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Riassunto esame Inglese, prof. Castagna, libro consigliato Relexification, Bertinetti, Jones Appunti scolastici Premium

Riassunto per l'esame di Letteratura dei Paesi di Lingua Inglese, basato su rielaborazione di appunti personali e studio del libro adottato dalla docente Castagna, Relexification, Bertinetti, Jones. Gli argomenti trattati sono: le mille voci delle letterature in inglese, l'Africa, lo scrittore ghanese Ayi Kwei Armah.

Esame di Letteratura dei Paesi di Lingua Inglese docente Prof. V. Castagna

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ESTRATTO DOCUMENTO

- Australia

Prima di parlare della letteratura australiana, occorre parlare del paesaggio.

Continente con una sottile mezzaluna di costa a clima temperato e un interno per lo

più arido fino alle grandi distese desertiche. Questa non è una vera e propria colonia.

In principio venne usata come colonia penale, per poi diventare colonia agricola. Ma

rapidamente già da metà ottocento il quadro mutò rapidamente. La scoperta dell’oro e

la nuova ondata migratoria, fece si che i vecchi proprietari si trasformassero in una

specie di aristocrazia rurale.

Aspetto decisivo è stato quello del rapporto con gli aborigeni, i primitivi abitanti del

continente, sistematicamente massacrati e ridotti ad una sparuta minoranza, violentata

e umiliata.

Alla scuola realistica appartiene l’opera di Henry Handel Richardson autore della

trilogia “The fortunes of Richard Mahony”, composta da tre romanzi. Tratta delle

trasformazioni che percorroo l’Australia dell’800 ma soprattutto, il rapporto con la

moglie Mary, divisi nell’atteggiamento che assumono rispetto alla società australiana

e divisi rispetto al ruolo di lei, sposa e madre dei suoi figli. Il tema del matrimonio

visto come condanna e sacrificio quotidiano, è stato uno di quelli più spesso indagati

dalla letteratura australiana. Mentre con alcuni autori l’esperienza del social realism

accentua l’idea del “bush” (le sconfinate lande interne) e dei suoi rudi lavoratori

come essenza del mondo, altri autori australiani espatriati si sono affermati al di fuori

dell’Australia e della sua scena culturale. Ad esempio Christina Stead, che partì da

Sydney per l’Europa e non fece ritorno in Australia che negli ultimi anni della sua

vita. Il paesaggio è di fondamentale importanza e in uno dei suoi romanzi, “Seven

poor men of Sydney”, la città e la sua baia comunicano un senso di una vitalità

prorompente, intensa e solare. Poi però il fascino della baia sfuma in secondo piano.

Sono passati molti anni e Sydney è cambiata, così come è cambiato il mondo con gli

orrori della prima guerra mondiale, le lotte operaie ecc…la messa in discussione dei

vecchi valori.

La scrittura della Stead è talvolta appesantita da un eccesso di verbosità nei dialoghi e

nei monologhi intellettualistici dei personaggi.

Il realismo cadeva e lasciava il posto al surreale con Peter Carey il quale rielabora

con maestria topoi, aspetti, prodotti della cultura di massa…ma lungi dall’aderirvi ne

è profondamente un critico.

La poetica australiana ha cercato una sua autonomia e identità sia con Kenneth

Slessor sia con il più originale Robert David Fitzgerald. Negli anni 50 cominciano a

farsi conoscere autori provenienti dall’accademia, per lo più professori universitari.

L’influenza della poesia americana riuscì appena a fare entrare un po’ d’aria nuova

nel chiuso dell’accademia. Lo scossone venne da fuori, dal fermento che attraversava

le giovani generazioni e che portava con sé la volontà di dar voce alla propria voce.

La storia del teatro comincia anni addietro, con la messinscena del “Recruiting

officer” del 1789, con scene costumi e interpretazioni di un gruppo di galeotti. Ma

dopo questa iniziale partenza, per tutto l’800 essa è stata storia soprattutto di

compagnie teatrali inglesi e americane.

Solo nel 900 attori, registi e drammaturgi australiani cominciarono a lavorare ad un

progetto di ridefinizione del mezzo teatrale attraverso la ricerca di un nuovo rapporto

tra scena e pubblico, sperimentazione linguistica e rivisitazione delle nuove

esperienze del teatro europeo e americano. Una New Wave la cui produzione

drammatica ha saputo essere specchio dei paradossi e delle contraddizioni della

società australiana: i miti del bush rispetto alla nuova realtà urbana, il rapporto

uomo/donna in una società prepotentemente maschilista, i pregiudizi nei confronti

delle minoranze razziali, l’omosessualità e la paura di essere considerati omosessuali.

