Che materia stai cercando?

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

L’imitazione sembra essere qualcosa di decisivo: molto probabilmente alla radice di ogni nostra azione c’è

la copia di un modello (tesi di Girard).

Questo implica che accettiamo l’idea che i comportamenti mimetici elementari sono alle basi dei

meccanismi psicologici adulti (si può tracciare una linea fra i primi e i secondi).

Molti sostengono che vari comportamenti che mettiamo in atto da piccoli siano istintivi.

Opinione del docente: la parola istinto non spiega nulla, è come dire che certe cose succedono perché

dovevano succedere e basta. Semplicemente parlare di istinto permette di dare nome a una cosa, senza

spiegarla.

Dire che una cosa è istintiva può voler anche dire che è innata, cioè che la si sa fare senza addestramento.

La parola “istintivo” spesso viene usata per definite azioni che abbiamo dovuto acquisire e che solo in un

secondo momento diventano automatizzate.

 Il concetto che la parola “istinto” ci vuole trasmettere (qualcosa che facciamo senza averlo

imparato) è falso.

È improbabile che tutte le azioni che vengono definite istintive siano tali => la maggior parte è costituita da

azioni apprese, ma apprese talmente presto che ormai ce ne siamo dimenticati.

Quindi all’obiezione dell’istintività delle azioni la risposta è che in realtà queste azioni abbiamo imparato a

farle per imitazione.

Seconda obiezione possibile: non facciamo tutto per imitazione, ci sono cose che facciamo per volontà

nostra (soprattutto perché non è gradevole pensare che quello che facciamo lo facciamo per imitazione). In

realtà quello che chiamiamo “io” è il frutto di tante piccole copie di modelli esterni (Girard) => la nostra

volontà va tolta dal piedistallo e dobbiamo accettare l’idea che anche da adulti apprendiamo da modelli,

anche se modelli più numerosi ed articolati.

 Questo modo di intendere l’imitazione ci costringe a fare i conti con il nostro essere animali sociali.

SECONDA LEZIONE

LA TESI DI RENÉ GIRARD

1961: pubblicazione di “Menzogna romantica e verità romanzesca” = studio su cinque romanzieri europei.

I cinque romanzieri sono: Miguel de Cervantes Saavedra (del 1600, autore del “Don Chisciotte” del 1616),

Flaubert, Standhal, Proust, Dostoevskij.

Girard all’epoca era uno sconosciuto professore di letteratura francese negli USA e il libro è una sorta di

teoria del romanzo, ma nel ragionare su questi cinque autori formula una teoria sul comportamento umano

in generale (questione antropologica-filosofica) = si chiede cosa ci sia all’origine del comportamento delle

persone.

Le risposte a questa questione nella storia della cultura sono varie; es. volontà umana (l’uomo agisce in

funzione di quanto dettato dall’anima, del carattere). => spesso spieghiamo i comportamenti delle persone

pensando che ognuno ha un fondo tutto suo che si trova in lui punto e basta (vd questione dell’istinto). Noi

sappiamo che le inclinazioni e i comportamenti possono essere influenzati dalle vicende esterne, ma

pensiamo sempre che ci sia comunque un irriducibile nucleo che appartiene a una persona e basta (è così

che ci spieghiamo perché persone diverse reagiscono diversamente agli stessi fatti/disgrazie). Pensiamo che

rimanga una “fonte originaria” che farà ritornare una persona al suo temperamento/alla sua natura (idea

che in fondo resti sempre quello).È anche da questo che facciamo dipendere la nostra libertà, da questa

soggettività/individualità residua.

Kant diceva infatti che, sotto minaccia di morte, noi troviamo sempre la forza di rinunciare a seguire le

nostre inclinazioni peccaminose => qui esercitiamo la nostra libertà, secondo Kant.

In realtà nella situazione di cui ci parla Kant l’uomo è sottoposto a una forza più forte rispetto a quella che

lo porta all’atto peccaminoso: tra l’inclinazione verso la lussuria e quella di autoconservazione vince la

seconda => l’uomo in questione non sta esercitando la propria libertà

L’esempio di Kant ci fa capire quanto siamo inclini a pensare che l’uomo agisca in funzione di ciò che viene

da lui, in funzione della sua libertà e a dimenticare influenza dell’ambiente e, soprattutto, dell’esempio che

l’ambiente ci fornisce.

Infatti anche i pochi filosofi che hanno capito quanto siamo dipendenti dalle cause esterne si sono

soffermati su degli oggetti (vedo cibo e ho voglia di mangiare), dimenticando che molto spesso noi siamo

spinti all’azione dal fatto di vedere una persona che fa determinate cose (non perché desideriamo un

oggetto, ma perché vediamo un altro che lo desidera).

 Più che l’oggetto, noi desideriamo fare/essere la stessa cosa che fa/è un'altra persona (Girard) => i

nostri desideri sono per lo più mimetici.

Questa è l’idea che c’è nel testo sopracitato => finalmente si riconosce al mimetismo il fatto di essere il

principale movente delle azioni umane. Gli oggetti acquistano valore in funzione del fatto che altri li

abbiano utilizzati.

Girard: i grandissimi romanzieri sono quelli che hanno capito che gli uomini desiderano ciò che vedono

desiderato da altri e che, quindi, nelle loro azioni tendono a volere una cosa non tanto per il valore della

cosa in sé, ma per il valore conferitole da altri.

È su questo che gioca la pubblicità: ci fa vedere una certa persona, famosa, che usa certi oggetti per

invitarci a comprarli.

Per Girard non abbiamo una spontanea anima da cui scaturisce tutto, ma, limitatamente al desiderio

(soprattutto sessuale), il movente principale delle azioni è l’imitazione di un modello che vediamo.

La domanda a questo punto è: chi imita chi desidera per primo?

In realtà non c’è mai un vero primo a desiderare = chi prende per primo l’oggetto può avere avuto come

modello qualcuno che fa qualcosa di simile + secondo Girard l’attribuzione dell’interesse nei confronti di un

oggetto da parte di un soggetto può essere casuale = non è importante che io sappia che l’alto desidera,

basta che io pensi che l’altro desidera. Es. se io vedo una persona che ha un accento straniero e attribuisco

a questa persona una capacità di essere interessante (fascino) che, secondo me, proviene dall’accento,

inizierò ad imitarla => qui non è detto che la prima azione sia qualcosa che uno fa perché ha un modello a

sua volta, ma si imita qualcuno perché ha qualcosa di diverso che ci attira.

 Girard dice che l’imitazione verte su qualcosa che non è necessariamente un desiderio dell’imitato,

ma può riguardare anche una peculiarità dell’imitato di cui lui non è consapevole.

Se poi in aggiunta l’imitato ha anche qualcosa che lo rende interessante (es. ha soldi) l’effetto di imitazione

sarà amplificato.

 Il problema del primo non si pone perché ciò che conta è l’attribuzione di valore a quel dato

comportamento.

Poi Girard si renderà conto di poter leggere la sua teoria in ottica evoluzionistica, ma a partire dagli anni ’80

e ’90.

Girard ritiene anche che la scelta del modello possa essere spesso masochistica. Per Girard il mimetismo è

inevitabile ed è, però, il male (è l’unica spiegazione che lui si dà dei comportamenti autolesionistici).

Girard ci dice che il desiderio è triangolare e non lineare. Non è io – oggetto del desiderio – azione verso

oggetto del desiderio.

Noi vediamo un altro individuo (modello) che fa un azione; noi non andiamo verso l’oggetto/l’azione, ma

andiamo verso il modello che poi ci porta all’oggetto del desiderio (ci dice cosa vogliamo).

 Il rapporto fra io ed oggetto del desiderio è mediato dal modello. Desiderabile è ciò che è già, o che

immagino potrebbe essere, desiderato.

Infatti se il modello è seducente desideriamo, altrimenti no. La scelta è tra copiare un vincente o una

persona perdente, la scelta non riguarda l’oggetto in sé. È sul mediatore che noi conformiamo i nostri

desideri.

Girard a questo punto dice che ci sono dei desideri (che lui chiama “appetiti”) che non rientrano in questo

discorso: es. cibo, acqua e riposto => sono desideri naturali e lineari e non triangolari (no mediatore).

 Girard distingue fra appetiti naturali e desideri sociali (mediati).

G. capisce che nel modo in cui soddisfacciamo certi appetiti c’è una componente culturale (es. se

vedessimo un cibo che ci è stato insegnato come tabù, es. carne umana, lo rifiuteremmo

automaticamente). Ma bisogna comunque distinguere gli appetiti dai desideri: i primi possono essere solo

leggermente contaminati dal mimetismo culturale.

In realtà poi in alcuni passaggi G. si contraddice: ammette che la desiderabilità sessuale di una persona

dipende dall’immaginare la faccia delle persone mentre gli altri la guardano. La desiderabilità di una

persona dipende da quello che farebbero/fanno gli altri quando la guardano.

Girard pensa che ogni forma di repressione del mimetismo sia comunque ispirata a un modello => non

essere mimetici vuol dire, per G., seguire modelli minoritari.

Per Girard l’unicità di una persona è una menzogna romantica. Tutti noi siamo imitatori e modelli => anche

se io decido di non imitare, verrò comunque imitato.

 In quando soggetti sociali non possiamo sottrarci autenticamente dal mimetismo.

La consapevolezza della presenza del mimetismo culturale permette, secondo G., di costruire rapporti

umani più soddisfacenti tra modelli ed imitatori.

Secondo il Girard del ’61 bisogna distinguere fra quando si imita qualcuno che è molto vicino (qui succede

che si arriva alla situazione in cui modello ed imitatore vogliono la stessa cosa che non può appartenere ad

entrambi => infatti il mimetismo è il male e porta al conflitto) e quella in cui imitiamo qualcuno che è

lontano. Il conflitto per Girard è tanto più terribile e tanto più probabile quanto più si è vicini nel tempo

(come età) e nello spazio (come contesto culturale).

Se il modello è vicino gli imitatori sono gli stessi.

Girard dice che il fatto che noi seguiamo dei modelli è prova della libertà: spesso scegliamo modelli diversi.

Secondo Mormino qui G. sbaglia: la scelta del modello non è in nostro potere = il fatto di essere orientati a

seguire un modello piuttosto che un altro dipende da modelli precedenti che i soggetti hanno avuto (dalle

esperienze che uno ha fatto e che un altro non ha fatto). Possiamo essere gemelli monozigoti, ma basta

un’esperienza diversa a farci orientare in modo diverso (soprattutto ci sono esperienze che risalgono ai

primi anni di vita, che non ricordiamo e che ci hanno condizionati).

Di fronte alla domanda “da cosa viene l’imitazione” la risposta di G. è che l’imitazione è innata.

LEZIONE 3

Girard ci dice che l’imitazione è la ragione del conflitto fra gli uomini, perché non tutto ciò che è oggetto del

desiderio può essere facilmente condiviso.

 Quando condividiamo l’oggetto del desiderio con il nostro modello e quell’oggetto noi lo

desideriamo in quanto lui lo desidera, non è tanto la scarsità dei beni a renderci feroci (sennò nei

paesi ricchi non ci sarebbe dovuta essere la guerra), ma il primato = l’imitatore e il modello

vogliono essere la stessa cosa.

 L’oggetto del desiderio è il Kydos = il trofeo, qualcosa che non ha nessun valore reale, ma che

acquisisce un valore immenso perché l’imitazione che noi rivolgiamo ai nostri vicini non è andata a

buon fine (il nostro modello ha qualcosa in più di noi).

La dimensione materiale dell’esistenza è fatta anche da passioni come orgoglio, bisogno di essere amati,

accettati.

Di questo si era accorto anche Hobbes: la vita è una corsa fra tanti competitori in cui ciò che conta è star

davanti e tutte le passioni che proviamo sono relative a questo = il vantaggio non è dato dal guadagnare

qualcosa, ma dal fatto che l’avversario perda qualcosa (io guadagno tanto quanto l’altro perde).

Girard estende questo ragionamento anche ai testi di Shakespeare; es. “I due gentiluomini di Verona”. I due

da che sono bambini fanno tutto insieme, poi uno dei due si innamora di una ragazza e ritiene che lei debba

essere vista come bellissima anche dall’amico, l’altro o ammette che sia belle e se ne innamora anche lui o

dice che non vale niente => il primo si trova in una situazione mimeticamente insostenibile perché noi

conferiamo valore a ciò a cui lo attribuiscono gli altri).

 S. aveva capito che più si è simili, più è facile trovarsi in una situazione di conflitto = è talmente

vicino a noi che i nostri desideri convergenti sull’oggetto convergeranno in una lotta.

La rivalità nasce dall’essere uguali.

Hobbes ci diceva semplicemente che questa rivalità tra simili/vicini è una caratteristica umana, Girard ci

dice ciò è dovuto al fatto che prendiamo i vicini come modelli o che siamo presi come modelli da loro.

Quando il modello preso come mediatore rientra nelle conoscenze si parla di mediazione interna. Più il

modello è lontano, più è difficile che l’oggetto del desiderio coincida. Es. il modello di Don Chisciotte è

Amadigi, personaggio letterario => non poteva esserci un modello fra i due (mediazione esterna).

Gli uomini infatti hanno inventato la guerra quando due gruppi si sono scontrati: i due gruppi erano identici

fra loro, perché il mondo era fatto da comunità che comunicavano solo con i vicini. La guerra non nasce

come scontro fra società diverse. Anche a livello di razzismo è che l’altro, il diverso, potrebbe sostituirci

(fare esattamente quello che facciamo noi), perché sappiamo che siamo simili.

Il razzismo come tutte le forme di avversione sono dettate dall’illusione della diversità, in realtà ciò è

dovuto al fatto che le cose che io voglio sono le stesse che vuole la persona che tanto disprezziamo.

Freud infatti aveva sottolineato il narcisismo delle piccole differenze = per sentirsi importanti, superiori,

dotati di valore, in un contesto in cui siamo tutti simili (non ci sono dei semidei fra noi), prendiamo una

piccola differenza (es. colore della pelle) e la ingigantiamo. Questo lo facciamo sempre con chi ci è vicino,

non con chi è lontano e non ci minaccia.

Questo narcisismo mi permette di distinguermi da tutti: da chi abita nel paese accanto, dal fratello etc.

Se guardassimo la civiltà umana dall’alto queste differenze non le vediamo.

