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nozione di classe Weber affianca anche quella di ceto, inteso come comunità di individui che hanno

in comune uno stesso stile di vita, una stessa concezione del mondo, uguali gusti e preferenze.

Il ceto può fondersi su una situazione di classe, ma non basta che esista una classe perché si formi

automaticamente un ceto. Se una classe vuole diventare dominante in termini di potere (e non solo

in termini economici) deve organizzarsi come ceto. Il ceto mette insieme ad esempio persone che

non hanno lo stesso livello economico ma lo stesso livello culturale (è più importante il prestigio

rispetto al denaro).

Weber ha studiato l'esistenza di rapporti (definiti di “affinità elettive”) tra strati sociali (classi e ceti)

e diverse forme di religiosità, sottolineando il carattere non deterministico, ma reciproco e bilaterale

tra realtà economico-sociale e specifiche configurazioni culturali.

Weber individua nello “spirito del capitalismo” quella particolare configurazione di valori che

avrebbero avuto un ruolo determinante nello sviluppo capitalistico delle società occidentali.

Diversi tipi di strati:

− un orientamento religioso mistico, in cui l'individuo diventa tutt'uno con la divinità, e in cui

il singolo può cercare la sua salvezza soltanto come singolo, è tipico delle religioni orientali,

dell'Asia e soprattutto dell'India. Questo orientamento è connesso alla presenza dominante di

strati intellettuali elevati, dediti alla penetrazione puramente concettuale del mondo e del

suo “senso”, a un gruppo sociale, cioè, che tende ad avere esperienze vissute di tipo

contemplativo e ad aspirare a esse come ideale di vita.

− Quando si forma uno strato ierocratico , ossia un gruppo di individui dediti alla cura

professionale del culto e delle anime, esso tenderà a regolamentare la ricerca individuale

della salvezza e a sottoporla al suo diretto controllo. La “burocrazia religiosa” cerca di

monopolizzare per sé la concessione del bene religioso di salvezza, di temperarlo in una

“grazia istituzionale” che può elargire ritualmente. La religiosità più affine a questo strato

presenta un carattere ritualistico e diffidente verso tutte le fonti di emancipazione

dall'assoggettamento dell'individuo all'istituzione, che si esprimano sia nella ricerca

individuale della salvezza sia in libere comunità.

− Gli strati guerrieri cavallereschi, in ragione del loro tipo di vita pragmatico e rivolto a

questo mondo, risultavano estranei a qualsiasi atteggiamento mistico, ma nello stesso tempo

erano incapaci di dominarlo con mezzi razionalistici. La forma di religiosità a loro più

congeniale ha un carattere irrazionalistico, che fa perno sull'idea di “destino”.

− Anche lo strato dei contadini, la cui esistenza economica era specificamente legata alla

natura e al ciclo naturale degli eventi, non era incline a un orientamento razionalistico, ma,

come spessi si riscontra nei ceti popolari, manifestava un'affinità con una religiosità di tipo

magico rivolta, cioè, a procurarsi il favore degli spiriti operanti all'interno delle stesse forze

naturali e basata su rituali estetici e orgiastici (già presenti nel mondo arcaico/agricolo).

− L'esistenza economica degli strati borghesi (come gli artigiani, i commercianti, gli

imprenditori) si fonda su un lavoro più continuativo rispetto al carattere stagionale del

lavoro agricolo, svincolato dal legame con la natura, fondato, al contrario, proprio sul

calcolo e sul dominio tecnico della natura, in altri termini su una condotta di vita orientata

razionalisticamente. Ne deriva, nonostante l'apertura a una pluralità di opzioni religiose, una

particolare affinità con una religiosità capace di prospettare una regolamentazione etica e

attiva della vita nel mondo, a motivare il proprio impegno e accrescere il proprio

riconoscimento sociale. Questa religiosità si è storicamente manifestata in quelle religioni

profetiche, come il cristianesimo, rispetto alle quali i credenti si sentivano non già ricettacoli

della divinità, come nel misticismo, bensì strumenti di Dio, con il dovere non di rifiutare il

mondo, ma di agire attivamente nel mondo.

E ne “L'etica protestante e lo spirito del capitalismo” di Weber dove si afferma che lo spirito del

capitalismo è laico e le sue origini sono religiose. È un atteggiamento metodico verso il guadagno

visto come fine in sé; c'è un affinità tra gli strati borghesi e la razionalità anche in campo religioso.

Il ceto portatore di questo nuovo tipo di Ethos viene individuato da Weber nella media borghesia

industriale.

Pierre Bourdieu

Pierre Bourdieu è un sociologo francese che scrive tanto; la sua opera principale riguardo a questo

tema che è ancora oggi importante prende il titolo “La distinzione”. Bourdieu sostiene che per

collocare le persone nella distribuzione di classe bisogna tenere conto del modo in cui si combinano

i diversi tipi di capitale, ossia delle dimensioni complessive di capitale. Ad un polo della

distribuzione troviamo una frazione della classe superiore, i liberi professionisti, che possiedono sia

capitale economico che culturale; all'altro polo, di chi non possiede né l'uno né l'altro, troviamo sia

le classi popolari e quindi gli operai e i salariati agricoli, sia la frazione inferiore dei ceti medi, ossia

gli impiegati di ufficio, con scarsi titoli di studio, poco reddito e pochi consumi. Non è detto dunque

che chi ha tanto capitale economico di conseguenza abbia tanto capitale culturale; si verifica un

vero e proprio squilibrio di Status (termine coniato da Lenski).

Bourdieu dunque apporta alcune innovazioni all'analisi marxiana delle classi:

• definizione articolata di classe, in termini di capitale sociale (reti di relazioni), capitale

culturale (istruzione, educazione). Il capitale culturale è costituito da due parti:

− formale: l'istruzione che ricevono tutti nelle scuole. Istruzione = parte acquisita

− informale: parte che l'individuo assimila solamente per il fatto di nascere in una certa

famiglia piuttosto che in un'altra (educazione). Il nascere per esempio in una famiglia nella

quale viene usato un linguaggio forbito cambia rispetto a nascere in una famiglia che

possiede un lessico scarso. Educazione = parte assimilata.

Introduzione della nozione di “gusto”, inteso come pratica culturale attraverso la quale si sviluppa

il conflitto di classe:

Il gusto diversamente da quanto pensano gli economisti, trasforma le “cose” e gli oggetti di

consumo in segni distinti e distintivi, innalzando le differenze fisiche tra oggetti al lavello simbolico

delle distinzioni. Il gusto è dunque una vera e propria “arma sociale”. È attraverso i gusti, ossia le

preferenze di consumo, che nelle società capitalistiche contemporanee si combatte quotidianamente

una lotta da parte delle classe superiori per distinguersi dalle altre e per affermare il proprio sistema

di classificazione sociale. Il gusto è una “distinzione di classe”; Bourdieu effettua un'analisi sui

gusti adottati dalle diverse classi sociali e nota che si scatena un conflitto di classe che ha come

posta la distinzione. Effettua inoltre un'analisi empirica dei consumi elaborata in un senso più

classificatorio e mostra l'esistenza di una netta diversificazione di classe dei consumi in una

molteplicità di ambiti, dall'alimentazione alla cura del corpo, alla cura in senso stretto, intesa come

opere e beni culturali, e una distribuzione di classe anche di altri comportamenti che, come i modi

di ricevere gli invitati, riguardano la diversa interpretazione delle regole dell'etichetta.

Bourdieu mostra che chi ha un alto capitale culturale tende a valorizzare la forma, mentre chi

dispone di poco capitale sociale-culturale, e quindi i ceti inferiori, tende a valorizzare la sostanza.

Ciò che si intende per “corpo bello e sano” viene inteso in maniera diversa in base alla classe di

appartenenza;

Classi superiori: corpo snello, atletico, vengono privilegiati cibi sani, biologici e contenenti pochi

grassi. La dieta è poco calorica. Appartenenti a queste classi troviamo i liberi professionisti che

danno la preferenza a prodotti saporiti, sani, ossia che non nuocciano alla salute, leggeri, e tali che

non facciano ingrassare.

Classi popolari: corpo più robusto, vengono privilegiati i cibi ricchi di grassi, la dieta è più calorica.

Sul piano delle portate gli appartenenti a queste classi erano più inclini a non rispettare le forme e

gli ordini delle portate. Questi ceti popolari sono molto più spontanei ed hanno la tendenza a

ricercare prodotti nutrienti ed economici.

Attraverso i consumi e le immagini del corpo avvengono delle proprie e vere distinzioni:

Nel rapporto tra cultura e classi sociali vediamo che nel solco dell'analisi Weberiana si sono

sviluppate ricerche volte ad indagare il nesso tra il valore del successo e la struttura di classe nelle

società contemporanee. Esse hanno evidenziato:

− la presenza di un'ambivalenza tra aspirazione al successo (achievement), che sembra più

diffusa negli strati sociali elevati, e valori di solidarietà (affiliation), che pare più presente

negli strati inferiori.

Le classi minori hanno meno opportunità di raggiungere il successo, rispetto alle classi/strati

superiori. Se però nel lavoro non si raggiungono quei determinati livelli di successo personale, si

sviluppa automaticamente un aspetto più solidaristico. Un noto studio empirico di Chinoy, compiuto

fra gli operai di una fabbrica di automobili in una città americana, ha rilevato il meccanismo sociale

e psicologico attraverso cui tale compensazione culturale potrebbe operare. Gli operai da lui

intervistati, pur trovandosi in una situazione bloccata dal punto di vista delle opportunità di

promozione interne alla fabbrica, mostravano comunque aspirazioni di riuscita. Essi trasferivano,

con un meccanismo di “aggiramento”, l'aspirazione al successo sul raggiungimento di piccoli

miglioramenti, perlopiù esterni alla fabbrica, come disporre di più tempo libero, incrementare i

propri consumi, curare i rapporti familiari ecc..che generalmente, e normalmente per la classe

superiore, non avevano questo significato.

− La diffusione di valori “post-materialisti” (difesa della natura, qualità della vita,

partecipazione politica, libertà di parola) dagli anni Cinquanta a oggi, che tenderebbero

gradualmente a sostituirsi a quelli legati all'aspirazione al successo.

Valori che rispecchiano il nuovo clima sociale ed economico che si verificava in un momento di

benessere collettivo. Per lunghi anni sulla scena politica e sociale si sono presentate generazioni

nuove che hanno portato questi tipi di valori, i quali erano presenti tra i ceti più colti ed istruiti.

Questa diffusione fu discussa in molti saggi e molti libri. Ronald Inglehart è lo studioso che più di

tutti ha sostenuto la tesi che una “rivoluzione silenziosa” ha sostituito, dagli anni Cinquanta a oggi, i

valori materialisti dominanti, basati sul successo, il reddito, la stabilità economica e l'ordine sociale,

con valori post-materialisti. Inglehart diede dunque maggiore peso ai diversi contesti di

socializzazione.

Uno dei contributi più importanti, dal punti vista analitico, è quello che si trova nelle ricerche

condotte negli anni Cinquanta da McClelland e dai suoi collaboratori. Lui definisce la società

industriale contemporanea “The Achieving Society” (1961), in quanto ritrova nella sua cultura il

valore dominante dell'achievement, ossia l'aspirazione al successo in competizione con qualsivoglia

modello di eccellenza. Per verificare il quoziente di achievement egli si è basato su una metodologia

di tipo qualitativo, raffinata e innovativa per quegli anni, che consiste nell'analisi del contenuto di

storie redatte dagli intervistati, sotto lo stimolo di immagini fisse ed entro un tempo definito.

