EsegEsi delle fonti del diritto
Per esegesi si intende il processo di interpretazione del senso profondo di un testo, che può essere letterario o giuridico. Il procedimento in alcuni casi si arresta al chiarimento letterale del dettato, talvolta, invece, conduce ad approfondimenti che permettono di comprendere il significato più recondito del testo. Coinvolge una pluralità di conoscenze dell'interprete: quelle relative all'argomento e alla materia trattata e ai dati ad essi correlati.
Lo studio esegetico oggi è inteso come un procedimento di conoscenza, ma nel mondo romano per lungo periodo fu di creazione: il giurista, già nell’età arcaica, operava un procedimento esegetico del dato di base creando un responsum che si basava sull'autorità del giurista e derivava dal confronto di una massa di dati precedentemente sedimentati (vd. interpretazione aristocratica pontificale sui mores e sul testo delle XII Tavole). Con il passaggio dall'oralità alla scrittura e la prima creazione di concetti giuridici astratti, il procedimento esegetico si arricchisce di nuove tecniche ed opera sul dato scritto. Frutto dell'attività esegetica fu la creazione di nuovi principi giuridici che si adattano alle esigenze della mutevole società romana.
Da Augusto in poi vi fu un declino della produzione esegetica giurisprudenziale dello ius e ad essa si sostituì la creazione del diritto mediante costituzioni imperiali che acquistarono la natura di leges generales. Nemmeno la consuetudine resse all'impatto del potere imperiale. Dunque, a partire da questo momento, si ha una produzione imperiale delle regole giuridiche legittimate dalla forza del potere politico. Dopo diversi secoli si riscontra un’interpretazione giurisprudenziale creativa del diritto che viene applicata direttamente sulle fonti giuridiche romane, ad opera di Irnerio (che interpreta a Bologna i testi del Corpus Iuris giustinianeo, inserendovi le glosse), dei Glossatori, dei Commentatori, dei Culti, dei Giusnaturalisti e della Scuola storica tedesca. Con il passare del tempo si giunge allo studio storico-critico e l'esegesi perde nuovamente la sua funzione creativa. Ha assunto un contenuto descrittivo dei diversi reperti a noi giunti: ne viene studiata natura, origine, provenienza territoriale e scrittura.
Fonti di cognizione del diritto romano
Lo studio del diritto romano si occupa del sistema giuridico di Roma dal 754 a.C. (fondazione) al 565 d.C. (morte di Giustiniano I). L'analisi storica di questo periodo prese avvio con l'entrata in vigore del codice civile dell'impero tedesco. Con esso, infatti, venne meno l'applicazione del diritto comune, formatosi su base romanistica nel Medio Evo. Il diritto romano, formatosi nell'arco di quattordici secoli, è mutato a seconda delle situazioni economiche, politiche, sociali e culturali di Roma, poi del Lazio, dell'Italia e dell'impero conquistato successivamente. È giunto fino a noi attraverso diversi e molteplici canali, spesso in modo frammentario ed incompleto; i veicoli di conoscenza delle norme antiche sono chiamati fonti di cognizione del diritto romano.
In senso ampio per fonte di cognizione si intende tutto ciò che porta alla nostra conoscenza, direttamente o indirettamente, dati e notizie sui principi giuridici in vigore nell'arco di tempo considerato. In senso stretto sono tutti i materiali ed i documenti propri dell'età romana che ci permettono di ricostruirne l'ordinamento giuridico di Roma.
Classificazione di Guarino
Si può distinguere fra fonti di cognizione in senso tecnico e a carattere atecnico. Le prime sono quelle in cui il dato fornito ci offre la certezza, o quantomeno una plausibile convinzione, che faccia parte del sistema giuridico romano. Siamo di fronte al secondo tipo, invece, quando analizziamo strumenti di conoscenza che fanno parte di altri ambiti di espressione delle civiltà romana, ma presentano riferimenti all'ordinamento giuridico.
Sono primarie le fonti di cognizione che riproducono fedelmente i principi giuridici romani, permettendoci di conoscere direttamente norme, atti o provvedimenti giuridici. Sono dette derivate o secondarie le fonti che trasmettono una qualche rielaborazione, esterna all'ordinamento, di dati attinenti al diritto (in tal caso l'interprete dovrà ricostruire il dato giuridico attraverso un procedimento induttivo). Varie possono essere le combinazioni di queste caratteristiche, potendo pervenirci fonti primarie in senso tecnico (ad es. una pergamena con scritto un atto giuridico) o primarie in senso atecnico (una moneta su cui è incisa una notizia rilevante per il diritto) o ancora secondarie in senso tecnico (scritti dei giuristi) o secondarie in senso atecnico (il commento di un erudito su una determinata norma).