Spesso gli autori della New Wave non si posero neppure il problema della forma.

Nelle storie della letteratura australiana sempre più spazio hanno autori aborigeni.

L’intento è quello di valorizzare il loro contributo e di facilitare l’accostarsi di altri

alla creazione letteraria.

La figura più interessante è quella di Colin Johnson, che come gli altri scrittori

aborigeni fa largo ricorso alla mitologia e al patrimonio linguistico aborigeno.

- Nuova Zelanda

Se per tutto l’800 i coloni neozelandesi amarono pensarsi come gli abitanti di una

remota provincia inglese, fu soltanto nel primo dopoguerra, che svilupparono una

prima consapevolezza di una loro distinta identità nazionale. Da questa rivoluzione

culturale nacquero le prime voci originali della letteratura neozelandese con autori

“impegnati” ovvero volgevano la loro scrittura all’impegno politico e alla denuncia

della condizione ad esempio femminile, impegno sociale; si sentivano insomma in

dovere di dare una testimonianza critica durissima, con un’implicita richiesta di

rigenerazione.

Il tipo di letteratura più apprezzato in Nuova Zelanda fu sicuramente il racconto

breve, che si nutriva di una lingua diretta, arricchita dalle varianti della colloquialità

quotidiana e una prosa asciutta e diretta. Personaggi forti della loro solidità di visione

e carichi di stoicismo con cui affrontano e subiscono la vita.

Per il talento poetico neozelandese più straordinario James K. Baxter, la poesia è

un’esperienza totale. Il poeta è un profeta, una specie di guru che creava una comune

che accoglieva quegli emarginati in cui vedeva incarnato il rifiuto degli pseudovalori

puritani e conformistici.

A Baxter si afianca Janet Frame. I suoi personaggi di matti si scontrano con un

mondo che li rifiuta e che è loro nemico; ed essi lo sostituiscono con un mondo creato

da loro, dalla loro invenzione verbale dalla loro parola. Questa loro follia è proprio

chiaro esempio di come sia in rapporto con il rifiuto di quelle convenzioni.

Tanto quanto gli aborigeni australiani, i Maori subirono lo stesso destino. Seppur per

la loro maggiore coesione e forza culturale, lo sterminio fu meno micidiale. Ma la

letteratura neozelandese si è riuscita a liberare della sudditanza coloniale esattamente

nel momento in cui ha scelto di aprirsi alla cultura maori, non più considerandola

come oggetto esotico, ma come cultura a pieno titolo, altra rispetto a quella europea.

- Canada

Il Canada ama pensarsi come un mosaico di genti giunte nello stesso vastissimo

territorio. Il Canada è forse il paese più civile del mondo ed uno dei più avanzati sul

piano sociale. Questa sua civiltà si è manifestata anche nel modo in cui il Canada si è

posto nei confronti delle comunità che si sono andate definendo sul suo territorio.

Molto importante è il peso che ebbero i principi calvinisti dei primi coloni.

È difficile parlare di Canada senza fare riferimento al possente vicino statunitense.

Infatti il confronto/distinzione appare subito nella primissima letteratura canadese. In

Canada la questione dell’identità doveva fare i conti con il pericolo Statunitense. Da

un lato c’era la scarsa visibilità del Canada, distrattamente considerato come

l’appendice settentrionale degli Stati Uniti, dall’altro c’era un massiccio export

culturale di questi ultimi che rischiava di sommergere le espressioni originali locali.

Nacque quindi la decisione di destinare numerose risorse finanziarie al sostegno

dell’editoria votata alla pubblicazione di autori canadesi. Si cominciava a delineare

quindi un possibile carattere nazionale canadese, cauto, conservatore.

Nella poesia canadese tra le due guerre spicca da un lato la figura isolata di E. J. Pratt

e dei poeti che scoprivano il modernismo del linguaggio del parlato quotidiano e che

includevano la critica sociale negli argomenti della poesia.

La narrativa canadese del 900 si aprì all’insegna dell’umorismo, con i divertenti

episodi e personaggi creati dal popolarissimo Stephen Leacock e della sua visione

dell’uomo destinato a lottare con una terra spesso matrigna che manifesta la volontà

divina; filosofia tra l’altro di ovvia ascendenza calvinista.