Rousseau sottolineava il bisogno di differenziarsi come essenziale per l’umanità. Questo ci aiuta a credere

di essere qualcosa di migliore degli altri di fronte all’evidenza di essere molto simili (esigenza che ci

spaventa perché potremmo desiderare le stesse cose).

Il mimetismo per Girard non si supera (è innato nella natura umana), ma per rendere meno violenti i

conflitti sarebbe auspicabile scegliere modelli lontani.

Girard afferma che la bontà del messaggio religioso cristiano consiste nel fatto che il modello che viene

proposto dal cristianesimo (fare come il padre che è nei cieli) è un modello con cui è impossibile entrare in

conflitto => è un modello con cui è talmente impossibile entrare in conflitto che l’imitazione del Cristo

diventa pacifica (mediazione esterna). Così ha fatto Gesù: non è entrato in conflitto con i contemporanei e i

vicini a lui perché aveva come modello Dio stesso e desiderava qualcosa, un regno, che sta in un altro

mondo (un mondo trascendente, lontanissimo).

 Girard valuta dottrine morali e religiose in base al fatto che i modelli che propongono siano vicini

(con forte tendenza a generare conflitto) o lontani (con scarsa tendenza a generare conflitto).

Se l’imitazione ha questo sviluppo rivalitario che può essere contenuto con la scelta di modelli lontani, G.

ammette che ci sono rare situazioni in cui l’imitazione può essere virtuosa: es. in una coppia che si ama ci

può essere un rapporto di mimetismo altruista (il fatto che l’altro mi imiti non viene vissuto come

aggressione); essere messi in discussione da chi fa parte dei propri affetti può essere meno fastidioso.

Girard sostiene che comunque si tratti di situazioni rarissime.

Il primo tentativo di contenimento della propria teoria da parte di G. è quello degli “appetiti naturali” (non

tutto quello che facciamo deriva dal mimetismo); ora dice non tutti i rapporti sono conflittuali, alcuni

possono essere opportunisti.

 La regola è il desiderio triangolare + rivalità con persone simili a noi + invidia => vita ricca di dolere

ed infelicità. Poi aggiunge eccezioni.

Girard costruisce la sua dottrina partendo da una critica di Freud . Freud ritiene che ogni individuo abbia

una carica libidica (libido) intrinseca che cerca di soddisfare attraverso azioni che gli permettono di

scaricarla = azioni sessuali o sostituzioni delle azioni sessuali con azioni socialmente più accettabili

(sublimazione). Questa libido è l’essenza dell’essere umano. Secondo Freud esiste un problema del conflitto

padri-figli (complesso di Edipo), perché il bambino piccolo, non sapendo ancora quali sono i costumi

accettati, inizia ad estrinsecare la sua libido verso la madre che è anche oggetto della libido del padre => il

padre inizia a difendersi da questa minaccia. Inoltre il figlio ama il padre = il padre non è solo avversario,

ma anche modello – vicino. Questo spiega per Freud la scissione che si crea nel bambino durante la

crescita: è diviso fra l’amore per il padre e il desiderio verso la madre. Secondo Freud noi siamo, da adulti, il

risultato del successo/insuccesso nel giostrarci fra queste due tendenze.

Girard fa due correzioni a questa visione della psiche umana:

- Secondo Freud è il bambino ad imporsi, è lui che vuole ottenere piacere sessuale in tutte le

situazioni possibili (con una sessualità diversa da quella degli adulti perché la loro fisiologia è

diversa). Girard non crede che l’azione del bambino si possa configurare come aggressiva: il

bambino non sa che il suo cercare la madre può provocare una reazione nel padre => è innocente e

cerca un piacere. Chi pensa che un’azione come quella del bambino sia un’azione da cui difendersi

è il padre = lui è colui che si sente minacciato da qualcuno che cerca ciò che cercano tutti, perché

ritiene di avere un diritto acquisito (situazione chiamata Infanzia asessuata).

 Freud sbaglia ad attribuire al bambino delle intenzioni aggressive, ma le intenzioni aggressive si

scatenano nel padre che costruisce intorno al bambino un mondo in cui le sue pulsioni non possano

essere soddisfatte (es. dicendogli che ci sono parti del corpo che non deve toccare/considerando la

sua sessualità inesistente, cosa che gli adulti hanno ritenuto, perché volevano ritenerlo, fino al

tempo di Freud).

- Freud pensa che il paradigma fra tutti i rapporti sia quello con il padre. Girard sostiene che

l’imitazione possa avvenire con chiunque entri in contatto con noi. Freud direbbe che con chi

abbiamo un rapporto di imitazione/conflittualità è perché vediamo in lui/lei la figura paterna.

Per Girard noi possiamo percepire qualcosa di interessante in persone con cui trascorriamo pochi

minuti e poi averli a modello.

È probabile che il padre sia un modello forte se è molto presente, ma quella di Freud per il padre è

un’ossessione, in realtà al padre dobbiamo sostituire il primo venuto (possiamo essere

ispirati/accattivati da chiunque).

Mentre Freud considerava la famiglia un’istituzione naturale (la nostra essenza è nell’essere figli).

Girard dice che la famiglia è un luogo in cui passiamo tanto tempo e basta.

Gli antropologi sono sempre stati interessati ai riti di iniziazione e al fatto che fossero aggressivi/pericolosi.

Gerard nota che questi riti vengono fatti nella fase dell’età in cui un giovane diventa sessualmente attivo. Si

fa nel momento in cui il giovane costituisce una minaccia per la sessualità degli adulti => i riti di iniziazione

sottopongono i nuovi arrivati al dominio degli adulti (manifestano autorità) + si mette in pericolo la vita dei

giovani rivali => Girard dice che i riti di iniziazione servono ad ostacolare i nuovi rivali nell’ingresso nella

società adulta.

LEZIONE 4

Girard non ci parla di come e perché l’uomo imita, questo perché è interessato ai livelli alti dell’imitazione

(non neonato che tira fuori la lingua in risposta alla linguaccia dell’adulto); es. l’artista che aspira ad essere

come un famoso artista del passato). Per Girard inoltre gli umani imitano di più rispetto agli animali e

questo è all’origine del mondo culturale, più raffinato rispetto a quello in cui vivono gli animali.

 Nasce come teoria che si interessa a livelli culturali alti e all’imitazione umana.

 È una teoria che parte dalla fine (dalla cosa più complessa da spiegare) senza capire come

comportamenti imitativi complessi (culturalmente pregni di valori) nascano da quelli più semplici.

Gli studiosi che si sono occupati di imitazione dagli anni ’70 hanno fatto il contrario: sono partiti dai

comportamenti imitativi elementari - bassi (dei bambini e degli animali), guardando con sufficienza la teoria

di Girard perché ritenuta mancante dal punto di vista scientifico. Poi ci sono altri che hanno cercato di far

dialogare i due poli: come si arriva da comportamenti imitativi elementari a quelli complessi?

Girard è il primo che avvia questo discorso e parte egli stesso dall’alto: non solo predilige l’analisi

dall’imitazione umana, ma ritiene che la vera e propria imitazione si veda nei comportamenti imitativi

complessi.

 Per G. L’imitazione non è animale ed elementare, ma sta nella politica, nell’etica => è ciò che fa

dall’uomo ciò che è e quindi che lo distanzia dagli altri animali.

Inoltre G. si dimentica che bisognerebbe capire perché da un corpo/da una vita animale nasca il fenomeno

dei comportamenti imitativi elevati. Si dimentica che siamo corpi che imitano il comportamento di altri

corpi.

 G. fa ancora molta metafisica = l’imitazione è qualcosa che fa parte della natura umana, ma non si

parla del rapporto fra questa e il corpo umano.

Girard comunque si è poi avvicinato a una comprensione della comune radice dell’uomo con gli altri animali

= capisce che bisogna provare a spiegare cosa c’era all’inizio, cioè quando l’uomo è diventato tale (uomo

come prodotto dell’evoluzione => radice comune con altri esseri viventi).

OMINAZIONE = costituzione dell’essere umano come specie a parte (a partire da progenitori comuni ad

altre specie).

Secondo G. l’ominazione deriva dal fatto che alcuni individui del gruppo dei primati hanno sviluppato un

potere mimetico tale da rendere impossibile continuare a vivere nel modo in cui vivevano prima.

 La soglia che gli uomini hanno attraversato distinguendosi dagli altri primati è quella in cui la loro

capacità di imitare gli altri si è fatta più forte = noi siamo scimmie ipermimetiche.

IPERMIMETICI: a differenza delle altre specie animali, la nostra vita quotidiana deve essere spiegata

attraverso un confronto continuo con i simili. Il confronto e il prendere a modello qualcuno è più

frequente/intenso negli esseri umani.

Es. per accendere la sessualità in un umano è sufficiente lo spettacolo di un altro individuo sessualmente

appetibile (basta l’osservazione, dopo una serie di ripetizioni) = sessualità permanente. La dipendenza degli

altri animali da determinate condizioni psico-fisiologiche (es. ormoni) è meno determinante negli uomini.

Per questo l’uomo ha superato a stagione degli amori (siamo attivi tutto l’anno).

Es. gli uomini imitano, secondo G., la violenza. Quando ci sono situazioni in cui si scatena la rissa nel

gruppo, spesso chi è inizialmente all’esterno della contesa entra a farne parte => la tendenza della violenza

umana a dilagare negli spettatori è imputabile ad imitazione. Questo negli altri animali non succede, quindi

le contese cessano da sole, perché la contesa rimane nel gruppo ristretto. La differenza è dovuta al fatto

che la violenza è contagiosa per gli esseri umani (un po’ come l’attività sessuale). La violenza è un’attività

che, per il solo fatto di essere vista, contagia gli spettatori. La violenza attira gli uomini in misura così

potente da riprodursi senza alcun motivo reale.

L’imitare la violenza è qualcosa che viene prima del chiedersi il perché si stanno facendo determinate cose;

è lo stesso di quando uno scappa e tutti iniziano ad agitarsi. Non si riflette sulle ragioni per fare una

determinata azione, ma vale la legge per mimetismo.

Ma, se è vero che l’uomo è una scimmia ipermimetica che copia la violenza altrui solo per contagio e mette

a repentaglio la vita del gruppo, perché la specie umana non si è estinta? Se la cosa che abbiamo in più

rispetto agli altri animali (la mimeticità forte) è così dannosa come abbiamo fatto a sopravvivere e perché

questa peculiarità è stata conservata? Girard fa fatica a rispondere.

 Più leggiamo la mimeticità umana in termini negativi, più c’è da chiedersi come mai non ci siamo

estinti.

Se ci siamo vuol dire che rispetto alle necessità dell’ambiente in cui viviamo abbiamo trovato delle soluzioni

=> così come siamo sappiamo rispondere alle richieste che la lotta per la vita pone.

Quindi la domanda diventa: qual è il vantaggio evolutivo di essere mimetici?

Se Girard vede solo l’aspetto negativo è ovvio che la sopravvivenza umana risulta difficilmente spiegabile.

La violenza per G. non si scatena perché c’è scarsità di qualcosa che vogliamo, ma si tratta di una malvagia

essenza presente in ognuno e che si sprigiona al momento dello spettacolo della violenza stessa. Es. gli

uomini entrano in conflitto per ragioni futili; per G. le ragioni in realtà non sono futili: in gioco c’è un

bisogno di riconoscimento (occorre essere riconosciuti come individui da rispettare) => la psicologia umana

si basa sul bisogno di essere riconosciuti dall’altro come qualcuno che ha bisogno di essere considerato

(orgoglio).

 Il bisogno di riconoscimento, per l’uomo, prevale sui bisogni materiali.

Si tratta di un ragionamento antimarxiano = l’uomo è collocato in una dimensione simbolica = più che i

riconoscimenti materiali a contare è lo sguardo che gli altri ci restituiscono. Quando il ruolo che occupiamo

non ci viene riconosciuto scatta la violenza.

La violenza imitativa è quindi per G. la vera minaccia che i gruppi umani incontrano nella loro esistenza: il

problema non è che due individui siano in conflitto, ma il problema è che i conflitti tendono ad ampliarsi = i

parenti dell’uno contro a quelli dell’altro => ogni conflitto può estendersi all’intero gruppo e questo è il

pericolo che tutte le comunità umane conoscono da sempre (rischio estinzione).

Raccontare di vendetta è presente in tutte le culture del mondo; per Girard la vendetta è l’esempio

perfetto di un’imitazione (è un atto imitativo per eccellenza). Vendetta = replica di qualcosa che è stato

fatto da un altro; questa è la manifestazione più pura dell’imitazione. Quando vediamo che qualcuno si

vendica e quando ci vendichiamo proviamo soddisfazione e questo perché quando qualcuno compie un

atto di violenza in quelli che vedono nasce il desiderio di replicare l’atto. Replicare l’atto è più importante

che scegliere l’obiettivo giusto; l’importante è riversare la violenza imitativa su qualcuno.

 Qui c’è alla base, in Girard, l’idea freudiana della libido che deve sfogarsi.

 La vendetta non è mettere in pari le cose (senso di giustizia), ma la replicazione della violenza di cui

si è stati vittime/spettatori.

G. osserva che presso molte civiltà quando un membro uccide un membro di un altro gruppo, il gruppo del

secondo esige vendetta sul primo; non si chiede però che venga punito colui che ha compiuto il misfatto

ma un altro che sia comunque membro del gruppo. Questo suggerisce che c’è un bisogno di ripetere l’atto

violento, ma se lo si ripetesse nei confronti dell’assassino (persona forte, coraggiosa e temibile) ci potrebbe

essere un ulteriore reazione (il malfattore potrebbe reagire, scatenare la reazione degli altri che sono suoi

amici) => si scegli un membro del gruppo che sia inerme e debole.

Noi nei nostri sistemi giudiziari puniamo il colpevole, perché la forza dello Stato e delle forze dell’ordine ci

garantisce che il colpevole, una volta attaccato, non possa costituire un pericolo.

Chi compie l’azione violente diventa il modello del vendicatore.

Freud diceva che non puniamo chi infrange la legge perché vorremmo farlo tutti e invidiamo chi ha infranto

la legge (cosa che noi non abbiamo il coraggio di fare) = chi compie azioni violente propone un modello da

cui siamo attirati e che però non possiamo mettere in atto => compiamo un’azione identica (su chi è stato

violento/su altri). Per questo puniamo gli altri con “pene” proporzionali ed uguali (non uccidiamo chi ci ha

dato un spintone ma lo spingiamo a nostra volta).

