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Innovazione e crescita

Appunti tratti dal corso di "Innovazione e crescita" basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Antonelli dell’università degli Studi di Torino - Unito, Facolà di Economia, Corso di laurea in economia e statistica per le organizzazioni. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Innovazione e crescita docente Prof. C. Antonelli

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proviene l’organizzazione divisionale.

Mix di input: Come quello dei tessuti che è fatto in modo da rendere più elastici i tessuti e non impallare i

macchinari che altrimenti, se i tessuti fossero di solo cotone, con la loro scarsa elasticità, rovinerebbero i

macchinari.

Mercato: io sono un vecchio tessitore che vede sgomento le ragazze tirare su la misura delle gonne negli

anni ‘80. Cosa faccio? Cambio mercato e vendo nel settore dell’arredamento. Ho cambiato mercato, ma

non ho cambiato di una virgola il mio prodotto. Nessuno compra più il mio tessuto per le sottane, mi si è

dimezzata la domanda, quindi decido oculatamente di vendere in un altro settore, quello dell’arredamento:

sono un innovatore Shumpeteriano.

La telefonia fissa da quando c’è internet sta riemergendo a danno del cellulare, perché sui vecchi cavi di

rame non passa più tanto la linea telefonica quanto la linea internet. (Concetto molto interessante: 8% di

telecom italia acquisito da Vivendi).

Introduciamo una nuova distinzione fra innovazione e diffusione. Contrariamente a quanto si può pensare,

è opportuno stabilire una netta distinzione tra il momento in cui l’innovazione è stata introdotta e il

momento in cui una ragionevole percentuale di potenziali adottatori l’abbia effettivamente adottata. Ci

sono parecchi problemi. Questo concetto è condizionato dall’approccio epidemico che ne ha forgiato

termini e contenuti. Così come per l’AIDS, sappiamo che c’è una fortunata percentuale di persone che è

immune (in Europa circa il 20%, in Giappone il 40% -andando verso Est aumenta la percentuale di immuni-).

C’è gente che il telefonino non lo compra nemmeno se lo obbligate. Chi sono gli immuni? Quanti sono gli

immuni? Il telefonino c’è dall’inizio del XX secolo. L’idea che le telefonate girino in mobilità è più vecchia (v.

i poliziotti che comunicano a distanza già nei film degli anni ’30, con una scatola che pesa molto, quindi le

macchine c’erano ma erano molto pesanti). La vera novità quindi non è di parlare in mobilità ma il fatto che

un tempo pesavano molto più, ora pesano sempre meno. Alla fine degli anni ’80 progressivamente la

tecnologia fa sì che le dimensioni e il peso si minimizzino: ma viene pensata come un prodotto per

banchieri, grandi manager, avvocati di grido ecc (circa 10 mila persone in Italia), in realtà non è un bene di

lusso ma si diffonde per i lavori più umili (corrieri, idraulici, che hanno usufruito dei cellulari per agevolare

l’arrivo alla destinazione per esempio). Chi sono gli immuni rimane un mistero. Oggi ci sono circa 90mln di

numeri su una popolazione di 60 (basti pensare ai numeri aziendali ecc.). Questo processo di diffusione è

però durato una 30ina d’anni.

Il grafico di diffusione segue una curva ad S. Ora siamo giunti a un grado di quasi saturazione del mercato.

Cosa interessa all’economista di più fra innovazione e diffusione? Per la diffusione è necessaria l’adozione.

Ci sono due grandi scuole di pensiero: la spiegazione epidemica si basa sull’idea delle asimmetrie

informative: secondo questa idea chi adotta prima è più/meglio informato.

A questa spiegazione si contrappone una storia diversa e sofisticata che ha a che vedere con i prezzi relativi.

Cosa vuol dire? Chi non adotta non lo fa per ignoranza o mancanza di informazioni, ma ha saggiamente

aspettato che il prezzo e le specifiche del prodotto si adattassero alle sue esigenze (spiegazione supply

side).Esempio: Il telefonino di 30 anni fa costava di più e aveva meno funzionalità e chi non lo ha adottato

all’epoca aveva esigenze maggiori.

Adozione/innovazione: c’è tutta questa differenza? Ci vuole una grande capacità innovativa per adottare la

vera innovazione (tutti i giorni ci vengono proposte novità, ma è adottare quella giusta che è la vera

innovazione).

La più grande innovazione di questo secolo sono i semi modificati (il riso ogm aumenta di 50 volte la

produttività). La riluttanza del contadino deriva dal fatto che prima i semi li ottenevano gratis mentre ora li

dovrebbero pagare molto perché sono modificati. Noi siamo fissati con le 57 innovazioni che hanno

cambiato il mondo, ma per ognuna di quelle ce ne sono 10000 che hanno rischiato di rovinarlo il mondo: ci

vuole molta competenza. Quindi se un giorno dovremo occuparci di adottare un’innovazione, dovremo

stare attenti. Questo è vero al punto che ci si interroga su quale sia la vera capacità di innovazione (chi

inventa + chi la adotta intelligentemente). Diffusione dal lato della domanda o diffusione dal lato

dell’offerta? Nell’esempio di prima di corrieri e idraulici è diffusione dal lato della domanda, per quanto

riguarda il lato dell’offerta è per esempio la fiat che produce la multipla, un prodotto nuovo (innovazione),

utile anche ai tassinari (->processo).

La distinzione prodotto e processo è del tutto inconsistente in quanto si può riorganizzare il concetto e dire

che l’innovazione del prodotto di chi vende un macchinario, nel momento in cui viene adottato, per

definizione è un’innovazione di processo da parte dell’utilizzatore, quindi la stessa cosa non ha natura

merceologica perché la nuova automobile al tassinaro consentirà di offrire dei servizi che prima non poteva

offrire. Questa definizione diventa un po’ soggettiva. È necessario introdurre un contorno. Fra diffusione

dal lato dell’offerta e lato domanda può esserci relazione causa-effetto. Per esempio, produco qualcosa di

nuovo, gli altri mi copiano, aumenta la quantità prodotta, il prezzo scende, aumenta la quantità

domandata.

L’innovazione dal lato dell’offerta ha effetti positivi in termini di riduzione dei costi. Questa relazione può

essere usata anche nella definizione di innovazione: l’innovazione è identificata dalla riduzione dei costi.

Se sosteniamo l’innovazione in termini di processo, questo è sicuramente vero, ma se sosteniamo questo

l’innovazione di prodotto viene esclusa dalla definizione. Quindi questa definizione è incompleta.

Prezzi edonici: concetto frutto di un dibattito nell’ambito della produttività totale dei fattori. La sua

P

definizione simbolica è il . ES: Negli ultimi vent’anni abbiamo sperimentato un’enorme riduzione del

η

prezzo delle telefonate, il prezzo monetario al netto della variazione dei prezzi (ovvero il prezzo reale) non

basta a definire la riduzione di costo, non basta dire che il prezzo di una telefonata è passata da 3dollari al

minuto a 1cent, bisogna anche quantificare il risparmio di tempo (per es. un giornalista al telefono un

tempo doveva tenere anche conto della copia stenografica ecc., oggi basta mandare una email o una

chiamata su skype e si spende molto meno sia in termini monetari sia in termini di tempo, quindi la qualità

aumenta)

P = P / Qualità

η M

I prezzi monetari ignorano completamente la qualità del prodotto. Nell’ambito automobilistico per esempio

il consumo di carburante per 1km è cambiato, ma è cambiato anche il comfort dell’abitacolo, la sicurezza

ecc. Ora, se la qualità è riducibile a una cosa come la velocità (vedi il caso del giornalista) è facile calcolare il

prezzo edonico; se, invece, dobbiamo parlare della qualità dell’automobile, nel computo della qualità

entrano in gioco più variabili (consumi, sicurezza, abitabilità) legate da una relazione di che tipo? Additiva,

produttiva? Supponiamo che sia additiva.

L’innovazione porta inevitabilmente a un aumento del denominatore Q e quindi a una forte riduzione del

prezzo edonico. Solo gli Stati Uniti calcolano il prezzo edonico per una voce nella contabilità: i

microprocessori. Per due motivi:

1) nella catena del processo produttivo (analisi input-output) si trovano in cima, in quanto tutte le

trasformazioni richiedono i microprocessori (così come anche per es. la benzina)

2) Le RAM hanno una potenza oggettivamente determinata e quindi è facile stabilire il livello di qualità

(aumento di qualità) che finirà a denominatore.

Il PIL italiano è diminuito in termini reali, ma se considerassimo i prezzi edonici sarebbe molto aumentato.

