I CERCHI DI DIFFUSIONE DELLA RI
Con il termine Rivoluzione Industriale non dobbiamo intendere un’innovazione, bensì l’adozione
vincente della tecnologia britannica in altri paesi. Nonostante gli evidenti vantaggi della
produzione industriale, la sua diffusione fu lenta e irregolare, questo perché l’applicazione dei
processi meccanici doveva risultare competitiva rispetto ai precedenti metodi o all’importazione
e può essere problematico a causa di:
- l’esistenza di manodopera a basso costo e capitale nero, ma anche per la
- difficoltà di ottenimento delle materie prime, di macchinari o difficoltà nel trasporto, ma
soprattutto per la
- mancanza di domanda
- problema di conoscenze e tecnologia di base: infatti oltre a macchinari avanzati (e quindi
a capitale monetario sufficiente a coprire tali spese) era necessario qualcuno in grado di
farle funzionare, ovvero artigiani preparati (capitale umano), oltre a valori simili a quelli
britannici.
Paesi come il Belgio, la Germania, la Svizzera e gli USA, più vicini alla GB sia geograficamente
che in termini economici e culturali, determinarono il PRIMO CERCHIO DI DIFFUSIONE, dove
l’industrializzazione comincia e si consolida a partire dal 1830; tra essi sussistono in ogni caso
differenze e lo sviluppo fu irregolare.
CARATTERISTICHE COMUNI:
- imitazione rapida dei processi della R.I e delle innovazioni britanniche
- crescita che tra 1820-1913 porta a triplicare il PIL pro capite
- in un primo momento la crescita si basa sulla rapida costruzione della rete ferroviaria, sul
settore tessile e sulla produzione di ferro, acciaio e macchinari. Nella fase successiva
poggia sulla rapida adozione delle innovazioni della seconda rivoluzione tecnologica.
Tali caratteristiche comuni non possono nascondere le DIFFERENZE:
- struttura industriale
- dimensione: inizialmente i paesi più piccoli sono facilitati rispetto a quelli più grandi per
un minor costo dei trasporti, circolazione di tecnologia e di manodopera facilitata
nonché una minore disomogeneità nella cultura e nei cambiamenti
- evoluzione di ciascun paese
In generale, perché lo sviluppo sul continente europeo è lenta?
- importare tecnologia inglese non è semplice
- la popolazione è dispersa, la manodopera rurale abbondante e a buon mercato, esistono piccole unità
produttive e non sempre il sistema di fabbrica risulta conveniente
- i costi di trasporto erano elevati, esistevano confini politici e barriere daziarie
- la dotazione di materiali tradizionali era abbondante
- la distribuzione del reddito era diseguale
- svantaggi dei produttori continentali verso i mercati esteri (leggi di navigazione)
- capitali poco propensi all’investimento industriale
- inibizioni e restrizioni all’imprenditorialità (corporazioni governative)
L’industrializzazione poi si sviluppa anche in altri paesi, definiti ritardatari, a partire dal 1870,
facendo apparire un SECONDO CERCHIO DI DIFFUSIONE: è il caso del resto d’Europa,
Giappone (che raggiungerà lo sviluppo industriale più rapidamente tra questi), Russia che
consolidano la prima RI quando quelli del primo cerchio cominciano la seconda Rivoluzione
Tecnologica. Poi questo cerchio si espande in Asia e in America Latina senza però che il settore
industriale sia predominante fino a date molto recenti.
E' bene specificare come tale processo fu irregolare all'interno degli stessi paesi, dando luogo
ad un’industrializzazione regionale, ovvero solo alcune zone in ciascun paese adottarono i
1
processi industriali e i vantaggi comparati son0o diversi per ciascun processo industriale. Tale
discorso è applicabile anche ai settori: ovvero la crescita riguardò solo certi settori produttivi.
CARATTERISTICHE COMUNI:
- conobbero le innovazioni, ma l’introduzione di macchine e processi industriali fu poco
intensa o addirittura si frantumò
- nel 1870 tutti questi paesi avevano avviato i processi d'industrializzazione e disponevano
di una rete ferroviaria abbastanza estesa ma continuavano ad essere economie
fondamentalmente agrarie, con debole capacità di crescita. Non avvenne il successo
industriale prima del 1870 per via del mantenimento di sistemi sociali tradizionali, con un
forte peso dei proprietari terrieri
distinzione tra paesi che non si erano industrializzati per difetto delle materie prime
→
fondamentali per la RI (ferro e carbone) i quali riuscirono ad industrializzarsi prima della I G.M. e
quelli che non lo avevano fatto per mancanza di mercato, che dovettero restare ancora per
molto tempo con un settore industriale arretrato.