 La vendetta è un atto mimetico (si cerca la sensazione di aver fatto la stessa cosa).

Nell’imitazione ci sono delle regole precise stabilite a livello sociale e che noi impariamo prestissimo a

seguire.

Non restituire una buona azione che abbiamo ricevuto è considerato male; questo perché viene infranta la

regola dell’imitazione (gli atti imitativi sono alla base del nostro vivere sociale). In questo caso però l’atto

imitativo richiesto è positivo per la comunità umana, mentre l’atto imitativo derivante dalla violenza genera

una reazione a catena di malfattori e vendicatori che porta alla rovina.

Quando ci si imita non c’è bisogno di avere una ragione, ciò che conta è il fatto di seguire un

esempio/modello infatti, da fuori, una faida è totalmente insensata per chi ne sta fuori (chi sta fuori vede

che le parti si comportano esattamente allo stesso modo). Le parti coinvolte in una faida pensano di essere

diverse una dall’altra e di fare cose che dipendono dalla soggettività, per chi sta fuori è evidente che le due

parti si comportino nello stesso modo (fanno cose dettate dal modello).

Secondo G. ogni imitatore dice che il suo comportamento non è dovuto a imitazione, ma perché lo vuole lui

= l’imitatore non si rende conto di essere tale e si appella al libero arbitrio.

 L’imitazione si configura come azione necessaria (determinata dall’esterno), ma chi la mette in atto

ritiene di agire liberamente.

Questo non solo perché l’imitare è visto come cosa negativa, ma anche perché ci hanno detto fin da

piccolissimi cosa si poteva o no fare/imitare; abbiamo iniziato ad imitare così piccoli che abbiamo

interiorizzato questi modelli e non ne siamo più consapevoli (l’idea di fasi influenzare dal mondo è dentro di

noi da sempre). Il fatto di dire che non seguiamo un messaggio pubblicitario non ci rende non mimetici,

perché comunque stiamo inseguendo un altro modello. Il fatto che i modelli sono dentro di noi fin da

piccoli è quello che genera l’illusione della spontaneità (romantica menzogna di cui parla Girard).

Per G. noi scegliamo i modelli più prestigiosi. Ci chiediamo in che senso il modello è prestigioso e perché

per le persone sono prestigiosi modelli diversi. La questione di come un modello diventa prestigioso è una

questione che G. non analizza.

G. da subito ha l’idea di dire che la scelta di vita cristiana sia la migliore perché il mimetismo non è violento

dato che i modelli sono rivali => dipinge un’umanità totalmente dominata da un mimetismo cattivo e

gregario (il male e la tendenza a replicarlo dominano) per poter poi dire che se 2000 anni fa un uomo ha

detto di non vendicarsi, di porgere l’altra guancia, allora costui non era uomo, ma doveva essere Dio

(l’uomo non poteva arrivare a un tale rovesciamento del mimetismo).

 L’antropologia pessimistica serve a far emergere come soprannaturale il messaggio evangelico.

Il discorso sul mimetismo è, secondo Mormino, viziato da questo intento: si mostra la natura umana

completamente distorta, per far intervenire un salvatore soprannaturale. Per G. era inaccettabile pensare

Gesù solo come guida morale, ma serviva che fosse Dio.

LEZIONE CINQUE

ORIGINE DELLA CULTURA E FINE DELLA STORIA (Girard, 2003)

Girard è cattolico, ma in questo testo (“Origine della cultura e fine della storia”) l’ispiratore è Darwin

 Girard, dopo aver elaborato la teoria mimetica a partire dal romanzo (dimensione culturale, livelli

elevati del mimetismo), si è reso conto, 35 anni dopo, che questa teoria mimetica andava radicata

all’origine della specie umana. Serve dare risposta a domande di tipo filosofico (la teoria iniziale è

letteraria e psicologica, con poco di filosofico/biologico/antropologico). Serve fare della sua idea

una teoria dell’uomo in generale (un’antropologia filosofica).

Lui inizia a fare ricerche sulle società più arcaiche e cerca di capire se si possa costituire un ponte fra

l’etologia (scienza del comportamento animale) e l’antropologia (scienza dell’uomo) = è possibile parlare di

una continuità in senso evoluzionistico (possibilità di spiegare con gli stessi strumenti) fra i comportamenti

dei primati e i nostri?

Infatti i capitoli del libro sono preceduti dall’autobiografia (citazioni) di Darwin.

Darwin nel 1859 propone una teoria che ha scardinato tutto ciò che pensavamo dell’uomo = non dice solo

che c’è stata un’evoluzione (le forme di vita attuali derivano, attraverso progressive variazioni, da una

forma di vita che è il progenitore comune di tutti gli essere viventi), ma introduce delle cause per cui alcune

specie si siano estinte, mentre altre siano sopravvissute (selezione naturale).

Darwin sostiene che c’è una continuità fra le capacitò fisiche e mentale degli animali (collocati

evoluzionisticamente sulla stessa linea) e quelle umane; si tratta di variazioni di tratti medesimi.

 La ragione umana è collocata sulla stessa linea di alcuni tipi di ragionamenti che fanno certi tipi di

animali. Questo vale per tutte le capacità mentali: sia quelle “fredde” (ragionamento, calcolo etc.)

che quelle “calde” (affetto, amore etc.).

Quindi, secondo Darwin, se vogliamo fare dell’antropologia dobbiamo ricordarci che l’uomo è frutto, nelle

sue caratteristiche, di un’evoluzione che proviene dalle altre specie animali; nonostante questo sono stati

scritti testi di filosofia, anche dopo D., considerando l’uomo come se fosse nato di punto in bianco.

Si tratta di fenomeni che avvengono molto lentamente => non sostituzione repentina della specie

precedente con quella successiva.

Ovviamente la conseguenza del ragionamento di Darwin è che la storia della vita sulla terra ha miliardi di

anni (verifica sperimentale con reperti).

C’è stato un lunghissimo periodo in cui gli uomini non c’erano ed erano a metà con specie che ora

definiamo non umane/ominidi => la specie umana non è un concetto chiuso, non esiste una specificità

umana che possa essere tagliata dalla continuità della storia.

Girard ad un certo punto si appoggia a Darwin e si pone il problema dell’uomo a partire dalle sue origini,

origini che vanno oltre la specie umana per coinvolgere altre specie.

Se facciamo antropologia guardando solo l’uomo sapiens senza tenere conto dello sviluppo che c’è stato

prima andiamo incontro a disguidi:

- Enfatizzazione nella definizione dell’uomo dei tratti che ci hanno resi diversi dagli altri animali =

linguaggio simbolico, religione etc.

- Sottovalutazione di tutto quello che abbiamo in comune con tutti gli altri animali.

Darwin dice che confrontando l’embrione di una volpe e di un essere umano essi sono uguali nel primo

periodo. Se vediamo il comportamento di un bambino appena nato è simile in molti aspetti a quelli dei

cuccioli di altre specie.

Quello che perdiamo soprattutto è la comprensione di come facoltà mentali umane complesse si originino

da facoltà mentali più semplici. Quando descrivono l’uomo i filosofi descrivono se stessi (uomo come

filosofo), vedono una situazione che è frutto di un’azione lunghissima; non si considerano i folli, i violenti

etc. => i filosofi costruiscono un’immagine di umanità non veritiera.

Descrivendo l’uomo come il filosofo ci sono questi aspetti:

- Si parla di uomo e non di donna (perché si considerano caratteristiche, come la razionalità,

tipicamente associata agli uomini); idea che nelle donne prevalga la componente materiale, mentre

nell’uomo quella razionale.

- Si escludono quelli che non sono al livello di razionalità del filosofo e quindi come si spiega

l’esistenza di questi soggetti (es. i pazzi)? Si tenderà a spiegarli come devianza da un modello di

normalità che è ancora il filosofo e il soggetto razionale.

L’idea alla base è che oltre agli uomini singoli esista l’uomo per eccellenza (l’essenza umana) di cui noi tutti

siamo copia in misura più o meno perfetta. Questa idea di un uomo che esiste in sé è la stessa delle

antropologie novecentesche: parlano di uomo e non di uomini (che sono tutti diversi), stabiliscono

gerarchie a priori (non ammettendo che sono distinzioni che inventiamo e utilizziamo noi); es. considerare

che ci sia un essenza di uomo, poi di uomo-maschio e poi di uomo-femmina (quindi se la donna, ad

esempio, ha caratteri mascolini è posta ancora più in basso).

La considerazione semplice ed oggettiva che siamo tutti diversi (es. più o meno alti/intelligenti) si è

trasformata in gerarchia di persone più o meno vicino all’ideale, vicine allo stampo di natura perfetto. In

realtà la natura produce di tutto; è chiaro che l’uomo è una scimmia malformata, una scimmia che non sa

fare cose che i primati sapevano fare. Finché poniamo un’essenza e valutiamo tutto in base alla vicinanza o

meno del modello facciamo qualcosa che la natura non fa.

 Merito di Girard: discorso in cui gli uomini sono il frutto temporaneo di un processo e non essenza

di un’idea => incontro tra antropologia ed etologia.

La definizione di antropologo si addice a Girard perché non distingue l’uomo da quello che era prima

dell’ominazione.

Altra ragione per cui il libro di Girard cita frasi di Darwin è di tipo metodologico: si è sempre detto che il

discorso di Darwin è un lungo ragionamento (non è fatto da teoremi divisibili l’uno dall’altro), infatti la

teoria dell’evoluzione porta molte conseguenze e le prove a suo favore derivano da diverse discipline => la

teoria dell’evoluzione è un nuovo modo di vedere il mondo: le prove sono i fossili, l’anatomia umana,

l’espressione delle emozioni (al momento di Darwin non erano ancora stati trovati fossili che provassero la

sua teoria, ma lui aveva elementi sufficienti, derivanti da varie discipline, che lo portarono a sviluppare

questa teoria).

La teoria di Girard vuole essere come quella di Darwin: andare dall’origine della cultura alla fine della storia

=> ha l’ambizione di dare risposte a tantissime domande. Proprio perché non si limita ad antropologia,

biologia o letteratura viene giudicata con disprezzo dagli specialisti e questo perché non la vedono nella sua

totalità, ma solo su un aspetto specifico di interesse (es. i letterati osservano solo la parte inerente la critica

letteraria).

Il meccanismo di selezione naturale proposto da Darwin funziona attraverso la morte di quelli che non

hanno caratteristiche sufficienti per sopravvivere/riprodursi = la sopravvivenza di tutti gli animali viventi in

questo momento sulla terra è impossibile (non tutte le generazioni di animali arrivano ad una certa durata

di vita per poi riprodursi), perché servirebbe uno spazio superiore a quello del sistema solare e non ci

sarebbero nemmeno le risorse sufficienti per tutti.

La selezione avviene attraverso una soppressione che avviene da sé e, secondo Girard, l’antropologia

storica umana è avvenuta con una selezione simile. Le comunità umane affrontano, come tutte quelle degli

altri animali, le malattie e le condizioni climatiche sfavorevoli (qui determinate caratteristiche fisiche

possono aiutare), ma affrontano anche la violenza umana (guerre, scontri) con una differenza rispetto

all’aggressività manifestata dagli altri animali = fra gli uomini ci sono contese intraspecifiche che durano a

lungo (rivalità e guerre fra nazioni durate decenni o secoli). Per Girard la cultura umana (si intendono come

cultura tutte le attività che l’uomo compie) ha il problema della rivalità che le altre specie non hanno così

accentuato, ma ha raggiunto attualmente uno stato in cui le altre forme di vita sono soggette alla sua

dominazione.

 Come è possibile che, se il mimetismo costituisce prevalentemente la radice di un problema (la

nostra rivalità, questa caratteristica ci abbia portati ad una situazione di dominio su tutte le altre

specie (anche se provvisoria)?

Girard è un cristiano convinto => ha una visione apocalittica della storia: secondo lui c’è una fine della storia

(quindi la parabola dell’umanità sulla terra è destinata a finire). La sua abilità sta nel fatto che il modo in cui

ci spiega che arriveremo alla fine è analiticamente ben fondato (osserva fenomeni che ci sono davvero =

non è un fanatico). Lui scrive queste pagine nel periodo delle minacce nucleari fra USA e URSS (anni 60/70

del Novecento): era realistico pensare che si potesse arrivare all’estinzione con guerra nucleare, anche

perché le vittime nel corso delle guerre intraprese dall’umanità sono andate aumentando.

Girard dà una descrizione della specificità umana in termini di mimetismo violento, ma non si spiega la

capacità umana di adattarsi all’ambiente fino a dominare tutti gli altri animali. Le opzioni sono due: o

questa è l’ultima spiaggia prima dell’estinzione oppure Girard, nella sua lettera dell’ipermietismo,

dimentica il fatto che l’imitazione possa rispondere a bisogni in modo efficace. Infatti per Girard le

conseguenze positive del mimetismo umano sono dei sottoprodotti insignificanti => lui legge l’imitazione

animale come qualcosa di sostanzialmente utile-adattiva (cucciolo che impara dall’adulto) e ritiene che

questa componente utile venga meno nell’uomo perché noi arriviamo all’ipermimetismo.

Qui Girard va contro il discorso della continuità: l’imitazione da positiva, dopo un certo limite, diventa

negativa. Se questo fosse vero l’uomo sarebbe estinto da tempo.

Qui Girard sta tirando fuori una tesi sbagliata, quella di un’assoluta specificità degli uomini rispetto alle

altre specie. Mentre le altre antropologie filosofiche dicono che noi siamo superiori agli animali, lui dice che

siamo inferiori a loro, soprattutto in quanto cristiano: gli animali non hanno colpe o meriti, mentre l’uomo è

dotato di capacità ma anche di una condanna che lo porterà all’estinzione.

 Contraddice il tentativo di coniugare etologia ed antropologia => tradisce la concezione darwiniana.

LEZIONE 6

È chiaro che l’ipermimetismo ci ha permesso di vivere in tanti su questo pianeta e di dominarlo. Ci

chiediamo come sia possibile se l’ipermimetismo ci porta ai conflitti devastanti che abbiamo visto.

La grandezza della teoria di Girard è quella di aver tentato di dare una risposta creativa a questa domanda +

la risposta non introduce una diversa spiegazione (es. introdurre un nuovo concetto prima non

considerato); quella che fornisce è una spiegazione ancora fondata sul mimetismo e ciò costituisce una sua

grande seconda teoria.

