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L'impero britannico

L'unione del regno

Tre Atti di Unione, in un arco temporale esteso dal Cinquecento all'inizio dell'Ottocento, hanno cementato i rapporti tra la dominante Inghilterra e la cosiddetta periferia celtica composta da Galles, Scozia e Irlanda. Le inclusioni di Galles, Scozia e Irlanda in un più vasto regno britannico rappresentano i primi passi dell'Inghilterra sul terreno coloniale.

La prima regione a essere assoggettata al diretto controllo inglese fu il Galles, con l'Atto d'Unione del 1536. I legami della Scozia con l'Inghilterra furono più complessi, e la sua annessione un processo più lungo nel tempo (1603 e 1707 furono le tappe fondamentali). Diversamente dal Galles e in larga misura per il fatto di aver costituito uno stato sovrano ben riconoscibile prima dell'unificazione, la Scozia mantenne anche dopo l'annessione il proprio sistema giudiziario, la propria chiesa nazionale e, diversamente dall'atto del 1536 che aveva sottomesso il Galles all'Inghilterra, quello scozzese del 1707 fu il prodotto di un negoziato e non di un'azione di forza.

La stessa cosa non si può dire per l'Atto di Unione con l'Irlanda che divenne effettivo il 1° gennaio 1801. Le prime intrusioni inglesi in Irlanda risalivano al XII secolo e avevano determinato nel corso del tempo una notevole erosione delle libertà fondamentali della popolazione irlandese. Dopo il 1801 il regno, ora costituito dalla Scozia, dal Galles, dall'Irlanda, fu governato come un'unità territoriale e politica unicamente da Londra; lo stato divenne più profondamente centralizzato e il nome di Gran Bretagna rappresentò ora la designazione ufficiale della nazione.

Colonialismo interno britannico

È nella paura della destabilizzazione di questa sovranità protestante che va ricercata la molla di gran parte del colonialismo interno britannico. In tutto il regno, i protestanti non conformisti e i cattolici furono esclusi dalle cariche e pubbliche, locali o nazionali, dal Corporation Act del 1661 e dal Test Acts del 1673 e 1678. Queste leggi erano parte del meccanismo legale e politico finalizzato a proteggere la successione protestante al trono e a impedire una possibile restaurazione della dinastia cattolica degli Stuart.

La stabilità e il successo nazionale dipendevano ovviamente da qualcosa di più di una pura e semplice adesione al cristianesimo protestante. Le esigenze di mercanti e banchieri furono di vitale importanza, e i principi mercantilistici dell'Inghilterra nel Seicento e Settecento significarono un acuto interesse dello stato nei confronti degli scambi commerciali e un intervento attivo da parte sua nella regolamentazione della vita economica come mezzo di finanziamento delle spese di governo.

Gestione del diverso e colonialismo esterno

L'incapacità degli inglesi ad accettare pratiche e stili di vita alternativi portò anche a criticare queste diverse culture come barbare, incivili e improduttive; accuse che, con l'espansione dell'impero, erano destinate a riproporsi nei confronti di culture più lontane e a rappresentare frequentemente una giustificazione dell'intervento o del dominio coloniale stesso. Questa paura del diverso e dello straniero ebbe anche un ruolo rilevante rispetto alla rivalità europea con la Francia, la più costante antagonista dell'Inghilterra nel corso di tutto il Settecento.

Uno dei principali intenti dell'Inghilterra nell'annettere le regioni celtiche era stato quello di rendere sicure le proprie frontiere contro possibili invasioni straniere, timori che trovarono ovviamente conferma quando la cattolica Francia offrì il suo aiuto alla causa Stuart o all'Irlanda. Questa costante lettura predatoria dell'ostilità francese ebbe conseguenze rilevanti per la periferia celtica. Di conseguenza l'Inghilterra intensificò il proprio controllo su queste regioni.

L'uso della lingua inglese e la colonizzazione

Certo, la forza non fu la sola forma di potere che gli inglesi esercitarono. In tutte le regioni celtiche l'uso delle lingue locali venne sistematicamente scoraggiato: l'inglese era la lingua della politica e della legge, della cultura e, forse elemento più cruciale, dell'istruzione. Ovviamente per i dominatori inglesi era importantissimo cercare di assicurarsi collaborazione dall'interno, come avvenne nella quasi totalità dei contesti coloniali: procurarsi l'appoggio delle élite locali rappresentò una strategia razionale e in larga misura vincente di colonizzazione.

