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Italiano professionale: corso del Prof. Cotugno

Il 1 aprile, il Prof. Cotugno ha introdotto un testo: Manuale di scrittura e comunicazione del 2013. Il libro si divide in due sezioni: la prima affronta le questioni di scrittura avanzata dell’italiano e la seconda la vita professionale, esplorando la testualità in una prospettiva extra accademica. Così sarà il corso. La prima parte è dedicata a esplorare aspetti avanzati nell’uso dell’italiano, unendo pratica e teoria in un laboratorio. La parte iniziale occuperà buona parte del corso, mentre la seconda si concentrerà su due tipi di testo: la lettera formale e i punti critici della prosa colta e referenziale. Si lavorerà su riformulazioni da testi, applicando operazioni scolastiche a testi diversi non studiati a scuola. Il corso si concluderà con un testo argomentativo.

Il manuale deve essere completato integralmente, ad eccezione della grammatica che rappresenta una conoscenza minima. I capitoli 8, 10 e 12 riguardano questioni grammaticali più avanzate dell’italiano e sono opzionali. La data del primo esame è il 7 maggio; il secondo si terrà il 5 giugno alle 14.30. L’esame scritto consisterà di 5 quesiti e durerà un’ora.

Oralità e scrittura

L’aspetto che affrontiamo riguarda le differenze tra parlato e scritto, tra l'oralità e la scrittura. Ragionare su queste differenze significa muoversi in un terreno linguistico ampio ed eterogeneo. Da un lato, ci sono aspetti grammaticali e strettamente linguistici; dall'altro, aspetti comunicativi. Differenze di impianto, struttura e motivazione emergono. In cosa differiscono oralità e scrittura? Pluralità di risposte riconducibili ad approcci molto diversi. Si scrive su un supporto e la scrittura usa segni (grafia e interpunzione) sostitutivi dei suoni linguistici. È un sistema di simboli che rappresentano l’oralità.

Nella scrittura perdiamo intonazione, tonetica, e la curva intonativa di una frase, e non documenta le pronunce individuali. La scrittura non documenta il profilo del parlante. Solo l’alfabeto fonetico fornisce queste informazioni, ma è ad uso linguistico. Affrontiamo il problema dell'oralità e scrittura nella sua materialità. Nella comunicazione orale, oltre a ciò che diciamo, agiscono anche espressività e mimica facciale, che nella scrittura si perdono.

Caratteristiche dell'oralità

Nell'oralità c'è la compresenza di un emittente, un io che parla, e un destinatario, un tu che ascolta. Il destinatario può assumere funzione di emittente. Esistono un io, un tu, un qui e un tempo. La situazione di oralità è che un io e un tu condividano lo stesso spazio e tempo, con immediate ripercussioni comunicative. Ad esempio, dire "questo si è rotto" nel parlato è chiaro, ma nella scrittura non lo sarebbe.

  • I pronomi dimostrativi e avverbi di tempo si usano nel parlato.
  • Nell'oralità non si deve esplicitare spazio, tempo o emittente.
  • Sono utilizzabili i pronomi personali, ad esempio "io" e "tu".

L'oralità specifica l'io. Io e tu non sostituiscono mai dei nomi perché bisogna cambiare il verbo, per esempio "io sono stanco". Io e tu non sono pronomi, ma sono strettamente legati a un contesto comunicativo orale.

Le terze persone hanno il pronome di cortesia "lei", che funziona come il tu ma formale. È un allocutivo di cortesia. Esempio: "Francesca è uscita di buon'ora. Lei è andata a lezione." Quel "lei" non serve esprimerlo, ma non è un tu. Non ha bisogno di un contesto comunicativo concreto.

Deissi e contesto comunicativo

La deissi, derivata dalla radice della parola "indice", indica elementi appartenenti allo stesso contesto comunicativo. È deittico tutto ciò che in un contesto comunicativo si può indicare, ad esempio i pronomi dimostrativi che hanno una funzione deittica alla base. "Codesto" è lontano da chi parla ma vicino a chi ascolta, "quello" è lontano da entrambi, mentre "questo" è vicino a chi parla e lontano da chi ascolta.

Il sistema pronominale riguarda il modo in cui l'io e il tu si rivolgono allo spazio comunicativo. Lui, lei, questo, qui, lì, possono essere spiegati da ciò che sta attorno a un testo, cioè dal cotesto (il "lei" è spiegato dal nome Francesca).

[Consegna fotocopia pag 44] È un testo che deriva da tessuto, fatto di una trama, metafora di tessuto linguistico, un insieme di elementi che si tendono in una struttura. È un messaggio che un io rivolge a un tu e questo messaggio ha intenzione e effetto di comunicare. Il contenuto deve essere espresso con intenzione e deve raggiungere l'effetto. È l'unità minima della comunicazione.

Quello che abbiamo di fronte è una narrazione raccontata attraverso una sequenza di immagini. Oggetto di un esperimento didattico fatto su una prima elementare. Viene dato il testo visivo e viene chiesto ai bambini di scrivere il racconto mostrato dalle vignette. Si tratta di sostituire il disegno con una parola. Il secondo testo ha senso solo se sta sotto l’altro testo, cioè le vignette, non le sostituisce. Il secondo non riesce a rappresentare una realtà con mezzi linguistici che la riproducano compiutamente, cosa che invece accade nel primo testo.

Guardando gli aspetti, in corsivo c’è tutto ciò che è deittico. Rimane imprigionato nella situazione. Il primo testo funziona perché descrive tutto ciò che c’è ed è autonomo dal testo delle vignette. Il testo è astratto perché deve rendersi autonomo da una situazione comunicativa, mentre l’oralità è concreta. Questo esperimento didattico ha senso dato a bambini di 5-6 anni perché è un segmento evolutivo in cui il bambino acquista la capacità dell’astrazione. L’universo esperienziale viene completamente sostituito.

