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Introduzione

L’Impero britannico è stato il più vasto impero mai esistito. Il modo in cui sia giunto a dominare il mondo è uno degli interrogativi cruciali della storia. Un altro interrogativo è quello di chiedersi se sia stato una cosa buona o cattiva. Ai nostri giorni la risposta più accreditata è che in complesso si sia trattato di qualcosa di negativo, probabilmente soprattutto a causa dello schiavismo.

Crescita dell'impero

Il primo capitolo mostra come l’Impero britannico sia iniziato come un fenomeno essenzialmente economico e la sua crescita sia stata favorita dal commercio e dal consumismo. Il secondo capitolo descrive il ruolo dell’emigrazione. Nel terzo capitolo viene affrontato soprattutto l’aspetto volontario, non governativo, della costruzione dell’Impero, sottolineando in particolare il ruolo sempre più importante svolto dalle sette religiose evangeliche e dalle società missionarie nella diffusione dell’influenza inglese.

Governare un impero vasto

Il quarto capitolo si chiede come sia stato possibile per una burocrazia così ridotta governare un impero tanto vasto, e si propone di esplorare la collaborazione simbiotica, ma insostenibile, tra i reggitori inglesi e le élite indigene.

Ruolo della forza militare

Il quinto capitolo affronta principalmente il ruolo della forza militare nel periodo della lotta per l’Africa, periodo in cui nacquero tre essenziali fenomeni moderni: il mercato globale delle azioni, il complesso militare-industriale e i mass-media, la cui influenza è stata decisiva nel portare l’Impero al suo zenit.

L'impero nel ventesimo secolo

Il sesto capitolo analizza infine il ruolo dell’Impero nel ventesimo secolo, quando dovette subire la sfida non tanto delle rivolte nazionaliste, quanto di altri imperi rivali molto più spietati.

Perché la Gran Bretagna?

L’Impero britannico è iniziato attraverso un vortice di ladrocinio e violenza: Henry Morgan e i suoi compagni pirati erano ladri, che volevano impadronirsi delle ricchezze di un impero altrui, quello spagnolo. Il governo inglese non si limitava a chiudere un occhio di fronte alle attività di Morgan, ma le incoraggiava esplicitamente. Agli occhi di Londra l’attività dei bucanieri era un sistema a basso costo per combattere la Spagna, avversario principale dell’Inghilterra in Europa. La Corona autorizzò l’attività dei pirati, definendoli privateers, corsari. La carriera di Morgan è l’esempio classico di come iniziò l’Impero britannico, servendosi di liberi avventurieri non meno che di forze armate regolari.

Pirati

Nella corsa europea all’impero gli inglesi arrivarono tardi. La conquista della Giamaica ad esempio non avvenne prima del 1655, mentre Cristoforo Colombo aveva posto le basi dell’Impero spagnolo in America più di un secolo e mezzo prima. Ancora più vasto era l’Impero portoghese, e sin dai tempi di Enrico VII gli inglesi avevano sognato di trovare un loro El Dorado. L’invidia degli inglesi per l’impero crebbe dopo la Riforma, poiché l’impero dell’Inghilterra avrebbe dovuto fondarsi sul protestantesimo così come quello spagnolo si fondava sul cattolicesimo.

La domanda cruciale era: dove l’Inghilterra avrebbe dovuto costruire il suo impero antispagnolo? Il primo viaggio di cui si abbia notizia compiuto dall’Inghilterra a tale scopo ebbe luogo nel 1480. L’oro condusse Sir Richard Grenville in Sudamerica, mentre tre anni dopo la stessa speranza animò Sir Francis Drake: era l’idea fissa di un’epoca, ma nessuno trovò nulla.

Gli spagnoli avevano trovato argento in grandi quantità quando avevano conquistato Perù e Messico. Gli inglesi avevano provato in Canada, Guiana, Virginia e Gambia, senza trovare nulla. Restava solo una soluzione: i meno fortunati inglesi avrebbero derubato gli spagnoli. Quando di solito una spedizione falliva, i sopravvissuti si abbandonavano alla pirateria. Dovendo affrontare così la minaccia aperta della Spagna, Elisabetta I prese la decisione molto sensata di autorizzare quello che già succedeva: derubare gli spagnoli divenne così una decisione strategica.

Strategie inglesi

Perché gli inglesi erano così bravi come pirati? Fondamentalmente perché si dimostrarono più bravi nella costruzione delle navi, nel perfezionamento dell’artiglieria, nonché nella bravura e nell’esperienza dei marinai. Gli inglesi si dimostrarono anche pionieri nel migliorare le condizioni di salute degli uomini in mare, visto che le malattie si erano rivelate per molti aspetti l’ostacolo più persistente all’espansione europea.