Interessi commerciali e Navigazione

A partire dal 1700 circa, i grandi interessi commerciali dell'Inghilterra si spostarono dall'Europa verso l'impero in espansione, supportati dall'autorità delle leggi che garantivano alle esigenze inglesi la preminenza assoluta degli accordi commerciali. Già a metà Seicento furono i famigerati Navigation Acts a regolare tutta la navigazione mercantile: solo navi costruite in Gran Bretagna e dotate di equipaggi britannici erano autorizzate a trasportare le merci nei porti britannici.

Unità del paese e disegno coloniale

Il grande risalto concesso all'unità del paese stese un velo d'oblio sulle brutalità che avevano accompagnato le annessioni interne. Di conseguenza, è anche troppo facile dimenticare che il Regno Unito fu il prodotto di un più vasto disegno coloniale britannico e non il frutto di un legame «naturale» tra gruppi profondamente diversi che, di pari passo con il consolidamento dell'Impero, vennero accorpati sotto il nome di Gran Bretagna.

Schiavi, negrieri e mercanti

Nel Settecento la supremazia navale della Gran Bretagna era ormai indiscussa, sia nel settore del commercio sia in quello militare. Nel corso del secolo l'impero non soltanto crebbe, in estensione, prestigio e redditività, ma cambiò il proprio centro focale, che si spostò sui possedimenti atlantici. Fu senza dubbio il commercio transatlantico degli schiavi che assicurò gran parte della ricchezza e del successo politico dell'Europa e dell'impero britannico nell'intero secolo.

La tratta degli schiavi che rifornì di manodopera i Caraibi e l'America settentrionale presentò alcuni caratteri distintivi: ebbe dimensioni enormi, trasportò gli schiavi molto più lontano dai loro paesi d'origine di quanto avveniva comunemente in altre forme di schiavitù e fu inoltre atipica nella sua specificità razziale. Un'altra differenza fu l'impiego massiccio degli schiavi nella produzione agricola, che andarono a sostituire anche la manodopera costituita da emigranti bianchi, perlopiù irlandesi.

Migrazione e condizioni degli schiavi

Per tutto il Settecento, via via che le colonie ricorsero prevalentemente al lavoro degli schiavi, l'emigrazione europea venne largamente superata da quella africana. Le condizioni a bordo delle navi negriere erano chiaramente spaventose. Né queste erano migliori delle condizioni di vita di quando gli schiavi arrivavano a destinazione. Nella seconda metà del secolo tuttavia le perdite di forza lavoro dovute all'elevata mortalità convinsero alcuni proprietari di schiavi a migliorare le condizioni del loro stock umano.

Gli schiavi non erano tuttavia privi di mezzi di controllo, e impararono rapidamente forme di resistenza che potevano essere messe in atto senza rischiare gravi conseguenze. Per tutto il Settecento la Gran Bretagna occupò una posizione dominante fra gli stati schiavisti, trasportando oltremare più schiavi di qualsiasi altro paese. L'acquisizione della Giamaica nel 1655 si rivelò cruciale, in quanto si trattava della più importante fonte britannica di zucchero.

Produzioni nelle colonie

Nelle colonie sul continente americano c'era maggiore varietà di produzioni e l'incidenza della monocoltura era minore. La canna da zucchero era di gran lunga la più redditizia e richiedeva più manodopera e più disciplina nel lavoro. Lavoro che era duro e incessante, ma altamente redditizio per i proprietari delle piantagioni. L'aumento inarrestabile della domanda interna di zucchero, senza equivalente in nessun altro paese europeo, fece lievitare fortemente il valore di questo bene di importazione nella seconda metà del secolo, assicurando alle colonie delle Indie occidentali un'enorme importanza per l'economia britannica.

Il consapevole incoraggiamento dell'attività riproduttiva delle donne schiave fu una pratica associata generalmente con le piantagioni americane, dove essere erano solitamente più prolifiche. Il diffuso contatto sessuale fra uomini bianchi e donne nere era la ragione per cui le leggi che stabilivano lo status dei figli delle schiave erano così importanti per i proprietari delle piantagioni. Senza di esse, quei figli sarebbero stati considerati bianchi e liberi.

Rivolte e abolizionismo

Le rivolte di schiavi erano frequenti e invariabilmente represse con violenza. Queste rivolte furono nella maggioranza dei casi reazioni alla violenza quotidiana che caratterizzavano il lavoro di piantagione: violenza e sopraffazione dominavano la loro esistenza. Verso la fine del secolo dei Lumi un diffuso sentimento antischiavista cominciò a farsi strada con forza in Europa (influenza fu il contributo dell'economista Adam Smith). Molti abolizionisti concepirono il proprio ruolo come la creazione di un ambiente sociale nel quale si potessero elevare gli africani alla civiltà: una condizione che ritenevano del tutto assente nella loro vita di schiavitù e realizzabile attraverso la redenzione del cristianesimo.