La seconda guerra mondiale, segnò la fine dei valori tradizionali, della tradizionale

visione del mondo, che aveva caratterizzato la mentalità canadese.

Doveva essere definita una nuova mentalità, nella politica nelle società e nelle arti.

Tema del contrasto tra vecchio e nuovo è molto presente nei romanzi di Hugh

MacLennan,che ci offre il ritratto di un nuovo Canada.

Gli autori che hanno avuto più riscontro sono stati Margaret Laurence, Margaret

Atwood e Micheal Ondaatje, le cui opere narrative sono entrate a far parte del canone

della letteratura mondiale.

Margaret Laurence nacque in Canada da famiglia rigidamente protestante. Le sue

varie esperienze fuori dal Canada le offrirono lo spunto per i primi lavori, scritti

proprio al suo ritorno in Canada. Le figure principali delle sue opere sono donne,

giovani e vecchie, mogli e zitelle, che da donne devono fronteggiare i

condizionamenti, le prevenzioni, i soprusi di una società provinciale e maschilista.

Margaret Atwood è sicuramente la star della letteratura canadese. Nella sua

produzione saggistica, poetica e narrativa, il tema centrale più importante è quello del

rapporto con la natura, del contrasto tra il rispetto per la terra e le sue genti originarie

e il materialismo avido e distruttore del progresso tecnologico.

Ma importante è anche il tema della doppia identità, anglofona e francofona del

Canada, e naturalmente quelle della condizione della donna. I suoi romanzi più

interessanti sono “Edible woman” e “Surfacing”. Se con il primo analizza la vita di

una donna immersa in una società consumistica dove tutto viene divorato, e che

anch’essa pronta a sposarsi si sente prossima ad essere mangiata, con il secondo

esplora a fondo il rapporto con la natura e con il remoto passato del Canada sempre

attraverso l’esperienza di una protagonista femminile.

Michael Ondaatje non è originario del Canada, ma vi si trasferisce a meno di 20 anni.

È considerato a tutti gli effetti uno scrittore di lingua inglese in Canada, e solo uno

dei suoi libri ritorna al suo paese d’origine, lo Sri Lanka.

Negli ultimi 20 anni dello scorso secolo, la poesia divenne in Canada il mezzo di

espressione letteraria più praticata e seguita da un vasto numero di lettori.

Ci sono poesie rap, poesie locali legate alla terra, poesie femministe, poesie

omosessuali. Le due figure che rappresentano il contributo poetico più originale sono

Leonard Cohen e Irving Layton. Quest’ultimo è un poeta di grande passione civile,

deciso nell’affrontare temi politici e sociali. La sua idea dell’erotismo vista come

forza liberatrice, corrisponde alle posizioni anticonformiste e iconoclaste assunte in

ambito sociale.

- Caraibi

I Caraibi non sono solo il luogo delle vacanze per eccellenza, ma anche il luogo

dell’ingiustizia, dello sradicamento prima e dello sfruttamento poi di intere

popolazioni, nel passato così come nel presente.

La letteratura è quindi una che si nutre di una realtà fatta di discriminazione, di

pregiudizio, di isolamento, di identità confuse, povertà e immigrazione.

I numerosi schiavi africani portarono con se i miti, le tradizioni, le religioni e i canti

delle loro terre. Questa cultura fu incorporata in quella europea. Ma non c’è niente di

idilliaco in tutto ciò. Infatti i mulatti punto di congiunzione tra africani e bianchi, non

sono altro che la conseguenza spesso di stupri subiti dalle schiave.

Soltanto a partire dall’inizio del 900 che cominciarono a farsi sentire le prime voci di

scrittori caraibici. Come avvenne nelle altre colonie, vi fu una prima fase di

imitazione e sudditanza culturale nei confronti dei modelli inglesi, coniugata con la

raffigurazione della natura e del colore locali, lasciò così il posto alla scoperta di una

prima confusa identità nazionale caraibica. Nei caraibi l’inglese non è però la lingua

nazionale parlata da una popolazione quasi totalmente d’origine britannica, ne è una

seconda lingua come in Africa e India. L’inglese è però l’unica lingua comune di

genti diversissime, l’unica insegnata nelle scuole, usata nei tribunali e scritta sui

giornali.

Il primo grande autore caraibico è Jean Rhys il quale pone al centro delle sue opere,

figure di donne di grande intensità spesso sradicate e sole, vittime del pregiudizio e

della prepotenza maschile.

