DISCRIMINAZIONE di PREZZO
Far pagare lo stesso bene e servizio un prezzo diverso A CONSUMATORI DIVERSI O ALLO
STESSO CONSUMATORE. A volte questo capita allo stesso consumatore che a volte è disposto a
pagare un prezzo alto e a volte un prezzo basso (Energia elettrica che costa diversamente nei
diverso momenti della giornata). Più facile che ci sia discriminazione di prezzo e le imprese
tendono a discriminare il più possibile sui prezzo perché questo aumenta i profitti. Esempi:
computer venduti a studenti o a consumatori generici hanno un prezzo diverso, cinema, teatro,
spettacolo con biglietti differenziati a seconda dell’età, abbonamento ai mezzi pubblici con
agevolazioni, biglietti aerei, piani tariffari della telefonia mobile, pacchetti Sky, tariffe gas,
alberghi. La discriminazione di prezzo può dipendere dalla versione del prodotto (L’impresa
soddisfa consumatori con disponibilità a pagare diversa tramite versioni diverse dello stesso bene),
dal tempo (Ore del giorno, stagioni, mesi), della clientela (Bambini e adulti, studenti e anziani,
maschi e femmine), dell’ubicazione (Posti a teatro, ombrellone in spiaggia). Le imprese vogliono
classificare i propri consumatori rispetto una VARIABILE che è LA DISPONIBILITÀ A
PAGARE, ma si tratta di una variabile non osservabile direttamente, né verificabile. Tuttavia non
sempre le imprese sono in grado di discriminare: per poter discriminare l’impresa deve essere
price maker, cioè essere in grado di definire il prezzo perché ha potere di mercato (Monopolio e
oligopolio con alta concentrazione), l’impresa deve essere in grado di classificare i consumatori
(conoscere la disponibilità a pagare dei consumatori) e non ci deve essere arbitraggio, cioè non
deve essere possibile per chi acquista i beni al prezzo più basso rivendere a chi acquisterebbe ad un
prezzo più alto (non ci deve essere un mercato secondario). LA DISCRIMINAZIONE di PREZZO
AUMENTA I PROFITTI. (vedi grafici slide) Esiste una discriminazione di primo grado o perfetta
che consiste nel vendere ogni unità di prodotto al prezzo massimo che ogni singolo
consumatore è disposto a pagare (prezzo di riserva): è la discriminazione con il maggior
contenuto informativo, perché l’impresa deve conoscere la disponibilità a pagare di ciascun
consumatore. La discriminazione di terzo tipo è quella in cui l’impresa non conosce la
disponibilità a pagare di ciascun consumatore, ma di gruppi di consumatori. La
discriminazione di secondo grado è quella in cui l’impresa non conosce la disponibilità a pagare,
ma conosce solo la distribuzione della preferenze. Il primo grado richiede moltissima
informazione, il terzo grado un po’ meno e il secondo grado non richiede nessun contenuto
informativo.
Primo grado:
il monopolista continua a vendere fino a quando il prezzo di riserva è uguale al costo
marginale (vedi grafico slide); la quantità che si ottiene è una quantità di concorrenza perfetta
proprio perché il prezzo è uguale al costo marginale: la situazione è molto efficiente, ma rispetto
alla concorrenza perfetta i prezzi sono diversi, perchè non esiste un prezzo unico, ma un prezzo
diverso per ciascuna unità e tutti questi prezzi sono maggiori del costo marginale. Il surplus del
consumatore è il profitto delle imprese e quindi i profitti sono molto elevati. SUI MERCATI LA
DIFFERENZIAIZONE PERFETTA NON è PRATICABILE PER PROBLEMI DI NATURA
INFORMATIVA, MA TANTO Più IL MONOPOLISTA AUMENTA IL NUMERO DEI PREZZI
DIFFERENTI PRATICATI, TANTO Più CATTURA IL SURPLUS DEL CONSUMATORE E
AUMENTA I PROFITTI
Terzo grado:
segmentazione del mercato su base geografica, in base all’età, in base al reddito. Si fissa un
prezzo diverso per ogni segmento, per ogni gruppo di consumatori. Un monopolista vende lo
stesso bene in due mercati separati applicando due prezzi diversi: grafici! In equilibrio
MR1 = MR2 = MC. Tanto più l’elasticità è elevata, tanto più viene compensata da un prezzo basso.
Secondo grado:
i consumatori si auto selezionano, perché scelgono se acquistare e quanto acquistare. Le
imprese fissano un prezzo diverso per ogni unità acquistata.