Come si tiene conto dei prezzi reali nel calcolo del PIL (al netto dell’inflazione) si dovrebbero calcolare

considerando anche l’aumento di qualità (prezzi edonici).

L’innovazione di processo sposta in basso a destra la curva dei costi e quindi aumenta l’offerta ma aumenta

anche la domanda che si sposterà enormemente verso destra perché il prodotto costerà meno.

Come si fa a spiegare la crescita nell’apparato dell’equilibrio perfetto di Marshall e di Walras? Nel loro

apparato la crescita non esiste. Non è possibile. Al massimo si può concepire che il sistema sia in

disequilibrio, ma piano piano si pone rimedio fino a tornare nuovamente all’equilibrio perfetto. L’equilibrio

perfetto impedisce concettualmente la crescita (al massimo è risultato di un processo che pone rimedio al

disequilibrio e all’inefficienza, ma una volta raggiunto l’equilibrio la crescita non è concepita, perché non

manca nulla). Allora scattano le ipotesi esogene: se trovo il petrolio è come se la curva di offerta di un input

intermedio si spostasse verso destra (ma questo non riguarda me, è esogeno, riguarda il geologo che ha

trovato il petrolio, è un evento determinato al di là del perimetro dell’analisi economica). Se aumenta la

popolazione, aumenta l’offerta di lavoro, diminuiscono i salari, diminuisce il costo di un fattore produttivo e

aumenta l’offerta, anche questo è un fatto esogeno.

Definizioni: questa disciplina 30 anni fa si chiamava economia del cambiamento tecnologico. Tra una decina

d’anni si chiamerà economia della conoscenza. Cosa vuol dire? Vuol dire che ci sono processi di

stratificazione, all’inizio ci si occupava del cambiamento tecnologico.

Cambiamento tecnologico: L’unico modo per rappresentare il cambiamento tecnologico è prendere

l’isoquanto 100 e a seguito di un evento esogeno del quale non so nulla succede che l’intera mappa degli

isoquanti si sposta verso l’origine. Questa è la rappresentazione del cambiamento tecnologico: l’intera

mappa di isoquanti (quantità di fattori produttivi utilizzabile tipo capitale e lavoro) si muove verso l’origine.

Può anche capitare che il cambiamento tecnologico influisca solo per produzioni di piccole dimensioni, per

esempio nell’industria dell’acciaio in caso di piccole quantità i forni elettrici consentono vantaggi

tecnologici, se invece si vogliono produrre grandi quantità no. Questo ha determinato che si salvassero dal

fallimento solo le piccole industrie -> In questo caso si parla di cambiamento tecnologico centrifugo perché

la produzione si trasferisce da grandi impianti a piccoli impianti. Se avviene l’opposto si parla di

cambiamento tecnologico centripeto. Se è centrifugo gli isoquanti si spostano verso destra solo nella parte

bassa del grafico della mappa degli isoquanti, se invece è centripeto si spostano verso destra solo gli

isoquanti nella parte alta del grafico.

Cambiamento tecnico: la rappresentazione del cambiamento tecnico consiste in uno spostamento lungo un

isoquanto. Si usa più un fattore produttivo piuttosto che l’altro.

Le tecniche esistono e sono note

Cambiamento neutrale: la nuova tecnologia non ha cambiato la preferenza relativa di k rispetto a l.

Tecnologia vecchia: y = k^0.5 * l^0.5, nuova tecnologia: y = k^0.5 * l^0.5

non neutrale, nuova tecnologia: y = k^0.8 * l^0.2, per i software le cose cambiano, k^0.1 * l^0.9, stessa cosa

per gli scrittori. In questo caso non abbiamo bisogno di macchine ma di lavoro qualificato. La storia per

cent’anni è stata capital intensive con alfa che aumentava sempre, da circa dieci anni il cambiamento

tecnologico ha cambiato rotta e ora ha crescente caratterizzazione labour intensive. Soprattutto di lavoro

qualificato (skilled labour): y = k^alfa*l^beta*sl^gamma, ovvero un aumento di gamma.

La quota del reddito pagata ai singoli fattori produttivi misura esattamente la loro elasticità all’output:

ovvero se il 50% del PIL è pagato al capitale sotto forma di rendite e profitti vuol dire che alfa è uguale a

0.5. (Questo è dimostrato dal teorema di Eulero).

Se consideriamo l’inversione di rotta di alfa e beta avvenuta negli ultimi anni, notiamo che le due iperboli si

intersecano. Quindi ora l’isocosto sta sia sopra sia sotto l’isocosto precedente, quindi la conseguenza è che

ciò che sembrava ordinale (meglio adottare una curva piuttosto che l’altra) ora non lo è più. Non si sa più

quale isocosto adottare. Non si può postulare più nulla.

Cambiamento diretto:

Un corso di economia ed innovazione tratta solamente le conseguenze dell’innovazione (quindi si assume

che l’innovazione sia un fenomeno esogeno, come per esempio lo sono le preferenze –prima della

pubblicità, ecco perché le società spendono percentuali relativamente alte del loro fatturato per la

pubblicità, fino al 4 o 5%, perché sono in grado di influenzare le preferenze – le cui cause non competono

all’analisi economica, al massimo competono alla psicologia), noi esaminiamo anche le cause invece.

Engels sosteneva che l’unica conoscenza economica fosse empirica e ha dimostrato che senza ombra di

dubbio la propensione marginale al consumo è manifestamente influenzata dal reddito (per esempio con

un reddito basso si spende circa l’80% del reddito in cibo, con un reddito molto alto non si può dire la

stessa cosa, questo vuol dire che il cibo è un bene che ha un rapporto negativo con il reddito).

α

Secondo Pareto e Walras U=C (C= consumo di cibo) -> alfa è esogeno

Ma in realtà alfa=f(R) è funzione del reddito, non è esogeno.

Perché le fabbriche chiudono? Per quello che ha predetto Engles, allo stesso modo del cibo, anche altri

prodotti subiscono il fenomeno della saturazione: una volta raggiunti certi livelli di reddito gli acquirenti

non comprano più determinati prodotti (perché non ne hanno più bisogno).

alfa=f(R) f’<0

beta=f(R) f’>0

α β

U= C Y

(Una volta raggiunto un certo livello di reddito non si compra più cibo, ma automobili, all’ulteriore aumentare del

reddito si comprano servizi molto sofisticati e non più automobili)

P=a-bq

Ricavo Totale

RT = Q(a-bq) = PQ

RT= aq-bq^2 -> una U rovesciata che nel suo punto massimo incontra la curva di domanda

Oltre quel punto che è ad elasticità unitaria ε=1, il ricavo totale inizia a scendere. Innovazione dopo

innovazione si raggiunge il punto in cui ε=1, dopo di che un’ulteriore innovazione fa diminuire i ricavi. Per

esempio in agricoltura innovazione dopo innovazione il prezzo del pane si abbassa sempre più, ma la

domanda non aumenta in modo proporzionale: questo può avere conseguenze ed effetti controintuitivi.

Non è detto che un’ulteriore innovazione produca necessariamente effetti positivi. La gente smette di

aumentare l’acquisto di cibo proporzionalmente all’aumento del reddito, la produttività del cibo aumenta e

la domanda non reagisce (perché l’elasticità scende).

Con uno shock esogeno (per es. un cambiamento tecnologico esogeno nella produzione di y) io posso

produrre la quantità di equilibrio di y di prima 5 cm sotto il punto E, ovvero E1 e rimanendo in E produco il

doppio. In E ora l’output è 2Y. Per produrre y è sufficiente la metà degli input.

Quando l’isoquanto scende verso l’origine ora ci sono 2 possibilità: rimanere in E o andare in E1. Si può

continuare a produrre/vendere la quantità di prima e andare in E1 (licenzio metà del mio personale e

vendo metà del mio stabilimento) -> il cambiamento tecnologico ha prodotto drammatica disoccupazione e

capacità produttiva inutilizzata (disoccupazione tecnologica: es. è arrivato internet e milioni di persone (fra

3 e 6 milioni) sono disoccupate). Se licenzio la gente, nel periodo transitorio la gente non consuma più, si

abbassano i salari, l’utilizzo dei fattori produttivi, ma dopo questo periodo transitorio (che può durare 10

anni) si ritorna in E dove tutti sono occupati e il reddito raddoppia (?)