Il genere del racconto ha avuto una grandissima diffusione; il tema principale è stato

quello della definizione di un’identità caraibica, affiancato poi da quelli della

tensione tra il peso culturale del colonialismo e l’eredità del mondo africano e

indiano, della rilevanza della questione razziale, della contrapposizione tra poveri e il

settore borghese.

Il maggiore tra i narratori caraibici è V. S. Naipul di origine indiana. La rottura

culturale e affettiva con il paese d’origine fu decisiva. Il contenuto centrale delle sue

opere è sicuramente il rifiuto della realtà coloniale e della tradizionalista comunità

indiana. Il personaggio centrale della sua opera è in stile settecentesco l’eroe. Ma nel

900 non possiamo che avere un antieroe. Il protagonista può infatti essere un uomo

qualunque, senza importanza, le cui però azioni senza importanza vengono raccontate

con la stessa pretesa di valore, con la stessa attenzione e la stessa dovizia di

particolari riservate alle avventure dell’eroe settecentesco.

Per quanto riguarda la poesia il maggior poeta caraibico e forse addirittura il maggior

poeta di lingua inglese vivente, è Derek Walcott. Alla base del suo mondo Walcott

individua una divisione profonda, fisica, psicologica, geografica e razziale. Ma sente

la necessità di superare tale divisione in nome dell’unicità dell’uomo e grazie alla

poesia che tale unicità sa cogliere.

Il suono più importante della poesia di Walcott è sicuramente il mare, quello liscio

del pigro agosto o quello che s’infrange sulla riva dopo l’uragano. Sempre quel

rumore di mare, che il poeta cerca di afferrare, e di portare nella sua poesia.

- India

Le opere letterarie fino alla metà degli anni 30 del 900, non presenta caratteristiche di

particolare originalità; il loro interesse è di puro carattere storico.

Dagli anni 30 in poi cominciano a diffondersi opere dall’aspetto più rivoluzionario,

forse sull’onda del pensiero di Gandhi, proclamazione dell’ingiustizia della divisione

in caste e della piena dignità di uomini detti intoccabili.

Con l’esordio nel 1938, Raja Rao dipinge l’effetto e le conseguenze della

predicazione gandhiana e lo fa con opere che hanno ovvio valore di testimonianza

politica. Ma per Rao in realtà è ancora più importante l’operazione linguistica e

letteraria, di cui tra l’altro si fa promotore, con la scelta dell’inglese come lingua della

comunicazione narrativa e con l’inserimento in essa dei vocaboli, dei ritmi, dei

registri linguistici sia dell’alta tradizione sanscrita che della bassa parlata popolare.

La dimensione mitica ha per Rao fondamentale importanza. I romanzi sono fitti di

simboli che mescolano religione storia e mito.

R. K. Narayan attraversa con la sua produzione letteraria tutte le fasi dell’India

moderna; è l’inventore dell’immaginaria città di Malgudi, in cui si muovono figurine

di un’India tradizionale che però è aperta anche alla modernità, una città quindi

sempre in bilico tra conservazione del vecchio e accettazione del nuovo. Narayan fa

emergere la realtà della società indiana per accenni, attraverso gli incontri e le

vicissitudini dei suoi personaggi.

I protagonisti della sua produzione non sono ricchi ma comunque senza problemi di

sopravvivenza, dediti a qualche modesta attività commerciale o artigianale ma

psicologicamente e socialmente consapevoli di un ruolo rispettabile e rispettato,

religiosi ma lontani dall’adesione totalizzante dei più poveri che nella religione hanno

l’unico conforto, sono in fondo quelli che meglio riescono a trovare un equilibrio tra

vecchio e nuovo, che più possono essere indiani e al tempo stesso comprensibili alla

nostra sensibilità.

Indiana è la visione dell’uomo e del mondo, propria di Narayan; inglese è la lingua in

cui la esprime; europea (ma con influenze indiane) è la forma letteraria da lui

adottata.

Anche dopo l’indipendenza una seconda generazione di scrittori continuò a scrivere

in inglese per descrivere le tragiche vicende che l’accompagnarono.

Il più brillante tra questi autori di seconda generazione è Kushwant Singh il quale

scrive nel e sul dopoguerra, in concomitanza e a seguito dei fatti dell’indipendenza

dell’India e della Partition, la separazione tra India e Pakistan.