Il movimento antischiavista crebbe rapidamente nel tardo Settecento. Il primo disegno di legge per l'abolizione del traffico degli schiavi approdò in Parlamento nel 1791, ma fu respinto. Nonostante questo ampio fronte di attività, è probabile che a rafforzare la causa antischiavista contribuissero in pari misura sentimenti morali e fattori economici, sotto la spinta dei crescenti consensi che la posizione liberista andava ottenendo nello scenario politico di inizio Ottocento. L'abolizione della schiavitù avvenne molto frettolosamente sulla scia di una delle maggiori rivolte di schiavi avvenute nei territori britannici, ovvero la «Baptist War», che sconvolse gran parte della Giamaica nel 1831. Anche se non basta da sola a spiegare l'emancipazione, questa rivolta contribuì ad accelerare l'iter della legge approvata nel 1833 e a evitare che fosse ancor più gradualista.

Economia post-emancipazione

In altre parti dell'impero britannico la schiavitù non venne abbandonata nemmeno dopo l'emancipazione. Ancora molto tempo dopo che la Gran Bretagna ebbe rinnegato legalmente la schiavitù, la sua economia e i suoi commerci continuarono a trarre sostanziosi profitti dai prodotti dei regimi schiavisti. Dato che lo zucchero prodotto dagli schiavi rappresentò il più prezioso prodotto di importazione in Gran Bretagna nel Settecento, le Indie occidentali occuparono in quegli anni una posizione di assoluto predominio nell'impero britannico. Posizione che dopo l'emancipazione conobbe un rapido declino.

Rivalità imperiale

Se il commercio di esseri umani oltre che di merci fu una delle caratteristiche più salienti dell'imperialismo britannico in questo periodo, l'altro tema dominante fu la rivalità imperiale. Il Settecento in particolare vide un susseguirsi di esplosioni di violenza navale e militare tra le potenze europee rivali, con la Francia, la Spagna e la Gran Bretagna nel ruolo dei principali aggressori. Non è un caso che la serie di guerre che scoppiarono fra i maggiori rivali nella corsa europea all'espansionismo non si combatterono nello scenario europeo, ma in larga misura in quello coloniale.

Fu contro i francesi che i britannici si trovarono sempre più spesso impegnati in azioni belliche. Tra il 1680 e il 1815 ci furono ben sette guerre anglo-francesi, la più decisiva delle quali fu probabilmente la guerra dei Sette anni, che terminò nel 1763. La Gran Bretagna acquisì nuovi e importanti possedimenti, ma ad un costo elevato. La guerra lasciò infatti la Gran Bretagna vulnerabile in una delle sue più importanti regioni coloniali, l'America.

Nondimeno l'impero britannico si ampliò in misura considerevole grazie ai territori acquisiti con il trattato di Parigi del 1763 che concluse la guerra e che significò una sorta di spartiacque: mentre prima di esso l'impero britannico era organizzato e acquisito in modo preminente a fini commerciali, dopo il 1763 la vastità e l'eterogeneità dei possedimenti imperiali aumentarono il ruolo e il peso della politica rispetto a quello dell'economia.

La colonizzazione del "Nuovo Mondo"

Ad alcuni primi esperimenti coloniali tentati alla fine del Cinquecento in quella che ora è la Virginia, e molto più a nord in Terranova, fecero seguito nel secolo successivo insediamenti che si rivelarono ben più durevoli. Nel corso del Seicento sempre più emigranti lasciarono la Gran Bretagna, alcuni in cerca di lavoro, altri di terra e altri ancora di libertà religiosa nelle colonie americane. Tali colonie vennero fondate, e inizialmente popolate, in larga misura da bianchi che avevano liberamente scelto di emigrare, e ciò ha portato a caratterizzare la colonizzazione dell'America come una realtà riconducibile all'emigrazione più che alla conquista. Questa versione è corretta solo se si sceglie di ignorare tre rilevanti gruppi umani: i deportarti e i braccianti indentured, i popoli nativi americani e il crescente numero di schiavi.