Questa seconda teoria è un’applicazione della prima. Infatti la grandezza di G. è di aver costruito un

pensiero sistematico intermente basato sul mimetismo (ricamando dall’intuizione originaria una serie di

conclusioni).

Girard sostiene che l’estinzione può ancora avvenire: infatti la terra è stata popolata da piccole comunità di

umani (epoca preistorica, no città, imperi ed altre grandi costruzioni sociali) che poi si sono anche estinte a

causa della violenza tra loro. Ci sono delle prove in merito a questo (no scritte perché non c’era ancora

scrittura) = es. tracce archeologiche e biologiche (DNA ossa) di comunità isolate che non hanno lasciato

discendenza; ovviamente non sappiamo perché non si siano perpetuati, ma è ragionevole pensare che si

siano sterminati fra loro. Caso emblematico a cui si riferisce Girard per avvalorare la tesi: nel 1900 una tribù

del Brasile andò incontro all’estinzione per incapacità di gestire conflitti interni.

 Che gli uomini possano estinguersi a causa della violenza reciproca è una possibilità ragionevole e,

in alcuni casi, documentata.

Ci sono però gruppi che hanno una continuità culturale lunghissima nel tempo (es. Ebrei); questi gruppi si

sono trovati in possesso di proprietà che hanno permesso la sopravvivenza, nonostante la presenza di

rivalità e scontri.

A questo punto Girard chiede come possa una comunità umana a sopravvivere dato che quando un

bambino nasce le probabilità che muoia sono altissime (perché gli uomini sono aggressivi + perché i

bambini sono dipendenti a lungo dagli adulti per la sopravvivenza = neotemia). Il fatto che i cuccioli di

uomo siano dipendenti così a lungo dalla protezione adulta implica che la specie umana potrebbe

difficilmente continuare a sopravvivere, senza un contesto di pace relativa intorno. Tra l’altro anche la

gestazione umana è piuttosto lunga: anche prima della nascita serve un contesto di relativa pace perché

gestante e bambino sopravvivono (serve che la gestante possa mangiare, curarsi, non dover lavorare o

muoversi per moltissime ore consecutive).

 Noi abbiamo bisogno prima di nascere e dopo nati di una “bolla di protezione” (per noi questo deve

durare di più degli altri animali) => oltre che più violenti degli altri animali, a causa

del’ipermimetismo, siamo anche più fragili.

Girard pensa che la situazione frequente fra uomini è quella di tutti contro tutti alla Hobbes (ognuno deve

guardarsi la spalle da ogni alto essere umano) = il pericolo dell’attacco da parte altrui è sempre in agguato.

In un contesto simile la mimesi è la forza che ci spinge contro gli altri, ma quando le crisi di rivalità violenta

dilagano il mimetismo stesso porta le persone a far convergere la loro violenza verso gli stessi oggetti.

Possiamo avercela con soggetti diversi, ma ad un certo punto le persone imiteranno gli odi altrui = quando

qualcuno inizia ad individuare un capro espiatorio, gli altri convergeranno ed inizieranno a condividere

l’odio verso quello stesso gruppo sociale.

 Quindi un certo gruppo, essendo stato odiato da un qualche modello, finisce con l’essere odiato

anche da tutti gli altri.

Es. quello che è successo nella Germania del 1919 quando hanno perso la Prima Guerra Mondiale; c’è

bisogno di trovare un colpevole e qui secoli di antisemitismo hanno giocato a favore del fatto che si

potessero incolpare gli ebrei (a cui era stata concessa la parità di diritti, ma non erano comunque

considerati veri e propri tedeschi) = si pensa che i soldati ebrei abbiano cospirato per far perdere la guerra

ai loro commilitoni tedeschi. Ovviamente per noi si tratta di una tesi insensata (gli ebrei morivano in

combattimento e avevano lavoro e vita in Germania e quindi la sconfitta della Germania li danneggiava). La

stessa accusa poteva essere fatta nei confronti di qualsiasi categoria di soggetti, ma gli ebrei erano un

bersaglio facile e non potevano difendersi: accusando le persone con i capelli neri si sarebbe andati

incontro ad un’opposizione consistente, perché si tratta di un gruppo sufficientemente numeroso da

difendersi. Gli ebrei avevano la caratteristica di non potersi difendere: erano pochi + da sempre erano

oggetto di una discriminazione strisciante (no solidarietà nei loro confronti => se qualcuno li colpiva non

c’era la reazione di gruppo); questo perché venivano attribuite loro caratteristiche che permettevano di

isolarli/ghettizzarli e queste caratteristiche vengono sottolineate sempre di più negli anni ’20 e ’30 del

Novecento = es. gli ebrei sono tutti ricchi (per i tedeschi poveri)/gli ebrei sono tutti straccioni (per i tedeschi

boghesi). Sia indicandoli come tutti ricchi o, al contrario, tutti poveri li si isolava, si rende impossibile che

qualcuno si levasse a loro difesa.

La strategia sopraindicata funziona sempre: indichiamo una persona come portatrice di una caratteristica

che sia solo sua in modo tale da far sì che non abbia protettori e che si possa dirigere verso di lei l’odio di

tutti. Questo succede anche nel bullismo tra giovani/bambini. Uno degli strumenti utilizzati è l’ironia (es.

nel caso degli ebrei, vignette di persone con naso adunco = persone di cui ridere e che chiunque si sarebbe

vergognato a difendere).

 L’individuare un colpevole debole a cui addossare le colpe è il fondamento della pace = le persone

che deridono lo stesso soggetto hanno in comune proprio il fatto di deriderlo.

 La pace sociale è possibile solo a spese di un terzo, di un altro = l’unico modo che abbiamo per stare

insieme è quello di inventarci un colpevole = la pace degli uomini è quella di tutti meno uno.

La pace che la comunità trova ai danni del capro espiatorio è destinata a venire meno, a meno che il capro

espiatorio venga comunque mantenuto all’interno della comunità.

Girard si chiede perché con tutta la varietà dei riti religiosi presenti dall’alba dei tempi ad oggi il tema del

sacrificio è sempre presente? Per molto tempo si è pensato che il sacrificio servisse a rinunciare a qualcosa

di buono, qualcosa che ha un valore (es. bue) per offrirlo agli dei (per ingraziarseli). Girard non è convinto

da questa spiegazione, perché se fosse davvero così prima o poi qualcuno si sarebbe accorto che questo

non funzionava e che fare sacrifici non faceva vincere le guerre (gli uomini seguono un criterio di efficacia

nelle cose).

Girard allora dice che se tutti hanno sacrificato allora il sacrificio funziona, ma non per ingraziarsi la divinità.

Per capire la funzione del sacrificio, secondo Girard, non occorre guarda l’altare, ma la folla dei fedeli:

questi ultimi, in giorni comandati, si radunano nello stesso luogo, per fare la stessa cosa insieme, svolgono

delle attività che li uniscono (questo nonostante durante il resto dell’anno le loro vite siano divise e non si

frequentino). In quest’occasione qualche amicizia si stringerà, qualche nuova moda si diffonderà. Il sacrifico

è solo il modo per far sì che la folla faccia le stesse cose, nello stesso momento e con lo stesso intento.

 Il sacrificio è occasione di un momento di comunione tra la folla.

La violenza serve perché la prima volta che le persone hanno imparato a superare le loro rivalità è stato a

danno di altri = tutte le nostre comunità nascono e conoscono la prima pace, da un linciaggio (inventando

un nemico e distruggendolo). Periodicamente nel sacrificio e nei riti vari si rinnova il linciaggio originario.

Quindi anche se i sacrifici non si fanno più nella forma pura originaria, continuano ad esistere in altre forme

di tutti contro uno.

 La pace di cui le comunità umane godono e che ha consentito loro di sopravvivere alla loro stessa

violenza è dovuta al fatto che la violenza sia stata canalizzata contro uno stesso soggetto (capro

espiatorio) e che periodicamente si ricordi questo fatto attraverso dei riti.

 Una società umana sopravvive se trova il capro espiatorio e se rinnova l’atto originario di esclusione

che è all’origine della sua storia.

In caso contrario la società non sopravvive.

Con i riti si dà luogo all’imitazione dell’esclusione. Ed è questo l’unico lato positivo del mimetismo per

Girard = grazie alla persecuzione che si fa imitandosi gli uni gli altri si trova una pace di comunità. È per

questo che noi sopravviviamo nonostante l’ipermimetismo e sopravviamo attraverso il mimetismo stesso.

Una delle cose che Girard detestava di più era l’idea del contratto sociale: per lui la società non nasce da un

accordo derivante dalla constatazione comune degli uomini di trovarsi in una condizione in cui hanno

bisogno gli uni degli altri. L’idea di una costruzione pacifica/empatica della società è sempre stata

contrastata da Girard.

L’idea di Girard è che negli uomini il delitto, anche tra consanguinei, sia estremamente diffuso nei racconti

fin dall’antichità. Quindi l’aggressività tra vicinissimi, pur non essendo la regola, è forte nell’uomo e non

rappresenta una devianza, ma qualcosa di tipico dell’uomo. Per questo per Girard l’idea del contratto non

funziona; per lui la cooperazione è l’eccezione: nei racconti delle grandi civiltà troviamo degli omicidi fra

fratelli, padri etc.

Girard considera i miti il modo con cui una collettività ricorda i suoi inizi e questi inizi sono sempre violenti.

Si chiede: perché mancano dei miti di origine delle civiltà in cui le persone decidono insieme cosa fare

(questo è un ragionamento illuminista e comunque dell’uomo moderno)? L’accordo consensuale tra le parti

è frutto di una società civile e pacifica che è l’eccezione e non rappresenta la condizione originale

dell’uomo, quella in cui l’uomo iniziava a costruire le prime comunità.

Si possono avere rapporti pacifici ed essere ragionevoli solo in condizioni di relativo benessere; questo vale

per tutte le qualità positive dei nostri rapporti (es. empatia).

L’uomo che ha costruito le civiltà ammazzando i suoi con specifici è, per Girard, il peccatore (ottica

cristiana). Quando il regno di Dio si affermerà la società umana finirà (Apocalisse): la storia umana, fatta di

violenza, finirà quando verrà il regno di Dio. I tempi storici sono quelli del conflitto, con la seconda venuta

di Cristo, questi finiranno. Per Girard questa è parte integrante della sua teoria.

Il meccanismo che porta gli uomini a scontrarsi è l’imitare uno i desideri dell’altro, il meccanismo che li

porta a salvarsi è imitare gli odi dell’altro. Tutto questo finirà con il Cristo e costui dice: imitatemi (per farsi

seguire: imitando me avrai il regno dei cieli).

 Tutte le tappe dell’umanità sarebbero segnate dal fatto che l’uomo è ipermimetico.

Girard ha avuto la tenacia di tenere saldo il principio del mimetismo.

Questa teoria è esposta nel libro “La violenza e il sacro” (1972); l’unico accenno al cristianesimo è verso la

fine: dice che sta per inserire questa teoria sulla violenza in un discorso riguardante le sacre scritture +

questo libro venne visto come la prima teoria atea della religione (a prescindere dalle convinzioni personali

di Girard). Si dice che i sacrifici non funzionano perché gli dei non esistono, sennò i sacrifici

funzionerebbero; lo sguardo è puntato sul fedele = la religione viene indagata dal punto di vista sociale e

non teologico.

Attenzione: gli scritti successivi riveleranno che questo ragionamento (i sacrifici non funzionano e quindi

Dio non esiste) vale per tutte le religioni, tranne il cristianesimo. Qui, in questo testo, questa differenza lui

non la sottolinea mai.

Girard aveva madre cattolica (convinta) e padre ateo (cliché della famiglia francese degli anni ’20 del

Novecento). Girard cresce cattolico, poi abbandona. Diventerà nuovamente cattolico quando ha studiato

questi processi: si rende conto che, poiché l’uomo è ipermimetico e violento, un messaggio come quello

evangelico (“Ama il prossimo” “Porgi l’altra guancia”) non potevano venire da un essere umano, quindi

deduce che Gesù non era solo essere umano, ma anche figlio di Dio.

Al di là di questo però c’è una teoria che sta in piedi da sola: “La violenza e il sacro” può essere letto come

un libro pubblicato da un ateo, in cui ci si sofferma sul carattere sacrificale delle maggiori istituzioni umane

(città, stato e tutte le altre forme di società umane). L’armonia che si esprime nelle istituzioni è possibile

perché hanno eliminato e continuano ad eliminare qualcuno. Es. istituzione dell’università: l’università

nasce come comunità scientifica e ha come condizione una volontà di distinzione e innalzamento rispetto a

chi appartiene a gruppi intellettualmente più umili => l’origine dell’idea di formare una comunità di studiosi

è anche quella di distanziarsi con gli altri che non studiano in università. La forma è non violenta perché le

condizioni generali in cui siamo nati rendono possibile sviluppare forme di interazione sociale dove la

dimensione sacrificale e persecutoria sia lieve, innocua. Secondo Girard basterebbe una scintilla perché le

cose cambino.

 Non solo la religione costituisce un esempio di istituzione sacrificale, questo vale, in una misura o

per l’altra, per tutte le istituzioni umane.

Nel vedere degli scontri tra tifosi/di piazza Girard non vedrebbe il degenerare della tifoseria e della politica,

ma il vero volto delle istituzioni.

LEZIONE SETTE

Abbiamo visto che la violenza finisce con il ricreare una comunità di intenti all’interno del gruppo (odio

comune).

Girard cerca di linciaggi nei racconti e miti delle società antiche e ne trova tantissimi: il fenomeno del tutti

contro uno è onnipresente nelle società arcaiche => la creazione di un nemico comune e la sua

persecuzione collettiva è il modo normale in cui nascono tutte le società umane e in cui esse si

mantengono in vita.

Es. uno dei reati considerati peggiori nella nostra società è la pedofilia. Noi nel giudicare chi commette tali

reati e nel cercare di punirlo ci troviamo accanto a persone con cui solitamente non abbiamo nulla in

comune (il pedofilo viene punito dagli stessi detenuti in carcere). Tutte queste persone nell’essere contro

qualcuno sono tutte insieme, mentre nella vita di tutti i giorni e nelle altre discussioni possono non essere

d’accordo.