Ricardo

Con un innovazione tecnologica la curva dell’offerta si sposta verso destra perché aumenta e in quella zona

lì la domanda diventa anelastica (questo per quanto riguarda l’offerta di automobili e cibo). Per quanto

riguarda l’offerta di servizi invece la curva di offerta è molto alta, largamente sopra al punto in cui epsilon è

uguale a uno, quindi dove la domanda è fortemente elastica. Questo fenomeno è già stato osservato in

Italia negli anni 70, al posto dei servizi vi erano le automobili e al posto di automobili e cibo c’era solo il

cibo. Oggi noi spendiamo per il cibo tanto quanto spendiamo per la comunicazione.

Per sperare nella compensazione della riduzione della domanda di cibo con l’aumento della domanda di

servizi devo anche sperare nella eterogeneità dei servizi. Se noi pensassimo che x e y invece siano uguali o

simili, nasce un’interessante situazione, ovvero che siano entrambi nella zona inferiore (questo è Pasinetti)

il problema è che come in natura nulla si crea e nulla si distrugge, non si capisce dove finiscano i soldi, se

finissero in banca vorrebbe dire che la curva di offerta di capitale/risparmio dovrebbe scivolare in basso e il

tasso di interesse dovrebbe scendere molto e quindi nella mappa di isoquanti crescerebbe la quantità di

capitale per macchinari utilizzato so what? L’idea di Pasimenti invece è che si sia nella situazione in cui

entrambe le curve di offerta si spostino verso destra e siano indispensabili innovazioni di prodotto ovvero

innovazioni del tipo che nasce un settore nuovo o comunque che producano un aumento della domanda.

Solo se c’è innovazione di prodotto il sistema riesce a muoversi, altrimenti non aumenta la domanda e non

è chiarissimo ciò che succede, diciamo che viene il denaro viene “parcheggiato” in banca e gli imprenditori

non ne traggono beneficio: le prospettive negative sono così pesanti che nonostante il tasso di interesse sia

sceso non ce la si sente di indebitarsi e prendere rischi per scoprire poi che nessuno vuole comprare quei

prodotti. Buono avere innovazione di processo, ma se non si ha un’adeguata combinazione con

l’innovazione di prodotto si rischia questo effetto, cioè che tutti i settori dell’economia frenano. Questo

ragionamento mette in luce un fastidioso problema: poiché non si può credere in rendimenti né crescenti

né decrescenti

α β

U = x y

Se nasce un nuovo settore

α β γ

U = x y z

Ma già alfa + beta erano uguali a uno. Quindi ora si eccede l’uno, oppure alfa e beta si riducono di modo

che alfa+beta+gamma siano uguale a uno. Che è un po’ come dire che con l’arrivo dell’automobile decresce

la domanda di carrozze. La terza strada è il bisogno: con x y e z non aggiungo nulla, sono solo la

rappresentazione dei bisogni, cambia il modo di far fronte ai bisogni: la funzione di utilità non si allunga con

la conseguenza che la somma dei loro esponenti superino l’unità, rimane uguale a uno: il bisogno di

muovermi rimane uguale a prima, cambia il modo in cui questo bisogno viene soddisfatto. La soluzione di

vedere la funzione di utilità come rappresentazione dei bisogni dell’essere umano è quella migliore.

Pasinetti potrebbe essere un ottimo autore da prendere in considerazione per il saggio.

Ora arriviamo alla definizione di innovazione: ci vorranno due o tre ore.

Bisogna collocarsi nel tempo per capire: sappiamo che la contabilità nazionale è nata nella seconda metà

degli anni ’40 del ventesimo secolo (1947-48-49) prima non esisteva il concetto di valore aggiunto che si

deve a Keynes e ai suoi allievi (valore aggiunto: valore aggiunto agli input intermedi dai fattori produttivi

capitale e lavoro: concetto importante perché senza questo concetto ci si trovava a sommare il fatturato

dell’agricoltore e poi il fatturato del mulino che comprava il grano lo macinava e produceva la farina e la

vendeva e poi il fatturato del panettiere che comprava la farina: ma questi tre fatturati sono la somma delle

fatture emesse e contengono ciascuno di essi il precedente perché quando il panettiere fattura il pane lui lo

vende a 100 euro ma ha comprato a 50 euro la farina e il mulino ha venduto a 50 euro la farina ma ha

comprato a 25 euro il grano. Dunque se facciamo la somma di tre fatturati esce una cosa senza senso. Ed è

anche idiosincratica (si riferisce a condizioni particolari: se io come la fiat posseggo la siderurgia la

metallurgia, la produzione della componentistica, dei motori, dei vetri e poi vendo l’automobile, ho dei

risultati economici radicalmente diversi dalla toyota che negli anni 70 introdusse un modo di produrre

completamente diverso per cui la toyota montava creando un sacco di fatturato. Se si prendevano queste

due realtà i numeri non erano comparabili e non dicevano assolutamente nulla. Con forte integrazione

verticale il fatturato si schiacciava, con bassa integrazione verticale con ogni fase gestita

indipendentemente dalla fase successiva il fatturato si dilatava). Siccome Keynes aveva bisogno di

grandezze per verificare l’aggregato economico, si è reso conto che il solo fatturato dava informazioni

sbagliate. Dunque nasce la contabilità nazionale. Si domanda alle imprese quanti input intermedi hanno

comprato, qual è il fatturato e si fa fatturato meno il valore degli input intermedi (i beni capitali non sono

input intermedi) e si giunge al valore aggiunto. In Italia ci sono 2mln di imprese: 500mila rispondono ai

questionari. L’INPS traccia tutti i lavoratori regolari, con l’aiuto dell’inps e dell’Enel si approssimano in modo

non malvagio 800mila imprese grazie ai lavoratori regolari e ai consumi elettrici rilevati (grandezza stimata

a partire da dati abbastanza consolidati). La terza che riguarda un 30% del PIL italiano è “intravista”: è

possibile che siano a casa 6mln di persone? È possibile che il tasso di attività dai 16 ai 66 anni sia del 54% e

la media europea sia del 70%? (tasso di attività inferiore del 16% alla media europea: ci sono due scuole di

pensiero: o ci sono persone che si accontentano con 500 euro o qualcuno è evasore). Tutte queste cose

sono coordinate dal professor Stone (premio Nobel 15 anni fa, uno degli allievi prediletti di Keynes).

Dunque Robert “Bob” Solow ufficiale americano in Europa durante la II guerra mondiale, premiato con il

provvedimento che consentì ai reduci di andare all’Università. Solow incontra Stone e Stone non si limita a

fabbricare la contabilità nazionale del 49 ma fa enormi lavori raccogliendo tutte le informazioni tipo i

consumi di carbone ecc. e tutte le info quantitative che soprattutto l’apparato fiscale produceva e Stone

produce una contabilità nazionale che nasce nel 1949 (tabella allegata che valse a Bob Solow il Nobel).

Solow gode del beneficio di essere coevo a Cambridge negli anni in cui nasce la Contabilità Nazionale (che

prima non c’era) e poi è capace di analisi controfattuale: ovvero cosa sarebbe successo se…

Cosa sarebbe successo al PIL se non ci fosse stato cambiamento tecnologico? Questa è la domanda a cui

Solow risponde. Come quasi sempre nell’attività scientifica il 98% del progresso si fa nel momento in cui si è

capaci di formulare la giusta domanda. (Tutto Arrow nasce dalla domanda “cosa sarebbe la conoscenza se

fosse un bene economico?” Tutto Arrow nasce da questa affascinante domanda e dal pensare che la

conoscenza sia un bene economico.)

Un economista non può smettere di credere di essere in equilibrio.

1) In equilibrio io sono in E quindi uso kE, Le, che il salario è w/l.

α β

2) So che in virtù del teorema di Eulero Y= k l

alfa è quota del reddito pagata al capitale cioè rk/y;

beta è la quota del reddito pagata al lavoro cioè wl/y la

Cerco teorema di Eulero su qualche libro di economia.

Siccome Stone ha prodotto la contabilità nazionale w e l erano sempre conosciute (sebbene con le dovute

cautele). Y è noto perché l’ha conosciuto lui e k basta pensare che gli investimenti siano deltaK, che in 4 o 5

anni ci sia obsolescenza, quindi sommo gli investimenti per 5 anni, il primo anno passato al 100%, il

secondo anno passato all’80%, il terzo anno al 60%, e così via.

( L è esogeno. La parola proletariato identifica una classe molto povera dal gran numero di figli. I poveri

mettono al mondo più figli per farsi mantenere: ma allora la funzione della demografia è endogena,

dipende dal reddito. Invece oggi questo ragionamento è del tutto sbagliato, semmai è il contrario: chi è

povero fa un figlio, chi è ricco ne fa 5 o 6. )

Io sono nel 1948, non guardo il futuro perché non faccio il mago, faccio lo storico. Assumo che i fatti

economici si producano in condizioni di equilibrio. Assumo che l’output non possa crescere se non in

ragione di k e di l.