Prezzi non lineari PREZZO DIVERSO PER OGNI QUANTITA CONSUMATA: i consumatori
non devono solo decidere se acquistare un certo bene, ma anche quanto acquistare di quel bene
(Parliamo di beni di cui il consumatore consuma ingenti quantità). Così la QUANTITÀ diventa una
grandezza osservabile ed è più facile per le imprese (La quantità è una grandezza oggettiva): così
si possono articolare strategie di prezzo più complesse e soddisfare la segmentazione di secondo
grado. Esistono molte famiglie di prezzi non lineari: noi prendiamo la TARIFFA A DUE STADI.
Tariffa a due stadi: una parte fissa F e una parte variabile p (Proporzionale alla quantità acquistata),
cioè T(Q) = F + pQ. Perché lo chiamo prezzo non lineare? Perché rispetto ai prezzi più comuni il
prezzo medio di acquisto (Prezzo unitario) è T/q = F/q + p e dipende da F/q che diminuisce
all’aumentare della quantità (Il prezzo medio non è sempre uguale, ma dipende dalla quantità
acquistata).
L’obiettivo delle imprese è quello di estrarre tutto il surplus dai consumatori per
massimizzare i suoi profitti: ma ci sono tipi diversi di consumatori e l’impresa non sa distinguerli.
L’impresa impone un prezzo di monopolio più una parte fissa che corrisponde al surplus del
consumatore, cioè in corrispondenza di pm: CS = B (Vedi grafico slide) e T TARIFFA = CS + pm
x q. Se l’impresa volesse aumentare i volumi di vendita diminuirebbe il prezzo fino a c
(Diminuisce il prezzo, cioè la parte variabile, ma la parte fissa aumenta): p = c allora CS = A + B +
C e T = CS + cq.
Problema: l’impresa non sa distinguere tra due tipi di consumatori. Il tipo 1 utilizza il bene meno
intensamente, il tipo 2 utilizza il bene intensamente (Vedi grafici su foglio): il surplus del
consumatore 2 è maggiore. Se l’impresa riuscisse a distinguere i due tipi di consumatori
proporrebbe tariffe diverse e su misura, cioè al tipo uno un fisso minore che al tipo due: tuttavia
l’impresa non è mai in grado a distinguere tra i due tipi di consumatori e i consumatori hanno
incentivo a mentire, cioè il tipo 2 a cui verrebbe applicato un fisso maggiore sosterrebbe di
utilizzare il bene poco intensamente. Quello che l’impresa deve fare è soddisfare entrambi i
consumatori con tariffe diverse così che i consumatori si auto selezionino: devono esserci un
VINCOLO DI PARTECIPAZIONE (Vincolo di razionalità) per cui ogni consumatore
preferisce acquistare piuttosto che non acquistare niente, cioè il prezzo non è superiore alla
disponibilità di acquisto del consumatore (Prezzo di riserva) e un VINCOLO DI
INCENTIVAZIONE (Vincolo di compatibilità degli interessi), cioè i consumatori del tipo 2
devono preferire la tariffa 2 rispetto alla 1. Si disegnano due tariffe (Vedi grafico slide): una per il
tipo uno che è T1 = F1 + p1Q e una per il tipo 2 che è T2 = F2 + p2Q con F2 >F1 e p2 < p1.
L’intercetta F2 deve essere naturalmente maggiore di F1 e viceversa il prezzo, cioè la componente
variabile, è indicato dall’inclinazione della funzione dove il prezzo p2 < p1. Individuiamo un
sentiero di equilibrio (Linea tratteggiata): se si utilizza poco il bene conviene stare sulla
tipologia contrattuale del consumatore T1, mentre quando si usa il bene in modo intensivo, il
contratto che costa meno è quello pensato per il consumatore del tipo 2. Così ogni consumatore
ha incentivo a scegliere il contratto realizzato per lui su misura.
Forma di discriminazione sempre del secondo ordine perché l’impresa non conosce i tipi di
consumatori che si trova di fronte: in realtà però non tratta direttamente i prezzi, ma i prezzi sono
solo l’effetto di una discriminazione che si esercita direttamente sui beni e servizi prodotti e venduti
dall’impresa. Meccanismi indiretti di selezione del consumatore: versioning e bundling. Versioning:
il produttore realizza diverse versioni di un bene così da essere in grado di offrire combinazioni di
qualità e prezzo che possano selezionare i clienti in base alla loro disponibilità a pagare; l’impresa
cambia le caratteristiche del prodotto e addirittura peggiora le caratteristiche del prodotto per
mettere a disposizione del consumatore un prodotto di alta qualità e un prodotto di bassa qualità,
naturalmente con prezzi diversi per consumatori diversi. VARIABILI: RITARDO,
INTERFACCIA UTENTE, COMODITA D’USO, ASSISTENZA TECNICA, COMPLETEZZA
DELLE INFORMAZIONE, CAPACITA. Esempio: tariffe Pex e Apex. Bundling: la vendita a
pacchetto prevede che due o più beni vengano venduti in modo congiunto, spesso senza la
possibilità di acquisto disgiunto; esiste un bundling puro per cui i consumatori possono
solamente acquistare l’intero pacchetto (Office) e un bundling misto per cui i consumatori
possono acquistare l’intero pacchetto o ciascuna delle sue componente separatamente (Gelati).