Classificazione formale delle fonti
Altra classificazione è effettuabile in merito al carattere formale della fonte, che può essere giuridica se proviene da un atto giuridico o dallo scritto di un giurista, fonte letteraria se proviene dallo scritto di un erudito non giurista, ma contiene nozioni di rilievo sull'ordinamento, fonte epigrafica se proviene da un’epigrafe, fonte papirologica se proviene da papiri, pergamene, tavolette o ostraka.
Ulteriori classificazioni riguardo alla natura delle fonti sono state articolate in due fasi: una prima classificazione (Riccobono, Bavieri, Ferrini, Furlani e Arangio-Ruiz) distingue fra leges, intese come fonti autoritative; auctores, intese come opere di giurisprudenza; negotia, ovvero i documenti di prassi negoziale e commerciale, giunti a noi per mezzo di epigrafi, papiri e tavolette. Nella seconda fase (Martini), alle fonti autoritative (comprendenti tutti gli atti normativi in senso ampio) e giurisprudenziali (il diritto che ci perviene dall’elaborazione giurisprudenziale) è stata affiancata la categoria delle fonti documentali, come residuale insieme di altre manifestazioni del diritto. Cronologicamente, invece, le fonti possono essere distinte in arcaiche, preclassiche, classiche, post-classiche, giustinianee e bizantine.
Materiali scrittorei
Diversi possono essere i materiali scrittorei che ci trasmettono le informazioni:
- Il legno è un materiale diffuso in epoca più antica (le XII Tavole del 450-451 a.C.). Veniva utilizzato per produrre tavolette cerate, su cui si incideva la scrittura, che legate fra loro formavano un codex. Le tavolette venivano utilizzate ad esempio in caso di matrimonio (tabulae nuptiales) e per fare il testamento (tabulae testamenti).
- La pietra per la sua durezza ed ingombro veniva usata per la riproduzione di documenti pubblici che necessitavano di essere visibili e duraturi (un esempio è la stele arcaica del foro romano: cippus antiquissimus). Il testo poteva essere inciso e colorato successivamente. Il marmo, fra le pietre più preziose e lucide, veniva usato per iscrizioni monumentali o funerarie e consacrazioni alle divinità (un esempio sono i Fasti Capitolini).
- Il piombo era usato per registrare documenti pubblici su rotoli o lamine. Tale materiale veniva anche utilizzato per i testi di maledizione o contenenti formule o riti magici.
- Il bronzo subentrò alla pietra, ma non c’è certezza del periodo. Sul bronzo venivano incisi leggi, senatoconsulti, costituzioni imperiali, trattati internazionali.
- I metalli preziosi come l’oro e l’argento erano usati per realizzare monete, spille o monili che recavano spesso iscrizioni.
- L’avorio era utilizzato da parte dei neomagistrati per comunicare la magistratura ottenuta o l’assunzione della carica ai senatori. Questa pratica venne meno con Teodosio il Grande che la vietò, fatta eccezione per i soli consoli ordinari. L’avorio veniva utilizzato anche per riprodurre senatoconsulti.
Tra i materiali importati dal altri paesi rilevano:
- La terracotta e l’argilla, in uso presso Assiri, Babilonesi e Caldei. La terracotta era utilizzata per le lucerne funerarie poste all'interno dei sepolcri e contenenti iscrizioni di contenuto religioso e funerario. Rilevanti per la ricostruzione dell'ordinamento giuridico sono gli ostraka, reperti di terracotta utilizzati come materiale scrittorio per trasmettere comunicazioni brevi. Gli ostraka provenienti da Atene contengono le liste di cittadini ostracizzati, quelli egiziani contengono ricevute di pagamento di tasse e dazi. Inoltre, sulla terracotta (su giare e anfore) venivano impressi i bolli doliari che contenevano l'indicazione del produttore, del prodotto e del trasporto.
- Il lino, proveniente dalla Cina e in uso fin da epoca risalente (vd. libri lintei pontificali conservati nel tempio di Giunone).
- Il papiro, proveniente dall’Egitto, è un materiale molto utilizzato a partire dal II sec a.C., anche se le prime scritture su papiro risalgono al I sec d.C. I fogli di papiro venivano incollati tra di loro ed arrotolati attorno ad un bastoncino (cd. l’umbilicus) in modo da formare un rotolo (cd. volumen). La scrittura veniva apposta mediante il calamus (successivamente con penne di uccello) ed era disposta su colonne verticali, normalmente su un solo lato del papiro (quello che presentava le fibre poste in senso orizzontale). Tuttavia, vi sono testimonianze di papiri scritti su entrambi i lati (cd. opistografi).