 Ciò che Girard nota è il carattere coesivo di essere contro qualcuno.

Il concetto di colpa varia nei tempi e in base al contesto culturale. Ci sono dei marchi che certe persone

portano che fanno sì che le altre persone le vedano come capri espiatori. I segni vittimari sono i tratti di una

persona/di un gruppo che facilitano il fatto che diventi vittima della violenza e della persecuzione collettiva.

Il segno vittimario più ricorrente è l’isolamento/la debolezza: la persecuzione si rivolge sempre verso

qualcuno che si sa che non si potrà vendicare. Girard dice che gli animali che cacciano in branco attaccano i

vecchi, i cuccioli e i malati in quanto facilmente isolabili dal branco => la caccia è sempre nei confronti dei

deboli. Questo vale anche per gli umani: se qualcuno in un gruppo ha dei segni che rivelano debolezza è il

primo bersaglio.

Es. di segno vittimario = essere stranieri = non hanno legami => non c’è nessuno che ne prenderà le parti o

che lo vendicherà. Essere deboli significa spesso essere isolati. Nel mondo moderno c’è un sistema di

protezione anche all’estero (ambasciate e consolati), ma questo ha peso soprattutto se il “colpevole”

appartiene a uno stato con una certa importanza.

Un altro segno vittimario è avere legami sociali più deboli: gli aztechi sacrificavano gli orfani (coloro che

non avevano genitori che li difendessero).

Nei miti delle civiltà arcaiche c’è una presenza ricorrente di persone con caratteristiche fisiche che le rende

diverse (zoppi, sordi, ciechi etc.). Secondo Girard le differenze fisiche son considerate come un segno

vittimario; anche nel mondo animale è così: nel cacciare gli animali sono attratti dall’individuo diverso dal

resto del branco. Le differenze fisiche sono qualcosa su cui tutti concentrano l’attenzione. Queste

caratteristiche di per sé non rivelano una debolezza, ma una sorta di isolamento: chi non ha questa

caratteristica si sente normale ed uguale a tutti gli altri e nota chi ha caratteristiche diverse.

Il fatto di attirare l’attenzione va bene in una situazione pacifica, ma in una condizione di crisi diventa

pericoloso farsi notare. Avere una forma di differenza fisica può diventare un segno vittimario perché attira

l’attenzione.

Questo spiega perché le persecuzioni della storia siano spesso caratterizzate dalla presenza di segni

esteriori: nel 1994 (genocidio in Ruanda) l’appartenenza all’etnia degli uccisori o degli uccisi era

determinata dall’altezza (l’essere alti costituiva la caratteristica fisica che segnalava la differenza).

Un segno visibile può essere anche non fisico: es. se porto un simbolo di appartenenza a qualcosa.

La ragione per cui qualcuno viene additato come bersaglio è in sé insignificante, ma, una volta che il

processo si innesca (qualcuno fa notare questa differenza e se la prende con chi è così), gli altri fanno lo

stesso per imitazione (senza alcun tipo di ragione).

 Il processo della persecuzione è mimetico: la violenza viene imitata.

Se leggiamo i racconti di linciaggi di epoche arcaiche capiamo che le armi utilizzate sono naturali (mani,

pietre) => il modo in cui tantissimi riti sacrificali si svolgevano era semplicissimo. Es. nel 400 si raccontava

che nella valle del Nilo una comunità aveva come rito quello di legare un cammello ad un albero e di

saltargli addosso e divorarlo; prendere la prima pietra nel terreno è ancora in alcuni paesi il metodo di

esecuzione della condanna capitale in alcuni paesi (lapidazione).

 I linciaggi non sono premeditati = si tratta di scoppi di odio incontrollato. Nel rapporto con

qualcuno qualcosa va storto e dal nulla scoppia la violenza. Il linciaggio infatti si fa con le prime armi

disponibili al momento.

 Prendere una persona e ucciderla in tanti è una delle cose più comuni nella storia del genere

umano.

Quindi alla domanda come cominciano i linciaggi, Girard risponde che iniziano con uno scoppio di ira, un

primo atto violento, che non ha importanza, perché ciò che conta è l’imitazione da parte degli altri. Una

persona si trova, per caso, a vedere qualcuno che litiga con qualcuno e va a dar manforte a uno dei due

contendenti e distrugge l’altro. La violenza diventa atto collettivo solo per imitazione.

Il punto è che gli atti violenti ci sono sempre, ma è quando l’aggressione ha come oggetto qualcuno che

non può difendersi che subentra il meccanismo dell’imitazione. Es. nel Sud degli Stati Uniti prima

dell’abolizione della schiavitù: se si vedevano due bianchi litigare quelli intorno si schierano un po’ con uno

e un po’ con l’altro (perché ognuno ha la sua rete di protezione), ma se a litigare sono un bianco e uno

schiavo nero nessuno tra i presenti (bianchi) prenderà le parti del nero = scatta la solidarietà e l’imitazione

nei confronti di chi è come loro, cioè il bianco.

Questo processo è, secondo Girard, spontaneo e spesso inconsapevole. Tuttavia in società evolute

qualcuno può usare queste dinamiche in modo opportunista e consapevole. Qualche tempo dopo la morte

di Gesù c’era Apollonio di Tiana, considerato un grande saggio/stregone; un suo seguace racconta che

Apollonio fu chiamato a risolvere una pestilenza: sulla nave lui aveva osservato che la società è come una

nave in cui ognuno deve svolgere il suo compito (tutti lavorano in coesione). Una volta sceso dalla nave lui

mostra come lo spirito di gruppo può risolvere le crisi. Lui si fa portare in giro per la città e vede un vecchio,

mezzo cieco, che si trova vicino a un tempio. Apollonio dice a chi lo sta accompagnando che quello è un

demone e che bisogna ucciderlo (li invita a lanciargli addosso delle pietre); loro chiedono il motivo, lui

sostiene che si tratta di un demone. Il vecchio si sente osservato e i suoi occhi diventano di fuoco. Sempre

più cittadini iniziano a colpirlo, fino ad ucciderlo; poi quando lo guardano da vicino si accorgono che è un

mostro. La peste finisce.

Apollonio, uomo intelligente e manipolatore, non riesce subito a convincere i cittadini ad uccidere il

vecchio. Lui sa che quando c’è una grande crisi non ci si può fare nulla (non si sa quando l’epidemia

cesserà), ma lui doveva far credere che era stato lui a farla finire e sapeva che le previsioni di una

mago/stregone possono essere vaghe e che, quando la pestilenza scomparirà (e scomparirà al massimo

dopo un mese o poco più) il merito verrà attribuito a lui. Lui sapeva che in una situazione di sofferenza è

essenziale che ci sia una forma di coesione fra le persone (perché di solito in situazione di crisi le persone

smettono di vivere la vita di tutti i giorni e di rispettare i vincoli sociali e gli impegni: la prospettiva è che la

vita finirà domani). Il modo per unire la società è prendere un debole e illudere che si tratta di un mostro.

 Come aveva detto sulla nave: è essenziale che ognuno faccia la sua parte nella società e, per

ottenere ciò, serve trovare un capro espiatorio, sostenere che è un demone e ucciderlo.

In questo caso l’imitazione è istigata da Apollonio: incita tutti a copiare la violenza.

Un altro segno vittimario che Girard rintraccia è il fatto di avere caratteristiche positive (persone dotate di

caratteristiche sopra la media). Un personaggio dotato di qualche stramba capacità in tempi normali può

essere ammirato, ma rimane diverso, rimane qualcuno che si nota. Inoltre è anche qualcuno che si invidia

=> in un contesto di crisi rientra tra le possibili vittime. Ci sono miti che raccontano di persone con canto

melodioso ma che poi vengono uccisi. Es. mito raccontato da Levi Strauss e ambientato su un’isola: dopo

che la comunità si ciba di pesce si diffonde un’epidemia; la colpa viene attribuita ad un giovane straniero

con un canto melodioso => viene bruciato sul rogo: qualcuno la colpa la deve avere, non tutti gli altri che

sono abitanti del posto e che sono normali e tutti uguali => deve essere lui il colpevole. Naturalmente ad un

certo punto l’epidemia passa => si pensa di aver risolto davvero la situazione uccidendo il ragazzo.

È una situazione che Girard ritiene paradigmatica = è il normale funzionamento della società.

Girard interpreta in questo senso anche la frase “Chi è senza peccato scagli la prima pietra”: Gesù, figlio di

Dio, aveva capito come funzionava la violenza collettiva = se uno scaglia la prima pietra è altamente

probabile che tutti gli altri lo facciano => serve evitare la prima volta perché è impossibile fermare il

mimetismo => l’unico modo per evitare tutto ciò è responsabilizzare colui che agisce per primo, colui che

non ha un modello. Apollonio fa l’opposto: cerca di incitare il primo atto, la prima pietra perché sa che, per

il mimetismo, le altre verranno da sé.

Generalmente ci si prepara ai riti sacrificali con vino, droghe etc = per abbassare la guardia nei confronti di

azioni che non hanno un senso. Gesù infatti incita ad essere perfettamente lucidi: se si attacca qualcuno

occorre essere lucidi, avendo ragionato sulle conseguenze e sul fatto di trovarsi o meno nella posizione di

poter giudicare.

L’ebbrezza necessaria per compiere certi atti durante i riti può essere indotta anche con la danza = provoca

le vertigini e si arriva anche qui ad un abbassamento della lucidità.

 Le persecuzioni nascono come spontanee, ma possono essere facilitate (es. con alcool e

droghe)/opportunisticamente indotte da manipolatori (come nel caso di Apollonio).

Per impedire un processo di questo genere serve invece essere lucidi.

A questo punto ci chiediamo cosa c’è stato prima dell’origine della cultura (prima dei linciaggi).

LA QUESTIONE DELL’OMINAZIONE

Se c’è una soglia dopo la quale diventiamo umani, questa soglia è il linciaggio (omicidio collettivo); il tratto

distintivo rispetto ai primati non è il linguaggio, il fatto di stare su due zampe o altro, ma il fatto di dar luogo

a linciaggi collettivi.

I primati si uccidono fra loro, ma loro sono soltanto mimetici: il loro mimetismo non è così forte da

produrre coalizioni di individui che si scagliano tutti contro un individuo, non per mangiarlo, ma perché

ciascuno imita l’odio altrui. Il fuoco della violenza che si accende nei primati si spegne troppo velocemente:

si agitano quando un altro è agitato e si colpiscono, ma non si arriva a un conflitto tra tutti i membri del

gruppo. Ad un certo punto gli animali si stufano, di distraggono e perdono l’attenzione su ciò che stanno

facendo = la loro attenzione all’azione altrui gradualmente scema, non arriva all’intensità a cui arriva la

nostra attenzione.

 Noi siamo diventati umani quando alcune scimmie, con un cervello più portato per il mimetismo,

sono rimaste ad osservare le lotte altrui (capacità di concentrazione sul rivale e sul modello da

imitare).

Quando una caratteristica fisica si conserva a lungo nel tempo è perché risponde a qualche bisogno. Girard

non riesce a capire perché gli uomini non si sono estinti, dato che la caratteristica di avere cervelli più

grandi e con maggiori sinapsi ha portato al mimetismo e il mimetismo non ha risvolti realmente positivi.

Secondo Girard noi veniamo da una variazione genetica che ha permesso ai nostri progenitori di

concentrarsi al punto di dar luogo al linciaggio collettivo. Quindi alla domanda “Perché noi siamo

sopravvissuti?” lui non risponde.

LEZIONE 8

IL DISCORSO SULL’IMITAZIONE PRIMA DI GIRARD

Accenni sull’imitazione ne troviamo anche nella cultura precedente a Girard, ma sono comunque pochi.

I più importanti manuali di psicologia degli anni ’50 non riportano il termine imitazione; ci sono pochissimi

accenni a Piaget e basta.

Si parla di imitazione platonica, ma non si tratta di imitazione per come la intende Girard, ma imitazione di

idee, di concetti: non c’entra con il livello basso di imitazione, ma nemmeno con l’imitazione del desiderio

di cui parla Girard.

C’è stata anche l’”Imitazione di Cristo” di Tommaso da Kempis, ma non riguarda comunque l’imitazione

come comportamento.

Quindi ci chiediamo come sia possibile che, per migliaia di anni, nessuno si sia mai chiesto come mai

imitiamo il comportamento degli altri (es. perché il neonato sorride quando qualcuno gli sorride).

Per molti filosofi il comportamento umano è dettato dalla ragione e questa, secondo loro, appare tardi;

quindi, partendo dal presupposto che tutto dipende dalla ragione, non approfondivano la natura

dell’imitazione.

Altri filosofi, nel 1800, osservano che, ad esempio, vedendo ballare gli altri ci viene voglia di fare

altrettanto, ma in realtà tutto questo si limita all’asserzione aneddotica.

I filosofi quando parlano dell’uomo non intendono mai il bambino, l’uomo comune, l’uomo nella banale vita

quotidiana, ma pensando all’uomo filosofo e basta. I comportamenti mimetici sono invisibili ai filosofi

perché riguardano momenti della vita/persone marginali e che non vale la pena considerare. Inoltre

l’imitazione era attribuita agli animali, ai bambini e agli sciocchi (era vista come elemento negativo) => i

filosofi disprezzavano comportamenti considerati a loro estranei. Es. quando alcuni importanti filosofi

morali del 1600 scrivono libri a loro giudizio divertenti sulle donne insistono sul fatto che queste copiano,

imitano, seguono la moda etc. Inoltre, al contatto con civiltà extraeuropee, gli intellettuali europei li

vedevano tutti uguali, perché si riteneva che tutti facessero le stesse cose e non ci fosse un’individualità

spiccata; in realtà era dovuto al fatto che non capivano che i comportamenti stereotipati di queste

popolazioni fossero tali perché non erano abituati ad osservarli.

Il discorso dell’uniformità dei comportamenti delle società primitive/selvagge era considerata prova del

fatto che l’imitazione è da uomini a metà. Dire che il nostro comportamento è orientato da modelli ci

ferisce non perché si perda l’unicità/individualità (per Girard ognuno ha avuto modelli diversi), ma perché

non accettiamo che essa derivi da un incrocio di esperienze e modelli.

Se anche pensiamo alla più famosa frase sull’imitazione di Aristotele (l’uomo fra gli animali è il più adatto

all’imitazione), poi attenua questo aspetto: l’imitazione è diffusa soprattutto in età infantile, l’uomo adulto

è spontaneo ed esente dal mimetismo.