La lingua come sostituto dell’esperienza. Io e tu compresenti. Retroazione: di fronte c’è un tu che dà risposte, un feedback, che fa in modo che la comunicazione si possa correggere (es: se il tu guarda male l’io, o fa capire che non si fa capire). La comunicazione scritta non ha un feedback, tempi di scrittura e lettura sono diversi.

Le ultime versioni dei testi sono frutti di molti cambiamenti, la comunicazione scritta è planare, il tempo della lettura non coincide con quello della stesura, quella verbale è lineare. Volatilità del linguaggio orale, stabilità della scrittura.

[Consegna testo] Trascrizione di una trasmissione radiofonica e possiamo notare la peculiarità narrativa. Trascrizione vuol dire che con i mezzi linguistici si è cercato di rappresentare ciò che è avvenuto in una situazione comunicativa orale. Con abbondanti usi vocalizzati di foni. Non ci rende informazioni sul parlante, il modo in cui l’io pronuncia quelle parole. Rappresenta la maggior parte delle informazioni che ricaviamo dall’oralità. È una situazione ibrida perché il testo è graficamente scritto, ma che però rende attraverso mezzi grafici qualcosa che avviene nell’oralità.

Immediatamente ci denuncia la sua alterità rispetto a un testo scritto. La presenza di quegli "ehm" e i puntini sono i primi segnali che ci dicono che il testo è scritto, ma non è nato per essere tale. Dal punto di vista profondo non sono i più importanti documenti che ci dicono che è un testo orale e non scritto. Il riempitivo "ehm" e i segnali discorsivi "bene", "dunque" sono esigenze dell’oralità per tenere aperta la conversazione. Le pause e i silenzi sono elementi di discontinuità. I nomi concreti sono parole piene, parole significato (per Aristotele), mentre le altre, come "che", "dunque", "poi", sono parole vuote, parole funzione.

Un testo scritto fa un uso molto appropriato delle parole vuote, dei connettivi, un testo orale è ricco di parole piene e segnali discorsivi che vengono usati per garantire la continuità del discorso. Un testo orale si affida a meccanismi per legarsi che sono meno sofisticati di quelli di un testo scritto. Il "noi parleremo" potrebbe essere un noi grammaticale, ma potrebbe essere anche un plurale di modestia, un modo in cui la speaker si attenua, dietro quel noi non si esibisce egocentricamente. (ci sono anche i plurali di maestà con cui si parla ad una istituzione). Oppure può intendersi alla speaker e agli ascoltatori, un noi pragmatico che ingloba l’ascoltatore e lo coinvolge, anche se di fatto non parla. Già da questo si capisce che è oralità.

"Soprattutto quel", in italiano manca il “di”, nella catena del parlato i legami fisiologicamente si perdono più ci allontaniamo dall’anello principale. L’ascoltatore viene avvicinato all’argomento in maniera progressiva. Ripetizioni caratteristiche dell’oralità. Sembra che certe patologie siano passate. "Noi sappiamo", si affida a enciclopedia diffusa, meccanismo di conoscenze comuni che fa sì che si possano dare per scontate certe conoscenze condivise. Poi attenua il significato del sapere con "abbiamo avuto la sensazione di", con una scelta lessicale più debole. Perché passa da presente a passato prossimo? Perché prima c’è "in passato" e l’io, avendo già costruito la subordinata, proietta tutto al passato.

2 aprile: deissi e oralità

Deissi è la prima caratteristica dell’impianto dell’oralità. Un’altra caratteristica è che il tu è molto più concreto di quello della scrittura. Il tu della scrittura è meno preciso, mentre l’oralità può fare riferimenti enciclopedici. Il destinatario è concreto e può chiedere chiarimenti. Polisemia viene compresa nell’oralità. Esempio: "ci stai per una pizza stasera?", presuppone uscire a mangiare una pizza.

La lingua ci interessa per le conseguenze linguistiche che derivano da queste differenze tra orale e scritto. Si può cambiare il progetto nell’esecuzione. L’oralità è in progressione e si calibra secondo il tu. E il canale rimane aperto. "Noi sappiamo che in passato… noi abbiamo avuto almeno la sensazione che ci siano state", c’è una reggente, una subordinata che poi prosegue, ma con il congiuntivo perché l’io decide di attenuare il significato del verbo con uno più debole, avendo però già detto "in passato", l’espressione di tempo che fa cambiare il tempo della subordinata.

Nell’oralità non ci si accorge neppure, nella scrittura sì. Il testo porta avanti il "noi". La prosa referenziale governa in maniera efficace un messaggio senza finzioni letterarie. [Consegna articolo Ceccarelli, La Repubblica] Renzi dichiara che "loro" avrebbero dovuto fare il nuovo governo. Ultima colonna. Ceccarelli commenta questa affermazione di Renzi e usa uno stile brillante con aggettivi poco consoni ad una prosa politica. Si chiede se Renzi abbia usato un plurale maiestatis, perché aveva usato un "noi" poco chiaro, che però era importante. Il significato retorico mette in crisi quello grammaticale. (in Archie Bunker, una serie di Paul de Man, in una puntata la moglie prepara al marito un kit per andare a giocare a bowling e lei chiede se preferisce che i lacci li infili dall’alto verso il basso o dal basso verso l’alto, lui le chiede che differenza c’è e lei inizia a dare una spiegazione sua su come potrebbe essere diverso, la moglie non intende la domanda retorica del marito.) È delicato.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-FIL-LET/12 Linguistica italiana

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher giuliga92 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Italiano professionale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli studi Ca' Foscari di Venezia o del prof Cotugno Alessio.
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