Svolgendo poi un'analisi di tipo comparato sui testi scolastici di 23 paesi nel periodo 1920-1929 e di

40 paesi nel periodo 1946-1955, egli mostra la presenza di una forte enfasi sul valore del successo

nei sistemi educativi delle società altamente industrializzate e di una correlazione positiva tra

sviluppo economico dei singoli paesi e presenza di motivazioni di successo.

Cultura e generazioni

Karl Mannheim ha studiato a fondo il problema delle generazioni (titolo di un saggio che risale al

1928).

Definisce la generazione come un'entità temporale storicamente costituita, che identifica un gruppo

di individui che hanno grosso modo lo stessa età, che hanno fatto le stesse esperienze significative e

hanno vissuto le stesse influenze dominanti. All'interno della generazione Mannheim distingue tra:

− legame di generazione: indica la possibilità che le persone di una stessa generazione

prendano parte attivamente ai destini e ai problemi comuni del periodo storico in cui vivono.

Si formano delle identità collettive.

− Unità di generazione: si creano all'interno di uno stesso legame generazionale. Sono gruppi

che elaborano diversamente gli stessi problemi e le stesse esperienze (generazioni e

movimento studentesco del '69 quadro 4.2).

Nella generazione si intersecano due strutture temporali: quella della biografia individuale e quella

della storia delle società.

Mannheim affronta la generazione da un punto di vista sociologico; si tratta di un'indagine

descrittiva in cui prende in esame il ruolo dei gruppi d'età, ossia generazioni come fattori sociali che

favoriscono la formazione di particolari stili di vita. Mannheim inizia il suo saggio con una critica a

due diversi modi di affrontare il problema delle generazioni, quello positivista e quello

romantico-storicista. Secondo i positivisti la generazione è una realtà solo biologica; la concezione

romantico-storicista viene criticata in quanto intende la generazione come un'entità spirituale

piuttosto misteriosa.

Le unità esteriori di tempo, come i decenni, gli anni, i mesi, sono sostituite dalla generazione come

un'unità temporale storicamente costruita; far parte di una stessa generazione significa che si vive la

contemporaneità in un senso non meramente cronologico, ma perché si fanno le stesse esperienze

significative e si vivono le stesse influenze dominanti. Ciò significa anche che non tutte le persone

contemporanee, che vivono nello stesso tempo, condividono la stessa esperienza storica. Il

problema delle generazioni va dunque compreso nell'ambito del contesto storico-sociale. Una

generazione sociale è quindi composta da persone che hanno più o meno la stessa età e che hanno

condiviso alcune esperienze politicamente rilevanti, coma la generazione che aveva tra i 18 e i 33

anni quando si verificò la catastrofe del 1928. l'esperienza della guerra fu decisiva per la formazione

del loro pensiero politico (Mannheim dice inoltre che bisogna distinguere tra generazione ed età

biologica). L'esperienza avuta nel corso degli anni della loro formazione è stata molto importante, e

per questo si può parlare di generazione: questi soggetti danno luogo a veri e propri stili di vita e di

pensiero tipici, che non si eclissano con l'invecchiamento di questa generazione. Si può affermare

quindi che la generazione è non tanto l'età, ma una forma di modificazione culturale.

Si parla di “coorti” ossia di gruppi di persone nate nello stesso arco di tempo.

Generazioni sociali

− Gioventù ribelle: fine anni Cinquanta, trasversale rispetto alle classi sociali: nichilismo ed

ostilità generica verso il sistema sociale. Ancora espressione di gruppi minoritari (etichettati

come teddy boys, ma anche con altri nomi secondo il paese d'origine come raggare in

Svezia, teppisti in Italia, blousons noirs in Francia), era già trasversale rispetto alle classi

sociali (accanto ai figli di operai comparivano quelli delle classi medie) e con grandi

capacità di diffusione e generalizzazione.

− “Cultura beat”: inizi anni Sessanta: propone propri modelli culturali basati su valori

pacifisti, sul rifiuto della violenza, della competizione e del successo; l'industria culturale si

impossessò molto dei loro costumi (contro la loro approvazione), i quali cominciarono ad

essere diffusi nella società. Si parla anche di beat generation.

− Movimenti politici radicali: fine anni Sessanta, nascono nelle Università: radicale rivolta

etica e libertaria contro le generazioni sociali e le ipocrisie delle famiglie e del mondo adulto

(generazione del '68); da qui “conflitto di generazione”. Si cominciò a parlare di questo

conflitto nonostante prima la socializzazione era vista come una trasmissione pacifica.

Questo conflitto continuò a crescere grazie anche alla partecipazione dei mass media.

Nelle società contemporanee, le nuove generazioni si trovano a dover fronteggiare un'inedita crisi di

identità dovuta a:

− definizione della gioventù come periodo a sé stante in cui si verifica un contesto di

“moratoria psicosociale” (Erikson), durante il quale all'individuo è consentita una vasta

esplorazione sociale libera da obblighi specifici; la sperimentazione dà molta libertà

(soprattutto di scegliere), ma questa libertà “nebulosa” può dar luogo ad incertezza e quindi

a situazioni di crisi d'identità che coinvolgono più individui. Nelle nostre società questa fase

è sempre più prolungata perché molti giovani continuano ad esempio a vivere con i propri

genitori per lungo tempo (addirittura a volte oltre i 30 anni), soprattutto nell'Europa

meridionale. A questo esito certo ha contribuito la scolarizzazione di massa e il conseguente

allontanamento dell'ingresso nel mondo del lavoro, tappa nec-essaria del passaggio alla fase

adulta. Si parla di adolescenza/famiglia lunga.

Moratoria: momento di sospensione dagli obblighi.

− Definizione delle possibilità (Berger), legate al moltiplicarsi delle opportunità di scelte

materiali e simboliche in contesti caratterizzati da elevato sviluppo economico e forte

pluralismo culturale.

Erik Erikson, il più “sociologo” tra gli psicanalisti, ha analizzato i processi che legano la biografia

individuale al momento storico in cui si manifesta, il rapporto che unisce l'identità individuale ai

modi in cui le diversi fasi della vita sono strutturate socialmente. Egli fornisce una spiegazione della

nascita della gioventù come fase distinta e ben caratterizzata del ciclo di vita nelle società a

capitalismo avanzato degli anni Sessanta rivolgendosi al contesto storico e sociale del fenomeno.

La sua tesi è che la gioventù è stata organizzata socialmente come fase a sé stante, diversa

dall'infanzia e dall'età adulta, solo nelle società capitalistiche avanzate. È in questo periodo storico

che si costituisce un contesto di “moratoria psicosociale” del tutto nuovo, una sorta di “intervallo”

e di situazione di attesa in cui all'individuo è consentita una vasta esplorazione sociale libera da

obblighi specifici. La gioventù viene storicamente costruita come uno stadio in cui si possono

sperimentare ruoli, occupazioni, stili di vita, senza che vengano richiesti impieghi precisi.

La crisi di identità attraversata dai giovani di oggi è la conseguenza della creazione della gioventù

come fase di attesa e di esplorazione priva di punti di riferimento, a cui possono reagire opponendo

una identità negativa, cercando di essere tutto quello che la società dice loro di non essere o dando

vita a movimenti e forme di protesta attiva. Si trovò a curare casi clinici di militari che avevano

subito gravi traumi durante la guerra, e sostenne che la gioventù come fase della vita nasceva

proprio in quegli anni.

Cultura e identità

L'identità personale o collettiva risulta composta da due dimensioni, analiticamente distinte, ma

interrelate:

1. Identificazione: il soggetto è classificato da istituzioni e gruppi entro categorie socialmente

disponibili (designazioni professionali, etniche, regionali...). È cruciale il linguaggio (in quanto

l'identificazione procede attraverso l'attività di “dare nomi” con cui gli altri ci chiamano e ci

riconoscono → sono una docente: ho tutte quelle caratteristiche che appartengono ad una data

categoria di persone, in questo caso i docenti). L'identificazione dunque è ciò che ci rende

uguale/diversi da altri.

2. Individuazione: il soggetto incorpora in maniera attiva e selettiva le diverse identificazioni e

riconoscimenti, in modo da rispettare un principio di integrazione simbolica e temporale

dell'esistenza. È cruciale la narrazione.

L'identità, come la cultura, ha a che vedere con un determinato territorio. La sociologia studia in

particolare l'identità collettiva; l'individuo che è un essere unico, la cui identità è irriducibile e

quindi diversa tutti, cerca di dare un'immagine di se coerente.

L'identità svolge:

− Una funzione locativa: colloca il soggetto in un sistema di relazione tracciando dei confini,

distinguendo tra “noi” e “loro”.

− Una funzione integrativa: permette di stabilire una discontinuità con l'altra e una continuità

con se stessi. Noi abbiamo bisogno di coerenza ed equilibrio.

Queste due dimensioni riguardano anche l'identità collettiva, che delinea i confini dei gruppi e li

distingue dagli altri. C'è anche una funzione selettiva per cui l'identità orienta l'individuo verso le

scelte d'azione, soprattutto verso quelle più difficili (ha a che vedere con chi voglio essere). I gruppi

sono tantissimi e non necessariamente tutti hanno una identità.

La differenza tra l'identità personale e l'identità collettiva è dovuta alla diversa collocazione delle

due azioni. La componente locativa ed integrativa sono due parti distinguibili: la dimensione

locativa (componente più passiva) è rappresentata dai confini territoriali e/o simbolici, quella

integrativa (componente più attiva) dai funzionari/dirigenti del gruppo.

Mentre l'identità di una persona è concepita come l'esito di un complesso processo di

socializzazione, l'identità di un gruppo rappresenta generalmente il prodotto di un altrettanto

complesso processo storico. Lavori influenti di storici (Hobsbawn: “L'invenzione della Tradizione”)

e di sociologi (Anderson: “Le comunità immaginarie”) hanno riconsiderato il modo in cui tale

processo storico si è attuato, mettendo in luce l'aspetto consapevolmente manipolativo delle

immagini del passato da parte delle autorità politiche e di altri settori organizzato della società. Si è

parlato di un'opera di “invenzione della tradizione”, avvenuta tra la fine dell'Ottocento e i primi del

Novecento, anni caratterizzati dalla mobilitazione politica delle masse, nuove forme di coesione e di

lealtà creando praticamente dal nulla miti e simboli in grado di suscitare forti sentimenti di

appartenenza. Fu in quegli anni che nacquero i vari inni nazionali, si inventarono importanti

cerimonie pubbliche come la festa della presa della Bastiglia il 14 luglio in Francia, si inaugurarono

le bandiere tricolori, si riempirono strade e piazze con grandi monumenti e statue (come quelle che

riproducevano l'immagine della Marianna, simbolo della Repubblica francese o del sovrano

Guglielmo I in Germania, Vittorio Emanuele II per l'Italia). Inizia a diventare molto forte il senso

della costruzione dell'identità da parte di gruppi di persone che danno luogo a movimenti che

coinvolgono non solo le élite ma anche le masse.

Strategie identitarie: eliminano la dissonanza che può verificarsi tra l'identificazione e

l'individuazione. Dalla fine degli anni Sessanta, nelle democrazie Occidentali, si sono sviluppate

delle politiche dell'identità per il riconoscimento pubblico delle diverse identità collettive delle

minoranze etniche, dei movimenti femministi e omosessuali (Gli stigmatizzati per Goffman).

Queste minoranze si ritrovarono ad essere sulle stesse posizioni; iniziarono a chiedere un

rovesciamento della loro immagine, chiesero di essere riconosciuti come persone “normali”.

Vi sono condizioni sociali minacciose per l'identità dei soggetti:

1. istituzioni totali (prigioni, ospedali psichiatrici, accademie militari, campi di concentramento...);

processi standardizzati di mortificazione (umiliazione) del sé di una persona

2. fenomeno migratorio: incongruenza tra il sistema culturale di provenienza e quello della società

di arrivo.