Spinoza, invece, ha parlato dell’imitazione come forma di contagio (ripetiamo quanto fatto dagli altri);

tuttavia anche lui come prova porta i bambini = Spinoza vede comunque il mimetismo come qualcosa che

permane nella vita adulta, ma smussato da altre forme di moventi dell’azione.

In 2000 anni, tra Aristotele e Spinoza, nessuno ha detto altro => il ritratto dell’uomo come imitatore non è

lusinghiero, perché pensiamo che la nostra destinazione sia più alta etc.

Quindi tacere che siamo animali mimetici è uno dei motivi per cui abbiamo pensato di essere qualcosa di

più grande di quello che siamo; rinunciando a capire che siamo mimetici ci siamo sentiti irripetibili,

fondamentali.

Montaigne (seconda metà del 1500) nei “Saggi”nota che ci sono delle epidemie di comportamento

(episodio riguardo al mondo antico = in un’isola varie donne iniziano a suicidarsi imitandosi fra loro) e cerca

di dare delle spiegazioni proprie. In lui però compaiono cose che scientificamente oggi sono inaccettabili:

racconta di un uomo della sua regione (signore che viveva nel castello) che riceveva reverenze, soprattutto

dagli anziani del villaggio + quando era ancora giovane e il signore era il padre la sua figura era richiesta al

capezzale = i vecchi alla sua presenza si sentivano migliorare, mentre lui si sentiva contagiato dalla malattia.

=> Montaigne sa che gli uomini sono anche corpi e che la salute di questi corpi non è esente dal mimetismo

= è attento al fatto che vedere qualcosa può diventare una causa di cambiamenti interiori.

Darwin ha modificato l’immagine che abbiamo di noi stessi: dice che i comportamenti imitativi degli animali

hanno degli equivalenti negli uomini (anche se non entra nel merito dell’utilità di questo aspetto per

l’uomo). Dopo Darwin noi siamo sulla stessa linea evolutiva degli altri animali => non ha più senso il

disprezzo per l’imitazione negli animali. Inoltre Darwin disse anche che per capire l’uomo bisogna guardare

i neonati; qui Darwin non aveva ancora elaborato tutta la teoria evoluzionista: è il Darwin filosofo che

capisce che le forme di un comportamento di un adulto derivano dalle forme del comportamento che si ha

da piccoli + che i comportamenti nostri derivano da quelli degli animali + la diversificazione maschio-

femmina attiene ad alcuni aspetti (ridotti) della nostra persona (non sono due mondi comportamentali

separati) => Darwin elimina la distanza fra il filosofo e l’uomo/la donna e l’uomo umile.

 Darwin distrugge le basi teoriche del disprezzo che avevano impedito di parlare di imitazione come

elemento degno di considerazione.

Darwin viene capito pochissimo dai filosofi contemporanei ed immediatamente successivi + molti hanno

cercato di neutralizzare le conseguenze del suo pensiero. Gli uomini comuni, soprattutto quelli a contatto

con il mondo animale, hanno sempre visto una certa affinità fra l’uomo e le bestie + capivano che le nostra

emozioni non sono sempre frutto del ragionamento; i filosofi invece si sono accaniti a non ammetterlo per

moltissimo tempo.

Le basi dell’isolamento dell’uomo dal resto del mondo, dopo D., non c’erano più: lui afferma l’esistenza

della continuità adulto-bambino e uomo-animale.

Dopo Darwin si inizia a studiare quello che siamo, ma comunque con estrema titubanza. Es. James

(psicologo) tratta dell’imitazione, ma solo poche righe = c’è la paura di dare un’immagine dell’uomo

biologica e quindi riduttiva. Nell’Ottocento, epoca di James, dominavano filosofie spiritualistiche, correnti

spiritistiche e antropologie in cui si afferma che l’uomo è molto più del suo corpo => Darwin viene rigettato

in quanto riduce l’uomo ad animale.

Un’eccezione a questo discorso lo troviamo nei testi della dispensa.

GABRIEL TARDE: “LE LEGGI DELL’IMITAZIONE”

Testo scritto alla fine del 1800; Tarde si occupava di sociologia. L’idea di fondo è che le società

progrediscono perché il comportamento delle masse segue dei modelli che si affermano unicamente per

imitazione. Nelle società coese quella che chiamiamo la moda (qualcosa che si diffonde casualmente) è la

modalità normale delle forme di cultura.

La maggior parte del testo è dedicata a spiegare come, a fronte di questo, sia possibile l’imitazione = se si

seguono mode perché le cose cambiano e anche i modelli? Lui cerca di spiegare la dialettica fra ripetizione

ed innovazione nell’ambito delle idee e passioni pubbliche (nell’ambito dei comportamenti di massa), senza

soffermarsi sul singolo. Da sociologo influenzato dagli ideolog (inizio 1800) mette comunque anche un

carico metafisico sul discorso: la ripetizione e l’innovazione governano tutto l’universo, anche la materia

stessa => la legge del conformarsi ad un modello nell’uomo è un caso particolare della legge della

ripetizione che troviamo in generale in natura.

Questa teoria non è stata presa molto sul serio, proprio a causa del carico metafisico delle spiegazioni che

lui dà.

Girard, quando comincia a riflettere sul mimetismo, lo legge e ne rimane deluso: Tarde ha un apparato

metafisico ingombrante e concezioni scientifiche datate.

Inoltre secondo Tarde la ripetizione è all’origine dell’armonia della società, mentre per Girard è all’origine

dello scontro e della rivalità.

 Girard pensa che Tarde abbia una visione sbagliata dell’imitazione.

L’influenza di questo libro su Girard è modesta.

Tarde è importante da conoscere perché ci fa capire un grande pregiudizio della nostra cultura: idea che

essere uguali sia fondamentale per la convivenza civile; e Girard mette in discussione questo: seguire lo

stesso modello disturba l’armonia.

Se seguiamo Girard l’imitazione ci porta alla rovina, se seguiamo Tarde e gli psicologi sperimentali

l’imitazione ci porta all’empatia e alla condivisione con gli altri (modello imitativo di riferimento madre-

figlio).

Tarde è l’espressione di una concezione dell’imitazione pre-girardiana, ma è un’idea che poi gli psicologi

sperimentali, successivi a Girard, riprendono (il fatto che imitiamo è la prova che ci possiamo mettere nei

panni dell’altro => possiamo capire cosa l’altro prova => empatizziamo). L’idea degli psicologi sperimentali è

quella di una intersoggettività positiva resa possibile dal fatto che siamo mimetici. Il grande pessimismo

girardiano sulla natura dell’uomo viene ignorato.

In alcune epoche in Europa il 25% delle persone moriva di morte violenta => non è un’eccezione. Chi dice

che l’imitazione è fonte di armonia manca di qualcosa. Così come se vediamo solo il lato negativo del

mimetismo qualcosa manca. => qualcosa sfugge sia a Girard che agli psicologi sperimentali.

Anche da questo punto di vista Darwin è stato poco capito. Darwin toglie totalmente dalla natura il bene e

il male: nella natura non ci sono valori morali. La vita non si propaga seguendo la legge del bene o del male:

siamo noi uomini a giudicare bene/male ciò che accade in base alle conseguenze che comporta. Questo

vale anche per i comportamenti nostri e degli animali, dato che tutto è relativo: la protezione della madre

verso il cucciolo è un vantaggio per il cucciolo, ma non ha senso parlare di bene in questo caso (si tratta di

un vantaggio per la specie in questione, che diventa più forte, mentre non lo è per chi viene predato da

questa). È qui che di solito vacilliamo: facciamo fatica ad ammettere che il modo in cui noi valutiamo le cose

non corrisponde con la legge con cui sono state prodotte.

Per questo occorre stare attenti a parlare di imitazione come bene/male.

 Non è la mimesi che ha due facce (buona o cattiva); ma siamo noi che proviamo piacere e dolore,

siamo noi che reagiamo ad un certo tipo di azione mimetica provando piacere o provando dolore.

LEZIONE 9

Molti dicono che Girard sia troppo pessimista (indica solo gli aspetti negativi della mimesi): Girard inizia a

parlare tardi della possibilità di una mimesi pacifica.

Girard veniva letto sempre più da etologi e antropologi e sempre più viene criticato per il suo pessimismo

“alla Hobbes”. È a questo punto che Girard fa delle piccole concessioni e inizia a parlare, comunque poco,

della mimesi pacifica. Le opere successive a “Origine della cultura e fine della storia” (2003) rimangono

comunque fortemente pessimistiche.

Dobbiamo però ricordare che per Girard la mimesi è il meccanismo secondo cui funziona il cervello umano

=> è una semplice legge di natura => non è sensato dire che sia buona o cattiva.

Soprattutto dopo Darwin non possiamo pensare alla mimesi come se fosse il progetto di qualcuno, è una

semplice legge di natura. Darwin ha distrutto delle proiezioni sulla natura che erano antichissime.

Tutte le volte che un individuo nasce con caratteristiche significativamente diverse da quelle dei genitori

possiamo dire che una variazione genetica ha prodotto svantaggi/vantaggi, non possiamo parlare di bene o

male. Rimane il fatto che non c’è dietro un progetto.

L’idea che il nostro corpo sia il frutto di un progetto ci ha ampliamente influenzato, ma non è vero. Noi

siamo semplicemente i sopravvissuti, coloro nei quali le variazioni genetiche hanno portato alla

sopravvivenza. C’è un numero infinitamente superiore di individui che non hanno potuto riprodursi e

mandare avanti i propri geni.

 Il discorso darwiniano ci fa pensare che l’attribuzione alle leggi di natura di una positività ha senso

solo dal nostro punto di vista.

Il mimetismo, qualunque cosa sia, è capitato, come il colore dei capelli, la forma delle zampe etc.

Tutti quelli che, pur avendo caratteristiche favorevoli alla vita (es. possibilità di riproduzione), vivono

comunque in un ambiente sfavorevole che non permette loro di arrivare a riprodursi alla fine si estinguono.

Quindi la nostra sopravvivenza e tutte le caratteristiche che abbiamo, mimetismo incluso, sono frutto di

complesse combinazioni (come un terno alla lotteria).

La domanda a questo punto è perché la maggior parte degli animali presenta comportamenti mimetici. Si

tratta di una variazione, non necessaria (si può occupare la terra anche senza mimetismo). Se il mimetismo

è così diffuso allora va annoverato come variazione estremamente utile; ci chiediamo in che cosa il

mimetismo ci abbia favorito.

Girard paragona il mimetismo al male (peccato originale) non ha molto senso dal punto di vista scientifico:

è vero che il mimetismo porta a comportamenti violenti, ma questa caratteristica non ha un valore morale

di per sé. Negli uomini il mimetismo si manifesta in forme spesso violente, ma non serve deplorare il

mimetismo, occorre piuttosto cercare di capire quali sono le sue proprietà adattive (quelle che hanno reso

chi ce l’ha in grado di trasmetterlo alla sua discendenza).

Il fatto che ogni figlio sia diverso dai genitori è uno degli elementi che ha permesso la nostra sopravvivenza.

Sulla terra si è affermata per moltissime specie una riproduzione sessuata = ogni genitore fornisce metà dei

cromosomi => il prodotto è diverso per forza da ciascuno dei due genitori. Quindi ogni figlio è frutto di un

rimescolamento genetico. È un fatto talmente diffuso sulla terra che ci si deve chiedere se non sia stato

favorito dalla selezione naturale. La risposta è sì: se gli individui fossero stati uguali ai genitori non ci

sarebbero specie diverse sulla terra (saremmo tutti copia della cellula originaria) + il fatto di essere diversi

dai genitori ci dà modo di sopravvivere in un ambiente che cambia. Nella maggior parte dei casi le variazioni

provocano svantaggi (aberrazioni), altre volte invece, rare, producono vantaggi.

La civiltà più antica scoperta è vissuta 8/10000 anni fa: sono ancora pochi questi anni per dire che si è

sviluppata una caratteristica nuova/sostitutiva di una precedente. Nonostante questo sappiamo che

l’evoluzione è in atto in ogni momento e che si aprono possibilità ogni volta che un essere umano nasce.

L’evoluzione si misura in generazioni e non in anni. Gli esseri umani preistorici facevano figli intorno ai 15

anni => le nuove varietà si presentavano ogni 15 anni; nel caso dei moscerini della frutta c’è riproduzione

dopo 8 giorni di vita => qui la velocità di evoluzione è amplificata e quindi anche gli studi possono essere

fatti più facilmente.

Tra le variazioni ci sono delle caratteristiche che sono poco rilevanti rispetto alla sopravvivenza e per la

procreazione: es. colore della pelliccia = es. se a un gatto vengono delle macchie rosse sulla pancia non

viene modificata la possibilità del gatto di adattarsi all’ambiente. Queste sono la maggior parte delle

variazioni.

 Non di tutte le proprietà che abbiamo hanno una funzione evolutiva.

È vero che determinate caratteristiche sono considerate gradevoli dall’altro sesso e quindi aumentano le

possibilità di riproduzione => queste costituiscono un vantaggio per la specie, anche se magari sono

svantaggiose per il singolo (es. coda del pavone, piuttosto scomoda).

C’è la selezione di chi non sopravvive ma soprattutto quella di chi non procrea.

 Se una caratteristica non è rilevante né per sopravvivenza né per la procreazione non esiste un

perché: non c’è nell’averla o meno una ragione (vantaggi o svantaggi).

 Solo le caratteristiche che hanno un ruolo in termini di sopravvivenza o procreazione sono

sottoposte al vaglio della selezione. Dobbiamo chiederci se il mimetismo rientra o meno fra queste.

Attenzione: ci sono caratteristiche negative che però si trasmettono anche ai discendenti. Se io ho una

predisposizione genetica per l’infarto/ictus; la selezione non l’ha scartata perché probabilmente all’età in

cui si attiva questa caratteristica negativa abbiamo già fatto figli (quindi abbiamo trasmesso ai figli questa

proprietà). L’età della procreazione è decisiva perché è a quell’età che passiamo il patrimonio genetico ad

altri. La vecchia è solamente l’avere delle malformazioni perché le abbiamo ereditato da persone a cui

queste malattie non hanno impedito di avere figli.