“Train to Pakistan” appunto, racconta le vicende della formazione dei due stati

attraverso l’osservatorio di un villaggio di confine. La vita del villaggio placida e

raccolta, scandita dai ritmi dell’India immemore, viene stravolta da un turbine di odio

e di violenza. Ma tale odio proviene non da fuori, ma nasce da dentro, nutrito da un

groviglio di miti, credenze religiose e deformazioni storiche che solidificano negli

abitanti una paura dell’altro che spinge al suo annientamento.

Evento che ha cambiato prospettive è stato nel 1981 la pubblicazione di Midnight’s

Children di Salman Rushdie; l’opera diventa punto di riferimento per i giovani

scrittori, che vedono in quest’opera un’autorizzazione a ripensare il romanzo in

inglese a prescindere dalle forme linguistiche e narrative dell’ortodossia; l’utilizzo

quindi dell’inglese al servizio della propria immaginazione e al fianco del proprio

patrimonio culturale.

Arriviamo ora agli autori di ultima generazione, nati dopo l’indipendenza. Il più

interessante è Amitav Ghosh il quale possiede una chiave narrativa originalissima,

che sovrappone alla fiction la ricerca storica, la cronaca e l’autobiografia. “The

shadows line” forse il suo più bel romanzo, si chiude con un episodio terribile,

l’uccisione da parte di una folla fanatica di musulmani, a Dacca, dell’indifeso Tridib,

la figura centrale nella formazione del protagonista.

La contrapposizione tra indù e musulmani, che la divisione tra India e Pakistan ha

sancito e non risolto, si affaccia di continuo nelle pagine del romanzo. Ghosh ci

mostra la cecità dell’odio e le ragioni delle vittime e dei carnefici.

Molte sono le voci originali come Upamanyu Chatterjee il cui nel suo romanzo

d’esordio ritrae l’India burocratica e provinciale. Chatterjee si lancia nell’invenzione

letteraria basandosi sulla sua visione della realtà indiana e lo fa in inglese perché

quella è la lingua in cui ha scelto di esprimerla.

Il romanzo è sicuramente il genere per eccellenza in cui si è espressa la letteratura

indiana in inglese. Il teatro è invece poca cosa. È troppo grande la distanza tra le

forme teatrali della tradizione e quelle che l’uso della lingua inglese porta con sé; così

anche la poesia non ha trovato molte voci originali.

Si potrebbe parlare anche dei cosiddetti scrittori della diaspora ovvero quelli che

provengono o i cui genitori o i cui avi provenivano dal subcontinente indiano.

Il più originale degli autori indiani inglesi potrebbe essere Hanif Kureishi mentre tra

quelli statunitensi Bharati Mukherjee.

Salman Rushdie come altri indiani, sono degli straordinari story tellers in grado di

raccontare storie che durano intere giornate, piene di digressioni e riprese,

ingigantendo il reale pur restando ancorato ad esso, che coinvolge l’ascoltatore in una

tensione continua tra le sue attese e l’invenzione del narratore.

Rushdie stabilisce un contatto costante con il lettore, lo stuzzica, lo rende complice

dell’invenzione narrativa. Si diverte ad anticipare particolari di ciò che verrà

raccontato in seguito, a seminare indizi dei futuri sviluppi della vicenda.

Di Rushdie “The satanic verses” che discutono sul legame tra religione e potere, sul

rispetto esteriore delle regole religiose e sulle loro trasgressioni segrete, sull’ipocrisia

religiosa. The Norton Anthology of Theory and Criticism

- Franz Fanon

Frantz Fanon fu uno dei pensatori più influenti del 20° sec. Le sue opere critiche

ruotano attorno le condizioni della lotta coloniale, descrivendo le difficoltà che

dovranno affrontare le nazioni africane dopo che avranno ottenuto l’indipendenza.

Fanon fu molto attivo politicamente, ma cosa ancor più di rilievo, andò volontario in

guerra in Europa, restando poi in Francia per completare gli studi. Sempre in Francia

cominciò a praticare come psichiatra a Parigi e Lione. Qui capì come la società

francese, al di la dell’intelligenza, alto livello di educazione, conoscenza profonda

della lingua, vedeva il “nero” come alieno e inferiore, come un esempio di una razza

selvaggia e esotica, causa di anni di pregiudizi razziali e stereotipi.

In Francia comunque pubblicò la sua prima opera, nel 1952, “Peau noire, masques

blancs” dove Fanon descrive il crescente odio razziale in Francia. Inscena anche una

conversazione con lo studioso esistenzialista Jean-Paul Sartre, parlando dei vari stadi

di alienazione della vita di un nero nelle società bianche.