L'identità culturale: l'espressione rende conto delle diversità che nascono né dal genere, né da altri

aspetti ascritti (ad es: l'età), ma dal sentimento di un'origine comune, che occupa un certo territorio

e condivide una lingua e una storia distinta (Kymlicka, 1995: “La cittadinanza Multiculturale”).

Vi sono minoranze etniche negli Stati Uniti, dagli indiani d'America agli indigeni delle Hawaii ai

portoricani che, mentre venivano assorbite, acquisivano status politici speciali. Nel Canada vi sono

ben tre gruppi nazionali: gli inglese, i francesi e gli indigeni ovvero gli Inuit (ciascun gruppo

nazionale ha un propri Parlamento → nazioni dentro uno Stato comune). In Europa si può ricordare

le province basche della Spagna e l'Irlanda del Nord, in cui si sono sviluppati conflitti acuti basati

sui vincoli di solidarietà etnica. Altri casi ancora sono quelli di antiche nazioni che non hanno

dimenticato la memoria storica dell'indipendenza, come la Scozia e la Catalogna, o ancora il revival

etnico nei paesi dell'Europa dell'Est dopo il crollo dell'Unione Sovietica.

Favorita dall'accelerarsi della globalizzazione, l'Immigrazione, elemento vitale e costitutivo della

vita degli Stati Uniti, del Canada e dell'Australia, oggi non è più confinata al Nuovo Mondo, ma

coinvolge, anche se in misura diversa, i paesi europei, Italia compresa. Già a partire dalla seconda

guerra mondiale Gran Bretagna e Francia hanno accolto gli immigrati provenienti dalle loro ex

colonie; altri paesi europei, come la Germania, hanno accolto gli immigrati in quanto lavoratori e

residenti temporanei, che però con il tempo sono diventati residenti stabili, insieme alle loro

famiglie (come gli immigrati turchi).

Ormai la maggior parte dei paesi sono società multiculturali e multietniche, con presenza di

differenze culturali e di minoranze escluse o di settori sociali che sperimentano condizioni

diseguali; da qui la loro lotta per la rivendicazione della propria identità.

Ci sono delle comunità emarginate che si sentono disgregate, hanno dei forti sentimenti di

esclusione (Banlieu Parigine). Negli anni '60-'70 anche l'Italia è diventato un paese di

immigrazione, questo perché aveva delle colonie; la Francia è ancora di più una società

multiculturale in quanto aveva ancora più colonie dell'Italia. Sempre di più questi immigrati si

fermano nel paese dove si spostano anche con l'intera famiglia, inviando rimesse ai propri parenti

situati nei paesi locali.

SOCIETA' E CULTURA: COME LA SOCIETA' INFLUENZA LA CULTURA (Cap. 5)

Quattro approcci teorici

Tipologia dei modi di interpretare il rapporto tra società e cultura:

La società influenza la

cultura

Si No

Si Influenza reciproca Determinismo culturale

(Weber)

La cultura influenza la

società No Determinismo sociale Autonomia

(Marx e il Marxismo,

Durkheim e le

rappresentazioni

collettive)

Determinismo culturale: ci sono fattori culturali che determinano i comportamenti e le azioni degli

individui nella società. Le teorie idealiste pongono l'idea come principio del conoscere e della stessa

realtà: le idee trasformano il mondo. Anche la tradizione sociologica tedesca pensava che le idee

avessero un'importanza molto grande (Weber su tutti anche se non può essere definito un

determinista).

Determinismo sociale: la società e l'economia, e dunque non le idee, influenzano la cultura. Il

materialismo storico di Marx ed Engels, che interpreta la storia come sviluppo di fattori economici e

la “sovrastruttura” culturale come rispecchiamento della “struttura economica, è stata la versione

più influente sul pensiero sociologico. Durkheim sosteneva che l'organizzazione stessa della società

definiva, produceva a sua immagine e somiglianza delle categorie definite rappresentazioni

collettive (le rappresentazioni individuali esistono ma non hanno interesse per la sociologia); il

tempo e lo spazio sono ad esempio delle rappresentazioni collettive. Durkheim stesso ne “Le forme

elementari della vita religiosa” aveva sottolineato la funzione integrativa della religiose, in quanto

rafforza i legami che connettono l'individuo alla società di cui è membro.

Autonomia: le religioni diventano sempre più complesse; la cultura nel corso del tempo assume

sempre più autonomia in quanto essa ha cambiamenti endogeni. Molti punti dell'opera di Durkheim

affrontano espressamente la questione dell'autonomia relativa della cultura, il cui substrato continua

a essere collocato nella struttura delle relazioni sociali. L'evoluzione delle credenze è, secondo lui,

l'esempio più probante di questo sviluppo autonomo.

Influenza reciproca: si cerca di dimostrare che è la società che genera, influenza la cultura, ma essa

ha una sorta di “feedback” per cui è in grado di modificare ed influenzare la società (idee pacifiste

di Gandhi: hanno cambiato la società e non solo il modo di vedere il mondo).

Negli anni Sessanta e Settanta il dibattito sociologico si concentra sull'asse determinismo culturale/

determinismo sociale, mentre gradualmente il dibattito si è spostato sull'asse influenza

reciproca/autonomia.

Modelli relativi all'emergere delle forme culturali:

Come la società influenza la cultura?

E' possibile individuare 2 modelli che consentono di mettere in luce come la società nel suo insieme

influisce sulla cultura, incrociando:

1. il modo di intendere l'attore sociale (attivo/passivo)

2. la modalità di produzione della cultura (associazione tra individui o gruppi/somma delle azioni di

individui o gruppi).

La cultura emerge per: Associazione Composizione

Attivo Interazionista Strumentale

(Es. R. Collins) (Es. Echter e Opp)

L'attore sociale è inteso

come: Passivo Funzionalista Causalista

(Es. Durkheim, Merton (Es. Freud, Pereto,

Malonowski, Parsons) Marx)

Attivo: l'attore sociale può essere inteso come un soggetto attivo che attribuisce un significato alle

proprie azioni, significato che deve essere indagato e compreso. Carattere libero dall'azione.

Passivo: l'attore sociale è dominato da forze che perlopiù sfuggono alla sua consapevolezza, di cui

quindi si trascura l'attribuzione soggettiva di significato. Carattere condizionato (nascere in un

ambiente povero piuttosto che in un ambiente ricco, nascere donna piuttosto che uomo etc...).

Associazione: di azioni di individui e gruppi, che interagiscono e cooperano tra loro (sono le

comunità che sono maggiori della somma dei singoli individui). È il gruppo che “parla e pensa” e

definisce il pensiero dei singoli.

Composizione: risultante dalla somma di azioni di individui e gruppi, senza che sia presupposto

alcun coordinamento. È la somma delle idee dei singoli individui.

Strumentale: Il soggetto dell'azione è pensato come un individuo attivo, razionale, che persegue

consapevolmente i propri scopi, calcolando il rapporto costi/benefici di ogni azione. La cultura

rappresenta la combinazione di tante scelte individuali, per cui le norme tendono a emergere per

soddisfare esigenze tese a mitigare aspetti negativi o a promuovere effetti benefici per l'attore

sociale. Gli individui usano certi aspetti/oggetti culturali per arrivare a degli scopi. Interpretano così

anche certi rituali come la mutilazione genitale (utilitaristi ed economisti). Le spiegazioni anche di

valori e orientamenti culturali sono dati dalla convenienza per i soggetti che li mettono in pratica.

Anche alla pratica tradizionale della fasciatura dei piedi delle donne in Cina e a quella della

mutilazione genitale diffusa in molte parti dell'Africa viene data una spiegazione di questo tipo. Gli

uomini desiderano sapere di poter avere fiducia nella lealtà delle loro mogli e che i bambini che

crescono siano del proprio sangue. In società poligamiche gli uomini ricchi hanno difficoltà a non

perdere di vista le loro numerosi mogli e i costi di controllo sono perciò alti. In questa situazione la

fasciatura dei piedi e l'infibulazione sono un segno dell'affidabilità di una donna. D'altra parte anche

le donne desiderano avere buoni mariti e pertanto vogliono assumere comportamenti che

stabiliscano l'affidabilità e aumentino la probabilità che uomini di successo scelgano loro come

mogli (ricerca di interesse da entrambe le parti). Per quanto riguarda le mutilazioni genitali, sono

pericolose anche per il fatto che possono provocare infezioni che possono portare alla morte.

Purtroppo c'è da considerare anche il fatto che con l'immigrazione alcuni rituali sono stati trasferiti

anche nelle nostre società.

Interazionismo: Pur pensando all'attore sociale come un soggetto attivo che attribuisce un

significato alle proprie azioni, si discosta nettamente dai modelli strumentali. Essi infatti non danno

la priorità al calcolo strumentale, ma alla interazione comunicativa tra individui impegnati in attività

o pratiche situate a diversi livelli di complessità (dal coordinamento tra persone nei compiti più

familiari della vita quotidiana fino a forme di interazione più complicate che richiedono

argomentazioni sofisticate, come avviene all'interno e tra organizzazioni, o nei conflitti di lavoro).

Le norme sociali, le rappresentazioni culturali in generale, non emergono dal calcolo, che

presuppone una progettazione a priori, ma dalla ripetizione di soluzioni a problemi ricorrenti di cui

si è fatta esperienza nel passato. Un esempio importante di questo approccio è lo studio di Becker,

sociologo della tradizione di Chicago, sui “mondi dell'arte” in cui analizza i processi di produzione

artistica (dalla musica al cinema alla letteratura). Egli privilegia i processi più informali, basati su

reti di relazioni interpersonali, che delineano la produzione artistica come un'opera collettiva, una

sorta di “impresa cooperativa” in cui l'artista è solo uno degli attori coinvolti.

Funzionalista: In analogia con quanto sostiene la biologia in riferimento alle diverse parti di cui è

composto un organismo (ogni parte svolge una funzione per la sopravvivenza dell'organismo), le

scienze sociali intendono individuare la funzione che la cultura, o singoli aspetti di essa, svolge

nello stabilire e mantenere il sistema sociale. Questo modello intende l'attore più passivo che attivo.

L'idea è di verificare quali sono le funzioni che un dato orientamento culturale ha per la

sopravvivenza della società; si va a cercare la funzione benefica che l'individuo ha sulla società.

Merton distingue tra funzione manifesta e funzione latente. “La danza della pioggia” ha per

esempio uno scopo esplicito, ovvero quello di far piovere nei momenti di siccità: questa è un

classico esempio di funzione manifesta nonostante non sempre piova. L'importante è comunque che

ci siano dei fenomeni latenti soprattutto riguardo i fenomeni culturali; la funzione non è tanto quello

di far piovere (funzione esplicita), ma creare coesione sociale, solidarietà in un momento difficile

come quello della siccità. Il rituale dunque sviluppa energie collettive che creano legami al di là del

fatto se piove realmente o meno. Attraverso un'analisi di tipo comparativo di società diverse,

Goldschmidt ha mostrato che il valore attribuito da molte popolazioni alla terra e al suo possesso

dipende dal suo rapporto funzionale con l'economia locale: esso è presente nelle comunità dedite

all'agricoltura, mentre è assente nelle società di cacciatori-raccoglitori (tutto dipende dal contesto e

dalla comunità nella quale questo valore si inserisce). Il prestito di interesse è considerato

illegittimo nelle economie tradizionali dove risulta disfunzionale rispetto a un sistema in cui gli

stretti rapporti interpersonali garantiscono al creditore la restituzione del prestito, ma che diventa

legittimo nell'economia moderna, dove i rapporti di tipo impersonale non assicurano più lo stesso

tipo di controllo. Anche le norme che vietano l'incesto e il cannibalismo sono state spiegate coi

benefici collettivi che esse procurano: tutti i membri di una comunità traggono vantaggio dal fatto

di dover cercare altrove mogli e cibo.