Supponiamo che una specie abbia caratteristiche per cui ha bisogno di condizioni di vita molto restrittive

(basta poco per ammazzarne i membri), es. i girini. Continuano ad esserci perché le madri depongono

talmente tante uova che sulla quantità pochi sopravvivono e trasmettono ai loro eredi quella fragilità che la

madre aveva.

 Una delle più comune strategie con cui ovviare a caratteristiche negative è la prolificità.

Le specie a rischio di estinzione sono quelle infatti che producono poca prole.

La sopravvivenza del più forte è una cosa insensata: la forza (avere grandi artigli o altro) senza altre

proprietà non garantisce la sopravvivenza. Noi uomini sappiamo fare cose incredibili, ma non sappiamo

ricavare automaticamente nutrimento dal terreno, cosa che il filo d’erba sa fare.

 Non vige la legge del più forte, ma del più adatto.

Questo vale anche nel mondo umano e nei rapporti sociali: le proprietà che rendono una persona

socialmente adeguata alla vita non sono l’egoismo e la forza fisica, ma spesso sono le caratteristiche che

noi riteniamo da deboli (es. capacità di sopportazione vs irruenza).

LEZIONE 10

Girard parla di mimetismo (animali non umani) e ipermimetismo (umani). Rispetto alla tradizione filosofica

e antropologica occidentale lui prende le distanze: attribuisce agli animali il mimetismo (in forme più o

meno intense). Gli animali la cui vita sociale è più ricca possiedono un mimetismo maggiore rispetto a quelli

che vivono in solitudine. Girard segue il principio darwiniano della gradualità con cui le caratteristiche si

presentano nel mondo vivente (continuità uomo-animale): l’uomo è tale perché presenta una caratteristica

(mimetismo) in modo più evidente e marcato rispetto agli altri animali.

Girard pensa anche che non tutti gli uomini siano mimetici allo stesso modo: alcune forme di

comportamento a noi note (es. essere ambiziosi e gelosi) sono dovute a una natura/indole più mimetica;

altre forme di comportamento invece sono tipiche invece di soggetti meno inclini al mimetismo. Freud

direbbe che questi comportamenti individuali sono dovuti a modi diversi di sublimare la sessualità, mentre

per Girard dipendono da un mimetismo più o meno marcato. Si tratta anche di atteggiamenti che possono

cambiare nel corso della vita.

Girard non si chiede perché ci siano delle differenze tra persone in merito al mimetismo. Si limita ad

osservare che ambienti più competitivi incentivino atteggiamenti mimetici (es. ambienti in cui il confronto

con gli altri diventa l’elemento principale, es. ambiente burocratico).

La differenza non è solo netta (animali mimetici, uomini di più): sia tra animali non umani che tra umani ci

sono individui più o meno mimetici.

Per Girard il momento del linciaggio è il momento di passaggio da animale non umano a uomo. Il fatto di

parlare di una soglia netta gli permette di separare il mondo etologico da quello antropologico (anche se li

mette in comunicazione).

 Girard è a metà strada fra una visione classica (l’etologia è completamente separata

dall’antropologia) e una visione completamente darwiniana (messa in discussione anche della

soglia).

Quando Scrive Girard dominava lo strutturalismo in antropologia. Il capostipite dello strutturalismo era

Lèvi-Strauss; nello strutturalismo si tenevano distinte sfera animale e sfera umana. In questa antropologia il

linguaggio aveva un ruolo particolare; il linguaggio è una forma di comportamento che è sviluppata

nell’uomo in modi incredibilmente diversi => L. S. pensa che in questo aspetto gli animali siano

completamente diversi da noi e che questo sia il discrimine fra noi e loro.

Si potrebbe obiettare a L.S. che l’umanità dell’uomo precede la fase linguistica: il linguaggio ci distingue

dagli altri animali (il nostro è il più raffinato), ma questa distinzione entra in conflitto con il fatto che

consideriamo uomini i neonati che però non parlano.

Si è detto che però i bambini hanno la potenzialità di sviluppare il linguaggio; così però fondiamo tutto

sull’esistenza di soggetti (altri bambini) che sono passati dal non parlare al parlare (da potenza a atto). In

realtà però ci sono persone che non imparano mai a parlare e persone che perdono queste capacità.

 Sembra che L.S. dica che esiste un modello di uomo (capace di parlare) e chi non possiede il

linguaggio è uomo a metà o non lo è affatto. Si tratta di un ragionamento alla Platone: si parte da

un modello e poi tutto si definisce in base a quello.

Stabilire una linea netta fra umano e animale ci porta a scontrarci con i casi marginali.

Se ci troviamo di fronte a casi marginali e non sappiamo come gestirli (sono umani o meno?), forse è perché

l’errore sta in partenza.

Mormino: non si nega che gli esseri umani abbiano insita la capacità di produrre linguaggio e che lo

facciano in modo unico rispetto a quello degli altri animali, però questo si fonda su una capacità più

elementare, che condividiamo con moltissimi altri animali, cioè quella di imitare un modello (infatti

apprendiamo il linguaggio da bambini solo se esposti ad esso, non se veniamo abbandonati e non

stimolati).

 È la nostra capacità mimetica che permette alle nostre potenzialità linguistiche di emergere e

svilupparsi.

Quindi si nega che il fondamento dell’umanità sia la sfera linguistica, il vero fondamento è quello mimetico.

Nelle poche occasioni in cui si sono trovati esseri umani che hanno vissuto nella giungla essi avevano

acquisito il linguaggio di versi degli animali che lo circondava (perché quelli erano stati i loro modelli).

Aristotele distingue potenza ed atto. Ci sono delle caratteristiche che abbiamo avuto e che non possediamo

più. Dire che ognuno è in potenza qualcosa significa sovrapporre alle nostre proprietà reali qualcosa di

astratto ed indefinibile: il nostro futuro dipende da fattori che non controlliamo => le potenzialità sono

infinite (quindi possiamo essere qualsiasi cosa in potenza). Quindi quando diciamo che un bambino è un

parlante in potenza non contempliamo dei casi in cui questa potenzialità non passa all’atto.

 Il problema è che spesso parliamo della totalità degli uomini attribuendo caratteristiche che solo la

maggior parte degli uomini ha.

Una teoria antropologica valida dovrebbe contemplare caratteristiche che riguardano tutti gli uomini;

questo perché la scienza funziona così: Keplero ha riformulato la teoria dei pianeti dal momento che il moto

di Marte era anomalo.

La dimensione simbolico-linguistica ha un valore fondamentale per la vita umana, ma dobbiamo comunque

considerare l’anomalia di coloro che questa dimensione non la sviluppano.

Il bambino trovato nella giungla non parlava, ma imitava i suoni che ha sentito.

Quindi se il 99% dei bambini parla e il 100% imita, allora la caratteristica fondamentale per l’umano è quella

dell’imitazione.

Ci sono stati degli esperimenti in cui hanno isolato cuccioli di animali (es. scimmie) in ambienti in cui non

vedevano/sentivano nessun altro individuo animale. Senza ver alcun tipo di modello i cuccioli non erano in

grado di fare nulla.

 La presenza dei modelli è ingrediente fondamentale per qualsiasi vita. Poi se questi modelli sono

umani abbiamo la possibilità di sviluppare il linguaggio.

 Rispetto all’antropologia di L.S. Girard dice che le capacità linguistico-simboliche umane vengono

sviluppate grazie all’ipermimetismo => passa a considerare l’uomo dal suo carattere base e rifiuta

l’idea dell’antropologia tradizionale che parte sempre da un livello superiore nella definizione di

uomo (parte da un uomo parlante e ritiene che la vita dell’uomo inizi dalla nascita, non

considerando gli ultimi mesi di gestazione in cui l’individuo inizia a percepire).

A imitare iniziamo prima e finiamo dopo rispetto a quando iniziamo e smettiamo di parlare => secondo

Mormino la nostra età linguistica deve essere spiegata sulla scorta di quella mimetica => la dimensione

mimetica ci dà una comprensione più completa della natura umana.

Per questo quando a Girard hanno proposto di dare una lettura più verbale del concetto di imitazione lui si

è opposto: è probabile che noi esprimiamo il meglio (dal punto di vista del valore spirituale della vita) nella

fase linguistica della nostra vita, ma nulla esclude che ciò sia possibile grazie a una caratteristica ancora più

radicata che è quella del mimetismo.

L’ipermimetismo porta al linciaggio, alla pace tra linciatori e alla nascita di società basate sull’esclusione

rituale di qualcuno. Per evitare ulteriori scoppi di violenza mimetica si ripete ritualmente il linciaggio

originario (come sacrificio religioso), producendo così la pace.

Nel momento del sacrificio, oltre all’unione della collettività, troviamo anche l’esplicitazione di divieti. Ad

essere proibite sono le cose che sono desiderate e desiderabili, ma i divieti più rilevanti sono quelli

antimimetici = il divieto per eccellenza è quello di non imitare l’altro (“non desiderare la roba d’altri” come

ultimo comandamento). Infatti tutti gli altri divieti ruotano attorno a questo: si ruba la donna d’altri per

gelosia (invidia nei confronti di quello che un altro ha) etc. .

Il comandamento antimimetico è formulato sapendo che funzionerà poco (gli uomini sono naturalmente

ipermimetici), ma si cerca di inculcare negli uomini la consapevolezza che il mimetismo sia negativo e che

non vada messo in pratica = si sa che i più piccoli comportamenti mimetici sono inevitabili, ma si cerca

almeno di evitarne le conseguenze più gravi. Girard quindi ritiene che il cristianesimo cerchi di attenuare la

violenza del desiderio non perché voglia estirparla, ma perché se ne vogliono smussare le conseguenze

peggiori. Questo è anche quello che, secondo Girard, Nietzsche non capiva (pensava che il cristianesimo

pensasse davvero di vietare i comportamenti impulsivi umani e non aveva capito che in realtà si tentava

solo di arginare).

Girard sa che il comandamento antimimetico è contraddittorio. Questo perché il comandamento

antimimetico per eccellenza sarebbe quello di isolarsi completamente dal mondo civilizzato. Girard nota

che i filosofi hanno spesso messo in pratica forme di isolamento o le hanno comunque celebrate (es.

corrente romantica) e, secondo lui, perché quando la pressione della competizione si fa insostenibile,

l’unica soluzione sia quella di andare in un mondo privo di modelli (alternativa al suicidio). Questo è il modo

di interpretare le fughe degli intellettuali dalla società in chiave antimimetica.

Nelle società animali il conflitto viene indicato con la sottomissione: l’individuo che sa che uscirà sconfitto

dallo scontro si umilia e se ne va accettando la superiorità altrui => in molti casi il conflitto è solo potenziale

(non c’è bisogno che l’aggressività si scarichi). L’individuo perdente rinuncia a determinate cose (es. cibo,

accoppiamento etc.) per salvarsi => le società animali hanno delle gerarchie precise e quindi questo

permette loro di tutelarsi.

Approfondimento (vd domande fatte a lezione). Nella società umana gli sconfitti possono sempre

vendicarsi, mentre nel mondo animale non succede. Questa è la dimensione che, secondo Girard, rende

impossibile una totale assenza di provvedimenti contro l’omicidio letale per la società umana, mentre nel

mondo animale non è così. Questo è dovuto al fatto che noi esseri umani non possiamo più isolarci gli uni

dagli altri: l’oppresso rimane in quella posizione e non può fuggire.

 Il divieto dell’omicidio è fondamentale per Girard: una società senza di esso sarebbe

tremendamente a rischio.

LEZIONE 11

Tutta la tematica del mimetismo e dell’ipermimetismo di Girard serve per capire come la parola mimesi è

tornata al centro della ricerca nella sua dimensione biologica ed elementare (anni ’60 del Novecento).

SECONDO MODULO: LE TEORIE CONTEMPORANEE

SULL’IMITAZIONE

1977: esce un articolo in cui Meltzoff e More esprimono idee rilevanti sull’imitazione = punto di partenza

delle ricerche empiriche sull’imitazione (“Mimesi e Scienza”).

M e M fanno un esperimento in cui scoprono che un bambino appena nato (pochi giorni/ore/minuti) sa già

imitare alcune forme elementari di espressione del volto (es. tirare fuori la lingua).

 Da quel momento l’imitazione neonatale è una realtà empirica con cui fare i conti.

Il grande vantaggio dell’approccio sperimentale all’imitazione è quello di fornire un’ipotetica base

scientifica al discorso di Girard: se a pochi minuti dalla nascita imitiamo i comportamenti materni allora si

capisce il perché dell’imitazione di cui parla Girard (es. Don Chisciotte).

Secondo questa tesi noi siamo imitatori dalla nascita (lo siamo in modo innato) e lo siamo in modo sempre

più alto (iniziamo dall’imitare i comportamenti più semplici a imitare stili ed ambizioni).

Girard non si chiede cosa facciano i bambini piccoli per imitare e non si chiede quale sia la caratteristica

evoluzionisticamente positiva dell’imitazione, ma constata semplicemente che la caratteristica centrale

umana sia l’imitazione.

M. e M. probabilmente non sanno nemmeno che esista Girard quando fanno il loro esperimento; loro

hanno come obiettivo quello di dimostrare che Piaget aveva torto.

Piaget aveva scritto molto sull’evoluzione psicologica del bambino e quindi anche sull’imitazione nei

bambini. Lui sostiene che l’imitazione non sia qualcosa di innato, ma che imparare ad imitare sia un’abilità

che il bambino acquisisce con il tempo (i neonati non imitano). L’imitazione è una delle tante cose che da

adulti sappiamo fare (non è quella che fonda le altre).

 Piaget non si occupa dell’imitazione come una facoltà prevalente nella psicologia del bambino.

Nel 1977 l’articolo esce e si dice che a 42 minuti di vita un bambino sa imitare => la teoria di Piaget viene

affondata = non è possibile che il bambino impari ad imitare in 42 minuti.

 Loro volevano smentire le tesi di Piaget e della sua scuola.

M. e M. erano stati spinti a pensare che Piaget avesse torto dal loro interesse per la dimensione linguistica:

le principali attività che il bambino fa sono intorno alla bocca (per molti mesi l’uso delle mani e dei piedi è

quasi totalmente scoordinato) e Freud stesso sosteneva che la principale fonte di libido per il bambino

fosse la bocca = il bambino impara subito a deglutire e questo comporta una coordinazione di una serie di

muscoli. Per capire se il processo conoscitivo del bambino abbia una funzione legata alla nutrizione o alle

altre forme di socialità bisogna vedere cosa impara per primo. Il fatto di imparare prima a mangiare rivela

ciò che c’è di veramente innato del bambino.

