Appunti
La Cina e il mondo: prospettive stori-
che e contemporanee
Prof. Samarani
a.a. 2019/2020
Università Ca’ Foscari di Venezia
09/09
Nei 150 anni circa che vanno dall’ultima parte dell’Ottocento fino ad oggi possiamo dire che la
Cina e l’Estremo Oriente non sono stati quasi mai al centro della scena politica italiana, ma
adesso in questi anni si parla molto della civiltà cinese.
Per la politica estera italiana, la Cina e gli altri paesi orientali non sono mai stati centrali, perché le
relazioni guardavano, e per certi versi ancora guardano o dovrebbero guardare, ad alcuni attori
dell’Asia. In Europa prima dell’Unione Europea gli attori principali erano Germania, Francia, Regno
Unito e Russia a cui poi da metà Novecento si aggiungono gli Stati Uniti che è un partner molto
centrato anche della politica economica attuale (si vedano ad esempio le sanzioni).
Di fronte a tutto ciò il gruppo di governo italiano va al passo (basti pensare a dove sono stati fatti i
viaggi istituzionali del Presidente del Consiglio italiano: questo vuol dire che c’è una centralità di
relazioni internazionali atlanti-
alcuni Paesi) e questo indica che l’Italia è un Paese inserito nelle
che, ossia le relazioni atlantiche in termini economici sono il fulcro centrale e storico d’Italia; l’altro
poli-
ambito storico importante riguarda il posizionamento geografico dell’Italia per cui si parla di
tica mediterranea (l’Italia in certi periodi, come l’Ottocento e ancora il Novecento con il fascismo,
ha guardato con un certo interesse all’Africa, in particolare con le guerre libiche e con il coloniali-
smo imperiale in Eritrea, Somalia ed Etiopia e ciò indica che l’Africa e l’Africa mediterranea so-
prattutto è uno dei fulcri della politica italiana).
Questo vuol dire che l’Italia si è mossa nella seconda parte dell’Ottocento verso l’Estremo Oriente
e la Cina per avere un “posto al sole”, perché tutte le grandi potenze avevano colonie, basi, in
Cina. È il periodo delle Guerre dell’Oppio e fra le grandi potenze coinvolte abbiamo in primis UK,
seguito poi da Francia, ma anche l’Italia riesce a ottenere uno spazio abbastanza importante fra
loro; la Russia è una potenza in parte europea, in parte asiatica che ha sempre guardato con inte-
resse quella zona; anche la Germania ha ricoperto un ruolo importante nella colonizzazione della
Cina; dopo tutti questi sono arrivati i giapponesi e gli americani sono arrivati per ultimi alla fine
dell’Ottocento (quasi 50 anni dopo l’arrivo degli inglesi) perché prima erano impegnati con la
guerra di secessione.
L’Italia ai tempi con le sue prepotenze e le sue ambizioni voleva come le altre potenze avere delle
colonie in giro per il mondo (aveva già mire verso l’Africa, ma nessuna potenza poteva chiamarsi
tale se non aveva anche colonie in Asia orientale).
Quando l’impero cinese deve dare enormi concessioni a potenze straniere, anche l’Italia accetta
di far leva su questo peso politico. Nello stesso periodo la Cina è già scossa da violenti ribellioni
interne che mettono a rischio la stabilità dell’impero e chi riesce alla fine a soffocare queste rivolte
popolari (Taiping) sono i governatori regionali: c’è un indebolimento del potere centrale e una de-
centralizzazione delle capacità di governo dal centro ai poteri civili e militari periferici, protagonisti
della vittoria contro le rivolte e che ora tentano di ricostruire una nuova vita. È sulla base di questa
debolezza del governo centrale che l’Italia avanza le proprie richieste.
L’Italia non aveva contatti politici locali, né ambasciatori o personale diplomatico preparato alle
difficoltà da affrontare, tanto è vero che in questo periodo (fine Ottocento) i rappresentati italiani in
Cina erano rappresentati di altre potenze straniere a cui l’Italia chiedeva di farsi portavoce dei pro-
concessioni
pri interessi. L’Italia di fatto voleva in Cina, di fatto delle enclave in cui gli stranieri
avevano un proprio esercito, una propria polizia locale, gestivano le proprie aziende e i propri af-
fari, erano di fatto piccoli stati all’interno dello stato cinese.
penetrazione religiosa e missionaria
L’Italia è un paese cattolico e quindi la è sempre stata e
sarà sempre rilevante, in Italia è sempre stata forte questa idea di sostenere la Chiesa e la difesa
delle prerogative cattoliche, rappresenta fin da subito uno dei grandi obiettivi del governo italiano.