Quasi tutti questi paesi hanno cercato di fondare il proprio sviluppo sulla divisione
internazionale del lavoro, promuovendo una crescita complementare, piuttosto che
concorrente, a quella dei paesi industrializzati. L’idea era che:
PAESI 1° CERCHIO generavano domanda di prodotti agricoli e minerari, rivolta verso PAESI
→
NON INDUSTRIALIZZATI, che ottengono mezzi finanziari necessari per investire sul
miglioramento delle infrastrutture, garantendo inoltre l’importazione dei prodotti sempre meno
costosi.
Questo modello di crescita fu adottato da due gruppi di paesi:
1. quelli del centronord dell’Europa, prossimi ai grandi mercati generatori di domanda e capaci
di offrire prodotti primari con poca concorrenza internazionale (=crescita industriale alternativa);
2. quelli nel Mediterraneo e nell’Europa dell’est, dove le classi dominanti basavano la loro
ricchezza sulla proprietà della terra, attraverso la rendita agraria o la vendita di prodotti primari
all’estero, alcuni vi aggiungevano importanti risorse minerarie. Fino al 1860 furono i paesi del
secondo gruppo che ne ottennero maggiori vantaggi, data in cui questo modello alternativo di
cominciò ad essere messo in discussione per 3 motivi:
crescita
1. la variazione nelle ragioni di scambio, che coincide sempre più con i prodotti industriali
2. la crescita demografica, che risultava difficile da assorbire per le economie basate sul
settore primario
3. l’arrivo dei cereali d’oltremare, a prezzi senza concorrenza, fece svanire il miraggio della
crescita mediante la divisione internazionale del lavoro
L’abbandono definitivo delle politiche incentrate sulla divisione internazionale del lavoro si
verificò durante la depressione seguita alla crisi economica degli anni ‘70 (vedi cap. 10 e 11).
Arrivare in ritardo può essere buono, a condizione di essere preparati,
ma essere preparati non è facile - Landes
Nell’Europa del 1870 l’Olanda e i Paesi Scandinavi non avevano potuto partecipare alla prima RI
per la mancanza di carbone e ferro; a partire dal 1870 questi paesi si industrializzarono
rapidamente grazie a:
- esportazione materie prime con una domanda crescente nei mercati internazionali
- specializzazione nella lavorazione industriale di materie prime, che prima si esportavano
grezze
- l’apertura al mercato mondiale
- la vicinanza a mercati con una forte domanda
- l’incremento e il miglioramento del trasporto
- la disponibilità di capitale straniero
- nuove fonti di energia (elettricità) 2
Infine risultarono di fondamentale importanza per paesi arretrati, basati su economie tradizionali
e senza tradizione industriale, le decisioni governative in ambito di adozione di politiche
economiche liberoscambiste (=accettazione divisione internazionale del lavoro) e l’impulso
dello Stato all’industrializzazione (es. Russia e Giappone).
3
- capitolo 6 -
L’EMERGERE DELL’ECONOMIA
INTERNAZIONALE
L’integrazione dei mercati dei prodotti e dei fattori della produzione
La RI significò cambiamenti importanti nella disponibilità di prodotti e di fattori della
produzione, fino al punto di sconvolgere l’insieme dell’economia, soprattutto una volta
completata da quella dei trasporti. A differenza delle economie preindustriali (di sussistenza)
nelle quali il commercio era secondario e che limitavano i propri scambi al mercato interno,
quelle industriali producono per vendere, il che le rende dipendenti dal mercato interno quanto
da quello esterno, dipendenti dal commercio. ECONOMIA INDUSTRIALE AVANZATA = +
DIPENDENZA DAL COMMERCIO ESTERO
Una volta superato quindi l’ostacolo della carenza di trasporto, aumentarono gli interscambi, le
relazioni commerciali coprirono sempre più paesi/prodotti e si iniziò addirittura a parlare della
comparsa di un’economia internazionale, nel senso che i paesi dipendevano sempre più dagli
scambi con l’estero. L’integrazione dei mercati dei fattori della produzione si sviluppò con la
loro esportazione dai luoghi in cui erano relativamente abbondanti verso quelli in cui erano
scarsi. Poiché la terra non si può muovere, lavoro e capitale (abbondanti in Europa) si
spostarono nei paesi in cui tali fattori erano scarsi ma la terra era abbondante. L’occupazione di
terra negli altri continenti permise che gli europei disposero di 6 volte più suolo coltivabile pro
capite.