Prima colonna: tasso di occupazione. Seconda colonna: stock di capitale. Il primo problema è che esistano

condizioni di equilibrio senza le quali il ragionamento non può nemmeno iniziare. Mi rendo conto che c’è la

disoccupazione. Terza colonna: colonna 1 x colonna 2 per scoprire il capitale effettivamente utilizzato: in

quarant’anni è raddoppiato. Quarta colonna: alfa è la quota del reddito pagata al capitale e la trovo nella

contabilità nazionale: in virtù del teorema di Eulero posso credere che misuri correttamente l’elasticità

all’output del capitale: se conosco alfa, dal momento che postulo che alfa+beta sia 1, ovviamente conosco

anche beta e dunque la quota del valore aggiunto pagata al lavoro e quindi l’elasticità all’output del lavoro.

Colonna 5: 623 centesimi di dollaro all’ora. Colonna 6: il capitale per addetto non pone problemi. Ora si può

riscrivere la funzione di produzione dividendo tutto per L: ricordando che alfa+beta=1

Y/L=

α β 1

(k L )/L =

α β α+β

(k L )/ L =

α β α β α

(k L )/ L L = e semplificando Lbeta esce: (k/L)

Con questo si dimostra che il prodotto procapite Y/L è uguale all’intensità capitalistica (k/L) elevato ad alfa.

Ora, è successo qualcosa di buono nel passaggio da alfa a beta? No perché ok che produco di più, ma

spendo anche di più in capitale. La crescita di prodotto per addetto non può che scaturire dalla crescita

dell’intensità capitalistica tenuto conto di alfa. Quando mi muovo da alfa a beta faccio crescere Y/L ma

questo è esclusivamente determinato dalla crescita di k/L (tenuto conto di alfa).

Y/L nel 1909 è (colonna 5) 0.623$; nel 1949 è 1.275$ (questa è l’evoluzione di Y/L). Stando a quello che

abbiamo detto questo non può essere uguale all’evoluzione che mi porta da 2.06$ (colonna 6) a 2.70$. Il PIL

pro capite è più che raddoppiato, mentre il capitale pro capite è passato da 2 dollari e 06 a 2 dollari e 70

crescendo solo del 30%. Da una parte una crescita del 100% dall’altra una crescita del 30%. Considerando

alfa, la crescita del 30% è ulteriormente depotenziata quando consideriamo alfa da 335 a 326 (quarta

colonna) alfa è quasi costante. Ecco il contro fattuale: la crescita di y pro capite non può che essere uguale

alla crescita detto proprio in numero 650 cent vale deY/L

0.335

0.65 = 64 questa uguaglianza non torna. Il lato destro è più piccolo. La crescita del lavoro pro capite è

uguale alla crescita del prodotto pro capite elevato ad alfa + un residuo che viene

normalizzata/standardizzata a uno il primo anno e diventa 1.809 (orrore!) questa cosa nell’arco di 40 anni

ha raddoppiato il PIL in modo inspiegabile con gli strumenti dell’analisi economica. Cos’è questa cosa? Il

cambiamento tecnologico. In realtà questa tabella mi dice che sono successe due cose dal 1909 al 1949:

l’innovazione fa crescere il TFP (Total Factor Productivity) Produttività Totale dei Fattori.

Economics = innovazione e crescita

Economic = sistema economico generale

L’innovazione fa crescere la produttività totale dei fattori:

W = P*P’l

W= P*P’k

equilibrio -> i salari sono in equilibrio

Walras -> i mercati dei prodotti sono in equilibrio

imperfezioni economiche , white noise ?

α β

1) Y= k L

1 α β 1

2) Y/L = k L /L

α β α+β

3) Y/L = k L / L (infatti α+β =1)

α α

4) Y/L = k /L

α

5) Y/L =(k/L) α

6) d(Y/L) = d(k/L) α-1

7)d(Y/L)/d(k/L) = α(k/L)

α-

8) d(Y/L)= α(k/L) 1*d(k/L)

α-1 -1

9) d(Y/L) = α(k/L) *(k/L) *d(k/L) ?

10) d(Y/L)/d(Y/L)= α*d(k/L)/K/L

Ergo, Storia neoclassica (=Walras) è clamorosamente sbagliata.

Un tema strettamente connesso e funzionale al sostegno (o al tentativo di contestare il concetto) è il q (q

T

di Tobin, studente a Yale). q ha applicazione nel mondo della finanza facendo riferimento alle società

T

quotate in borsa (public companies -> imprese pubbliche letteralmente, il che in italiano crea un sacco di

problemi, perché in italiano le imprese pubbliche sono quelle con azioni detenute dallo Stato, v. Enel).

q = V borsa / V libro

T

Dunque il qT si applica solo alle imprese quotate in borsa ed è il rapporto fra il valore di borsa e il valore di

libro rettificato.

Nel Bilancio della Reale Mutua potrebbe esserci il valore degli immobili di Via Roma al valore storico, senza

rivalutazione degli immobili: una società che non ha nessun desiderio di aumentare ogni anno il valore

ricavandone un plus valore che entrerebbe nella partita delle entrate e quindi in ultima istanza sarebbe

oggetto di tassazione può elegantemente lasciare il valore storico e non è reato. Questo perché se si

volesse vendere l’azienda per intero, suoi pezzi, sue proprietà scatta la due diligence, ma fino a quando non

c’è una transazione che metta in luce valori diversi da quelli riportati dai valori di libro si può anche

omettere il plusvalore, questo è vero anche nell’altro senso: gente che compra una fattoria cadente e vi

attribuisce un valore maggiore sostenendo che è in una posizione straordinaria: quindi noi usiamo il valore

di libro rettificato.

Se il valore di libro mi è ignoto, ma ho un’informazione relativa alle rendite generate da quel patrimonio si

può, sapendo il tasso di interesse corrente sui mercati internazionali, calcolare un approssimativo valore

dello stock valore di libro.

Leggendo che il titolo Fiat vale 8 euro, sapendo che il capitale è frazionato in un miliardo di pezzi (non

stiamo parlando di flottante ma di circolante, ovvero tutto il miliardo di pezzi). Qual è il valore che la borsa

affida al titolo Fiat? 8 miliardi (non stiamo però tenendo conto della composizione dell’azionariato: perché

se il flottante è solo il 15% i proprietari sono completamente indifferenti a ciò che succede, se il flottante è

più alto un nemico può effettuare una scalata ed accaparrarsi una grande quantità di azioni).

Il valore di libro sono 4 miliardi di euro.

q = 8/4

T

2% tasso d’interesse

Un q di Tobin superiore a uno è motivo di grande preoccupazione teorica.

Se tutto fosse in regola vorrebbe dire che i dividendi teorici sarebbero uguali a 80 milioni, invece i dividendi

veri sono uguali a 160 milioni. (Questa è più o meno la situazione della Fiat oggi, nel 2005 il qT era = 2/4.

Questo è il problema posto da Tobin: anche la situazione del 2005 è aberrante: il meglio sarebbe un q di

Tobin uguale a uno, altrimenti sarebbe in una situazione di disequilibrio: il prezzo di mercato non

corrisponderebbe al valore di libro (è questa la situazione in cui ci sono i take-over: perché per esempio con

un valore q di Tobin 2/4 compro a 2 miliardi e ottengo immobili e proprietà per 4 miliardi -> affare d’oro,

ma situazione transitoria, domattina qualcuno la vede, se ne approfitta, compra le azioni, riforma il

consiglio di amministrazione e rivende tutto guadagnando 4 miliardi).

