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Tiziana Pironi

Infanzia e famiglie al nido: alle origini di un’alleanza complessa

Premessa

L’intento di questa ricerca è quello di compiere una ricostruzione storica della nascita del primo nido bolognese, avvenuta nel 1969, considerata nelle dinamiche di quei mutamenti che hanno contrassegnato le politiche sociali nei confronti della prima infanzia.

Almeno dal punto di vista teorico, possiamo individuare la fase aurorale di un nuovo modello di Welfare, alle soglie del Novecento, nella proposta di Ellen Key di porre il benessere dei bambini al centro di ogni interesse umano, politico e sociale, considerando al tempo stesso il problema della donna, costretta a scegliere tra due diritti, ritenuti da sempre inconciliabili tra loro: il lavoro e la maternità.1

Tale tensione ideale, oltre a trovare una sua realizzazione nel modello di Welfare svedese, rappresenta il fil rouge che collega il protagonismo femminile di primo ’900 con quello del secondo dopoguerra, nel rivendicare un nido qualitativo dal punto di vista pedagogico, quale luogo primario su cui dovrà reggersi la realizzazione delle future politiche sociali.2

È noto che in Italia, con l’istituzione dell’Opera Nazionale Maternità Infanzia, nel 1925, il fascismo avesse posto l’infanzia al centro delle politiche sociali del Regime per favorire l’incremento della natalità; essa andava perciò custodita, sorvegliata e curata essenzialmente dal punto di vista igienico-sanitario per garantire requisiti minimi di sicurezza “fisica”. I nidi creati dall’OMNI si profilarono perciò come luoghi di discriminazione e di marginalità sociale, destinati all’infanzia più povera, disagiata, nel perpetuare logiche di discriminazione, di serie A e di serie B, differenziata tra figli legittimi e illegittimi.3

Anche nel secondo dopoguerra furono esclusivamente le categorie sociali più deboli a fruire dell’assistenza dell’ONMI, facendo i conti con la difficile realtà di un asilo nido, che imponeva una specie di cordone sanitario col mondo esterno: al suo ingresso il bambino veniva separato dal suo mondo affettivo, senza prevedere alcuna gradualità per il suo inserimento.4

Di conseguenza, molti bambini presentavano evidenti disturbi del comportamento, apatia, aggressività, ecc., avendo subito una brusca interruzione nel rapporto con l’ambiente familiare, già a otto settimane dalla nascita, la legge stabiliva infatti che la lavoratrice madre rientrasse al lavoro cinquantasei giorni dopo il parto.

Costretti alla disciplina e all’obbedienza, i piccoli trascorrevano nove-dieci ore giornaliere in un ambiente disadorno e spersonalizzante: il riposo avveniva in un camerone-dormitorio di tipo ospedaliero, mentre in molti casi l’ambiente per il gioco si caratterizzava per le pareti imbottite, fino a circa un metro da terra, per impedire eventuali urti contro i muri; anche la scelta del materiale ludico risultava del tutto casuale e standardizzata, palle, sonagli, animali di plastica; durante l’alimentazione non si stabiliva alcun tipo di relazione interpersonale, col sistema delle bocche da riempire in serie; mancando il personale necessario alla sorveglianza, spesso, durante il sonno i bambini venivano legati ai loro lettini per ragioni di sicurezza.5

Sul piano istituzionale, nel secondo dopoguerra l’ONMI mantenne pure l’impianto burocratico e verticistico precedente; non mancò neanche un’azione volta a pubblicizzarne le attività, come ad esempio con la reintroduzione della Giornata della madre e del fanciullo, il 6 gennaio 1951, a conclusione di una settimana di una vasta campagna promozionale, svolta attraverso i mass-media.6

Alla vigilia degli anni Settanta l’ONMI si qualifica perciò sul territorio nazionale con la sua rete delle Case della madre e del fanciullo, imperniate sul concetto di tutela della maternità, ma costrette a fare i conti con la scarsità di risorse finanziarie rendendo del tutto inadempiente la legge dell’agosto 1950, sull’assistenza alle donne lavoratrici.7

Rivendicazioni femminili e storie di militanza

Nei primi anni Sessanta, nell’alveo delle grandi trasformazioni sociali che coinvolgono il Paese, sono di nuovo le istanze dei movimenti emancipazionisti femminili a sollecitare il coinvolgimento della società civile, in nome del diritto della donna al lavoro e alla maternità: nel 1960 l’Unione Donne Italiane presenta al Parlamento una proposta di legge per il trasferimento delle funzioni dell’ONMI alle amministrazioni comunali.8