La prima area ceduta è vicino ad Hangzhou e per ottenerla si è presentato un ultimatum alla Cina
(questo più o meno era l’iter dal 1845 in poi), chiedendo una concessione, ma una delle rare volte
in cui i Qing rifiutano è proprio questa, perché sono già sommersi da concessioni e porte aperti e
perché nel mentre tentano di cambiare approccio (governo cinese fa sapere per vie diplomatiche
a governo italiano che non ci sta) e la cosa ha un impatto notevole perché diventa un elemento di
indignazione nazionale e la questione viene congelata per un certo periodo, fino a quando arriva
la rivolta dei Boxer nel 1895-1899 (rivolta dalle motivazioni complesse, anche religiose contro
l’apertura di istituzioni religiose nelle campagne cinesi e la conversione “coatta” di diversi cinesi,
questa conversione era vista come un obbligo imposto dai sacerdoti).
A un certo punto i Boxer ottengono l’aiuto simulato della dinastia Qing in funzione anti-straniera e
questo fa sì che l’attenzione venga spostata verso il centro politico, la capitale della Cina. Inizia il
assedio delle potenze straniere,
famoso di fronte la quale gli eserciti stranieri reagiscono e arri-
vano a Pechino e la mettono a ferro e fuoco con la scusa ufficiale di dover distruggere i Boxer.
Tutto questo porta alla fine dei Boxer e alla vittoria delle potenze straniere, fra cui l’Italia (che par-
tecipa con un piccolo contingente), ma porta anche alla resa dei Qing, colpevoli di avere protetto i
Boxer e di non essere intervenuti a difesa delle delegazioni straniere; nel 1901 viene firmato un
protocollo che punisce duramente la Cina per i disastri provati dalla ribellione verso gli stranieri;
questo è forse il peggiore dei trattati firmati dalla Cina nell’Ottocento, perché obbliga il governo
cinese a pagare un’indennità finanziaria enorme, che peserà sulle finanze cinesi per decenni e
servirà alle potenze straniere per ritagliare vantaggi; il peso di questo evento sarà molto impor-
tante per le casse cinesi fino alla fine della seconda guerra mondiale (perché la Cina di quel pe-
riodo era un paese povero e con poche risorse e ovviamente un paese povero le cui risorse de-
vono tutte essere investite per pagare i danni di guerra le sue chance di svilupparsi sono molto
poche). Nel protocollo dei Boxer viene anche prevista la possibilità di nuove acquisizioni e l’Italia
Tian-
ottiene finalmente la tanto agognata area territoriale. L’area concessa è situata nella città di
jin, dove già esistevano altre concessioni a cui va aggiungersi quella italiana, frammentando ulte-
riormente il governo della città (anche se non è una zona bellissima, perché devono essere inve-
stiti soldi per bonifiche e strutture nuove, soprattutto perché iniziano ad arrivare civili dall’Italia,
ma la zona si risistema così bene, che si inizia addirittura a parlare di questo modello urbanistico
italiano).
Con la concessione inizia a svilupparsi una presenza italiana e si può dire che negli anni succes-
sivi continua a crescere e svilupparsi, pur senza mai raggiungere i numeri delle altre grandi comu-
nità straniere in Cina, rimane una comunità piuttosto piccola.
È difficile fare analisi sulla comunità italiana in Cina in questo periodo perché per fare una ricerca
statistica il primo elemento fondamentale sono i dati, ma se andiamo a vedere i censimenti della
comunità italiana all’estero vediamo che questi dati, gestiti in quegli anni da una divisione speci-
fica del governo, sono incompleti e confusi (non si sa quanti erano gli italiani che vivevano in Cina
perché nella classificazione statistica di quegli anni c’era una categoria molto generica chiamata
Asia e Oceania, per cui non si può sapere quanti fossero quelli in Cina, piuttosto che in Australia o
Giappone, Paesi con cui si intrattenevano rapporti diplomatici ben più stretti e positivi di quelli in-
trattenuti con la Cina). È solo più avanti con il Fascismo che nascerà l’Istat, ossia un istituto spe-
cializzato di statistica nazionale.