Causalista: si tratta di un insieme di “teorie” che hanno in comune l'idea che la cultura in generale e

nelle sue diverse componenti (valori, norme, credenze) sia direttamente causata da processi che

perlopiù sfuggono alla coscienza degli individui che a quella cultura aderiscono. L'attore in questo

caso è passivo ma intende mettere l'accento sulla società come somma di individui.

Vi è poi un quinto modello, l'approccio strutturalista . Non si preoccupa di chiarire i rapporti tra

contesti sociali e cultura, ma si focalizza sull'analisi della cultura considerata in se stessa, come si

esprime nell'arte, nel rituale, nelle regole di parentela...Lévi-Strauss e Althusser: le loro analisi sono

interne alla cultura; c'è un'analisi della cultura considerata in se stessa al fine di scoprire la struttura

latente presente in essa. Secondo Lévy-Strauss la cultura è la rappresentazione di superficie di una

struttura profonda della mente umana che ha la predisposizione a classificare le cose in termini di

opposizioni binarie (Opere “le strutture elementari della parentela”/”Il crudo e il cotto”). Lo

strutturalismo ha avuto il suo maggior sviluppo negli anni '60 e l'origine è quella della linguistica

strutturale, legata al nome di saussure, che aveva spostato il fuoco di interesse della linguistica dalla

descrizione storica dello sviluppo delle lingue all'analisi della struttura interna del linguaggio inteso

come un sistema formale, una combinazione non aleatoria di segni. La cultura veniva dunque intesa

come una struttura non aleatoria composta di segni.

I diversi approcci sono stati utilizzati per analizzare sistemi culturali specifici (es: ideologia,

religione, senso comune...). Inoltre, nella ricerca empirica, sono stati spesso proficuamente integrati.

L'ideologia come sistema culturale

Con il termine ideologia si può intendere quella politica per esempio; le ideologie politiche sono

state molto importanti per la creazione della storia dell'Italia, dell'Unione Europea e così via. Il

termine ideologia ha un carattere molto ambiguo, vago in quanto nel corso del tempo ha subito

notevoli cambiamenti. Per ideologia si intendono sistemi di credenze, valori secolari (no religiosi).

I tratti distintivi sono 4 che fanno dell'ideologia un sistema. L'ideologia, al di là delle sue ambiguità

semantiche è:

1. Una visione del mondo con un alto grado di coerenza interna.

2. Prodotta da gruppi di intellettuali, ma diffusa a più ampi strati della popolazione.

3. Con la funzione di legittimare i rapporti di potere esistenti.

4. Richiamandosi all'autorità scientifica (concezioni secolari). L'ideologia poggia sul sistema

scientifico.

Esempi di ideologia:

1. comunismo, nella sua forma leninista e stalinista.

2. nazionalsocialismo nella Germania Hitleriana.

I temi centrali del nazionalsocialismo presentavano una notevole coerenza reciproca basata sulla

centralità dell'idea etno-razziale di “Volk” e sulla teoria, che si voleva scientificamente fondare, di

un centro nordico originario da cui sarebbero partite le tribù guerriere conquistatrici dell'Africa del

Nord, dell'antico Egitto, della Persia fino agli altipiani dell'India.

Su questa idea veniva fondata la superiorità razziale del popolo tedesco, e all'idea di una “razza

superiore” si affiancava quella di una “anti-razza”, inferiore e maledetta, che bisognava sottomettere

e neutralizzare: la razza ebraica. Nel nazismo assistiamo al tentativo di sostituire il mito dell'origine

giudeo-cristiana, fino ad allora ufficiale e dominante con l'antico mito, di origine indoeuropeo,

precedente al cristianesimo: il mito ariano o delle origini nordiche, la cui prospettiva era l'annuncio

della fine del mondo ed il millennio nazista (“Il Reich dei mille anni”) che avrebbe rappresentato la

restaurazione dell'uomo ariano nella sua purezza originaria.

L'ideologia nazionalsocialista si completa considerando gli elementi strettamente rituali e

cerimoniali che rinnovano periodicamente l'adesione di una più larga fascia della popolazione alle

sue idee e valori centrali. Basti ricordare le feste di commemorazione delle date fondamentali

dell'anno nazionalsocialista (30 gennaio: anniversario della presa del potere; metà marzo: festa

commemorativa degli eroi; 20 aprile: anniversario del Fuhrer; primo maggio: festa del lavoro; inizio

maggio: festa delle madri; 21 giugno: solstizio d'estate etc...), i riti di passaggio che dovevano

sostituire i sacramenti cristiani e celebrare in una maniera coerente con l'ideologia i grandi momenti

della vita: la nascita, l'ingresso nella vita adulta, il matrimonio, la morte. Il nazionalsocialismo ha

delle basi “pseudoscientifiche” in quanto sono molti gli scritti che parlavano di “razze” (le ideologie

partono sempre da gruppi di intellettuali/studiosi/persone abbastanza colte, e si diffondono fino agli

strati più bassi della popolazione); questo era un sistema complesso che riusciva a suscitare

l'interesse di grandi masse di persone grazie anche all'uso dei nuovi e potenti mezzi di

comunicazione.

Si possono individuare 4 concezioni principali dell'ideologia:

1. Ideologia come difetto della ragione, come insieme delle idee distorte da cause sociali e

manipolate a scopi di dominio (Es: gli Idola ci Bacone).

Questi difetti hanno una causa sociale ed uno scopo di dominio.

2. Ideologia come falsa coscienza, pensiero che inverte e capovolge i rapporti sociali (accezione

marxiana). Al posto di vedere i rapporti tra gli uomini vediamo il rapporto tra cose e quindi tra

merci. Il denaro è dunque uno degli aspetti principali di questo tipo di ideologia. All'origine del

capovolgimento esiste un processo storico concreto individuato nella divisione del lavoro che

separa il lavoro materiale dal lavoro intellettuale e, in questo modo, crea una categoria di individui

impegnati nella produzione di idee che per loro finiscono per assumere un'esistenza indipendente. Il

modo in cui il capovolgimento opera è paragonato a quello che avviene in una “camera oscura”

(macchina cinematografica → le immagini apparivano capovolte). Il problema di fondo è che la

borghesia presenta i propri interessi come universali, anche se in realtà sono particolari (difende i

propri interessi).

3. Ideologia come razionalizzazione, vernice logica che gli individui applicano a motivazioni

sottostanti senza averne coscienza (V. Pereto). Gli esseri umani hanno bisogno di ragionare e dare

una veste logica ai propri impulsi, giustificandoli anche se non sono razionali. A posteriori gli

individui presentano i propri impulsi come una sorta di pseudo-ragionamenti che hanno una utilità

sociale ed hanno una forza persuasiva. Bisogna dunque dare una veste razionale a ciò che in realtà

razionale non è.

4. Ideologia come concezione del mondo di una determinata epoca (K. Mannheim). Nella sua opera

“Ideologia e utopia” lui formula una nuova concezione dell'ideologia che chiama “totale”; con la

concezione totale dell'ideologia cerchiamo di rendere conto non di singole affermazioni e giudizi,

ma di una più complessiva concezione del mondo che deve essere ricostruita come “unità di senso”

e interpretata come prodotto di una condizione di vita collettiva. L'ideologia non può essere

superata perché è una struttura mentale attribuitaci nel periodo in cui nasciamo, per cui con il

passare del tempo non possiamo più farne a meno. Secondo lui tutto il nostro pensiero è

profondamente impregnato di categorie attraverso le quali possiamo dedurre che la nostra

concezione si basa fortemente sulle ideologie.

Il senso comune come sistema culturale

Il senso comune è un insieme di quadri di pensiero, di rappresentazioni e schemi percettivi che

presentano aspetti sia cognitivi sia simbolici, utilizzati dagli attori sociali a livello implicito, cioè

pre-cosciente (L'ideologia non ha una dimensione implicita perché può essere può o meno

conosciuta). Il senso comune è dato per scontato e si acquisisce attraverso l'interazione con gli altri.

È dunque un sapere implicito e largamente condiviso , tanto da essere sovente percepito come “ciò

che tutti sanno”.

In questi casi la percezione di una persona come “straniero” o come “tedesco” non costituisce una

semplice nozione descrittiva, ma implica anche delle aspettative: ho nei confronti dello “straniero”

una certa diffidenza, penso che possa agire in maniera inusuale; se lo definisco come “tedesco”

tenderò a rappresentarlo con un carattere duro e disciplinato. Questi schemi, che riguardano

credenze sugli attributi personali di interi gruppi sociali (nazioni, razze, etnie etc...) sono chiamati

“stereotipi” e sono stati studiati a fondo dalla psicologia sociale. Gli stereotipi generalizzano tratti

che a volte non sono neanche generalizzabili, ma ci aiutano ad orientarci nel mondo. Questi tratti

semplificati chiamati stereotipi continuano a funzionare in qualsiasi parte del mondo. Ogni

nazionalità infatti ha i propri stereotipi.

Ci sono anche le motivazioni autoprotettive degli stereotipi che dipendono, cioè, dall'esigenza di

mantenere o di raggiungere un'immagine positiva di se stessi e del proprio gruppo di appartenenza.

Ci sono rituali e non solo categorie del senso comune che riproducono questo tipo di sapere.

Il senso comune è un tipo di sapere che si riproduce nelle pratiche sociali, nei momenti associativi,

nelle istituzioni, nelle forme delle relazioni sociali, attraverso la conversazione nella vita quotidiana.

Due tradizione di ricerca si sono occupate del senso comune:

− Scuola francese di sociologia → studio delle categorie della mente e delle forme primitive di

classificazione.

− Pragmatismo americano → studio delle modalità del ragionamento pratico e della

costituzione pragmatica di un ordine sociale.

La Scuola francese di sociologia

Durkheim aveva già sostenuto sul piano metodologico che le categorie fondamentali del pensiero

(tempo, spazio, causa) e le forme classificatori (genere e specie) sono rappresentazioni collettive, e

non prodotti della mente individuale, in quanto dipendono direttamente dal modo in cui il gruppo

sociale è organizzato. Nell'ultima opera “Le forme elementari della vita religiosa” del 1912,

Durkheim elabora una teoria vera e propria di pensiero che cerca di farsi strada tra le due opposte

filosofie della conoscenza a quel tempo prevalenti: l'empirismo e il kantismo. La conoscenza non

nasce, secondo Kant, dall'esperienza individuale, ma dall'esistenza di forme innate della ragione.

Durkheim scarta anche l'empirismo, perché postula una natura umana invariante. Formula invece la

tesi che sia la società all'origine della conoscenza: essa viene prima dell'individuo e, per mantenersi,

ha bisogno che i suoi membri si comprendano e comunichino tra di loro.

Durkheim e Mauss sostengono con chiarezza la tesi forte che la funzione classificatrice non sia

innata, ma abbia un'origine extralogica e che quindi sia necessario costruire una “storia della

logica”. Nelle società totemiche da loro studiate, l'origine della classificazione secondo il genere e

la specie deriva dalla divisione della tribù in fratrie e in clan: la divisione in due fratrie contrapposte

ha generato una forma di classificazione basata sul principio di opposizione (le categorie di genere);

la suddivisione di ogni fratria in clan ha consentito l'emergere di una forma di classificazione basata

sul principio di affinità rispetto al totem (simbolo del clan) (la categoria di specie). Le relazioni

logiche sono pertanto concepite come relazioni di parentela, e tutto l'universo conosciuto dal

primitivo (dagli oggetti più familiari e vicini fino a quelli più lontani e irraggiungibili come il sole e

le stelle) viene organizzato e classificato su queste basi. Ciò che a un occidentale moderno può

apparire bizzarro e irrazionale, in realtà ha un'ossatura logica e complessa. La logica è

catalogazione.