Come riescono 4 miliardi di euro a generare 160 milioni di dividendi nonostante il tasso di 2%. Risposta dei

rivoluzionari: è l’innovazione (l’unica spiegazione possibile a un valore di borsa superiore al valore di libro

per tempo prolungato è l’innovazione. Se persistentemente il valore di borsa supera di molto (qT > 1.5) è

l’innovazione. Interpretazione conservatrice: sotto al 4 sta una funzione di produzione con un grande A

Y= A(K * L) della quale Antonelli è testimone. Oppure potrebbe essere l’avviamento (il brand Borsalino

SOLO BRAND è stato comprato a 40 milioni di euro). Quindi i signori che rettificano il valore di libro

dovrebbero fare meglio il loro lavoro (tradizionalmente si basano soprattutto solo su immobili e sulla

divaricazione fra prezzi storici e prezzi di mercato). Ai rettificatori forniamo così una nuova area di attività

“il peso dell’imponderabile” (il valore di Carmencita, dei brands ecc). Quindi il denominatore 4 che non

tiene conto del valore degli intangibili è un grande errore. (Dall’anno scorso la contabilità nazionale degli

USA ha preso atto della necessità di includere k intangibile nella contabilità nazionale, cioè più

precisamente le serie storiche delle spese in ricerca e sviluppo, pubblicità e formazione del personale in

azienda sono capitalizzate: ergo il k (torniamo a Solow) è molto più grande di quello che sembrava. Se

calcolassimo gli intangibili la A di Solow è praticamente inesistente. Q di Tobin e A di Solow sono visti dai

rivoluzionari come “cugini”, secondo i conservatori, sostenitori dell’equilibrio no, secondo i conservatori

manca il calcolo dell’intangibile nel valore di libro.

TFP (total factor productivity)

Y teorico può aumentare o per motivi endogeni che influenzano la demografia o per motivi esogeni che

aumentano la quantità di “terra” (come rappresentazione archetipale del concetto di capitale). L’Y teorico è

raggiunto ovviamente in condizioni di equilibrio, a livello di Paese si può anche credere che fenomeni

monopolistici e di mercato di fattori si possano bilanciare, quando si scende però a livello di regione e di

industria -insieme omogeneo di imprese che producono una tipologia ristretta di prodotti- (scendo cioè da

un aggregato a due aggregati -uno territoriale e uno merceologico-) l’assunzione di equilibio non sussiste

più. Se applico la TFP a livello di azienda le 4 ipotesi paretiane richiedono una verifica molto seria ma

tuttavia non si rinuncia a usare il concetto di TFP anche a livello aziendale: ma allora sì che i rettificatori

dovrebbero lavorare un sacco, bisognerebbe essere sicuri che w e r siano effettivamente di equilibrio e che

i prezzi dei prodotti siano effettivamente di equilibrio.

Sulla base di queste considerazioni ci stiamo spostando da un

Goal efficienza statica (grafico edgeworth-pareto-walras)

al goal dell’efficienza dinamica (grande A, grande q di T : ovvero azienda che guadagna molto e gli azionisti

si strappano di mano le azioni).

EFFICIENZA STATICA: La crescita è risultato di un processo faticoso e spesso molto lento di un

raggiungimento delle condizioni di equilibrio. Se parto da una situazione medievale: l’allocazione degli input

è completamente sbagliata: l’allocazione è lontanissima dall’efficienza paretiana e mano a mano che le

campagne si svuotano di lavoratori inutili e si rimuovono le condizioni di monopolio e le inefficienze del

mercato del lavoro, del mercato del capitale e creo degli intermediari tra risparmio (offerta di capitale) e

domanda di capitale degli investitori creo un’interfaccia sempre più fluida e infine rimuovo le inefficienze

del mercato dei prodotti – caratterizzato tuttavia da una concorrenza lontana dalla concorrenza perfetta –

e porto tutti i mercati dei prodotti nella concorrenza perfetta: quando riesco a fare queste cose (e questo è

anche normativo, è anche compito dello Stato e della politica economica) io sperimento la crescita. Poi

basta. Poi fine della crescita. Il processo giunge al termine. Qui si può pensare che si ricreino delle

imperfezioni e si ritenda sempre all’equilibrio, alla rimozione delle imperfezioni (quindi la crescita continua)

ma da dove verrebbero quelle imperfezioni? Come dimostro la TFP? Ricostruendo la contabilità nazionale

con l’intangibile allora quadra tutto.

EFFICIENZA DINAMICA: Come mai dalla perfezione di 730 di Solow si giunge anni dopo alla perfezione di

1200 e passa? (v. fotocopia con dati di Solow). In questo mondo ciò che mi sta a cuore non è il

raggiungimento di E ma la costruzione di condizioni di efficienza dinamica che mi consentano di avere dei

grandi A e dei grandi q di T, questo è il grande obiettivo e l’oggetto del desiderio della politica economica.

Questa è la crescita determinata dal cambiamento tecnologico ma comunque compatibile con le condizioni

di equilibrio.

Nelson e Winter rileggono Schumpeter 1911. Kaldor rilegge A. Smith. Hicks rilegge Marx. Schumpeter ’42 e

Arrow non c’è bisogno di leggerlo perché è contemporaneo. Queste sono le 5 grandi spiegazioni che

costituiranno l’oggetto di trattazione. Antonelli come contemporaneo va a rileggere Schumpeter 1947.

Il libro Schumpeter ’11 ha segnato il cammino. Un’ampia letteratura parla di due Schumpeter, lo

Schumpeter europeo (che scrive quando abita a Vienna) e lo Schumpeter diverso, un’altra persona, che si

occupa sempre in modo ossessivo di economia dell’innovazione ma Americano (ad Harvard). Il terzo

Schumpeter (39) potrebbe essere considerato la sintesi dei primi due Schumpeter.

Imprenditore

Banchiere innovatore

Innovazione/Monopolio

Distruzione creatrice

(1928) Diffusione S/D

Nelson, Winter Metcalfe selezione -> dominant design

Metcalpe replicatore

Il corso imita la struttura del libro del 1911. La prima metà del libro è un inno in omaggio di Walras

(esattamente come stiamo facendo noi), la seconda metà è il vero Schumpeter. Ciò che è originale nelle

prime 100 pagine è il bisogno per Schumpeter di chiarire che l’economia dell’innovazione si innesta su

Walras e non se ne può fare a meno. (Nel 1911 l’accademia austriaca e tedesca aveva molta resistenza nei

confronti dell’economia neoclassica, che per altro era giovanissima -Walras era ancora vivo, Pareto era

ancora troppo giovane per occuparsi di economia: la scuola neoclassica era ancora gracile e non aveva

ancora raggiunto la pienezza degli anni successivi-. Gli studiosi di economia erano pochissimi, addirittura la

scuola austro tedesca si occupava più che altro di storia dell’economia e non c’erano tutte quelle idee

dell’individuo razionale, della scelta razionale ecc. Schumpeter invece dice che non si può studiare

l’innovazione senza partire da Walras. I classici avevano fondato la teoria economica (Smith, Ricardo, Marx)

sostenendo che il valore delle merci dipendeva dal lavoro impiegato per produrle, il problema è che

seguendo questo procedimento classico i conti non tornavano e non restituivano i prezzi delle merci. La

prima metà del libro di Schumpeter dell’11 sostiene che il metodo deve essere Walrasiano. Ma in quella

serie di grafici complessi l’innovazione non stava dentro e non può essere concepita se non come

fenomeno esogeno.

Un modo elegante di risolvere il problema è questo:

l’innovazione entra nel sistema economico sulle spalle degli imprenditori e gli imprenditori sono veri

uomini di Cic (homines novi), esclude che siano incumbents (incumbents: quelli che sono nel sistema).

Quelli che sono nel sistema non innovano, l’innovazione viene sulle spalle degli imprenditori. Chi sono gli

imprenditori? Non si capisce. Schumpeter all’epoca vive sotto l’influsso di Nietzsche (all’epoca l’economia

era qualcosa di molto più elastico, venivano letti anche i filosofi ecc.) e l’idea del superuomo è

evidentemente presente. Gli imprenditori sono “supereroi”, personalità straordinarie che non si capisce

dove abbiano assimilato tutte le novità che portano, la loro origine non viene studiata oltre. Sono assunti

come una caratteristica intrinseca di un sistema economico (ecco la contraddizione: non si capisce da dove

vengano fuori -non sono incumbents- ma fanno parte del sistema economico). Ci sono sistemi economici

con pochi o con molti imprenditori, ma non si può negare la loro esistenza: è una caratterizzazione

aggiuntiva del sistema economico, aggiuntiva perché non sta nelle equazioni del quadro walrasiano (e

paretiano) ma è presente.

(Pareto è ricordato per il primo volume dove fa fare grandi passi a Walras dal quale riceve l’idea delle

equazioni ecc. però è lui che le scrive e concepisce il concetto di Pareto-ottimo; il secondo volume è una

rassegna dei fatti esogeni ma dei quali è indispensabile tener conto, non si possono ignorare questi

fenomeni -in questo senso Pareto era molto più vicino alla realtà di quanto non sia ricordato-).

Tra il secondo volume di Pareto e Schumpeter ’11 c’è molta affinità (sono coevi questi libri). Schumpeter

non ha mai scritto un’equazione, nella sua produzione non c’è matematica, che egli ritiene deviante. Ma

l’impianto è identico. Anche Pareto nel primo volume ricostruisce Walras e nel secondo volume prende in

considerazione i fenomeni esogeni, come abbiamo detto prima sulle due parti di Schumpeter ’11).

