto tra Sé ideale e Sé reale

Le misurazioni dell’autostima effettuate con misure esplicite ( self-report su tratti e valenze

associate, scala di Rosemberg) hanno sottolineato che le persone rivelano solo quel che

vogliono esplicitare, non svelano strategie ( come e perché) con cui il soggetto decide di

presentarsi a se stesso e agli altri. Inoltre quanto è più grande l’autostima di chi risponde,

tanto più chi risponde lo fa in modo da accrescere la propria immagine e ancora, l’autostima

può essere ostentata e avere una componente difensiva.

Per questi motivi Greenwald e il suo gruppo (1998) hanno ideato il test di associazione

implicita IAT ( Implicit Test Association).

12.5 Come funziona lo IAT e come può essere impiegato quale misura indiretta

dell’autostima.

E’ necessario fare alcune premesse:

La relazione tra due concetti può essere misurata stimando la lunghezza del percorso

 “cognitivo” che bisogna fare per spostarsi da un concetto all’altro nel reticolo dei legami

associativi.

La forza di un atteggiamento può essere misurata sulla base della facilità con cui una

 persona giudica la valenza di un concetto, dopo che le è stato presentato un altro

concetto ( Fazio,Sanbonmatsu,Powell e KArde 1986).

L’attivazione automatica può essere impiegata per misurare il concetto di sé o

 l’autostima se possiamo supporre che il sé è un oggetto di atteggiamento su cui si

attivano dei processi di elaborazione di tipo automatico.

Sulla base di queste premesse Greenwal, McGhee e Schwartz( 1998) hanno sviluppato il

paradigma sperimentale detto IAT la cui funzione è misurare le associazioni di tipo automatico

che gli individui realizzano tra concetti e attributi. L’assunzione da cui parte l’impiego di questo

paradigma è che le coppie formate da un concetto e un attributo fortemente collegati sono più

facilmente e velocemente classificabili, a confronto di coppie i cui legami di tipo associativo

siano deboli o addirittura incompatibili. La facilità registrata nell’operazione di classificazione

viene misurata sulla base dei tempi di risposta e sulla quantità di errori fatti durante questo

compito. Nello specifico della misurazione dell’autostima viene misurata la velocità con cui gli

individui categorizzano assieme parole che si riferiscono al sé e parole che si riferiscono ad

attributi positivi o piacevoli. L’autostima è tanto più alta quanto maggiore è la differenza

calcolata per le categorizzazioni appena descritte e quelle che si riferiscono all’accoppiamento

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AUTORE

Sara F

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di La cognizione sociale. Nello specifico gli argomenti trattati sono i seguenti: alle origini del problema, le radici filosofiche della cognizione sociale, il contributo di Lewin, modelli e paradigmi di ricerca negli studi della cognizione e del comportamento, l’approccio comportamentista, ecc.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in psicologia
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2013-2014

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Sara F di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Cognizione sociale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Steila Daniela.

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