Per quanto riguarda il tempo Durkheim opera una distinzione molto importante tra questa categoria

e il sentimento personale del tempo, ossia i nostri stati soggettivi di coscienza. Questi ultimi sono

importanti perché ci consentono di rievocare la nostra vita passata, possono restringere o allargare la

percezione (il tempo dell'attesa è un tempo che si dilata, che sembra “non passare mai”; il tempo

della gioia e del divertimento, al contrario, “vola veloce”). Il tempo sociale è un tempo diviso e

misurabile in una successione di anni, mesi, settimane, giorni, ore; noi possiamo concepire il tempo

soltanto a condizione di distinguere in esso momenti diversi.

Questa divisione corrisponde alla periodicità dei riti, delle feste, delle cerimonie pubbliche etc... un

calendario infatti esprime il ritmo dell'attività collettiva, oltre a garantirne la regolarità. Il tempo

sociale è di particolare interesse per Durkheim soprattutto nel modo come viene vissuto nelle

diverse società e con il passare delle diverse epoche storiche. Anche lo spazio e divisibile e

misurabile (Nord, Sud, Est, Ovest).

Marcel Mauss è un antropologo che ha scritto un saggio riguardante il concetto di persona. Non

tutte le società infatti hanno un'uguale modo di concepire questo concetto, oltre al fatto che con il

passare del tempo ha subito notevoli cambiamenti e modificazioni. Lui parte della nozione di

“personaggio” presente presso le popolazioni tribali, che coincide con i ruoli sociali svolti

all'interno del clan e con i nomi corrispondenti, alla persona titolare di diritti e di doveri nell'antica

Roma, dove una profonda trasformazione sostituisce alla persona intesa soltanto come maschera

rituale una persona come “fatto fondamentale del diritto”, a cui successivamente il cristianesimo

aggiunge l'idea di coscienza e di vita interiore. Si arriva così all'epoca più recente, alla società

moderna in cui la persona assume un carattere sacro, viene concepita come un'entità unitaria,

indipendente, dotata di autonomia e di responsabilità morale. La persona diventa dunque dotata di

sentimenti, emozioni e non solo titolare di diritti (idea di responsabilità morale nuova che ha

caratteristiche psichiche che prima non possedeva). Queste categorie hanno dunque una storia, un

significato che cambia nel tempo.

La memoria collettiva

Marcell Mauss ha messo in evidenzia la variabilità sociale della categoria di persona.

La memoria collettiva è anche un tema molto importante ed i primi a parlarne sono stati coloro che

appartenevano alla scuola francese di sociologia. Halbwachs è stato il primo a scrivere testi

riguardanti la memoria collettiva distinguendola da quella individuale. Lui sostiene che la fissazione

dei ricordi, anche quelli più personali, è mediata da categorie a priori, da quadri che hanno

un'origine sociale, che dipendono cioè dall'appartenenza a un gruppo e dal fatto di condividere con

altri una stessa esperienza. Lui stravolge l'idea della memoria considerata come un “magazzino”, un

“contenitore” nel quale vengono accantonate le esperienze, i ricordi che non ci interessano più;

parla invece della memoria come una costruzione selettiva: l'idea è che la memoria operi non

attraverso la conservazione, ma attraverso la ricostruzione e selezione del passato in funzione del

presente. La memoria di una nazione, di un gruppo sociale, dà forma ai ricordi individuali e svolge

la funzione di dare continuità e coesione alla vita collettiva, anche nelle fasi passive in cui la società

non è mobilitata e attivata da eventi straordinari come la guerra. Le cerimonie e i rituali pubblici che

vengono celebrati periodicamente servono per rinnovare la partecipazione dei cittadini e rinforzare i

legami sociali (25 aprile per l'Italia, il 4 luglio per l'America, il 14 luglio per la Francia etc...).

Uno studio storico-empirico su come funziona la memoria collettiva è quello condotto in

“Topographie légendaire des Evangiles en Terre Sainte” pubblicato nel 1941, dove egli mostra che

la localizzazione dei luoghi santi in Palestina, descritti nei Vangeli, ha subito cambiamenti

successivi in base alle ricostruzioni diverse operate nel corso del tempo e in rapporto a diverse

esigenze di concreti gruppi sociali. Ad esempio, dopo l'occupazione musulmana, con l'arrivo dei

crociati la topografia cambia, si scoprono nuovi luoghi che rispondono all'esigenza dei pellegrini di

dare un volto concreto alle nuove forme di devozione sviluppatesi in Europa (il culto della Via

Crucis sul Calvario). Lui mostra dunque come le topografie della memoria rispondano ad esigenze

diverse. La memoria quindi è un insieme dinamico, la cui coerenza è parziale, ricostruita di volta in

volta. Maurice Holdwachs ha evidenziato come pure la memoria abbia una sua fondamentale forma

sociale e collettiva, senza la quale risulta monca ogni memoria individuale.

In alcuni studi più recenti sulla memoria, storici, antropologi, scienziati sociali si sono basati su

documenti e monumenti (luoghi commemorativi della memoria che celebrano normalmente i trionfi

della nazione) che costituiscono la memoria della nazione. La guerra del Vietnam è stata molto

sanguinosa che vide la morte di numerosi soldati soprattutto giovani. Contro ogni aspettativa gli

Stati Uniti vennero sconfitti e di conseguenza nacquero molti movimenti di protesta e molte

associazioni che non volevano che questa guerra venisse dimenticata (associazioni soprattutto di

genitori e di spose che avevano perso i propri figli e mariti durante il conflitto). C'erano anche molti

reduci che riuscirono a tornare in patria ma che erano sconvolti per quanto accaduto in terra nemica.

Una ricerca ha ricostruito le successive revisioni del Vietnam Veterans Memorial, legate

all'impopolarità di questa guerra, all'esistenza di interpretazioni contrastanti e di “imprenditori

morali” in competizione reciproca (si parla di memoria contesa). Il risultato finale, un muro con

impressi i nomi dei caduti, la bandiera americana, e, vicino, le statue di tre soldati, uno bianco, uno

nero e uno ispanico che guardano in direzione del muro (in direzione dei 60.000 nomi), incorpora

un'affermazione controversa: quegli individui dovrebbero essere ricordati e la loro causa ignorata.

Bisognava dunque celebrare, ricordare gli uomini morti in guerra ma ignorare il motivo e la causa

della tragedia. Si possono dunque riscontrare aspetti conflittuali nel processo di costruzione della

memoria collettiva.

Il Pragmatismo americano

Berger e Luckmann ne “La realtà come costruzione sociale” del 1966 (opera molto influente che

si rifà sia a Weber sia a Durkheim) l'obiettivo di fondo è studiare il senso comune inteso come un

sistema di significati e di definizioni della realtà che si colloca a un livello diverso da quello delle

ideologie o delle dottrine filosofiche, che è tipicamente un sapere teoretico e prodotto dagli

intellettuali. Il senso comune riguarda invece un livello preteoretico, ma non per questo meno

importante, anzi rappresenta la base anche del pensiero teoretico. Considerano quella che è la

routine quotidiana e le forme di tipizzazione che sono più neutre rispetto agli stereotipi.

Alfred Schutz ha definito i fondamenti del sapere comune della vita quotidiana:

− Oggettività: percepisco la realtà di tutti i giorni come un realtà ordinata e già oggettivata,

cioè costituita da un ordine di oggetti che sono stati designati come tali molto prima della

mia comparsa sulla scena sociale.

− Inter-soggettiva: assumo in continuazione che vi sia una corrispondenza tra i miei significati

e quelli degli altri, che se mi mettessi nelle loro posizioni vedrei il mondo proprio come loro

lo vedono; in altri termini idealizzo l'interscambiabilità dei punti di vista e la congruenza dei

sistemi di attribuzione di importanza (carattere di condivisione, la pensiamo allo stesso

modo proprio perché utilizziamo le stesse categorie di senso comune).

− Naturalità o auto-evidenza: rispetto alle definizioni della realtà condivise sono portato a

sospendere il dubbio, a darle per scontate. Questa sospensione del dubbio dipende dalla

necessità pragmatica di seguire delle procedure o delle regole, della routine, che mi

consentano di agire senza dovere ogni volta riflettere sul da farsi o sul perché di una certa

azione. Se così non fosse la mia vita quotidiana si bloccherebbe. Quando alzo il ricevitore

del telefono e sento la voce del mio amico che mi chiama dagli Stati Uniti non mi chiedo

come ciò sia possibile. Noi accettiamo la realtà così com'è, non mettiamo in discussione le

cose perché questo consente di agire senza riflettere troppo.

− Tipizzazione: nel mondo della vita quotidiana incontro continuamente altre persone e queste

relazioni, che per lo più si svolgono in incontri diretti, faccia a faccia, sono percepite in base

a schemi di tipizzazione. Questi implicano una selezione di alcuni tratti che mi consentono

di collocare l'individuo in una categoria più ampia e quindi di dare un ordine all'esperienza.

Essi mi consentono anche di prevedere il comportamento dell'altro, mi forniscono cioè una

struttura di aspettative su quale debba essere il comportamento appropriato alla situazione.

Tali schemi non hanno un'origine contemplativa, ma pragmatica: selezioni dell'altro quegli

aspetti che sono più importanti per i miei scopi e interessi contingenti. Esempio se vediamo

avvicinarsi una persona con una borsa di cuoio a tracolla e una divisa, io la identifico come

“postino”; di lui non mi interessa conoscere se è sposato, se è contento della sia vita

etc...Attendo una lettera importante e da lui mi aspetto che me la consegni senza indugi. Via

via che ci allontaniamo dall'incontro diretto le tipizzazioni dell'interazione sociale diventano

sempre più anonime.

− Caratterizzato da un fondo di conoscenza comune. Questa conoscenza non è omogenea, ma

è socialmente distribuita, ed è solo relativamente coerente. Ci sono persone che hanno e

conoscono più schemi comunicativi di altre. Esiste sempre nella pratica quotidiana la

possibilità che la routine e l'auto-evidenza siano messe in discussione e interrotte dalla

comparsa di un problema, che in genere è qualcosa (un evento insolito, improvviso, nuovo)

che non ho ancora trasformato in routine. Di fronte a questi problemi il senso opera

integrando il settore problematico in ciò che è già non problematico, ossia incorporando

l'ignoto nel già noto, riconducendolo a categorie familiari. Esempio: entro in casa e nella

penombra vedo qualcosa di non familiare che sembra un serpente. Lo spavento e

l'interruzione della continuità spariscono non appena, avvicinandomi, catalogo quella cosa

arrotolata come la corda da alpinismo che avevo dimenticato nel salotto.

La religione come sistema culturale

Religione e Religioni

Le credenze, i valori e i simboli sono integrati in un sistema e connessi gli uni agli altri, ma a

differenza delle ideologie fanno riferimento alla natura di esseri sovra-umani.

Elementi di fondo perché si possa parlare di religione come sistema culturale:

− Presenza di una struttura di significati, espressi sia in dottrine e dogmi, sia in precetti e

simboli. Le dottrine sono delle proposizioni teoriche, elaborate in maniera esplicita, come la

dottrina cristiana dell'onnipotenza di Dio.