L’elemento più importante è però il modo in cui Morgan e soci investirono il loro bottino: Morgan investì in proprietà terriere in Giamaica, su terreni ideali per coltivare canna da zucchero. Si ha così la chiave di un cambiamento più generale della natura dell’espansione coloniale inglese. L’impero era iniziato rubando oro; continuò coltivando canna da zucchero.

Negli anni Settanta del Seicento la Corona britannica spese migliaia di sterline per la costruzione di fortificazioni che proteggessero il porto di Port Royal in Giamaica. L’isola era diventata un’importante fonte di guadagni, da difendere a tutti i costi. Nel frattempo Henry Morgan, un tempo pirata autorizzato dalla Corona, veniva impiegato per governare una colonia. La carriera di Morgan illustra perfettamente il modo in cui si realizzò il processo di costruzione dell’Impero. Si trattò di un passaggio della pirateria al potere politico che avrebbe cambiato per sempre il mondo. Fu un processo reso comunque possibile soltanto da ciò che accadeva in patria.

La febbre dello zucchero

Con il passare degli anni si assistette a un vero e proprio boom dei consumi, e prodotti che un tempo erano stati appannaggio di pochi ricchi diventarono parte della dieta quotidiana. Lo zucchero rimase il primo articolo d’importanza negli anni Cinquanta del Settecento. Più di qualsiasi altro popolo europeo gli inglesi svilupparono un’insaziabile appetito per i beni d’importazione: il tè, il caffè, il tabacco e lo zucchero erano le ultimissime novità, e tutte dovevano essere importate.

Soltanto agli inizi del diciottesimo secolo il tè cominciò a venire importato in quantità sufficienti, e a un prezzo abbastanza contenuto, tali da creare un consumo di massa. Come per il tè, i fornitori di tabacco insistevano sulle sue qualità medicinali. Non tutti si lasciarono convincere, ma non appena la coltivazione del tabacco esplose in Virginia e nel Maryland il prezzo crollò clamorosamente, spostando il mercato verso un consumo di massa.

Da questo punto di vista le nuove droghe presero piede e vennero apprezzate perché davano uno stimolo molto diverso dalla droga europea tradizionale, l’alcol. L’alcol è un depressivo, il glucosio, la caffeina e la nicotina erano l’equivalente settecentesco degli stimolanti. Prese insieme, le nuove droghe ebbero un effetto straordinario sulla società inglese. Contemporaneamente, l’Inghilterra divenne l’emporio europeo di questi nuovi stimolanti.

Commercio e globalizzazione

Quando i mercanti inglesi cominciarono ad acquistare sete e calicò indiani e a portarli in patria, il risultato fu l’ennesima conquista. Il bello dei tessuti importati era che il mercato era praticamente inesauribile, poiché se c’è un limite entro il quale un essere umano può consumare tè o zucchero, il desiderio di abiti nuovi non aveva limiti naturali. L’Asia stava per diventare il teatro di una spietata lotta per la conquista dei mercati. Iniziava la globalizzazione con la forza delle armi.

Metamorfosi all’olandese

La Compagnia olandese delle Indie venne fondata nel 1602. Sin da quando si erano liberati dal dominio spagnolo nel 1579, gli olandesi erano stati la punta di diamante del capitalismo europeo grazie alla solidità del loro sistema fiscale ed economico. Di conseguenza era inevitabile che i tentativi inglesi di affermarsi nel commercio orientale portassero a uno scontro, tanto più che le spezie coprivano in quel periodo i tre quarti del giro d’affari della Compagnia olandese.

Tra il 1652 e il 1674 gli inglesi combatterono tre guerre contro gli olandesi: decisi ad acquistare la supremazia, gli inglesi aumentarono di più del doppio le dimensioni della marina mercantile. Tuttavia furono gli olandesi a uscire vincitori dal confronto e gli avamposti commerciali inglesi sulla costa dell’Africa occidentale vennero quasi completamente cancellati. La sconfitta degli inglesi suscitò grande sorpresa, ma gli olandesi avevano un sistema finanziario migliore e questo consentì loro di ottenere risultati molto superiori al loro peso economico reale. Al contrario, il costo di queste guerre perdute si rivelò pesantissimo per l’antiquato sistema finanziario inglese.

