Le mille voci delle letterature in inglese
Nei primi anni '70, il premio Nobel per la letteratura venne conferito all’australiano Patrick White. Negli anni più vicini a noi venne conferito al nigeriano Wole Soyinka, alla sudafricana Nadine Gordimer e al caraibico Derek Walcott, alla canadese Margaret Atwood, ecc. Tutti questi scrittori non inglesi, ma che scrivono in inglese, sono riconosciuti come alcuni dei maggiori scrittori della seconda metà del '900. Questi grandi non sono però isolati, ma figure di spicco in un panorama di scrittori di lingua inglese vastissimo e molto produttivo.
Letteratura del Commonwealth e differenziazioni linguistiche
Negli anni '70 si consolidò l’idea e il concetto di “Letteratura del Commonwealth”. La definizione venne però vista da molti come un concetto segregazionista e magari anche razziale. Gli scrittori così detti del Commonwealth erano accomunati dall’utilizzo della stessa lingua, l’inglese, ma provenivano da ambienti e società con enormi diversità. Rushdie propose in un saggio la definizione di letteratura inglese o meglio letteratura IN inglese.
Bisogna effettuare una distinzione nella produzione di questa letteratura in base a un fattore storico-linguistico d’importanza decisiva: distinzione tra i paesi in cui l’inglese è lingua nazionale parlata da una popolazione di origine quasi del tutto europea e quelli in cui l’inglese è seconda lingua, capita da molti ma scritta solo da un’élite, che si affianca alle parlate delle popolazioni locali.
- Settler Colonies (come Canada, Australia e Nuova Zelanda) in cui il paese era colonizzato da europei che l’avevano sottratto alle popolazioni indigene distruggendole quasi del tutto.
- Invaded Colonies (come India e Nigeria) in cui la presenza britannica era stata unicamente limitata alle necessità del dominio.
Si potrebbe lasciare fuori da questo schema il Sudafrica, in cui autori bianchi possono essere assimilati a quelli delle Settler Colonies e i cui scrittori neri possono fare tutt’uno con quelli degli altri paesi africani.
Letteratura post-coloniale
Sia per gli uni che per gli altri, il materiale elaborato dallo scrittore era ricavato dalla storia coloniale e dalle testimonianze delle grandi figure della lotta anticoloniale. Per tutti, la consapevolezza delle proprie radici e della propria storia rappresenta un bene prezioso; in particolare per chi le ha viste nascondere o addirittura negare. L’aggettivo che potrebbe quindi accomunarle è post-coloniale. Si tratta quindi di letterature che, anche dopo anni, continuano a confrontarsi con il patrimonio culturale dell’antica potenza imperiale. Ne nasce un fenomeno ibrido, che ruota intorno al rapporto dialettico tra i sistemi culturali europei e l’impulso a creare o ricreare un’identità locale indipendente.
Africa
Africa subsahariana
Si parla qui dell’Africa su cui esercitò il dominio coloniale britannico. Gli scrittori appartenenti a questa sotto-categoria di letteratura IN inglese appartengono a aree geograficamente lontanissime e a etnie spesso addirittura nemiche, lontane di lingua, tradizioni e credenze. L’elemento unificante è dato dall’inglese usato come lingua franca. Un dato comune è dato dalla diglossia, dalla duplice competenza linguistica, che emerge nell’opera letteraria scritta in inglese attraverso il ricorso a parole ed espressioni della lingua dell’etnia cui lo scrittore appartiene. Ciò avviene per due motivi: in primis perché il vocabolo nella lingua utilizzata nel paese d’origine dello scrittore può avere un significante che non è presente in inglese, secondo perché così l’autore dichiara che è quella lingua che corrisponde al mondo di cui ci parla, non l’inglese con cui ha scelto di descrivercelo.
Sempre parlando dei tratti in comune, dobbiamo sottolineare due aspetti: uno espressivo e uno ideologico. Il primo è dato dalla tradizione orale, fattore costitutivo delle letterature africane, con lo scrittore che ricorre ad esempio a proverbi e perle di saggezza proprie del parlato del suo paese. Il secondo aspetto riguarda il ruolo dello scrittore, che si pone come guida, come colui capace di ammonire e denunciare e che può dare risposta ai problemi della propria gente.