Nelle religioni rivelate sono spesso espresse in forma dogmatica, come verità obbligatorie e

indiscutibili, ad esempio il dogma della Trinità e dell'Immacolata Concezione. Le credenze si

connettono a norme che danno delle indicazioni pratiche su come comportarsi nella vita: possono

essere precetti che ordinano alcuni atti o astinenze di tipo rituale (come il digiuno nel mese di

Ramadan nella religione islamica o la confessione almeno una volta all'anno nella religione

cattolica) o norme morali che prescrivono o vietano alcuni comportamenti più generali, come

“onora il padre e la madre. I simboli, infine, rappresentano oggetti o eventi dell'universo religioso:

la croce è un simbolo della religione cristiana che rappresenta il sacrificio di Cristo, ma anche la

parola Budda è un simbolo che rappresenta il perfetto Maestro della religione buddista.

− Inserimento dell'individuo e della realtà umana in un ordine cosmico sacro. La religione

prevede una trascendenza della realtà quotidiana; essa connette il microcosmo al

macrocosmo, inserendo l'individuo e la realtà umana in un ordine universale.

− Carattere pubblico, acquisito attraverso processi sociali di apprendimento. Il sistema

religioso di credenze è pubblico in quanto non è rappresentato solo dalle immagini private e

interiori del credente, ma anche da simboli esterni presenti nella cultura e, come tali,

acquisiti attraverso l'apprendimento di un complesso di idee e di valori che ha origine nella

storia di un gruppo sociale ed è trasmesso attraverso un processo di educazione da una

generazione a quella successiva. La religione quindi si apprende e non è innata. La nostra

società sta diventando sempre più pluri-religiosa e chi studia queste religioni non vuole

arrivare ad affermare che una è più vera e pura rispetto un'altra (atteggiamento neutrale), ma

sostenere che la religione è un fenomeno sociale come qualsiasi altro. Anche chi non è nato

in quella data società può accedervi.

La varietà di tutte queste forme religiose è tale che viene analizzata costruendo dei tipi di religione,

classificandole cioè in base a determinati criteri. Robert Bellah a partire da una documentazione

storica, descrive la transizione da forme più semplici a forme più complesse di religione:

− Il tipo primitivo (aborigeni australiani)

− Il tipo arcaico (popolazioni polinesiane e africane).

− Il tipo storico (come il proto-ebraismo).

− Il tipo proto-moderno (Riforma protestante).

− Il tipo moderno (religioni contemporanee nelle quali si accentua la responsabilità e la ricerca

di un codice etico particolare).

Due sono i criteri di classificazione:

a) l'immagine del mondo

b) il modo di ottenere la salvezza

L'immagine del mondo può essere:

− Teocentrica (tradizione mediorientale e occidentale: Islam, Ebraismo, Cristianesimo): è

basata sulla concezione di un dio personale trascendente. L'uomo è visto come strumento di

dio, che agisce nel mondo per suo volere. Weber chiama questa concezione ascetismo (o

ascesi). L'uomo è uno strumento per la realizzazione del regno di Dio sulla terra.

− Cosmocentrica (tradizione asiatica: Induismo, Buddismo): si fonda sulla concezione di un

potere divino impersonale immanente. L'individuo è concepito come “vaso del divino”,

ossia come contenitore della divinità. Questa concezione del rapporto uomo/dio è chiamata

misticismo (o mistica).

Se in entrambi i casi dio è sempre l'essere perfetto ed eterno a cui si contrappone l'imperfezione e

precarietà dell'essere umano, nel caso delle tradizioni teocentriche ha un carattere eminentemente

etico, mente nelle religioni cosmocentriche presenta un carattere cognitivo, nel senso che il divino è

un ordine conoscibile e contemplabile.

La religione è sempre connessa a riti, ossia a pratiche periodiche volte a commemorare la ricorrenza

di eventi mitici o di una storia sacra o propri del culto o i riti apotropaici, volti a scacciare demoni o

entità pericolose. Le religioni si sono espresse in precise forme organizzative, anche se sia il grado

sia le forme di organizzazione variano enormemente da società a società (già nell'Antico Egitto

esistevano sacerdoti addetti al culto di una divinità, anche se agivano per delega del faraone).

Noi siamo orientati ad attribuire molta importanza alle istituzioni religiose perché nella tradizione

occidentale i movimenti religiosi hanno storicamente dato il via a organizzazioni molto potenti e

strutturate: la chiesa e la setta. La chiesa è una comunità di credenti stabilizzata, a cui si appartiene

per nascita, caratterizzata da un corpo di professionisti (il clero) ordinato in una gerarchia

ecclesiastica che si dedica al mantenimento della finalità dell'organizzazione religiosa (chiesa

cattolica).

Alla setta invece si appartiene non per nascita, ma per un atto di libera scelta (c'è una selezione

severa all'ingresso) che presuppone un processo individuale di conversione, ne deriva che la

comunità dei credenti è molto ristretta in quanto accoglie solo persone “virtuose” che si sentono

“toccate” dalla divinità e portatrici del suo messaggio. Hanno carattere di Setta molte

organizzazioni religiose nate dalla Riforma protestante come gli anabattisti e i testimoni di Geova.

Genesi e funzioni della religione

A parte l'approccio causalista di Marx e Engels (religione come sovrastruttura causata dalla struttura

dei rapporti economici), le scienze sociali si sono concentrate spesso sulle funzioni della religione

tra cui si devono ricordare almeno le seguenti:

− Rafforzamento dei legami religiosi (Durkheim): questo avveniva principalmente attraverso

le cerimonie e le feste. La religione dunque ha la funzione di rinforzare i legami che

connettono l'individuo alla società (anche in quelle più complesse) di cui è membro,

attraverso un sistema di comunicazione di idee e sentimenti e attraverso un insieme di norme

regolative delle relazioni sociali.

Durkheim ha studiato le religioni totemiche dell'Australia e dell'America del Nord.

− Gestione delle tensioni emotive (Malinowski): osservando gli abitanti delle isole Trobriand

della Malesia notò che essi facevano ricorso a pratiche magiche solo quando affrontavano

imprese molto rischiose (ad. Es la pesca in alto-mare). Rileva dunque che la funzione della

magia è quella di risolvere situazioni di forte tensione emotiva creando maggiore sicurezza.

Merton (scuola funzionalista) inoltre aveva introdotto la distinzione tra funzioni manifeste (si fa

riferimento alle conseguenze oggettive che contribuiscono all'adattamento del sistema e sono

riconosciute e ammesse dai membri del gruppo) e funzioni latenti (riguardano le conseguenze

oggettive che non sono né volute né ammesse; il comportamento manifestante irrazionale potrebbe

avere una funzione razionale: la descrizione dei riti per la pioggia deve ricostruire le relazioni tra i

partecipanti).

− Giustificazione della distribuzione della ricchezza (Weber): il problema di fondo a cui la

religione cerca di dare una risposta è quello dell'incongruenza tra il destino e il merito. Le

soluzioni sistematiche più razionali , che prendono il nome di “teodicea”, sono rappresentate

dalla dottrina della predestinazione e della dottrina indiana del Karman. La prima interpreta

il destino umano come conseguenza della volontà imperscrutabile di Dio, non influenzabile

dall'azione umana; la seconda lo interpreta come conseguenza di un meccanismo universale

di retribuzione delle azioni umane che si lega alla dottrina della compensazione delle azioni

buone o cattive attraverso un tipo più onorevole o più vergognoso di rinascita.

La religione nelle società moderne

Il processo di cambiamento della religione è comunemente designato con l'espressione processo di

secolarizzazione. Il termine “secolarizzazione” nasce in ambito giuridico (derivato dal latino

saeculum) per indicare il trasferimento di bene e territori della chiesa a possessori civili.

Nel suo uso descrittivo, di tipo storico-sociologico, P.L Berger definisce la secolarizzazione come

il processo tramite cui alcune sfere della società e della cultura vengono sottratti al dominio delle

istituzioni e dei simboli religiosi.

Nella società moderna, la religione subisce un profondo mutamento (indebolimento):

− A livello istituzionale: la differenziazione sociale ha prodotto una riduzione del ruolo della

religione, confinata in una sfera sociale specifica e ridotta, contribuendo in tal modo

all'emergere del pluralismo religioso; la religione dunque si separa dalle scuole, dalle

Università e questo confinamento ha aperto la strada al fatto che nelle nostre società ci siano

religioni diverse (In Italia la maggioritaria rimane quella cattolica).

− A livello culturale: le credenze religiose sono divenute sempre più soggettive e disseminate,

dando spazio a nuove forme di sincretismo (credenze tipiche della religione occidentale,

come quelle nel Dio personale del cristianesimo, si affiancano a credenze tipiche di altre

tradizioni religiose, come la credenza in un Dio impersonale, immanente, onnipervasivo, più

affine all'immagine della divinità del mondo religioso orientale)

− A livello dei comportamenti religiosi: la pratica regolare è diventata minoritaria e la

religione orienta molto meno di un tempo le scelte etiche di individui e gruppi. La credenza

in Dio è un aspetto rilevante della dimensione culturale della secolarizzazione. Solo l'Italia e

la Spagna presentano percentuali maggioritarie di credenza in Dio, superiori alla media dei

27 paesi dell'Unione Europea; su questo indicatore l'Italia è il paese meno secolarizzato e la

Repubblica Ceca, la Svezia e la Francia quelli più secolarizzati (Tabella 5.1).

Si verifica spesso una incongruenza, una sfasatura tra la dichiarazione di appartenere ad una

religione e le scelte che non seguono ciò che la dottrina predica (dal piano della convivenza civile,

dei matrimoni all'uso di particolari contraccettivi etc...)

Nuove ricomposizioni sono tuttavia in atto: da un lato il religioso è rivestito di significato come

luogo di memoria culturale in cui la tradizione (privata della sua autorità) viene ricreata in maniera

volontaristica; dall'altro lato sono proprio le identità collettive minacciate dalla modernità ad essere

rivitalizzate (movimenti fondamentalisti che si sono affermati sulla scena mondiale sia all'interno

dell'islam, sia all'interno del cristianesimo e dell'ebraismo).

CULTURA E SOCIETA': COME LA CULTURA INFLUENZA L'AZIONE SOCIALI (Cap.6)

Due approcci teorici

1. Modello dell'attore socializzato: I valori condivisi nella società sono interiorizzati dall'individuo

nel corso della socializzazione, divenendo così motivazioni profonde della personalità ad agire in

maniera conforme, motivazioni stabili e indipendenti da ogni considerazione e uso strumentale di

tali comportamenti (Parsons). Quando un individuo si orienta, secondo questi valori, in maniera

conforme, lo fa perlopiù in maniera inconsapevole. I valori condivisi da una collettività si traducono

direttamente in azioni conformi attraverso il processo di interiorizzazione che avviene

essenzialmente durante l'infanzia. La conformità è rinforzata da meccanismi di controllo sociale

(sanzioni, riprovazione sociale) che fanno parte della normale interazione quotidiana.

Valori → Interiorizzazione → Comportamenti.

2. Modello dell'identità sociale: le credenze normative sono collegate al comportamento se tali

credenze sono condivise da un gruppo e definiscono un'importante identità che è convalidata da

questo gruppo (Cancian). Solo certe classi di credenze condivise saranno correlate al

comportamento. I membri di un gruppo possono condividere molte credenze, ma solo quelle che

definiscono la loro identità in quanto membri collocati entro una particolare posizione sociale

saranno in relazione con l'azione. Gli individui agiscono in conformità a una norma perché questo è

il modo per dare validità a una particolare identità.

Valori → Identità sociale → Comportamenti

Questi sono due modelli che rispondono alla domanda: Come si spiega che le norme, le credenze e i

valori abbiamo una influenza con i comportamenti affettivi?

Cultura e sviluppo economico

Come la cultura incide sullo sviluppo economico?