Discriminazione di prezzo intertemporale: le imprese non discriminano più rispetto al prezzo del
bene in un unico periodo, ma su più periodi. Supponiamo che ci siano due periodi: le imprese
praticano un prezzo diverso domani rispetto ad oggi. Prendiamo un BENE DUREVOLE: dura per
più periodi, incorre nell’obsolescenza, non è un acquisto d’impulso per via del costo, quindi è
costoso (Teniamo presente che l’aspetto del costo elevato ora come ora va un po’ ridimensionato),
sarà in uso per più periodi e quindi nel breve periodo il consumatore non acquisterà di nuovo, ma se
il consumatore non trova quello che vuole nel primo periodo rimanda l’acquisto al secondo. Quindi
ci sarà una fascia di consumatori che vuole il prodotto subito e non può aspettare e una fascia
di consumatori che attenderà. Il consumatore che acquista oggi non acquisterà domani e il
consumatore può rimandare l’acquisto, quindi l’impresa opera una differenziazione intertemporale,
cioè un prezzo di oggi diverso da un prezzo di domani, alto oggi e basso domani (strategia ottimale
per fare maggiori profitti). Quello che interessa all’impresa è la DISPONIBILITÀ A PAGARE
del consumatore, cioè la cifra massima che il consumatore è disposto a pagare per un certo bene
(prezzo di riserva), che rispecchia la valutazione che il consumatore dà di questo bene. Esistono
DUE TIPI DI CONSUMATORI: tA con alta disponibilità a pagare Va e tB con bassa
disponibilità a pagare Vb; il fattore di sconto d (delta) < 1 e i costi di produzione = 0, inoltre i
consumatori sono equidistribuiti tra i due gruppi (Va e Vb) e ci sono 1 milione di consumatori Va e
un milione di consumatori Vb (nella realtà la fascia di consumatori con bassa disponibilità a pagare
è spesso maggiore dell’altra). L’impresa può scegliere tra il fissare un prezzo e non cambiarlo
mai o operare una discriminazione di prezzo intertemporale. Nel primo caso:
p (oggi) = p (domani) = Va, cioè P – Va milioni e p (oggi) = p (domani) = Vb, cioè P – Vb 2
milioni e quindi conviene fissare un prezzo di equilibrio p* pari a Va nel momento in cui Va
milioni > Vb 2 milioni; una parte dei consumatori (una fascia) è tagliata fuori dal mercato. Nel
secondo caso: l’impresa discrimina sui prezzi e pratica oggi un prezzo p (oggi) = Va e domani un
prezzo p (domani) = Vb e con Va > Vb, p* (oggi) = Va e p* (domani) = Vb, cioè si vende subito ad
un prezzo elevato catturando i consumatori di fasci alta, ma senza rinunciare ai consumatori di
fascia meno elevata (poi abbassa i prezzi). La Apple non pratica discriminazioni di prezzo.
DISCRIMINARE NON È UN EQUILIBRIO: il consumatore ta (cioè di fascia alta) sa che nel
futuro il prezzo sarà più basso e quindi il prezzo max oggi è quello che lo lascia indifferente tra
comprare oggi al p (oggi) o comprare domani al p (domani), infatti
Va – p (oggi) = d (delta) (Va – p (domani) ), cioè l’utilità netta è la valutazione del consumatore per
un bene meno il prezzo da spendere per avere quel bene. Per questo non è sempre certo che la
discriminazione di prezzo intertemporale aumenti i profitti. Se il p* (oggi) < Va significa che il
prezzo massimo che il consumatore di fascia alta è disposto a pagare non è realmente Va, ma è
meno, perché il consumatore sa che domani il prezzo scende e questo lo spinge un pò meno ad
acquistare oggi, salvo che il prezzo oggi non sia un pò meno, cioè < di Va e a questo punto
all’impresa conviene non discriminare e tenere un prezzo elevato (risultato paradossale). Parliamo
di TRAPPOLA DEI BENI DUREVOLI, in cui l’impresa viene intrappolata in uno schema di
prezzo che non riesce a mantenere ed ottiene un profitto minore PERCHE IL
CONSUMATORE RAZIONALE CAPISCE CHE è NELL’INTERESSA DELL’IMPRESA
ABBASSARE I PREZZI NEI PERIODI SUCCESSIVI E ANCHE CHI HA ELEVATA
DISPONIBILITA A PAGARE PREFERISCE APSETTARE. Quello che accade nella realtà è una
dispersione dei prezzi che dipende da fattori come il fatto che vengano introdotti prodotti nuovi
(ma si tratta di un problema di differenziazione del prodotto), come il fatto che il distributore
pratica prezzi differenti rispetto a quelli di listino stabiliti dalle imprese produttrici (i
distributori che si trovano ad avere un certo numero di pezzi invenduti abbassano il prezzo per
venderli). Per sfuggire alla trappola dei beni durevoli: non diminuire mai i prezzi (CHRYSLER),
non vendere il bene, ma affittarlo passando da un bene durevole a un bene che dura un
singolo esercizio (non durevole) (XEROX).