- La pergamena fu inventata dal re Eumene di Pergamo (secondo il racconto di Plinio) quando fu vietata dal re Tolomeo Epifane l’esportazione del papiro a Pergamo dall’Egitto, per evitare al sovrano di costruire una biblioteca che potesse eguagliare quella di Alessandria. Il papiro venne sostituito dalla pergamena a partire dal III sec d.C. Questa era ricavata dal pellame di animale, che veniva fatto macerare nella calce, raschiato e fatto seccare. La scrittura poteva essere apposta su entrambi i lati. Unendo più fascicoli di pergamena mediante cuciture e rilegature si otteneva il codex. La pergamena venne meno solo dopo l’introduzione della carta ad opera degli arabi tra l’VIII ed il X sec d.C. In epoca medioevale le antiche pergamene vennero cancellate e riutilizzate per accogliere nuove opere, i codices rescripti o palinsesti, che potevano far emergere le antiche scritture permettendo il recupero di opere dell’antichità che, altrimenti, sarebbero andate perse.
Tipi di scrittura
Ovviamente oltre ai materiali, si susseguirono in epoche diverse, differenti tipi di scrittura. La più antica forma di scrittura è quella capitale che presenta lettere maiuscole, con il testo sviluppato in verticale, compreso dentro due linee parallele, e con rigide forme geometriche. Le lettere scritte in questo modo erano poste all'inizio del periodo come iniziale, per dare risalto al capoverso. La denominazione “capitale” risale al Medioevo.
Tale tipo di scrittura, nella forma più arcaica (capitale quadrata) era prevalentemente utilizzata per redigere epigrafi ed era caratterizzata da lettere con andamento quadrangolare, chiaroscurate e tali da conferire solennità ed eleganza all'insieme. Successivamente per gli atti quotidiani e per gli atti giuridici venne ad affermarsi la scrittura capitale rustica o attuaria (I sec d.C.), meno rigida nelle forme, caratterizzata da un andamento meno geometrico e verticale. Quest’ultima veniva utilizzata su papiri, pergamene e sulle tavolette cerate.
Vi sono poi la capitale elegante (III-IV d.C.), che deriva dalla capitale quadrata, caratterizzata da lettere di pari altezza e larghezza e dai tratti terminali delle aste che si presentano in posizione verticale, e la capitale onciale che è più tondeggiante (IV-VIII sec d.C.) ed occupa nel rigo uno spazio maggiore rispetto a quello necessario per la redazione delle capitali.
Vi sono anche caratteri corsivi che presentano unione fra le lettere e le parole. Si tratta della capitale corsiva (presenta tratti disuguali e lettere che tendono a collegarsi le une alle altre) e della minuscola corsiva (caratterizzata da un andamento esteso e tratti di unione tra le parole. Si tratta di una scrittura svelta, irregolare e poco curata). Vi è inoltre la scrittura semionciale che è una forma di scrittura libera a metà tra la capitale onciale e la minuscola corsiva. Si presenta più curata nella grafia rispetto alla minuscola corsiva.
Scienze complementari
Per lo studio delle fonti romane, molte sono le scienze complementari che forniscono ausilio. Abbiamo la paleografia, scienza che si occupa di studiare le antiche pratiche di scritture, leggerle, codificarle e spiegarle senza fare riferimento al contenuto del testo analizzato. La diplomatica necessita di comprendere e valutare l'autenticità di documenti esistenti. La codicologia è disciplina recente che studia il libro manoscritto, il codex.
L'epigrafia si occupa dello studio delle epigrafi e delle iscrizioni scolpite, incise, graffite, dipinte o raffigurate, purché su materiali durevoli, che costituiscono il cosiddetto archivio di pietra. Lo studio delle iscrizioni riguarda sia quelle in lingua latina sia quelle in lingua greca, etrusca, celtica, osca, copta. Ne è una branca l'epigrafia giuridica, che ha ad oggetto lo studio delle epigrafi e delle iscrizioni dal contenuto giuridico ed offrono un contributo allo studio del diritto romano, costituendo fonti primarie in senso tecnico.