Oltre che a Tianjin, anche in altre parti del Paese c’erano delle piccole comunità italiane sparse. Si
possono al massimo fare delle stime, ma si può dire che la comunità italiana passa da qualche
decina a qualche centinaio e tocca negli anni d’oro (anni ‘20/’30) alcune migliaia di entità. Questa
comunità presenta una caratteristica molto chiara e in parte diversa dalle altre comunità straniere
dell’epoca: negli altri casi la presenza iniziale di commercianti e imprenditori è molto consistente,
mentre nel caso italiano l’80% della comunità italiana in Cina storicamente è formata da due cate-
gorie socio-professionali: il militare (perché bisognava tutelare la concessione, le aree assegnate
all’Italia e gli interessi dei cittadini) e il missionario (e questo si incrocia con quanto detto prima).
È una comunità largamente maschile e con una consistente minoranza femminile che però era
formata in gran parte da suore, più una serie di mogli e figlie dei soldati e poi in seguito dei diplo-
matici e in genere di chi si insedierà in queste concessioni.
Questa comunità conosce una riduzione, soprattutto di maschi militari, quando scoppia la prima
Guerra Mondiale e molti soldati e maschi civili vengono richiamati per servire nell’esercito.
Con il fascismo, dai primi anni ’20, c’è un blocco sulla scala delle emigrazioni perché nell’ottica
fascista il “lasciare la patria” era visto come una cosa negativa; solo dopo essere diventati un im-
pero coloniale con le campagne d’Africa allora c’è un nuovo stimolo all’emigrazione: la maggior
parte vanno verso l’America o l’Africa, ma c’è anche una piccola quota che va verso l’Asia.
Fra fine Ottocento e inizi Novecento c’è anche un interesse cinese verso l’Italia, soprattutto verso
la storia italiana e l’epoca del Risorgimento (visto come una parte di rinascita dell’Italia contro
l’oppressore straniero): si vogliono studiare i casi di rinascita nazionale, perché i cinesi erano in un
periodo in cui l’umiliazione nazionale e il desiderio di rinascita erano molto forti, ed anche il Risor-
gimento italiano rientra fra questi casi esemplari (tanto è vero che Garibaldi, Mazzini e Cavour di-
ventano personalità importanti negli scritti cinesi e vengono studiati e ammirati, vengono addirit-
tura chiamati i 3 eroi che hanno salvato e fatto l’Italia).
I cinesi sono a conoscenza dei fatti italiani attraverso il Giappone, dove in quegli anni ci sono
circa 12/13 mila studenti cinesi che negli atenei giapponesi entrano in contatto con gli scritti giap-
ponesi sull’Italia e sui suoi protagonisti; è così che ottengono informazioni sulla realtà italiana.
Nel 1911-12 in Cina cade l’Impero e nasce la repubblica e l’Italia deve ridisegnare un po’ i rap-
porti e capire chi sono i nuovi padroni della Cina; di fatto a controllare la Cina sono i signori della
guerra e quindi la diplomazia italiana cerca un po’ di stabilire contatti tramite i consolati (che nel
momento sono stati aperti nelle principali città cinesi).
Con la salita al potere di Mussolini cambia la politica estera: nei primi anni non cambia nulla ed è
l’Europa che continua ad essere al centro degli interessi italiani, ma pian piano l’Asia e la Cina ini-
ziano a diventare sempre più importanti per la politica estera italiana. Ovviamente i cambiamenti
politici sono seguiti con interesse, perché quando Chiang Kai Shek prende il potere alla fine degli
anni ’20 tutte le potenze straniere ed anche l’Italia fanno in modo di inimicarselo, mentre dall’altra
parte il partito comunista cinese è visto come nemico nell’ottica anti-comunista allora diffusa in
Europa (è il fascismo fa dell’anticomunismo uno dei suoi elementi centrali). Nel 1928 si firma un
contratto
nuovo fra Italia e Cina (quello precedente risaliva al 1880) e su questa base negli anni
30 inizia a svilupparsi una maggiore attenzione verso l’estremo oriente, tanto è verso che nel pe-
riodo dal ’31 al ’36 si arriva all’apice del ruolo della politica italiana in Cina soprattutto grazie
all’azione dei nuovi diplomatici italiani, fra cui Ciano il genero di Mussolini che sposa la causa ci-
nese quando il Giappone nel ’31 occupa la Manciuria (poi è anche attraverso la criminalità che si
accredita presso importanti personaggi cinesi e riesce a far interessare i cinesi all’Italia e ciò si
ottiene è un piccolo incremento dei commerci con l’Italia).