Imprenditori: necessitano dei setacci, questi setacci sono le Business School. Qui non si capisce il confine fra

esogeno ed endogeno, perché già con la Business School endogenizzo. L’esogeneità sta nel fatto che non si

capisce come venga fuori l’idea di, per esempio, vulcanizzare il caucciù (Pirelli, innovazione che supera in

questo senso la Dunlop).

Il banchiere innovatore è il gemello indispensabile dell’imprenditore. Facciamo chiarezza: il banchiere

innovatore è un ossimoro, una contraddizione, è un folle, dato che il banchiere, una volta che gli arrivano

tutte le persone a chiedere finanziamenti, si convince a dare 1 milione di euro a ciascuno di quelli che gli si

presentano. Ora, 3 o 4 di quelle persone grazie a quel milione faranno un sacco di soldi e glieli

restituiscono, tutti gli altri falliscono. Chi può essere così folle da fare questo mestiere, in cui sai che

perderai? Quindi come fare? Alza i tassi di interesse, anziché chiedere il 2% (ipotetico tasso di interesse al

momento sui mercati finanziari), chiedo il 12%, perché solo così il flusso degli interessi aumentati copre le

perdite derivanti dal fallimento di tutte le altre persone finanziate. Il colpo di coda è che mano a mano che

il banchiere deve alzare il tasso di interesse per coprire le eventuali perdite, fa fallire ancora più persone

(Circolo vizioso).

Gli anni di Schumpeter sono gli anni in cui Toeplitz porta in Italia la banca mista che fa il mestiere di banca,

prende soldi dai risparmiatori, li presta agli imprenditori ma con una novità: cioè usa i soldi dei

risparmiatori per concedere prestiti che sono disposto a trasformare in azioni: così divento titolare

proprietario di una quota di quelle aziende. Così facendo, aumento enormemente la mia fragilità di

banchiere, perché se i correntisti vogliono indietro i soldi come li smobilizzo le quote che ho comprato?

D’altra parte però posso partecipare ai benefici dell’innovazione e degli imprenditori che grazie al mio

investimento hanno fatto successo. In questo modo, a differenza del banchiere standard non sono disposto

solo ai malefici, ma anche ai benefici. Ci sono banchieri che riescono in qualche modo a capire chi è

l’imprenditore che ha elevate probabilità di successo (invito a leggere la storia di Soru e di Tiscali: sostenuto

dalla vecchia banca commerciale che ora sta dentro Intesa per quasi 20 anni: qualcuno ha creduto di

vederci lo Steve Jobs italiano e ha fatto di tutto per tenerlo in piedi, ergo il sostegno del banchiere non dura

un anno, deve durare molto più a lungo, si continua a erogare credito).

Toeplitz fonda Unicredit (ex Credito Italiano) e Banca commerciale italiana. Il problema assumerà tutt’altra

soluzione nel ’42. Schumpeter ’11 dice: non posso innovare senza banche che non si lascino travolgere dalla

mia idea. Bisogna togliersi dalla testa l’idea che gli imprenditori siano tutti geniali, sono cialtroni con le idee

più stravaganti e non è assolutamente vero che ogni nuova tecnologia possa far crescere la TFP e che sia in

grado di aumentare il benessere del genere umano. Discriminare tra cialtroni e geni è difficile. Un banchiere

innovatore che sa discriminare è quasi più geniale dell’imprenditore.

Schumpeter è fondativo nello stabilire la relazione innovazione/monopolio che l’innovatore è un

monopolista (ahimè) transitorio, almeno per un decennio. La questione è delicata: (lavoreremo molto su

questo punto) è transitorio perché scatta l’imitazione: il controllo della proprietà intellettuale è imperfetto,

non si riesce a far evitare ai concorrenti di copiare il prodotto, il processo e i metodi organizzativi ecc. Mano

a mano che i concorrenti imitano, la forma di mercato cambia -questo è tautologico-, fino a essere

indirizzato verso la concorrenza perfetta. L’innovatore entra nel mercato e stabilisce un monopolio.

L’innovatore deve essere in grado di introdurre una riduzione di costo enorme che consenta di ottenere

una riduzione di prezzo perché il monopolista forma il prezzo laddove R’ = C’, riporto la quantità di

equilibrio sulla curva della domanda e da essa calcolo il prezzo del monopolista, che può essere inferiore al

prezzo di concorrenza solo se la riduzione del costo dovuta all’innovazione è veramente significativa.

L’arrivo di questi signori implica la distruzione creatrice, le vecchie imprese vengono spazzate via, eliminate

dal mercato dopo aver subito la riduzione del margine di profitto.

Riepilogo: all’inizio l’innovatore è monopolista, ha alti profitti, la riduzione dei costi è così sensibile che

riesco a praticare prezzi inferiori alle imprese esistenti e in concorrenza, le quali nel frattempo hanno visto

erodere le loro condizioni di monopolio e la riduzione progressiva dei margini di profitto (ragionamento

sempre dinamico). Gli incumbents sono dinamici perché i prezzi che riescono a imporre scivolano in

quanto sono oggetto di imitazione e dall’altro verso l’innovatore arriva e ristabilisce un nuovo monopolio, i

profitti si rigonfiano, gli imitatori rosicchiano di nuovo questi profitti e così via.

Nel ’28 Schumpeter pubblica un eccellente saggio dell’Economic Journal (rivista inglese) dove viene

presentata un’argomentazione più ricca. Ora ci si rende conto che bisogna tener conto di due fenomeni

congiunti, concettualmente del tutto separati, ma strettamente interdipendenti, non c’è soltanto la

diffusione dal lato dell’offerta che è quella che si produce fra i produttori (questo perché le barriere

all’imitazione non reggono e quindi si diffonde l’innovazione fra i produttori), ma c’è anche il fenomeno

della diffusione dal lato della domanda, per cui i consumatori/o meglio utilizzatori ci mettono del tempo

per capire i benefici del nuovo prodotto perché non basta l’abbattimento dei prezzi, sia per quanto riguarda

la progressiva vicinanza delle caratteristiche del prodotto alle proprie esigenze e il voler essere certi che

quell’innovazione possa produrre benefici. Modello epidemico o modello supplì (offerta) side?

La curva dei costi scende perché in primo luogo passo dal monopolio all’oligopolio e poi la concorrenza

perfetta, poi la curva dell’offerta scivola ulteriormente verso destra quando tengoconto dell’innovazione di

processo nella produzione e anche un po’ di economie di scala (che non guasta mai, argomentazione che si

aggiunge sempre perché funziona sempre). Nel frattempo la domanda dopo la diffusione aumenta (forse

perché i costi sono minori, che allarga la platea dei consumatori). Dunque stiamo leggermente spostando

l’innovazione come portata esclusivamente dall’imprenditore che come un lupo si butta proprio in quei

settori dove vige la sussistenza, introduce un’innovazione per abbassare i prezzi e sbaraglia i concorrenti

diventando monopolio. La diffusione dal lato dell’offerta (che si accompagna all’introduzione di innovazioni

incrementali) è la prima che viene capita, la diffusione dal lato della domanda (che sposta la curva della

domanda verso destra) viene capita nel ’28.

Nelson Winter e Metcalfe sono sostenitori del processo evolutivo. L’ispirazione qui deriva da Darwin,

l’operazione intellettuale è di prendere il darwinismo e cercare implicazioni intelligenti. Due risultati sono

interessanti a partire proprio dalla parziale esogeneità dell’imprenditore.

L’idea di Lamarc è che ci sia intenzionalità nella modifica dei tratti genetici. Darwin confuta tutto dicendo

che gli individui si accoppiano casualmente, ogni 10 mila cuccioli ne esce uno aberrante con una vertebra in

più, che riesce a sopravvivere allungando il collo per mangiare dagli alberi. La produzione di varietà è

rigorosamente casuale. Dunque ciò che interessa a noi non è la produzione di varietà che è random. Allora

prendiamo ispirazione da questo e fra gli imprenditori selezioniamo quelli più “fuori dal comune”, quelli che

in un determinato istante hanno una caratteristica che permette loro non solo di sopravvivere, ma di trarre

più profitti, fanno fuori gli altri. Il grande numero di innovazioni viene ridimensionato e si coagula attorno al

dominant design (productivity dilemma di Abernathy). L’automobile che conosciamo noi è il risultato del

fatto che Rockefeller decise di portare una grande raffineria nel New Jersey col risultato che il prezzo della

benzina scese di tre volte e il motore a benzina divenne per motivi che non avevano nulla a che vedere con

l’innovazione, la tecnologia ecc. più vantaggioso. Per un fatto indipendente ed esterno dalla tecnologia

dell’automobile. Si impose il motore della benzina semplicemente perché i Rockefeller portarono la benzina

a New York (facendo pompare dal Texas alla costa del New Jersey attraverso oleodotti) e ne abbassarono il

costo. A questo punto è nato il dominant design e indubbiamente qualunque parte dell’automobile di oggi

è migliore di allora, ma avrebbe potuto essere diversa.