Weber ha individuato nell'etica protestante un importante fattore che ha favorito lo sviluppo

economico nei paesi Occidentali, in particolare:

1. la dottrina luterana della vocazione (Beruf) svaluta l'ascesi monacale e rivaluta il lavoro

professionale come cammino di salvezza;

Weber dunque partendo dalla Riforma protestante arriva a sostenere che essa è causa di tutta una

serie di cambiamenti culturali di grande rilievo. Questa riforma ha coinvolto tantissime persone e si

è sviluppata soprattutto nei Paesi allora più sviluppati (Paesi Nordici dove il protestantesimo ha

“attecchito” molto). Anche in Italia si svilupparono movimenti di questo tipo e la dottrina luterana

fin da subito si oppose a quella cattolica. Con la riforma protestante si attua una rottura profonda

con la concezione cattolica. Anche se per alcuni aspetti Lutero rimane ancora legato alla tradizione

cattolica, introduce tuttavia l'idea rivoluzionaria del sacerdozio universale. Per vivere in maniera

grata a Dio non è necessario rinchiudersi in convento. Il più alto contenuto dell'attività etica, al

contrario, è adempiere al proprio dovere nelle professioni di questo mondo. Non c'è differenza tra

sacerdoti e comuni credenti. Abbattendo metaforicamente le mura del chiostro, i protestanti

minavano alla base l'autorità stessa della gerarchia ecclesiastica. Non c'era dunque bisogno della

mediazione della Chiesa per “parlare” con Dio (i sacerdoti venivano considerati come mediatori

della grazia) e tutti, non solo i monaci e i sacerdoti, si devono comportare secondo i dettami e i

comportamenti divini.

2. La dottrina della predestinazione, in base alla quale solo pochi sarebbero già stati scelti da Dio

per essere salvati, produce, come effetti imprevisti (non intenzionali), un grande attivismo in campo

economico, perché gli individui cercano di dedurre dal successo negli affari la grazia divina e

dunque l'appartenenza al gruppo degli eletti;

E' soprattutto con un altro grande protagonista della Riforma, Calvino, e con le sette religiose che si

formano a partire dal suo insegnamento, che la rottura con il cattolicesimo si compie

definitivamente. Dio è trascendente e infinitamente lontano, per cui non può essere condizionato

dall'uomo con le sue buone opere (preghiere, buone azioni quotidiane). Calvino introduce la

dottrina della predestinazione, secondo la quale Dio, dall'eternità e per suo imperscrutabile volere,

ha salvato una parte dell'umanità e condannato alla dannazione eterna l'altra senza che l'uomo possa

intervenire a modificare la situazione. Le ragioni consistono nella svalutazione di ogni residuo

antropomorfico nella concezione di Dio, nel decretarne l'assoluta trascendenza e alterità rispetto

all'uomo. Sorse dunque il problema della certitudo salutis, cioè della certezza della salvezza; gli

uomini e le donne comuni vivevano in uno stato d'angoscia insopportabile per il fatto di non sapere

a quale parte dell'umanità (salvati o dannati) erano stati predestinati. La grande massa dei credenti

doveva avere dei segnali per capire se stava agendo in modo adeguato in vita. Il meccanismo

socio-psicologico che consentì di rispondere a questa situazione, a livello della massa dei credenti,

fu quello di dedurre la scelta divina del successo nel lavoro professionale onestamente e

metodicamente conseguito, in una condotta di vita che Weber chiama “ascesi laica”. Weber si

sofferma dettagliatamente sui cambiamenti introdotti nella vita quotidiana delle persone - dall'uso

del tempo, al lavoro duro e metodico, all'uso della ricchezza in funzione della rendibilità e del

risparmio – e che, alla fine, danno vita alla morale borghese del self-made man. Il successo negli

affari rappresentava dunque un segno di elezione divina.

I protestanti considerano la povertà non come una sfortuna, ma come una specie di deficit morale,

perché vuol dire che le persone non si sono impegnate fino in fondo per ottenere quello che

dovevano ottenere, e dunque per raggiungere determinati obiettivi.

L'atteggiamento dei protestanti favorì:

1. Il guadagno come fine in sé (non più visto per ottenere lussi, privilegi, ma guadagno per essere

reinvestito nell'azienda al fine di arrivare ad un nuovo ed ulteriore guadagno).

2. Concetto di dovere professionale (metodo, razionalità, rigore).

Anche altri studiosi hanno cercato di individuare fattori espressamente culturali che si sono rivelati

determinanti per lo sviluppo economico:

- Fukuyama (1995): ha posto l'accento sulla fiducia, intesa come disponibilità alla cooperazione,

fondata sul tessuto associativo e parte integrante della tradizione culturale dei diversi Paesi.

Fukuyama, un giapponese trasferitosi negli Stati Uniti, fece una grande ricerca internazionale che li

permise di effettuare una distinzione tra società familistiche, dove dominano reti sociali ristrette

all'ambito familiare e parentale, caratterizzate da forme di fiducia limitata, e società con un tessuto

sociale più allargato, formato da gruppi e associazioni che oltrepassano l'ambito ristretto della

famiglia, caratterizzate da alti livelli di fiducia. Egli conduce un'indagine comparata di quattro

società familistiche, a basso livello di fiducia – Cina, Francia, Italia, Corea del Sud – e di tre società

con elevato capitale sociale (ampie reti associative) e ad alto livello di fiducia – Giappone,

Germania, Stati Uniti (questi ultimi caratterizzati da un declino della fiducia sociale). Si dimostra,

sulla base di un'ampia e variegata base di dati, che sono le prime ad aver sperimentato la difficoltà

di creare grandi organizzazioni economiche che vadano oltre la dimensione familiare e che, in

ciascuna di esse, lo stato è dovuto intervenire per creare imprese durevoli e competitive (spesso si

tratta solo di piccole industrie a conduzione familiare). Nelle seconde, al contrario, dove le abitudini

etiche e ereditate valorizzano l'associazionismo volontario e reti sociali allargate, vengono create

spontaneamente grandi imprese economiche che non hanno bisogno del supporto statale. Inoltre

nelle seconde i livelli di sviluppo economico sono più elevati.

- Inglehart (1996): ha messo in evidenza come la motivazione al successo risulta strettamente

correlata allo sviluppo economico, dal momento che è maggiormente presente nei paesi più

sviluppati. Svolge un'analisi comparata ad ampio raggio che si basa su dati quantitativi raccolti

tramite questionario dal World Values Surveys (WVS) e dal European Values Surveys (EVS). I dati

riguardano 43 paesi che rappresentano il 70% della popolazione mondiale e comprendono l'intera

serie di variazioni economiche, dai paesi con i redditi pro capite più bassi a quelli in cui sono cento

volte superiori. L'ipotesi è che società diverse tendano a mettere l'accento su valori differenti

nell'educare i propri figli e che tali valori siano in relazione coi rispettivi tassi di crescita. L'ipotesi è

stata confermata, in quanto è risultata una correlazione statistica molto forte tra motivazione al

successo e tassi di crescita economica registrati. Giappone, Cina e Corea del Sud si collocano nella

parte con i tassi più elevati di crescita e l'indice più elevato di motivazione al successo. All'estremo

opposto si trovano i due stati africani (Nigeria e Sudafrica) che enfatizzano l'obbedienza e la fede

religiosa, mentre Stati Uniti e paesi europei si collocano a metà strada. Sia l'investimento in capitale

umano sia l'incremento del tassi di investimento in capitale materiale accrescono in maniera

significativa il tasso di crescita economica.

Cultura e sviluppo politico

Analogamente a quanto avvenuto sul terreno economico, diversi studiosi hanno cercato di

individuare i fattori culturali che maggiormente influiscono sullo sviluppo politico.

Almond e Verba sostengono che ogni sistema politico è legato a un insieme di valori e di credenze

condivisi dai membri di una data società, che entra a far parte della personalità degli individui,

originando delle disposizioni costanti ad agire in modo determinato.

Sempre secondo Almond e Verba la cultura politica designa l'orientamento psicologico dei membri

di una società nei confronti della politica. La cultura civica rappresenta una cultura politica mista,

che combina atteggiamenti di attivismo politico ad elementi di rispetto ed obbedienza all'autorità.

Almond e Verba ritengono questo tipo di cultura il più razionale al mantenimento di un moderno

sistema politico democratico. “The Civic Culture” del 1963 è un opera che spiega il diverso grado di

efficienza e stabilità della democrazia di cinque nazioni: Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania,

Italia e Messico. Si trattava dunque dei primo tentativo sistematico, basato sul metodo della ricerca

survey, di spiegare gli esiti democratici con variabili culturali. La cultura politica italiana si

presentava come una cultura particolarista (parochial), frammentata, basata su interessi locali,

caratterizzata da una fiducia ristretta alla famiglia; la cultura politica dell'Italia del dopoguerra

risultava più adeguata a perpetuare una struttura politica tradizionale che a favorire la stabilità e

l'efficienza di istituzioni democratiche. I partiti erano in perenne conflitto reciproco, il senso dello

Stato era inesistente, la fiducia nelle istituzioni era nulla, non c'era un tessuto associativo forte, i

cittadini con scarsa fiducia reciproca avevano una scarsa competenza civica etc...

I dati sul piano della cultura civica erano persino più bassi rispetto a quelli del Messico.

Putnam ritiene che la “civicness” - definita come quel tessuto di norme, valori, regole che favorisce

la cooperazione sociale, la fiducia allargata e il perseguimento del bene collettivo – sia il fattore

fondamentale del funzionamento delle istituzioni pubbliche in Italia.

Putnam ha effettuato una ricerca ventennale cercando di analizzare un processo dall'inizio alla fine:

dalla nascita delle regioni in Italia (1970 → regioni ordinarie), al 1993 (anno in cui scoppia

Tangentopoli) quando viene pubblicato “Le tradizioni civiche nelle regioni italiane”. Cercò di

seguire le evoluzioni di queste regioni; come e quanto erano efficienti, quanto potere veniva

attribuito a ciascuna di loro etc...Lui volle dimostrare, sulla base di una vasta basa empirica, come il

diverso rendimento istituzionale delle amministrazioni regionali italiane sia dovuto alla diversa

tradizione civica delle varie aree del paese. Putnam notò dunque che il Sud risultava meno civico

delle regioni del Centro e del Nord Italia, e passò a ricercare le radici di queste differenze nella

tradizione culturale più remota (il diverso funzionamento a suo avviso poteva essere dato dal

diverso tipo di cultura della regione: nell'Italia meridionale, allora, dominava la monarchia

normanna con i suoi rapporti gerarchici e verticali; al Centro-Nord dominavano i liberi comuni,

basati su regimi repubblicani, egualitari, con i quali si erano affermate istituzioni e relazioni sociali

orizzontali → le grandi aree attuali riprodurrebbero, con pochi cambiamenti, le differenze

originarie). La civicness (spirito civico) viene misurata da indicatori come il tasso di vita

associativa, la quota di partecipazione ai referendum, la tiratura dei giornali, i voti di preferenza,

uniti poi in un unico indice che misura il “civismo” di una comunità. I fattori culturali ci danno

quindi indicazioni ben precise: la cultura civica aveva un effetto molto importante sul

funzionamento stesso delle istituzioni regionali; le istituzioni che funzionano peggio hanno poca

cultura civica (Sud e Isole) e viceversa (Nord).

Altre ricerche recenti (ad es.: Sciolla e Negri; Bagnasco et al.) hanno messo in luce il carattere

multimediale della cultura civica. In particolare vengono individuate tre dimensioni del concetto di

cultura civica:

− morale, che si riferisce a ciò che è giustificabile o no rispetto ai beni pubblici e al rispetto

degli altri;

− fiducia, che fa riferimento alla disponibilità e alla cooperazione;

− identificazione, che si riferisce al senso di appartenenza a una comunità territoriale.