La fusione anglo-olandese

La soluzione venne trovata in una fusione di natura politica. Nell’estate del 1688, vedendo di malocchio la fede cattolica di Giacomo II e temendo le sue ambizioni politiche, una potente oligarchia di aristocratici inglesi mise in atto un colpo di Stato contro di lui, invitando il re olandese Guglielmo d’Orange a invadere l’Inghilterra. La «Gloriosa Rivoluzione» rappresentò così anche una fusione d’affari fra Inghilterra e Olanda. In particolare fece conoscere agli inglesi alcune istituzioni finanziarie di primaria importanza.

La fusione anglo-olandese consentiva agli inglesi di operare molto più liberamente in Oriente. Si raggiunse un accordo che dava l’Indonesia e il commercio delle spezie agli olandesi, lasciando agli inglesi la possibilità di sviluppare il commercio dei tessuti indiani. L’accordo si rivelò vantaggioso per la Compagnia inglese, perché il mercato per i tessuti superò rapidamente quello delle spezie.

Il passaggio dalle spezie ai tessuti richiese anche una diversa collocazione della base in Asia della Compagnia. Surat perse gradualmente importanza, e al suo posto vennero istituite tre nuove basi: Madras, Bombay e Calcutta.

La Compagnia delle Indie aveva appena risolto il problema della competizione con l’Olanda quando si presentò un’altra e più insidiosa fonte di competizione: i suoi stessi impiegati. A causa della direzione dei venti atlantici, il commercio aveva un ritmo stagionale. La maggiore distanza tra l’Asia e l’Europa rendeva al tempo stesso più facile e più difficile far rispettare il monopolio della Compagnia: i costi e i rischi del viaggio di sei mesi verso l’India favorivano la concentrazione del commercio nelle mani di una sola grande compagnia. Ma se questa compagnia riusciva a controllare il proprio personale solo a prezzo di grandi difficoltà, moltissimi impiegati non esitavano a fare affari per conto proprio. Altri impiegati lasciavano addirittura la Compagnia e si mettevano in proprio: erano gli interlopers.

Il ruolo degli interlopers

Di tutti, il più grande interloper fu Thomas Pitt. Uomini come lui ebbero un ruolo cruciale nello sviluppo del commercio in India. Infatti, accanto al commercio ufficiale si andava sviluppando un fiorentissimo commercio privato. In poche parole, il monopolio accordato alla Compagnia sul commercio anglo-asiatico si andava sgretolando. Ma probabilmente era meglio così, perché una compagnia monopolistica non avrebbe potuto espandere il commercio tra Gran Bretagna e India senza gli interlopers. Del resto, la Compagnia stessa cominciò gradatamente a capire che questi potevano essere più d’aiuto che di ostacolo.

Madras, Bombay e Calcutta erano all’inizio solo piccoli avamposti al limite di un vastissimo subcontinente, in cui l’impero moghul era ricco e potente. La Compagnia delle Indie poteva esercitare il proprio commercio soltanto con il permesso dell’imperatore moghul. Ma negli anni Quaranta del Settecento l’imperatore cominciava a perdere autorità in India, e oltre alle esplosioni tribali, i rappresentanti dell’imperatore stesso si ritagliavano regni personali.

Gli insediamenti europei in India erano sempre stati fortificati. Ora, in tempi così critici, emergeva la necessità di dotarli di guarnigioni vere e proprie. La Compagnia cominciò a costruire reggimenti arruolando uomini delle caste guerriere dell’India. In pratica, si trattava di un esercito privato che presto si sarebbe rivelato cruciale per gli affari della Compagnia.

Iniziata come un’operazione commerciale, la Compagnia delle Indie aveva ora le sue basi, i suoi diplomatici e perfino il suo esercito. Cominciava a sembrare sempre più un regno indipendente.

Navi da guerra

Il conflitto fra inglesi e olandesi era stato di natura commerciale. La posta dello scontro con la Francia era il governo del mondo.

Nel 1700 l’economia francese era il doppio di quella inglese e la popolazione era quasi tre volte tanto. E, come la Gran Bretagna, anche la Francia si era estesa oltre il mare nel mondo extraeuropeo.

Da un punto di vista commerciale però, la Compagnie des Indes non costituiva una seria minaccia per la Compagnia delle Indie inglese. Il problema era la sete di territori dei francesi.

Nel 1746 il governatore francese di Pondicherry, Joseph-François Dupleix, decise di colpire la presenza inglese in India, scagliandosi contro Madras. L’azione si risolse in un fallimento, ma nel 1757 le ostilità fra i due paesi ripresero su una scala senza precedenti. La guerra dei Sette anni può essere considerata l’equivalente settecentesco di una guerra mondiale. Il problema di fondo era questo: il mondo sarebbe stato francese o inglese?