Si parte da tante soluzioni messe a punto dagli imprenditori più stravaganti, poi grazie a determinate

condizioni (per es. crollo del prezzo della benzina) fa successo. E’ il sistema che determina il successo.

Schumpeter 1942

Separazione tra proprietà e controllo

Distribuzione in ragione di Tobin’s q

Mercato interno della finanza e della competenza

Monopolio transitorio / Barriere all’entrata

Ciclo di vita del prodotto

Scherer neo-schumpeteriano che applica, testa, modifica le ipotesi di Schumpeter ‘42

Separazione fra proprietà e controllo: Alfred P. Sloane -> l’euforia degli anni 20 e la crisi del ’29. Dopo

l’entusiasmo che portò alla nascita negli anni ’20 di straordinarie imprese automobilistiche statunitensi ci fu

la catastrofe e il fallimento di quasi tutte (la Ford sopravvisse -> questo ricorda molto l’idea della selezione

darwinista: tanti mettono su una fabbrica di automobili e quasi nessuna sopravvive). Scatta a questo punto

la figura di Sloane il quale raccoglie i 12 circa proprietari di imprese automobilistiche prossime al fallimento

e propone loro la grande fusione a una condizione: il riconoscimento del suo comando (che non aveva

nemmeno un’azione). Ecco il momento storico della separazione fra proprietà e controllo. Le famiglie

fondatrici erano una dozzina, molti fondatori erano in là negli anni con figli adulti con le loro pretese e

aspirazioni. La proposta di Sloane è chiarissima: lui dovrà amministrare e gli altri devono tacere. Questo

evento storico diventò un modello. I proprietari fondano le imprese, sono gli imprenditori; ma rapidamente

l’impresa cresce ed è bene che il proprietario si faccia da parte nell’interesse suo e della sua famiglia. Non

deve intervenire nell’amministrazione. Questo ha conseguenze enormi: nasce una classe sociale, i manager,

formati in scuole ad hoc (le business school). Il manager è una grande innovazione organizzativa: queste

persone sono selezionate (per entrare nelle business school bisogna aver finito il bachelor, aver lavorato 4

o 5 anni, ci si presenta a 27-28 anni: la selezione è fatta sia sul merito intellettuale sia su caratteristiche

attitudinali che siano compatibili con la gestione di un’impresa. La business school svolge un doppio ruolo:

la selezione di chi ha la stoffa e la loro qualificazione). I manager detengono un fattore produttivo

peculiare: la capacità di amministrare un’azienda (non stupiamoci dei loro guadagni).

Il manager paga tutte le spese e ciò che gli rimane è il profitto e una parte viene accantonata per esigenze

future, ma il resto viene distribuito ai proprietari (il dividendo pagato alle azioni). In funzione del dividendo

si calcola il valore di borsa, se un’azione paga un euro e il tasso di interesse corrente sui mercati è del 2%, al

di là di fluttuazioni e speculazioni, noi ci aspettiamo che il valore dell’azione oscilli intorno a 50. Ora questo

ragionamento non è più del tutto naturale: ora gli Sloanes invertono il procedimento. Io so che se il q di

Tobin scende sotto 1, io, Sloane, corro dei pericoli: corro il pericolo del takeover (che un altro Sloane

compri la mia azienda e si prenda il mio stipendio). Quindi io, manager, non posso permettere che questo

avvenga e dunque devo garantire che il q di Tobin non vada sotto 1 (è nel mio interesse). Piuttosto mi

indebito pur di non pagare meno di 1, perché se pago meno di un euro moltiplico per 50, il valore

dell’azione scende sotto i 50, il valore di libro era 50 e qualcuno ha interesse a comprare tutto. Ma non ho

nemmeno nessun interesse a dare 2 euro. Quella dei manager è un’idea comunistoide (?).

Se c’è qualcuno che ha espropriato i capitalisti non è stato Lenin ma Sloane (?).

Il limite superiore è 1,05 €: non ho nessun interesse a regalare soldi agli eredi del fondatore dell’impresa.

Il prodotto sul quale vive l’azienda è il frutto della grande innovazione del fondatore ma l’imitazione è in

agguato ed è inesorabile, non si può tenere fuori. Si possono fare anche i thicket (brevetti incrociati) in

modo da rendere difficile l’imitazione e far sì che chi imita violi non uno, ma molti più brevetti (v. caso

Samsung vs Apple), nonostante tutte queste cose si sa perfettamente che il monopolio è transitorio.

Il prezzo viene fissato in base al costo del mio avversario in modo da non farlo entrare nel mercato, rinuncio

a una fetta di profitto perché il prezzo di monopolio sarebbe un po’ più alto, ma io lo fisso a poco sotto il

prezzo di monopolio, in modo da introdurre una sorta di barriera all’entrata per gli altri e una barriera alla

crescita per il rivale e una cortina fumogena per il resto dell’economia (il giudice dell’antitrust è

disorientato perché A avrebbe potuto impostare un prezzo più alto, volendo, ma non lo fa in modo da non

far entrare nuovi concorrenti nel mercato). Questi si chiamano prezzi strategici / deterrenti.

In ogni caso

Ciclo della vita di un prodotto

Matrice del portafoglio F.Prossimo Cash Cow (alti tassi di profitto e di

Π crescita)

F.Remoto Deluge (imitazione e la saturazione)

Crescita

Ciclo: F.R., F.P., CC, D

Primo stadio, prodotti innovativi, non ancora diffusi.

Secondo stadio, iniziano a distribuirsi, iniziano a fiorire.

Terzo stadio i prodotti danno i frutti. Tutti si rubano i telefonini di mano, tassi di crescita altissimi e di

conseguenza tassi di profitto altissimi (cash cow=mucca da latte). Quarto stadio arrivano quei bastardi degli

imitatori dal lato dell’offerta e si produce la saturazione dal lato della domanda, la concorrenza di prezzo è

violenta e ormai i prezzi sono scivolati quasi al livello dei costi.

L’impresa schumpeteriana è un portafoglio di prodotti (la lettura europea è sbagliata e differente, perché è

un ciclo che termina nel deluge), qui il ciclo si rinnova sempre. Devo avere sempre con me 3 o 4 prodotti

nella casella Futuro Remoto (devo gestire un piccolo vivaio con cui andare avanti). Avere delle linee di

prodotto che riescono a guadagnare (futuro prossimo), succhiare tutti i soldi possibili dal Cash Cow e infine

uscire dal mercato nel deluge.

Cosa faccio con i soldi che non ho dato ai legittimi proprietari nel momento del cash cow? Non li ho dati

perché non volevo finire come il classico imprenditore europeo nel deluge, ho pagato gli azionisti con quelli

che potevo (1.05) ma soprattutto ho finanziato i prodotti nel vivaio, in modo da poter rinnovare il ciclo.

Ecco perché ormai esiste la teoria del rendimento totale: agli azionisti ho dato 1.05, ma il CEO che nega agli

azionisti grandi dividendi nel breve termine, fa il loro interesse. Se riesce a prendere la liquidità nel cash

cow, può investire in prodotti nel vivaio e può tenere elevato il tasso di crescita dell’impresa , ma se

l’impresa cresce autofinanziandosi i soldi vengono dagli azionisti, non dal banchiere, quindi il volume

complessivo dei profitti e del valore delle azioni raddoppia. Ciò che il proprietario ha perso sotto forma di

mancato dividendo all’anno t gli ritorna in tasca come aumento del valore in borsa dell’azione che

scaturisce dal continuo incremento del volume complessivo dei profitti a parità del numero di azioni in

circolazione perché non ho avuto bisogno di aumentare il capitale.