La descrizione della cultura civica dell'Italia fornita alla fine degli anni Cinquanta da Almond e

Verba appare in gran parte superata. Non si presenta più con quelle caratteristiche di “asocialità”,

disimpegno civico e sociale con cui era stata per anni caratterizzata. Nel corso del tempo crescono

sia il tessuto associativo del paese sia la fiducia verso gli altri sia la partecipazione politica e

l'impegno civico, colmando in gran parte le differenze con gli altri paesi. Il tratto culturale che resta

invece carente è la fiducia verso le istituzioni, in particolare quelle politiche (parlamento, partiti,

governo).

Cultura e consumo

Come tratta l'economia il consumatore?

Il modello economico neoclassico si basa sull'assunto che il consumatore agisce razionalmente,

abbia cioè la capacità di acquisire tutte le informazioni necessarie sulla qualità e sui prezzi dei beni,

mettendoli a confronto e calcolando la loro utilità. A un cambiamento dei prezzi il consumatore

reagirà modificando i propri consumi. Le preferenze di consumo sono per gli economisti dei dati da

cui partire, ma che non interessa sapere come si sono formate. Si potrebbe dire che vale quanto il

proverbio dice secondo cui de gustibus disputandum non est (i gusti non si discutono).

La sociologia parte invece proprio da quella domanda che gli economisti evitavano di porre: perché

la gente desidera ciò che desidera?

Per alcuni la nostra sarebbe divenuta una “società dei consumi”, materialistica, edonistica e

narcisistica. Nella nostra società il consumo è diventato un fenomeno di massa, le persone non

producono più direttamente i beni di cui necessitano, ma li acquistano sul mercato esercitando una

scelta in una gamma di merce sempre più vasta e differenziata. Il consumatore stesso è un soggetto

anonimo, costruito come un target di mercato, intorno al quale ruotano marketing e pubblicità che

inondano di discorsi, segni e immagini i prodotti e i servizi. Si mette in luce il valore simbolico dei

beni, che sono acquisiti per il prestigio e la distinzione che consentono di ottenere rispetto da altri o

per la funzione di identificazione all'interno di un gruppo di riferimento.

Anche i comportamenti di consumo sono influenzati dalla cultura, come hanno evidenziato Veblen

e Simmel:

− il consumo è ricercato come fonte di prestigio sociale, non soltanto come necessità per la

sopravvivenza;

− per servire come strumento di accrescimento del prestigio, secondo Veblen il consumo deve

essere vistoso e superfluo.

Ne “La teoria della classe agiata” del 1899, Veblen mostra che le attività economiche nella società

moderna non hanno motivazioni meramente utilitaristiche. La classe agiata (leisure class) ricerca il

possesso di ricchezza, lo esibisce e realizza un consumo vistoso di beni, in una sorta di

competizione e di distinzione antagonistica. Il consumo per fornire distinzione sociale deve dunque

essere superfluo, deve cioè consistere in un “dispendio onorifico” (no utilità si prestigio).

Simmel, nella diffusione di comportamenti di consumo e della moda, vede agire due principi

contrastanti:

− l'imitazione, intesa come tendenza a conformarsi agli stili di vita altrui;

− differenziazione, intesa come disposizione a distinguersi dagli altri.

Ovviamente imitazione e differenziazione intesi rispetto alle masse.

Bourdieu ritiene che i comportamenti di consumo siano determinati dall'habitus di un soggetto,

inteso come fattore unificante di tutte le scelte e pratiche sociali di un determinato individuo, la cui

totalità costituisce il suo stile di vita. L'habitus (nozione mediatrice tra struttura oggettiva e

soggettiva) indica una disposizione inconscia interiorizzata di un gruppo sociale, che i soggetti

hanno acquisito attraverso il processo di socializzazione. L'habitus è il principio unificatore di tutte

le scelte e pratiche sociali realizzate da un attore sociale, dalla scelta dell'arredo domestico a quella

di come vestirsi e di che cosa e come mangiare. La totalità di tali pratiche costituisce uno stile di

vita.

Douglas e Isherwood suggeriscono di mettere tra parentesi il fatto che i beni di consumo servono

alla soddisfazione dei bisogni primari e di tenere invece presente il fatto che il consumo è un

processo rituale il cui principale scopo è quello di dare un senso allo scorrere degli eventi.

I beni di consumo sono intesi come “accessori rituali” e “marchi” di identificazione.

Per esempio la scelta del ristorante e della combinazione di piatti e vini da ordinare diventano una

dimostrazione pubblica del possesso di capitale economico e culturale, espresso come senso del

gusto. Così la scelta del ristorante e delle pietanze diventano segnali di identità, al pari di altre

merci.

I PROCESSI DI TRASMISSIONE, CONVERSAZIONE E CAMBIAMENTO CULTURALE

(Cap. 7)

I processi comunicativi

1.1. Cultura, comunicazione e linguaggio

Il linguaggio è la principale forma di oggettivazione dell'espressività umana ed è uno dei veicoli più

importanti di diffusione della cultura, al cui proposito occorre rilevare che:

1. Tra linguaggio e pensiero esiste un complesso processo di interazione; si verifica un problema di

associazione che non è solo di tipo psicologico. L'associazione infatti è anche, e soprattutto, di tipo

simbolico in quanto il linguaggio ha la funzione di etichettare. Se ogni elemento del linguaggio è

un'etichetta di un concetto, è difficile concepire il pensiero e il ragionamento senza la sua

realizzazione linguistica. Ciò non significa, tuttavia, che siano completamente sovrapponibili. Come

sostiene Sapir, lo strumento rende possibile il prodotto, e d'altra parte il prodotto porta a

perfezionare lo strumento. Esistono però molte possibilità di trasposizioni linguistiche, che alcuni

sostengono siano illimitate. Basti pensare al codice telegrafico Morse, adottato a livello mondiale

fino ad anni recenti, che trasferiva le parole scritte in una sequenza convenzionale di ticchettii

lunghi e brevi. Un altro esempio è costituito dai diversi linguaggi dei gesti, tra questi rientrano sia il

linguaggio dei sordomuti sia quelli sviluppati dai monaci di clausura per rispettare il voto del

silenzio sia i linguaggi gestuali elaborati dalle tribù indiane del Nord America.

2. Il linguaggio verbale è spesso accompagnato da segnali non verbali (ad es.: postura dei corpo,

gestualità, tono della voce); il linguaggio non verbale si accompagna a quello verbale e lascia

intendere anche ciò che noi non esprimiamo a parole. L'importanza dei segnali del corpo nella

comunicazione non è da mettersi in rapporto esclusivamente con gli aspetti psicologici e individuali

(se mi dici “va benissimo!” con un tono irritato e lo sguardo severo, capirò che in realtà il tuo stato

emotivo è di tensione e che non sei d'accordo con me), ma anche con gli aspetti culturali (Un modo

di gesticolare particolarmente vivace è tipico delle culture mediterranee. Una donna musulmana che

non guarda negli occhi un uomo mentre parla non esprime semplicemente timidezza o indifferenza,

ma una discrezione che indica soggezione nei suoi confronti, affermazione di valori religiosi e

tradizionali). Vi sono inoltre anche altre forme di comunicazione e diffusione di vari aspetti della

cultura (valori estetici, religiosi, morali) come le immagini (nella pittura, nella scultura, nel cinema)

o i movimenti ritmici della danza. Dunque non solo in base al tono della voce, ma anche delle

espressioni della faccia e delle mani si può lasciare trasparire qualcosa di completamente diverso da

quello che si vuole dire (es. Ristorante), e a volte quello che si lascia trasparire e più importante di

quello che viene detto verbalmente, con le parole.

3. Pur essendo universale, il linguaggio varia in funzione della struttura sociale e della cultura

in una determinata società. Chomsky, americano di origine polacca, è un grande linguista

che sostiene che esiste una grammatica universale, comune a tutte le lingue, costituita da

regole che collegano tra loro un numero limitato di fonemi da cui si sviluppano le

grammatiche delle lingue specifiche.

In anni recenti si è sviluppata una disciplina, la sociolinguistica, interessata ad analizzare la

variabilità o variazione della lingua, a mettere in luce cioè gli aspetti contestuali e le funzioni

comunicative del linguaggio, i modi in cui il linguaggio viene concretamente utilizzato entro

comunità e situazioni di interazione specifiche. È stato dimostrato che il linguaggio varia in

funzione della struttura sociale all'interno di una data società, varia a seconda dei diversi contesti

comunicativi e, questa variabilità, è anche connessa in maniera rilevante alla cultura. Tra

linguaggio e cultura esiste un rapporto di interazione. La lingua è dunque un mezzo che

direttamente esprime valori positivi, legati al prestigio e al potere sociale, o negativi, legati alla

marginalità o inferiorità sociale (funzione di identificazione collettiva). Parlare nella lingua standard

di una società, quella che si impara a scuola e si usa per scrivere, è, ad esempio, considerato un

elemento importante di prestigio e di reputazione sociale e, come tale, è valorizzato; al contrario

esprimersi in forme linguistiche non standard (ad es.: l'uso del dialetto) è stigmatizzato, comporta

cioè una valutazione negativa, in quanto riconosciuto proprio di strati sociali inferiori, non istruiti o

marginali. La lingua è un mezzo diretto per esprimere la propria identità (i giovani tra di loro

utilizzano un linguaggio particolare, gli anziani spesso usano ancora il dialetto).

4. Il linguaggio può denotare un concetto, cioè etichettarlo in maniera univoca, e può

connotarlo, vale a dire riferirsi alle sue associazioni implicite e significati ulteriori oltre ciò

che direttamente indica. Ci sono connotazioni diverse dettate dalla situazione, anche se ci

rivolgiamo alla stessa persona (ad Es.: Se io conosco una persona che come professione fa il

giudice, quando lo incontro al bar o al ristorante lo saluterò dandogli del “tu”; in un aula di

tribunale anche se il giudice è un mio conoscente dovrò dargli del “lei” come segno di

rispetto, altrimenti causerei una grave offesa al pubblico ufficiale).

1.2. La comunicazione interpersonale

Questo tipo di comunicazione avviene quotidianamente quando due o più persone interagiscono in

situazioni di compresenza, o faccia a faccia. È attraverso la conversazione (il linguaggio verbale e

non) che i diversi elementi della cultura di un gruppo vengono trasmessi e continuamente

trasformati. La conversazione non è un mera informazione, ma un vero riconoscimento reciproco.

Si è soliti distinguere i diversi elementi della comunicazione, o meglio di un singolo atto

comunicativo, tra l'emittente, ossia chi produce il messaggio, il ricevente, cioè il pubblico

destinatario (dal singolo utente a un gruppo più ampio) che riceve il messaggio, il codice che è il

sistema di riferimento attraverso cui il messaggio è prodotto, il messaggio che è il contenuto

informativo trasmesso secondo le regole del codice, il canale ossia il mezzo che consente la

trasmissione del messaggio e, infine, il contesto in cui il messaggio è inserito e a cui si riferisce. Un

termine può connotare o denotare qualcosa: la parola “cavallo” denota un gruppo definito di

mammiferi erbivori, che appartiene alla famiglia degli equini.

L'esigenza di studiare le forme comunicative tra persone di universi culturali distinti, che non

condividono, se non in parte, credenze, valori, simboli, ha dato vita, a un campo di ricerca

interdisciplinare, la comunicazione interculturale. Questa si occupa di studiare le incomprensioni, i

pregiudizi e gli stereotipi che si creano in questo tipo di rapporti e le strategie per superarli e


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze della comunicazione
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2014-2015

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher alessandro.lora-1993 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Istituzioni di sociologia e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Sciolla Loredana.

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