Gli effetti della colonizzazione sulle popolazioni amerindie furono devastanti: il più notorio fu l'impatto delle malattie precedentemente sconosciute e importate dall'Europa. Le nuove forme di sfruttamento della terra e le recinzioni dei terreni alterarono inoltre considerevolmente col tempo l'ecologia locale. Anche l'introduzione delle armi da fuoco europee ebbe effetti destabilizzanti, col risultato di inasprire fra l'altro anche i conflitti intertribali.

Crescita demografica e attrattiva delle colonie

Se la popolazione amerindia si ridusse drasticamente in termini numerici nel Sei e Settecento in seguito al contatto con gli europei, quella dei colonizzatori crebbe invece rapidamente. I primi emigranti erano prevalentemente bianchi, giovani e celibi. Più tardi l'emigrazione coinvolse intere famiglie, e nel 1759 il territorio comprendeva già tredici colonie. Cosa rendeva le colonie americane così attraenti? Certamente i puritani ebbero un ruolo preminente nella storia iniziale delle colonie americane. Fra Sette e Ottocento le colonie divennero note come luoghi in cui le piccole sette religiose potevano fiorire indisturbate: una situazione decisamente diversa da quanto accadeva in Gran Bretagna.

La libertà religiosa tuttavia fu solo una delle ragioni per cui l'insediamento colonizzatore ebbe tanto successo in America. Queste colonie offrivano infatti merci che non erano disponibili in madrepatria. La terra fu forse il fattore più importante dello sviluppo economico coloniale, oltre che una fonte di notevole attrito fra i coloni attirati dalla sua inesauribile disponibilità e dal suo basso costo e i popoli nativi.

Braccianti indentured e controllo coloniale

Anche se la terra era una considerevole attrattiva, almeno la metà di tutti gli emigranti che sbarcarono in America nel Sei e Settecento non erano giunti come futuri proprietari terrieri ma come braccianti ingaggiati con un contratto di indenture, legati cioè per un periodo stabilito a un padrone che, oltre a rimborsare il costo della traversata, garantiva loro vitto e alloggio per la durata del contratto.

Mentre questioni quali difesa e tassazione, entrambe destinate a divenire il principale oggetto del contendere nelle lotte che avrebbero portato all'indipendenza, rimanevano nelle mani del governo imperiale di Londra, le assemblee locali delle colonie avevano il potere di approvare leggi specificamente applicabili alla realtà locale. Era il controllo del commercio che stava a cuore a Londra, e fu solo quando commercio e politica entrarono in conflitto che i politici britannici cominciarono a mostrare attenzione per le questioni di governo delle colonie americane.

Crescente tensione coloniale

La costante crescita della popolazione coloniale dell'America settentrionale diede un forte impulso a questo sistema, rendendo le colonie continentali sempre più importanti, ma anche sempre più insofferenti rispetto alle limitazioni imposte dalla Gran Bretagna ai loro scambi commerciali. A metà secolo esse erano ormai passate dal ruolo di unità economiche relativamente insignificanti a quello di mercati vitali. La guerra dei Sette anni ebbe senza dubbio riflessi negativi sulle colonie americane. Da un lato, con la crescente frustrazione coloniale di fronte alla rapacità fiscale britannica, dall'altro con il profondo risentimento suscitato non solo dalla presenza di un crescente numero di guarnigioni distaccate nelle colonie, ma dal fatto di essere per giunta tassati per mantenerle.

Oltre al sospetto generato per la presenza di truppe britanniche e al risentimento di fronte a quelle che consideravano palesi disparità economiche, c'era anche l'irritazione dei coloni di fronte alle restrizioni politiche. Le assemblee elettive erano spesso ostacolate dai governatori coloniali nominati dalla corona e leali ad essa. Nel 1766 un Declaratory Act simile a quello approvato nei confronti dell'Irlanda sancì il diritto del Parlamento britannico di imporre alle colonie qualsiasi tassa ritenesse opportuna. Nonostante questa enfatica dichiarazione, tuttavia nel 1768 quasi tutti i dazi erano stati aboliti. Solo il dazio del tè era stato mantenuto, e questo si sarebbe rivelato fatale. Il risultato del Tea Act fu il famoso «Boston Tea Party» del 16 dicembre 1773.

Molti americani rimasero sbigottiti di fronte all'estremismo di questo gesto, ma il dato più conflittuale fu la risposta di Londra. Non solo i britannici chiusero i porti per ritorsione, privando così dei mezzi di sostentamento molti che nulla avevano a che fare con quell'aggressione, ma il parlamento londinese impresse un giro di vite ai diritti civili e politici.

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-STO/04 Storia contemporanea

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