La scrittura epigrafica è di regola la capitale quadrate epigrafica lapidaria o monumentale. Le iscrizioni solitamente sono incise da sinistra a destra, anche se ve ne sono pure scritte da destra a sinistra, ed alcune in cui ad una linea scritta da sinistra a destra segue la successiva scritta da destra a sinistra (iscrizioni bustrofediche). La tecnica epigrafica è improntata alla brevità e sono frequenti le abbreviazioni eseguite secondo un sistema convenzionale uniforme che oggi crea problemi di interpretazione.
Vari segni sono stati scelti e sono stati codificati nel “sistema di Leida” per indicare le parti mancanti delle iscrizioni epigrafiche al momento della trascrizione ed interpretazione. Le lacune sono indicate con un numero variabile di punti fra parentesi quadra [...], mentre nel caso di lettere mancanti si utilizzano dei trattini in parentesi quadra [---], le parentesi tonde contengono lo sviluppo delle abbreviazioni. Le parentesi graffe contengono le parole ritenute erroneamente inserite dall'incisore, le integrazioni dell'interprete effettuate per correggere omissioni che si ritiene essere dovute dall'incisore vanno fra parentesi da uncino <abc>, la linea verticale indica la fine di un rigo mentre la doppia linea verticale separa gli eventuali versi contenuti nel testo.
Le epigrafi possono distinguersi in titoli o resti e acta o documenti. I primi sono tutte le iscrizioni che presentano una correlazione con il monumento su cui sono state scritte, mentre i secondi sono quelle iscrizioni volte alla divulgazione di determinate notizie di interesse pubblico o collettivo.
Il materiale documentale epigrafico è stato oggetto di grandi raccolte. La principale è il Corpus Inscriptionum Latinarum, che consta di 17 volumi. Le iscrizioni di regola sono ripartite nei volumi sulla base del criterio geografico, fatta eccezione per il primo, che contiene le iscrizioni più antiche che giungono fino al 44 a.C., nonché i calendari ed i fasti, il quindicesimo, che contiene le iscrizioni pertinenti l'instrumentum domesticum della città di Roma, il sedicesimo, che contiene diplomi militari, il diciassettesimo, che contiene pietre miliari di alcune province, il diciottesimo, che è dedicato ai carmina epigraphica latina.
Ulteriori raccolte: Inscriptiones Italiae; Inscriptiones Latinae Selectae; Supplementa Italica; Inscriptiones Latinae liberae reipublicae; Corpus Inscriptionum Grecarum; Corpus Inscriptionum Atticarum; Inscriptiones Graecae. Vanno inoltre menzionati la rassegna della letteratura epigrafica avviata dall'Arangio-Ruiz, il dizionario epigrafico di antichità romane e le riviste scientifiche di settore.
Papirologia
La papirologia in senso stretto è la scienza che ha ad oggetto lo studio dei testi conservati su carta di papiro, ma in senso più ampio e per finalità pratiche, comprende anche lo studio su materiali deperibili come pergamene, tavolette lignee o cerate e simili. Anche qui abbiamo una branca chiamata papirologia giuridica che si occupa di reperti contenenti informazioni utili alla ricostruzione del diritto antico. La maggior parte dei documenti studiati dalla papirologia e a noi giunti provengono dall'Egitto, le cui condizioni climatiche hanno permesso la loro conservazione per lungo tempo. Altri giungono dall'Italia, dalla Siria, dalla Grecia e dalla Palestina.
I papiri ci offrono notevoli informazioni sia sul diritto privato che sul diritto pubblico. In particolare per quanto riguarda il diritto privato essi testimoniano l'applicazione del diritto romano nelle province imperiali ed i rapporti tra il diritto romano stesso ed i diritti locali. In occasione del passaggio dal papiro alla pergamena furono operate delle alterazioni dei testi conseguenti in parte all'attività dell'amanuense e, talvolta, per esplicita volontà riformatrice. La pergamena veniva spesso riutilizzata mediante una copertura della scriptura prior e la riscrittura del rotolo con un'altra opera.
Questa pratica ci ha permesso di venire a conoscenza di opere classiche che, copiate su materiale pergamenaceo e non ritenute di gran rilievo nel Medioevo, venivano coperte e riscritte con altre opere operando un'attività conservatrice di grande rilievo. Tuttavia, l'attività di recupero della scriptura prior ha talvolta determinato danni irreparabili allo scritto originale. Vi sono stati anche numerosi ritrovamenti di ostraka. La lingua usata nelle fonti papiracee è in assoluta maggioranza quella greca ma sono a noi giunti papiri scritti in geroglifico, ieratico, demotico, latino, fenicio, ebraico, siriaco, armanico, arabo, persiano, copto ecc.
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