La grande emigrazione europea rappresenta il più grande movimento di popolazione di tutta la
storia dell’umanità e altrettanto grande era la quantità di capitale che i paesi industrializzati
investivano all’estero. In sintesi l'integrazione dei mercati rappresenta l’estensione del
capitalismo a livello mondiale e il dominio del mondo da parte dei paesi capitalistici (Europa).
Il risultato fu la formazione di un’economia internazionale incentrata sull’Europa ed a beneficio
dell’Europa, principalmente per tre ragioni:
- il maggiore valore aggiunto dei beni industriali
- la liquidazione delle manifatture tradizionali
- l’incremento della dipendenza del resto del mondo dai paesi industrializzati.
Durante il 19° secolo, il commercio internazionale è cresciuto con un saggio del 4%, contro
l’aumento del PIL del 2,5%. L’incremento del commercio è al tempo stesso conseguenza (perché
lo sviluppo provoca la specializzazione e perché in un’economia specializzata c’è bisogno di
maggiore scambio di prodotti con gli altri) e fattore dello sviluppo tecnico ed economico
(perché la crescita degli scambi consente una migliore allocazione di risorse e una maggiore
efficienza, raggiunta attraverso la specializzazione, che provoca l’espansione del commercio, che
rende possibile una maggiore specializzazione) che rappresenta la RI e la sua diffusione.
Conseguenza perché lo sviluppo provoca la specializzazione ma anche perché in una economia specializzata ogni
settore/paese ha bisogno di scambiare più cose con gli altri. Per effetto della specializzazione uno strato consistente
della popolazione dispone di una maggiore disponibilità acquisitiva, grazie alla combinazione di redditi e
↑ ↓prezzi,
permette loro di accedere al consumo di prodotti prima impensabili.
Fattore perché la crescita degli scambi consente una migliore allocazione delle risorse e maggiore efficienza ottenuta
attraverso specializzazione e diffusione della tecnologia industriale; a sua volta la domanda permette
specializzazione, generando un circolo virtuoso di crescita: specializzazione espansione commercio maggiore
→ →
specializzazione.
Per tutto questo il commercio diventa anche un mezzo di trasmissione della crescita economica
dei paesi sviluppati al resto del mondo.
Per comprendere questi processi va tenuto presente che il commercio si basa sulla mancanza di
un bene o sulla possibilità di ottenerlo a prezzi più bassi di quelli risultanti dal produrli
4
personalmente o dall’ottenerli nel mercato locale. La differenza di prezzo dipende dai costi
relativi dei fattori di produzione e dai costi di trasporto. Inoltre:
- il paese più avanzato tende a specializzarsi nei prodotti più remunerativi
- + produzione - costi, rendendo più difficili la concorrenza, l’entrata e la permanenza di
→
altri produttori nel mercato, in quanto quel paese gode di economie di scala che questi
ultimi non hanno
- gli altri paesi possono avere vantaggi in quei prodotti secondari che ciascuno di essi è
capace di vendere a prezzi migliori le economie di scala fanno si che un piccolo
→
vantaggio iniziale si ampli, per mezzo dell’allargamento dei mercati e della maggiore
specializzazione
- va comunque tenuto presente che i processi tecnici variano continuamente, per cui il
predominio in un determinato prodotto finisce quando un altro paese adotta un
procedimento che permette di ottenerlo e venderlo a prezzi più bassi.
CARATTERISTICHE DEL COMMERCIO INTERNAZIONALE: le principali caratteristiche del
commercio internazionale dal 1815 al 1913 sono:
1. Crescita molto grande; l’aumento del commercio fu di gran lunga superiore sia
all’incremento della popolazione che a quello della produzione
2. Crescita molto disuguale, sia dei paesi sia dei prodotti
3. Predominio europeo, in termini di volumi commercializzati e profitti ottenuti
4. maggiore separazione tra le aree offerenti prodotti primari e quelle offerenti prodotti
industriali + divisione internazionale del lavoro
→
L’incremento del commercio era dovuto all’impulso dei paesi più avanzati, le cui economie
producevano per vendere; essi (quelli europei) apportavano mezzi di trasporto, organizzazione
commerciale e finanziaria, richiedendo materie prime e alimenti per sostenere la propria
produzione. I prodotti che cambiarono le strutture commerciali mondiali furono quelli connessi
con l’industrializzazione: in un primo momento, il cotone, il carbone, i macchinari e i minerali;
più tardi si aggiunsero gli alimenti e altri prodotti industriali: carne, cereali, zucchero, caffè,
olio....