Se non è possibile parlare di letteratura africana tout court, non ha senso neanche parlare di letterature relativamente a un singolo paese. Più utile sembra una suddivisione fatta per aree: Africa Occidentale, Orientale e Meridionale.
La letteratura africana in lingua inglese si può dire che irrompe nella scena letteraria nel 1958 con Chinua Achebe e il suo "Things fall apart". Ambientato nella Nigeria di fine '800 e le vicende del suo protagonista, Okonkwo, coincidono con l’arrivo e l’estensione del dominio coloniale. L’intento di Achebe è quello di dimostrare che esiste una tradizione e una cultura dell’Africa e tenta così di riportarla alla luce purificandola dalle distorsioni operate dagli europei. La storia è quindi ambientata nel periodo pre-coloniale.
Parla invece del pieno del periodo coloniale "The arrow of God", dove ritroviamo la divisione interna tra cristiani e non cristiani. Achebe dedica ampi spazi agli aspetti della vita quotidiana degli ibo.
Parlano invece del presente, quindi del periodo post-coloniale, "No longer at ease" e "A man of the people". La voce narrante che esprimeva una realtà collettiva lascia il posto a una "voce sola".
Siamo di fronte a una letteratura di un io che rifiuta i valori del mondo occidentale, ma che non trova un riferimento né in quelli della tradizione africana di un tempo, né tantomeno nella realtà presente che li ha cancellati anziché rinnovarli.
Lo scrittore ghanese Ayi Kwei Armah invoca la necessità di radicare nel passato la celebrazione del nuovo. Con "Why are we so blest?" rivela tramite la lingua nella sua ibridità priva di solido principio guida, la sconnessione dell’animo.
Farah, nato in Somalia, alla diglossia e alla sperimentazione linguistica. L’atteggiamento di Farah rispetto al passato e alla tradizione è marcatamente più critico rispetto a quello di altri scrittori.
Nel panorama della letteratura africana, le parole violenza e corruzione tornano spesso. La violenza, quella quotidiana presente nel mondo coloniale ma non scomparsa in quello post-coloniale, è il tema centrale dell’opera di Dambudzo Marechera dello Zimbabwe, dalla scrittura nervosa e inquietante che scavalca i limiti del realismo.
Sudafrica
In Sudafrica, essendo l’afrikaans la lingua dell’oppressione coloniale, l’inglese si è ritrovato ad essere la lingua della libertà...o almeno dell’opposizione all’apartheid. La data di inizio della letteratura in inglese in Sudafrica si fa coincidere solitamente con il 1883, data di pubblicazione di "The story of an african farm" di Olive Schreiner. Il testo, attraverso l’indagine della condizione femminile, illumina lo stato di alienazione proprio di tutta la realtà coloniale.
L’aspetto tematico più rilevante è quello della proposta di un’idea di identità sudafricana in quanto nazione e in quanto superamento delle divisioni etniche e tribali. D’altronde, la peculiarità del Sudafrica è di essere stato l’unico paese africano con un numeroso insediamento di europei, fondamentalmente olandesi e britannici. Il problema della convivenza con i neri si poneva quindi in termini anomali e fu risolto attraverso il sistema della separazione/segregazione, il regime dell’apartheid. La storia della letteratura sudafricana nella seconda metà del '900 è intrecciata con l’esistenza di quel regime, che elevava il razzismo a valore.
Con i primi anni '70, e dopo la rivolta di Soweto, per lo scrittore africano di colore le coordinate non potevano essere che quelle della censura, del carcere e dell’esilio. La produzione poetica sudafricana è di modesta originalità e sempre dovuta a scrittori bianchi. Poi ci fu l’affermazione quasi simultanea di Mongane Serote e Mbuyseni Mitshali che accentuarono di molto nel corso degli anni il loro impegno politico.
Le due figure maggiori della letteratura sudafricana sono Nadine Gordimer e J.M. Coetzee. Il tema quasi d’obbligo sarà quello dei dilemmi di un mondo in rapida e impressionante transizione. Coetzee si rivolge apertamente al patrimonio europeo e ai suoi grandi esponenti, Kafka, Defoe e Dostoevskij, forse anche nella ricerca di un’autorità che dia diritto di parola al suo raccontare. In questi autori si possono leggere tanto l’amarezza e lo sconforto quanto la possibilità della speranza.