La Cina ha bisogno di armi, consiglieri, strutture logistiche militari, perché da una parte ci sono i
giapponesi che si stanno facendo avanti in Cina, dall’altra ci sono i comunisti che hanno fondato
fornitori di armi
le basi rosse nel Nord. Uno dei principali sarà proprio l’Italia (c’è un grosso au-
mento dell’export italiano nel settore degli armamenti).
16/09
Nelle relazioni bilaterali fra Italia e Cina c’è anche una componente ideologica, ossia l’interesse
che certi componenti dell’ideologia fascista suscitano in Cina. Mussolini diventa uno dei leader
internazionali più rappresentati in Cina perché all’interno del partito nazionalista di Chiang Kai
Shek si vengono a formare dei gruppi filofascisti, che vedono nel leader il punto di riferimento fon-
damentale e che danno un’impronta importante all’anticomunismo. Questi gruppi che si richia-
mano a certi elementi del fascismo prendo il nome di “camicie azzurre”, un nome preso dalle ca-
micie nere (gruppi militarizzati italiani con assoluta fedeltà al leader, forte ideologia, struttura ge-
rarchica). C’è da dire che l’assonanza fra i due fenomeni c’è, ma rimangono anche le differenze,
perché per quanto importante possa essere stata la figura di Chiang Kai Shek, non era certa-
mente l’unica nel panorama politico cinese, ancora estremamente frammentato; inoltre il partito
nazionalista si rifà ai 3 principi del popolo (profondamente diversi dall’ideologia fascista).
Quando la Cina attraversa un periodo di crisi nel ’36-’38 con l’aggressione giapponese, il fasci-
smo offre alcuni spunti politico-culturali sul movimento di “nuova vita”, in cui vengono ripresi al-
cuni elementi del fascismo, ma anche del socialismo (prevedeva una serie di prescrizioni affinché
la popolazione si controllasse nella vita pubblica: addirittura si arrivava a prescrivere le norme di
igiene personale).
L’articolazione ideologica del Guomintang in questo periodo deriva dal fatto che il partito ha biso-
gno di trovare dei modelli su cui strutturarsi e il fascismo è solo uno di questi.
La Cina di quegli anni di crisi di guerra interna ed esterna aveva bisogno di modelli di governo
forte, di paesi che nella loro storia recente erano stati in grado di superare una crisi nazionale e di
rinascere. Perché allora il fascismo? Perché l’Italia viene dallo smacco dei trattati di pace dopo la
prima guerra mondiale ed è su questo revanscismo nei confronti delle grandi potenze europee
(Francia e UK) che si basa la salita al potere del fascismo.
C’è questo richiamo a questi modelli di rinascita (ed anche alla Turchia di Ataturk che nasce dalla
crisi dell’Impero Ottomano e Ataturk è il leader capace di sollevare lo spirito nazionale turco); tutti
questi modelli fanno della guida e del controllo delle masse un elemento centrale.
Alla metà degli anni ’30 le relazioni fra Italia e Cina si raffreddano in concomitanza con l’avvicina-
mento dell’Italia al Giappone e al fatto che l’Italia si è conquistata delle colonie in Africa e chiede a
tutti i paesi, Cina compresa, di riconoscere questo impero italiano. Tuttavia la Cina non vuole rico-
noscere l’impero italiano, perché teme che se l’impero verrà riconosciuto, questo vorrà dire che
presto anche il Manciu-ko (stato fantoccio costruito dal Giappone in Manciuria e alla cui guida era
stato messo l’ultimo imperatore Puyi) verrà riconosciuto dalle altre potenze straniere: la Cina è
fortemente ostile al riconoscimento dell’impero italiano. Inoltre quando verranno stabilite sanzioni
economiche contro l’Italia i cinesi si mostreranno particolarmente attivi in questo ambito. Terzo
elemento da considerare è che dal ’37 in poi cambia la visione dell’italianità.
Con il ’37 inizia l’avanzata giapponese, con l’obbiettivo di fare della Cina in grande ciò che già si
stava facendo con il Manchu-kuo. I Giapponesi vincono facilmente dal punto di vista militare e
conquistano tutte le principali città (mentre le concessioni straniere vengono ancora risparmiate in
questo momento).
La storiografia cinese parla di una sola grande vittoria conquistata dalla Cina nel Nord. Non solo è
una sconfitta sul piano militare, ma le truppe moderne di Chiang Kai Shek vengono spazzate via
in poco tempo.
Questa avanzata rapidissima dà l’idea alle truppe giapponesi che Chiang Kai Shek e il governo
cinese prima o poi si sarebbero arre
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