Se il tasso di profitto rimane costante e ho fatto l’aumento del capitale il valore dell’azione rimane

costante, se invece sono riuscito a finanziare f.r. con la liquidità prelevata da c.c. non ho fatto ricorso né al

banchiere, né all’aumento del capitale, il numero delle azioni è rimasto costante, il fatturato delle nuove

linee di prodotto aumenta, i profitti anche e quindi ogni azione riceve dei profitti maggiori col risultato che

il valore dell’azione cresce in borsa e io, azionista, mi sono rassegnato a un dividendo di un solo euro e zero

cinque, ma così facendo ho consentito al CEO di fare questa operazione che nel lungo termine porta il titolo

fiat da 8 a 16 euro. Allora sarebbe sbagliato ragionare sul tasso di rendimento calcolato sul solo dividendo,

io devo calcolarlo come somma del dividendo annuale + un tasso medio di crescita del valore dell’azione in

borsa (il delta valore dell’azione). Se l’azione è raddoppiata non è che quei soldi sono piovuti dal cielo, quei

soldi sono arrivati da quell’operazione.

Questo nella finanza contemporanea è scontato, nell’amministrazione aziendale è scontato.

All’inizio ovviamente c’è il monopolio, l’elasticità della domanda al prezzo è bassissima perché per avere il

primo frigorifero la gente non guarda ai soldi e anche perché i consumatori sono in generale molto ricchi. Di

conseguenza, elasticità al reddito molto alta, appena la gente supera i 3000 euro (anni 60) la prima cosa

che fa compra il frigorifero, la lavastoviglie ecc. (appena alza il collo dalla sussistenza). Tutto il reddito

aggiuntivo viene speso in queste cose. (Oggi lo vediamo con i tablet). Sono l’unico venditore nel mio paese

(primo stadio dove c’è l’innovazione di prodotto). Secondo stadio: introduco innovazioni incrementali sul

processo che abbassano il prezzo e limitano l’entrata imitativa (barriera), in questo momento assistiamo

all’aumento dell’elasticità al prezzo e naturalmente la diminuzione dell’elasticità al reddito. Nella fase due

avevo iniziato ad alimentare flussi di esportazione dagli USA all’Europa. Terza fase: alimento le filiali che

vendono con i prodotti esportati dagli Usa all’Europa. Fase 4: le innovazioni di processo mi hanno

consentito in passato di stare a galla, ma anche loro vengono imitate, entrano tutti gli imitatori, l’elasticità

al prezzo aumenta, l’elasticità al reddito scende. Quindi cosa si fa? Inizio a produrre in Europa e a importare

negli Stati Uniti, dove grazie ai minori costi del lavoro il frigorifero prodotto dalla multinazionale americana

in Europa riesce ancora a spuntarla sul mercato: è una mera concorrenza di prezzo, però riesco a stare a

galla.

Ma non è finita, ora ho ricongiunto vendita e produzione in Europa: la vecchia produzione in America non

c’è più ma sopravvive la vendita e vado a produrre laddove non vendo (in Cina). A questo punto ho un

luogo che pensa (engineering , ricerca e sviluppo, marketing ecc in USA), un luogo che consuma (Europa),

un luogo in cui produco (Cina). Ora l’impresa è globale.

Partiamo dai Buddenbrook, nasce eroica, trae profitti bassi, piano piano inizia a fare i soldi, cresce,

attraversa la terza fase, e poi giunge al deluge e decede. Schumpeter 1942: il CEO (sorta di semidio) ne fa

due: gestisce il portafoglio e, per ciascuna linea di prodotto, il ciclo di vita.

Tutto questo succede per 10, 15 prodotti. Quindi 4*15 fa sessanta. Ecco perché si danno 15-20 milioni di

stipendio. Ha 60 cose da fare il Ceo.

Mercato interno di capitale/finanza (i soldi vengono dal CC e vanno al F.R.) = dentro alla corporation c’è

qualcuno che fa prestiti e qualcuno che riceve crediti (la guerra che si fanno è interna, forse peggiore di

quella che si fa sul mercato esterno: la finanza è un continuo processo di allocazione sorvegliata).

Mercato interno delle competenze: devo far fiorire ciò che è nel vivaio F.R. : questo è qualcosa di molto

interno, stimolo i miei direttori di stabilimento e del marketing con continui incontri e riunioni a tirare fuori

dal cappello qualcosa che stia in piedi: quindi brainstorming su brainstorming. Le idee vengono selezionate

da persone enormemente competenti.

La corporation fa più errori di omissione che di commissione: la corporation usa i soldi che vengono da cc

per finanziare fr, ma se non lo fa omette; il banchiere fa più errori di commissione che di omissione perché

presta a tutti.

Riprendiamo dalla corporation, il libro di riferimento è Schumpeter ’42. Gli elementi fondamentali:

separazione fra proprietà e possesso (ovvero fra proprietà e management, calco del concetto giuridico). Il

riferimento storico (A. Sloane) è molto importante. La corporation trova la sua prima applicazione con la

General Motors (si inaugura così un comportamento destinato a mantenersi nel tempo). Ci sono 10 famiglie

imprenditoriali di automobili che stanno fallendo: le loro imprese vengono fuse nella General Motors.

Questo è l’inizio di una vicenda. (Per inciso, negli Stati Uniti non esiste l’INPS, non esiste l’organizzazione del

sistema pensionistico che abbiamo in Europa. Ogni persona costituisce il suo proprio fondo pensione, al

quale in perfetta autonomia decide ogni mese di versare una certa quantità di denaro. Il fondo pensione è

un’impresa di carattere finanziario che riceve tutti questi versamenti, li amministra e nel momento in cui lo

decide, smette di contribuire e inizia a percepire i benefici in base a quelle che sono le statistiche

riguardanti la vita media attesa. Si creano così entità finanziarie che hanno una grande responsabilità nei

confronti dei propri clienti e devono essere ben amministrate per poter poi far percepire ai clienti il

vitalizio. Ebbene sono loro i veri padroni delle corporations: sono i fondi pensione. Ecco che la separazione

fra la famiglia imprenditoriale e l’amministrazione (management) è veramente radicale. –Nel caso della

famiglia Agnelli c’è stata la separazione ma c’era una sola famiglia proprietaria che ha delegato Valletta per

la gestione della Fiat: vicenda diversa–). Le famiglie di imprese automobilistiche iniziano a vendere e chi

compra? I fondi pensione. In assemblea, la stragrande maggioranza degli azionisti sono rappresentanti dei

fondi pensione. Abbiamo visto nella scorsa lezione che la corporation non si arrende al ciclo di vita del

prodotto, anzi, lo domina. Marshall dice che le imprese possono essere rappresentate da un bosco: giovani

imprese che crescono con difficoltà come gli alberelli che non riescono a vedere la luce del sole e tuttavia

lentamente si rafforzano, le grandi piante che accedono direttamente alla luce del sole ed inevitabilmente

crollano e permettono alle piante giovani di emergere. C’è una crescente incapacità di amministrare le

imprese troppo grandi e la delega all’amministratore da parte del proprietario è limitata. Il massimo è

l’impresa media da 200-300 dipendenti. (ripreso da Schumpeter ’11)

Schumpeter ’42: l’impresa nasce dall’innovazione, accumula extraprofitti che non vengono distribuiti del

tutto (q di Tobin: distribuisco solo quella percentuale di profitti che renda il q di Tobin maggiore di 1), in

modo da avviare nuove linee di prodotto.

R&D (in ita R&S) = Research and developement (Ricerca e sviluppo)

Torniamo a Sloane: egli riesce in qualche modo a rimettere la baracca in sesto (La General Motors), riesce a

ottenere extraprofitti, cede con una certa sofferenza una quota di questi profitti ai legittimi proprietari (gli

azionisti, che stanno diventando per lo più rappresentanti dei fondi pensione) e trattiene una parte di

questi soldi per autofinanziare nuove attività imprenditoriali, nuovi prodotti. Ebbene, il punto dell’azienda

in cui avvengono queste cose si chiama Ricerca e Sviluppo: questo concetto non c’era prima del 1963 dopo

l’assemblea di Frascati (v. Manuale di Frascati).

A Santa Monica, sulla costa del Pacifico della California, operava dagli anni ’30 un centro di ricerca no-profit

che si chiamava Rand Corporation –il primo centro di ricerca noto con la sigla RAND– specializzato per

condurre ricerca per conto di terzi. Esiste dal dopoguerra l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo

sviluppo economico).

Il Chief Scientist è colui che viene chiamato dal CEO per avere informazioni e consigli su quale nuova linea di

prodotto avviare, una volta arrivati al quadrante EXIT (scorsa lezione), dove si producono più solo


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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in economia e statistica per le organizzazioni
SSD:
Università: Torino - Unito
A.A.: 2016-2017

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher massimodragotto di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Innovazione e crescita e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Torino - Unito o del prof Antonelli Cristiano.

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