L’uomo che dominò la politica inglese in questa fase fu William Pitt, nipote di Thomas Pitt. La sua strategia consisteva nell’affidarsi alla sola forza superiore che gli inglesi possedevano: la loro flotta. Pitt riuscì a ottenere dal Parlamento l’impegno a reclutare 55.000 marinai. Incrementò la flotta e arrivò a 105 navi contro le 70 dei francesi, basandosi sul nascente predominio tecnico ed economico della Gran Bretagna nel campo della costruzione delle navi.

La supremazia navale inglese le assicurò la conquista del Québec e di Montréal, mettendo fine al dominio francese in Canada. Sul versante indiano, tutte le basi francesi vennero conquistate. Si trattò di una vittoria basata sulla superiorità navale. Ma questa si era resa possibile perché la Gran Bretagna aveva sulla Francia un vantaggio essenziale: la capacità di ottenere prestiti finanziari: le istituzioni mutuate dagli olandesi si erano ormai autonomamente affermate.

Negli anni Ottanta del Seicento esisteva ancora una distinzione tra l’Inghilterra e l’Impero inglese in America. Nel 1743 già era possibile parlare dell’Impero britannico considerato come un tutto unico. La lotta per il dominio del mondo tra Gran Bretagna e Francia sarebbe continuata con brevi intervalli fino al 1815, ma la guerra dei Sette anni decise irrevocabilmente almeno una cosa: l’India sarebbe stata inglese, non francese.

E gli indiani? Fondamentalmente si lasciarono dividere, e in ultima analisi dominare. Ora l’Inghilterra trattava quello che sembrava l’affare più redditizio in India: l’affare del governo. All’inizio pirati, poi commercianti, gli inglesi erano ora sovrani di milioni di persone oltremare. Grazie a una combinazione di forza navale e finanziaria avevano vinto la corsa europea all’impero. Quella che era iniziata come una proposta d’affari diventava ora un problema di governo.

La domanda che ora gli inglesi dovevano porsi era: come andava condotto il governo dell’India? Il governo inglese in India voleva essere diverso dal grossolano sistema di arraffa arraffa dei bucanieri e la nomina di Warren Hastings a primo governatore generale nel 1773 sembrò inaugurare questo diverso approccio.

Nuova società ibrida

Con gli auspici di Hastings, in Bengala cominciò a svilupparsi una nuova società ibrida. Questo straordinario periodo suggerisce dunque che l’Impero non nacque con il peccato originale del razzismo. Un aspetto essenziale e spesso trascurato dell’era Hastings è che in larga misura gli impiegati della Compagnia che si indianizzarono appartenevano loro stessi a una della minoranze etniche della Gran Bretagna: erano infatti scozzesi. In gran parte la spiegazione di questa sproporzione numerica va cercata nella maggior propensione degli scozzesi a cercare fortuna all’estero.

In ogni caso, la Compagnia delle Indie non esisteva per amore dello studio o della fusione tra le etnie, ma per fare soldi. Hastings e i suoi contemporanei diventarono ricchissimi. E questo sebbene il mercato per il loro prodotto principale, i tessuti indiani, si andasse registrando in seguito a diverse misure protezionistiche intese a sostenere le manifatture britanniche. Potevano essere devoti quanto volevano alla cultura indiana, ma il loro scopo era sempre quello di riportare i propri profitti in Gran Bretagna.

Nella lingua inglese stata peraltro per entrare una parola nuova, «nababbo». Le ricchezze dei nababbi si accompagnavano intanto a un poderoso insediamento militare in India. Al tempo di Hastings la Compagnia delle Indie aveva più di 100.000 uomini armati e si trovava in uno stato di belligeranza quasi costante. Quella che era iniziata come una forza di protezione per difendere gli scambi commerciali della Compagnia era diventata ora la ragion d’essere della Compagnia stessa: combattere nuove battaglie, conquistare nuovi territori per pagare il costo delle battaglie precedenti.

L'esattore

Chi pagava le imposte indirette? Gli articoli sui quali era più facile imporre una tassa erano gli alcolici, i vini, le sete e il tabacco. L’imposta ricadeva però in pratica sui consumatori, perché i produttori si limitavano ad aggiungere l’imposta pagata dal prezzo. Per i nababbi naturalmente le tasse erano appena avvertibili, ma si mangiavano una forte percentuale del reddito di una famiglia comune.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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