Dato che la produzione per la vendita e la divisione internazionale del lavoro cominciarono con
le economie europee, fu normale che la maggior parte del commercio fosse intraeuropeo: alla
metà dell’800, L’Europa aveva 1⁄4 della popolazione mondiale ma contribuiva con un 70% al
commercio totale (UK caso più estremo: 2% popolazione corrispondeva al 20% del commercio
mondiale).
La domanda da parte dei paesi europei era l’incentivo per la produzione e la
commercializzazione dei beni al di fuori dell’Europa sia direttamente (produzione dei nativi) che
indirettamente (stanziamenti per la produzione).
La dipendenza degli altri paesi dalla domanda del vecchio continente pertanto andava
crescendo. La produzione industriale ebbe infatti un forte impatto sul resto del mondo,
generando un processo di retroazione: il desiderio di accedere ai prodotti industriali spingeva
le economie arretrate a privilegiare la produzione di beni domandati dai paesi industrializzati.
Se il desiderio di prodotti industriali non era sufficiente, i paesi industrializzati agivano
occupando il territorio e organizzando produzione e commercio (colonie).
L’intensificazione della capacità produttiva fu un fattore di crescita, ma a lungo andare poteva essere una crescita che
impoveriva (se il paese si specializzava in un prodotto con un valore aggiunto, un vantaggio comparato e una
Dal momento che l’economia si era specializzata in uno o in pochi prodotti, la
domanda ridotti).
risposta abituale era tentare di attenuare la flessione dei prezzi con un aumento delle vendite,
cosa che provocava solo una maggiore caduta dei prezzi: è il circolo vizioso dell’economia
internazionale. 5
Il predominio commerciale britannico, molto evidente fino al 1870, a partire da questo
momento cominciò a ridimensionarsi per la comparsa di tre importanti concorrenti: la Germania
nell’ambito europeo, gli stati uniti d’America e il Giappone.
EVOLUZIONE DEL COMMERCIO E POLITICHE COMMERCIALI
Il commercio aumentò, favorendo tutti coloro che vi presero parte, ma la crescita fu diseguale e
asimmetrica sia a seconda dei prodotti, delle zone e dei momenti. L’asimmetria poi è ancora più
evidente tra i paesi partecipanti: la concorrenza dei prodotti stranieri può rovinare la produzione
interna e creare difficoltà attraverso il deficit della bilancia commerciale.
Le politiche governative oscillano tra:
- Utilizzo dei benefici della libertà di commercio (liberoscambismo)
- tentativi di preservare la produzione domestica rendendo più costosa l’entrata di
prodotti stranieri (protezionismo)
La combinazione dell’evoluzione della produzione e delle politiche economiche adottate dai
diversi governi consente di distinguere 4 grandi tappe nella crescita commerciale del 19°
secolo:
1. Prima fase (1815-1847)
- espansione commerciale moderata
- politiche economiche protezionistiche e persino proibizionistiche e in linea con la
tradizione mercantilistica dei secoli precedenti
- la crescita si ricollega al superamento del lungo periodo bellico e quindi ad un aumento
della popolazione, alla diffusione dei prodotti/macchinari della R.I. e ai miglioramenti nei
trasporti
2. Seconda fase (1847-1868)
- accelerazione delle crescita commerciale (tassi del 5% annui), per via della domanda di
materie prime industriali e dell’offerta di manufatti, alla costruzione di linee ferroviarie →
+ domanda e - costi di trasporto, alla divisione internazionale del lavoro, all’aumento
della disponibilità di moneta
- la spinta commerciale venne rafforzata dall’adozione del liberoscambismo in GB (con il
trattato Cobden-Chevalier con la Francia) e dalla sua diffusione in altri paesi (a partire
dalla crescita complementare all'industrializzazione): il liberoscambismo fu un traguardo
difficile perché:
a) trovava resistenza da parte dei gruppi favoriti dal protezionismo (es. proprietari
terrieri in GB)
b) i diritti di dogana costituivano una parte importante delle entrate statali; fu quindi
necessario l’introduzione di imposte sostitutive, come l’imposta sul reddito in GB.
Nella diffusione del liberoscambismo fu importante
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