 Loro ritengono che il bambino sappia istintivamente mangiare (non impara quali movimenti fare) e

volevano capire se in questa capacità di coordinare la bocca egli si comporti mimeticamente o se si

basi su un circuito stimolo-risposta.

M. e M. volevano capire se il bambino mettesse in atto qualcosa in più rispetto alla risposta ad uno stimolo

(sapore/odore del latte), cioè se poteva usare la bocca in modo mimetico = il bambino coordina i propri

comportamenti all’inizio solo come risposta a stimoli o già da subito c’è imitazione.

L’esperimento suggerisce un’imitazione precocissima => ci portano a dire che il bambino nasca sapendo già

ad imitare. La domanda a questo punto è come un bambino che non si è mai visto e non ha percezione di sé

possa imitare i movimenti fatti da altri (movimenti che vede in modo molto approssimativo: non mette a

fuoco).

Si tratterebbe di una sorta di capacità innata, ma anche non fondata su sistemi fisiologici. Quando parliamo

di capacità innate non possiamo riferisci ad attività volontarie (a livello proprio di muscolatura), ma il tirare

fuori la lingua quando lo fanno gli altri implica l’uso di muscolatura volontaria => la spiegazione innatista

non regge (è come se dicessimo di essere capaci innatamente di interagire con l’ambiente in modo

complesso). Dire che una persona è dotata di capacità innate per la corsa o il nuoto ha un senso (es. ha

certe articolazioni del ginocchio/della caviglia), non lo ha dire che ha capacità innate per suonare il violino

(la nostra fisicità è nata molto prima dell’invenzione del violino). Chiedersi se c’è un gene che ci permette di

imitare quello che fa un altro è una delle domande fondamentali.

 Si vuole capire come sia possibile il “miracolo” dell’imitazione innata.

Nessuno mette in discussione che il bambino abbia la capacità di muovere i muscoli della bocca e di

aprirla/di tirar fuori la lingua (sono viste come parte del patrimonio genetico: è un’opzione che lui può fare

con il suo corpo), il problema è che non si può definire innata la capacità di tirar fuori la lingua in risposta al

tirar fuori la lingua della madre, perché il bambino non può sapere come far combaciare il movimento della

madre con il proprio. Quando il bambino tira fuori la lingua ha una percezione del proprio corpo non visiva

(non vede la propria faccia), sente solo una tensione sotto al mento: come fa a sapere che quella tensione

produce il medesimo effetto, per lui visivo, di una cosa rosa (lingua) che esce da un ovale (testa della

mamma). Dire che innatamente sappia che la tensione sotto il mento coincida con la riproduzione della

smorfia della madre non ha senso: la predisposizione genetica non può insegnarci come ottenere il

medesimo effetto visivo che abbiamo visto davanti a noi (questo ce lo insegna solo l’esperienza).

Approfondimento (in seguito alle domande). Per comportamenti che implicano un coinvolgimento emotivo

vale una spiegazione diversa: se il bambino vede la mamma sorridere, lui si sente felice e la risposta

muscolare e automatica a questa felicità è il sorriso = non sta copiando il sorriso. Il sorriso quindi nasce

dallo stato d’animo interno del bambino. Però a volte i bambini imitano comportamenti dove non è facile

trovare una causa dall’interno del bambino (coinvolgimento emotivo), come nel tirare fuori la lingue. M. e

M. non concordavano sul fatto che il bambino potesse sorridere per coinvolgimento emotivo, nemmeno

per certi tipi di comportamenti (loro direbbero che il bambino sorride perché sta copiando).

È importante notare che M. e M. considerino le percezioni e le esperienze avute dal bambino negli ultimi

mesi nella pancia della mamma: il bambino che imita dopo 42 minuti non avrebbe potuto impararlo proprio

durante la vita intrauterina? Probabilmente non se lo sono chiesto perché volevano a tutti i costi dare una

definizione dell’uomo come animale mimetico (e quindi dire che l’uomo nasce già capace di imitare). Dopo

4/5 mesi nel grembo iniziamo già ad essere dipendenti dall’ambiente.

Se proviamo ad immaginarci la vita intrauterina capiamo che le esperienze che ha favoriscono/incentivano

alcuni comportamenti che poi il bambino metterà in atto. Spostando qui il problema della corrispondenza

(tra il tirar fuori la lingua del bambino e quello dell’adulto) non lo stiamo solo spostando indietro, ma lo

collochiamo dove inizia davvero. Se spostiamo il discorso prima possiamo dire che parte nel liquido, in un

ambiente buio etc. => ci sono degli elementi in più. Andando dove effettivamente la questione inizia ci

avviciniamo maggiormente alla soluzione.

Il modo in cui inizia l’articolo ci fa capire che dietro l’esperimento c’è un intento filosofico = Meltzoff voleva

mostrare che il bambino appena nato non fosse un essere isolato dagli altri, ma che fosse già predisposto

per entrare in contatto con un altro essere umano = l’intersoggettività bambino-madre non è qualcosa che

si aggiunge a un bambino già formato di per sé, ma il bambino si forma in una connessione con gli altri che

è innata (dalla nascita abbiamo dentro di noi una spinta a entrare in contatto con il mondo, soprattutto con

gli umani) = innato istinto alla condivisione.

 Fra la mente del bambino neonato e quella della mamma c’è una sintonia (quando lei fa una cosa, il

bambino la copia) => se non copia tutto è perché per alcune cose mancano le capacità (es.

linguaggi).

Queste è l’intenzione filosofica/etica che Meltzoff ha in mente: noi siamo da subito in relazione con gli altri.

Lui poi prova a spiegare come questa connessione avvenga, ma quello che gli preme è che la

corrispondenza fra cosa vista e cosa fatta sia già dentro di noi: non impariamo ad imitare, come diceva

Piaget, ma lo si sa fare innatamente.

Meltzoff cita 3 teorici del bambino che lo hanno preceduto (Freud, Skinner, Piaget) e dice che hanno in

comune il fatto che secondo loro il bambino non nasca socializzato, ma lo diventi: il bambino nasce isolato

e la sua mente è racchiusa in lui => Meltzoff lo chiama “mito del bambino asociale” = entriamo in contatto

con gli altri solo lentamente e per gradi. Parlano di una nascita fisica che coincide con il giorno del parto e

che è diversa dalla nascita sociale (intersoggettività derivata).

Questa posizione è l’opposto di quello che Meltzoff pensa; lui mostrando che il bambino imita dopo 42

minuti va esattamente contro quella tesi: con l’esperienza il bambino imparerà a diversificare l’imitazione,

ma il bambino è già e da subito connesso con gli altri (l’intersoggettività è innata).

Ci sono delle conseguenze etiche in questo ragionamento. Se diciamo che il bambino nasce asociale

possiamo dedurne che l’idea di un uomo che punto solo al soddisfacimento dei propri bisogni (il bambino

freudiano è egoista). Il bambino di Skinner è primo di emozioni (le sue emozioni sono solo stati del corpo). Il

bambino di Piaget può aprirsi e condividere gli stati d’animo altrui, ma lo fa con il tempo (l’empatia viene

sviluppata con il tempo dopo la nascita).

Tutti gli autori del secondo modulo invece ci dicono che nasciamo già empatici ed interconnessi con gli altri.

“Mimesi e scienza” non contiene l’esperimento di Metlzoff e More, ma in questo libro gli psicologi come

Meltzoff dicono di aver fatto delle osservazioni e di aver scoperto dopo la teoria di Girard. A quel punto si

sono convinti di aver scoperto le basi scientifiche del discorso di Girard (parlano bene di lui) => in questo

libro c’è il tentativo dell’incontro di due concezioni, ognuna con i propri meriti. Mettendo insieme le due

teorie troviamo una grande teoria mimetica (finalmente comprendente sia la componente scientifico-

biologica e quella culturale). Nel terzo modulo cercheremo di risolvere i problemi lasciati aperti da questa

teoria.

LEZIONE 12

p. 48 del libro di Girard: citazione sul doppio vincolo.

Palo Alto (gruppo di ricerca che affrontava tematiche come la schizofrenia): tra gli studiosi c’è Gregory

Bateson. La scuola di Palo Alto aveva elaborato la seguente tesi (che poi nei 60 anni successivi è divenuta

popolare, fa parte del nostro pensare comune): uno degli elementi che può scatenare forme di

malessere/disagio come la schizofrenia è la presenza di comandamenti contraddittori. Quando a un

bambino vengono impartiti ordini/dati messaggi fortemente contraddittori (es. si mostra affetto e poi odio

in un cambiamento repentino) il bambino si trova in una situazione di disagio tale che la prima reazione è

quella di non decidere cosa fare perché non sa quale sarà la reazione (lo stesso comportamento può essere

prima apprezzato e poi punito). Il bambino che non può agire facilmente e in modo spensierato (deve

chiedersi di fronte a ogni piccola cosa se va bene o no) è portato all’introspezione = deve pensare di più e

pensare dentro di sé (già il chiedere cosa fare implica reazioni da parte dell’adulto e il bambino le vuole

evitare perché le teme); questo in alcuni casi porta ad una maturità più profonda, in altri porta alla chiusura

in sé del bambino => il bambino inizia a vivere in un mondo interiore dato che quello esteriore gli dà delle

risposte contraddittorie.

Girard pensa di applicare il discorso alla teoria mimetica: il rapporto fra il discepolo e il modello è quasi

sempre ambivalente e contraddittorio, è caratterizzato da un doppio vincolo = quando ad esempio un

adulto dà messaggi contraddittori. L’imitazione infatti prevede che il modello (es. quello genitoriale) in

tantissimi messaggi che manda dice “fai come me” (primo vincolo = copiami), ma in altri dice “non fare

come me” (es. io posso toccare questo oggetto, tu no = secondo vincolo). Il bambino non si lascia

convincere a non ripetere certi comportamenti perché il bambino, ad esempio, non capisce davvero la

distinzione tra le situazioni in cui va imitato e quelle in cui non va imitato.

Il doppio vincolo coincide con il fatto che i messaggi che il modello manda sono ambivalenti:

imitami/non imitarmi.

L’analisi che fa Girard applicata alla società significa che i comandamenti contraddittori sono ovunque

intorno a noi (es. la pubblicità ci spinge a seguire il modello che guida la macchina di lusso vs il datore di

lavoro che ci dice di stare al nostro posto e non osare).

Questa lacerazione (scissione/schizofrenia) è, secondo Bateson, fonte di malesseri psichici, mentre secondo

Girard di disagi sociali. Questo è uno dei motivi per cui il mimetismo è fonti di molti mali.

Girard parla di meccanismo mimetico il che lascia intuire che si tratti di un processo determinato

definitivamente (necessario) e senza via di scampo: si parla di “meccanismo”, “forza sovrastante” etc.

Quando poi qualcuno ha detto “non imitare certi modelli”, es. “non vendicarti, porgi l’altra guancia”, il

messaggio era talmente non umano che chi ha trasmesso il messaggio (Gesù) viene da un altro mondo =>

gli uomini sono soggetti per forza al mimetismo.

Girard poi dice che non possiamo scegliere se o no essere mimetici, ma possiamo scegliere quali modelli

imitare e che quindi la libertà dell’uomo si conservi. Mormino non concorda: quello che G. chiama scelta

del modello non è una vera scelta del modello = i modelli si impongono perché le circostanze in cui ci

troviamo ci spingono a seguirli e non seguirne altri (infatti Girard parla di “prestigio dei modelli”). Il fatto

che su di me siano efficaci certi modelli piuttosto che altri deriva dalle nostre esperienze e da ulteriori

modelli, non dalla nostra soggettività.

Girard ci dice in continuazione che si tratta di meccanismi, ma vuole comunque salvare il libero arbitrio e

questo perché cattolico => secondo Mormino si tratta di un tentativo di salvarsi dalla critica di

determinismo. Questa tesi è avvalorata dal fatto che il grande modello di Girard, Freud, fosse un

determinista radicale (quindi non ci sorprende che il discorso di Girard sia deterministico).

Ciò che va preso sul serio è il tema della continuità fra noi e gli animali. L’idea di una libertà del volere, per

essere sostenuta plausibile, dovrebbe essere sostenuta anche per il mondo animale, altrimenti non si

capisce quando e come anima, libertà e soggettività siano comparse.

“Scienza e mimesi”. Meltzoff ammette che i bambini di una certa età imitano meglio e sanno imitare più

cose rispetto a quelli più piccoli, ma dice che comunque questo (cioè il fatto che l’imitazione migliora con il

tempo) non significa che l’imitazione non sia innata = possiamo essere imitatori in modo innato e migliorare

grazie all’esercizio e all’esperienza. Su questo Mormino è d’accordo: non è il miglioramento a impedire

l’innatismo; Mormino non è d’accordo sul fatto che la capacità di imitare sia innata.

Meltzoff dà molta importanza all’esperimento che è stato fatto, parlando di “scoperta”. Ogni volta che si fa

una sperimentazione in questi campi l’elemento decisivo è quello statistico: non troviamo mai la stessa

cosa per il 100% dei casi. Se io volessi attestare una tesi (es. fare lezione in inglese diminuisce le capacità di

comprensione) occorrerebbe fissare un campione rappresentativo della popolazione che voglio indagare

(no tutti studenti madrelingua inglese) + ottenere una certa percentuale (es. se solo uno studente su 200

non ha capito e il campione era stato scelto correttamente allora non è la presenza di quel singolo studente

a confermare la tesi che con la lezione di inglese la capacità di comprensione si riduce). Per stabilire se i


ACQUISTATO

2 volte

PAGINE

76

PESO

1,011.17 KB

PUBBLICATO

+1 anno fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche
SSD:
Università: Milano - Unimi
A.A.: 2017-2018

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher GiuliaS95 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Storia della filosofia morale e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Milano - Unimi o del prof Mormino Gianfranco.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Corso di laurea magistrale in scienze filosofiche

Riassunto esame di antropologia filosofica, prof. Zhok, libro consigliato Libertà e natura, Zhok
Appunto
Il medioevo: società, economia, politica e cultura (appunti 9 cfu)
Appunto
Storia contemporanea - storia della politica internazionale nell'età contemporanea
Appunto
Appunti Biblioteconomia e domande frequenti
Appunto