Australia
Prima di parlare della letteratura australiana, occorre parlare del paesaggio. Continente con una sottile mezzaluna di costa a clima temperato e un interno per lo più arido fino alle grandi distese desertiche. Questa non è una vera e propria colonia. In principio venne usata come colonia penale, per poi diventare colonia agricola. Ma rapidamente, già da metà Ottocento, il quadro mutò rapidamente. La scoperta dell’oro e la nuova ondata migratoria, fece sì che i vecchi proprietari si trasformassero in una specie di aristocrazia rurale.
Aspetto decisivo è stato quello del rapporto con gli aborigeni, i primitivi abitanti del continente, sistematicamente massacrati e ridotti ad una sparuta minoranza, violentati e umiliati.
Alla scuola realistica appartiene l’opera di Henry Handel Richardson, autore della trilogia "The fortunes of Richard Mahony", composta da tre romanzi. Tratta delle trasformazioni che percorrono l’Australia dell’800 ma soprattutto, il rapporto con la moglie Mary, divisi nell’atteggiamento che assumono rispetto alla società australiana e divisi rispetto al ruolo di lei, sposa e madre dei suoi figli. Il tema del matrimonio visto come condanna e sacrificio quotidiano, è stato uno di quelli più spesso indagati dalla letteratura australiana.
Mentre con alcuni autori l’esperienza del social realism accentua l’idea del "bush" (le sconfinate lande interne) e dei suoi rudi lavoratori come essenza del mondo, altri autori australiani espatriati si sono affermati al di fuori dell’Australia e della sua scena culturale. Ad esempio Christina Stead, che partì da Sydney per l’Europa e non fece ritorno in Australia che negli ultimi anni della sua vita. Il paesaggio è di fondamentale importanza e in uno dei suoi romanzi, "Seven poor men of Sydney", la città e la sua baia comunicano un senso di una vitalità prorompente, intensa e solare. Poi però il fascino della baia sfuma in secondo piano. Sono passati molti anni e Sydney è cambiata, così come è cambiato il mondo con gli orrori della prima guerra mondiale, le lotte operaie, ecc... la messa in discussione dei vecchi valori.
La scrittura della Stead è talvolta appesantita da un eccesso di verbosità nei dialoghi e nei monologhi intellettualistici dei personaggi. Il realismo cadeva e lasciava il posto al surreale con Peter Carey, il quale rielabora con maestria topoi, aspetti, prodotti della cultura di massa...ma lungi dall’aderirvi, né profondamente un critico.
La poetica australiana ha cercato una sua autonomia e identità sia con Kenneth Slessor sia con il più originale Robert David Fitzgerald. Negli anni '50 cominciano a farsi conoscere autori provenienti dall’accademia, per lo più professori universitari. L’influenza della poesia americana riuscì appena a fare entrare un po’ d’aria nuova nel chiuso dell’accademia. Lo scossone venne da fuori, dal fermento che attraversava le giovani generazioni e che portava con sé la volontà di dar voce alla propria voce.
La storia del teatro comincia anni addietro, con la messa in scena del "Recruiting officer" del 1789, con scene, costumi e interpretazioni di un gruppo di galeotti. Ma dopo questa iniziale partenza, per tutto l’800 essa è stata storia soprattutto di compagnie teatrali inglesi e americane. Solo nel '900 attori, registi e drammaturgi australiani cominciarono a lavorare ad un progetto di ridefinizione del mezzo teatrale attraverso la ricerca di un nuovo rapporto tra scena e pubblico, sperimentazione linguistica e rivisitazione delle nuove esperienze del teatro europeo e americano. Una New Wave la cui produzione drammatica ha saputo essere specchio dei paradossi e delle contraddizioni della società australiana: i miti del bush rispetto alla nuova realtà urbana, il rapporto uomo/donna in una società prepotentemente maschilista, i pregiudizi nei confronti delle minoranze razziali, l’omosessualità e la pace.
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