Nel 1953 si trasferì in Algeria. Proprio l’Algeria, colonia francese, nel 1954 cominciò

la lunga lotta per l’indipendenza terminata solo nel 1962. Molti dei lavori di Fanon in

questo periodo si concentrarono proprio sulla rivoluzione Algerina.

L’idea politica di Fanon ruota attorno al pensiero Marxista, pesantemente modificata

per il terzo mondo, a misura delle prospettive anticoloniali.

Per Fanon la rivoluzione deve essere portata avanti da una coalizione di abitanti, i

cosiddetti “lumpenproletariat”, che per Marx erano coloro che avevano potenziale

rivoluzionario in Europa.

Nel capitolo “On National Culture” Fanon esamina il nazionalismo, esplorando il

ruolo giocato dalla cultura, quindi dai letterati, delle arti, nello sviluppo di un’identità

post-coloniale nelle nazioni dell’Africa.

- Reciprocal bases of national culture and the fight for freedom (from On

national culture)

Il dominio coloniale tenta di distruggere spettacolarmente la vita culturale delle

persone di un paese colonizzato; ciò è possibile negando la realtà nazionale, vietando

ai nativi i loro costumi, espropriando terreni e dal sistematico schiavizzare di uomini

e donne.

Se la massa della popolazione tende comunque a mantenere intatte le tradizioni,

completamente differenti da quelle della situazione coloniale, gli intellettuali spesso

sono invece affascinati dalla cultura del paese occupante.

Alcuni però tentano di “rianimare” e dare nuovo impulso alla propria cultura

nazionale, in un’ottica anticolonialista. Ma una cultura nazionale sotto il dominio

culturale, è comunque una cultura contestata, condannata alla segretezza. Questa idea

di cultura clandestina è vista nelle reazioni del potere occupante che la vede come un

rifiuto alla sottomissione.

I colonizzatori hanno in primis incoraggiato queste espressioni coloniali, rendendo la

loro esistenza possibile, con l’intento di sdrammatizzare l’atmosfera. Ma questa

situazione non può che essere transitoria. Il progresso di questa coscienza nazionale

modifica e rende più precise le produzioni letterarie native anticoloniali.

La nazione non è solo una condizione per la cultura, ma anche una necessità. Unisce

insieme i vari elementi indispensabili per la creazione della cultura, dandole

credibilità, validità, vita e potere creativo.

- Edward W. Said

Edward Said fu critico letterario e teorico, così come importante figura politica

impegnato nel difendere i diritti dei Palestinesi. Nella sua opera Orientalism,

considerata anche l’opera fondante degli studi post-coloniali, esamina la dimensione

politica della letteratura e della cultura, e accusa alcuni intellettuali di essere stati

complici nell’amministrazione del potere imperiale.

- Orientalism

Scritto nel 1978, contiene le illustrazioni di Said di come l’Europa ha descritto per

anni l’Oriente. Utilizzando e rielaborando il pensiero di Antonio Gramsci e Michel

Faucault tra gli altri, Said mette in luce il carattere di parzialità, quando non

mistificatorio o privo di fondamenti oggettivi, contenuti nella nozione di "Oriente", le

sue determinazioni storiche e i suoi presupposti ideologici. L'"Oriente", dunque, non

sarebbe il nome di una qualche entità geografica o culturale concretamente

determinabile, ma uno strumento utilizzato dalle culture di matrice europea innanzi

tutto per poter costruire la propria identità di "Occidente" e, in parallelo, per

ingabbiare le cosiddette culture orientali in formule stereotipe e generalizzanti,

quando non disumanizzanti.

Tipico delle teorie orientaliste, dice Said, è la tendenza a considerare grandi

complessi culturali, l’Islam, l’India o addirittura l’intera Asia, riassumibili in pochi

caratteri generali. Punto nodale dell'analisi di Said è l'individuazione delle

connessioni che legano la produzione di teorie orientaliste in Europa e Stati Uniti con

il nascere e l'ampliarsi del dominio imperialista, coloniale e neocoloniale. Le teorie


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k1os

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DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lingue e letterature moderne
SSD:
Università: Palermo - Unipa
A.A.: 2015-2016

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher k1os di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura dei Paesi di Lingua Inglese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Palermo - Unipa o del prof Castagna Valentina.

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