RELAZIONI VERTICALI
Perché abbiamo imprese che decidono di avere solo un canale proprietario (i monomarca) e imprese
che vendono solo con canali non di proprietà? L’impresa vende direttamente ai consumatori
oppure l’impresa a monte vende ad un’impresa a valle (distributori) che a sua volta vende ai
consumatori (casa automobilistica, concessionario, consumatore). Nelle relazioni verticali esiste
una molteplicità di forme contrattuali che però prendono atto sempre tra imprese che appartengono
a fasi diverse (stadi successivi) del processo produttivo (o catena del valore per dirla meglio).
Perché è diverso vendere direttamente ai consumatori rispetto a vendere ad altre imprese? Il
controllo: sul prezzo (l’impresa controlla solo il prezzo all’ingrosso e non al dettaglio, quindi non
controlla il prezzo per il consumatore), sui servizi alla vendita (e post vendita, accoglienza dei
commessi, ecc.); inoltre, i consumatori non sono rivali nel consumo, cioè se io compro un bene non
è detto che solo io posso comprarlo, ma chiunque altro può comprare quello stesso bene identico
(data naturalmente una certa disponibilità di reddito e un massimo di assortimento); tuttavia, le
IMPRESE A VALLE SONO IN CONCORRENZA TRA DI LORO: il problema non è solo di
antitrust, ma le imprese in concorrenza avranno incentivo ad abbassare il prezzo finale e questo può
portare a risultati diversi per le imprese a monte (più o meno profitti). Ancora, c’è un problema di
numerosità, perché mentre i consumatori sono in linea potenziale infiniti (numero molto elevato), le
imprese a valle non sono così tante quante i consumatori e quindi ciascun consumatore non ha alcun
potere di mercato (data la numerosità dei consumatori), mentre le imprese a valle hanno potere di
mercato (dato che sono poche).
Consideriamo il caso di una sola impresa a monte Pr: questa determina il prezzo all’ingrosso w.
Inoltre abbiamo una sola impresa a valle R: questa determina il prezzo finale per i consumatori
p. Il problema che si viene a creare è quello della DOPPIA MARGINALIZZAZIONE: fa
riferimento al fatto che il prezzo finale p che il consumatore deve pagare è soggetto due volte
alla regola della massimizzazione. L’impresa a monte è una monopolista: MC = MR che porta ad
un markup (margine) sui costi + L’impresa a valle è una monopolista: stessa cosa e il prezzo finale
sarà elevato a tal punto che diminuisce la quantità acquistata dai consumatori (prezzo troppo
alto). Quindi il volume di vendita si riduce moltissimo e i profitti delle imprese a monte e a
valle si riducono.
MODELLO DELLA DOPPIA MARGINALIZZAZIONE: le ipotesi sono che ci sono solo 2
imprese, che i costi del rivenditore sono solo i costi di acquisto dell’input, cioè il prezzo all’ingrosso
w, mentre i costi del produttore sono i costi di produzione (costi marginali di produzione costanti
pari a C). Consideriamo due strutture di mercato, in cui le imprese siano verticalmente integrate
oppure no.
(vedi GRAFICO 2)
Se le imprese sono integrate verticalmente: equilibrio di monopolio (la quantità prodotto si trova in
corrispondenza dell’intersezione tra la curva del costi marginali C = MC e la curva dei ricavi
marginali MR e il prezzo di equilibrio è un prezzo di monopolio pm); il profitto di monopolio è
definito dall’area individuata sul grafico (tratteggiata), cioè Pm = (pm – c) qm.
Se le imprese non sono integrate verticalmente, ma sono separate e autonome e massimizzano
ciascuno il loro profitto (produttore + rivenditore): nel primo stadio l’impresa a monte fissa il
prezzo all’ingrosso, nel secondo stadio l’impresa a valle definisce il prezzo finale che
corrisponde ad una certa quantità che si posiziona sul mercato. 1. Dal punto di vista del produttore
(impresa a monte): il produttore è un monopolista e massimizza il suo profitto scegliendo un prezzo
di monopolio, ma questo prezzo non &egrav
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