Si susseguono numerose iniziative, sempre da parte dell’UDI, tra cui il Convegno nazionale del 1962 dedicato proprio ai temi del lavoro femminile e dell’assistenza alla prima infanzia; nel 1965 seguirà una nuova proposta di legge, di iniziativa popolare, che avanza la richiesta dello scioglimento dell’OMNI, per favorire la creazione di una rete di nidi affidati agli enti locali.9

Come è stato detto, questa battaglia rappresenta per migliaia di donne «la prima e più immediata forma di un loro impegno nella vita sociale e politica».10

Una lotta che va dalle inchieste alle petizioni, alle proposte di legge, ai convegni di studio, e che favorisce una crescita di coscienza che coinvolge ben presto, almeno per quanto riguarda la realtà bolognese, le organizzazioni sindacali e le forze politiche e sociali progressiste.

La città di Bologna è in questi anni al centro di un dibattito che coinvolge pedagogisti, psicologi, amministratori, oltre al mondo del lavoro e delle associazioni femminili. Proprio nel capoluogo emiliano si assiste a un vivace dibattito che trova realizzazione in varie iniziative; tra queste, nel 1963, un importante Convegno, organizzato dal Comitato per l’affermazione dei diritti della donna, dedicato al tema Asili nido e scuole materne. Esigenza improrogabile della società italiana, dove si sostiene l’esigenza che l’asilo nido assuma una valenza pedagogica, spazi, arredamenti, educatrici, e si ritiene inoltre preferibile il modello residenziale rispetto a quello aziendale, onde favorire la continuità casa/nido, evitando al bambino troppi disagi dovuti a lunghi spostamenti e a tragitti.11

Non sorprende perciò che l’anno successivo, il terzo Febbraio pedagogico venga dedicato a Il primo anno di vita del bambino, focalizzando proprio l’attenzione degli studiosi sull’eventuale funzione dell’asilo nido quale supporto educativo al ruolo genitoriale, non solo materno, ma anche paterno. Questo evento si rivela perciò molto importante e rappresenta il primo incontro interdisciplinare, organizzato in Italia, che coinvolge pedagogisti, psicologi e pediatri.12

1 E. Key, Barnets arhundrale. Il secolo dei fanciulli, [1900], Bocca, Torino, 1906.

2 Su tali problematiche, al centro del dibattito del femminismo italiano di inizio ’900, mi permetto di segnalare: T. Pironi, Femminismo ed educazione in età giolittiana. Conflitti e sfide della modernità, ETS, Pisa, 2010.

3 L’ONMI si rivolgeva infatti alle donne gestanti e alle madri nubili e vedove, abbandonate o prive di mezzi e a quelle donne coniugate il cui marito fosse incapace di provvedere al mantenimento della famiglia. Dovevano essere accuditi dall’Opera i lattanti e i divezzi, fino al quinto anno con genitori incapaci di prestare loro le cure necessarie, i fanciulli di ogni età figli di famiglie bisognose o abbandonati. Si veda al riguardo M. Minesso, a cura di, Stato e infanzia nell’Italia contemporanea. Origini, sviluppo e fine dell’ONMI 1925-1975, Il Mulino, Bologna, 2007, p. 75.

4 Si rimanda in particolare a M.P. Pecchia Fini, I nidi del CNM a Roma, in E. Gianini Belotti, G. Honegger Fresco, Educazione dalla nascita. L’esperienza del Centro Nascita Montessori, 5, Emme Edizioni, Milano, 1983, pp. 105-107.

5 Ivi, p. 107.

6 M. Minesso, a cura di, Stato e infanzia…, op. cit., in particolare pp. 150-151.

7 Questa legge aveva assegnato all’Opera il compito di incrementare il numero degli asili nido, mentre le industrie avrebbero dovuto organizzare al loro interno camere di allattamento aziendali. Per approfondimenti al riguardo si veda il volume sopracitato, pp. 160-161.

8 Va ricordato che nel secondo dopoguerra l’Unione Donne Italiane aveva incentrato su tali tematiche i suoi Congressi nazionali del 1949 e del 1954.

9 Si tratta della legge n. 1043, presentata sempre dall’UDI al Senato, dal titolo “Istituzione del servizio sociale degli asili nido per i bambini fino ai tre anni”.

10 M. Mereghetti, Un asilo di tipo nuovo: conquista del movimento che ha condotto la vertenza,

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-PSI/04 Psicologia dello sviluppo e psicologia dell'educazione

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher iryna.hvardyeyeva di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Psicologia Infantile e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Bologna o del prof Pironi Tiziana.
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