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Capitolo 10 - Il Principato

Introduzione al periodo classico (il principato)

Con la vittoria di Ottaviano ad Azio e la morte di Antonino, avvenuta il 1° agosto del 30 a.C., prende forma il periodo del Principato (detto anche periodo classico del diritto romano). Con il termine di Principato si intende nell'ambito della storia romana la prima forma di governo dell'Impero dall'avvento di Augusto fino a quello di Diocleziano e del suo dominato (27 a.C. - 285 d.C.).

Il principato instaurato nel 27 a.C. da Augusto segnò il passaggio dalla forma repubblicana a quella autocratica dell'Impero: senza abolire formalmente le istituzioni repubblicane, il principe (in latino princeps) assumeva la guida dello stato e ne costituiva il perno politico. Gradualmente rafforzatasi la forma assolutistica con i successivi imperatori della dinastia Giulio-Claudia e dei loro successori, il principato entrò in crisi con la fine della dinastia dei Severi nel 235 d.C. La successiva anarchia militare durante la crisi del III secolo condusse alla forma imperiale più dispotica del Dominato.

La pretesa rivoluzione del principato

In relazione al passaggio dalla repubblica al principato, il Syme, uno storico neozelandese, specialista dell’antica Roma, ha parlato di rivoluzione, di "Rivoluzione romana". In realtà, non basta un rimescolamento al vertice delle classi egemoni per realizzare una rivoluzione: questa implica un rovesciamento dei rapporti di classi, un mutamento del sistema produttivo e nei rapporti di produzione e di appartenenza. Il principato non sovvertì affatto l’ordine sociale (schiavi, plebe, ecc.), lasciando sostanzialmente intatta l’impalcatura sociale dell’ultima repubblica.

Insomma, il mutamento di una forma di governo non è una rivoluzione. Per questo il Mommsen, storico tedesco, i cui studi della storia romana sono ancora di importanza fondamentale nella ricerca contemporanea, nel definire il principato lo inquadrò come una diarchia, ossia come una struttura costituzionale caratterizzata dal potere congiunto degli organi repubblicani, il senato in prima linea, e della nuova figura del princeps. Una diarchia destinata a svanire, almeno di fronte ai poteri assunti da Ottaviano nel 23 a.C., a dissolversi di fronte all’emersione di una vera e propria monarchia che andrà accentuandosi con i suoi successori di Augusto, anche se la dialettica princeps-senatus, sia pur con diversi atteggiamenti e soluzioni, rimase in piedi per secoli.

Appunto, la realtà è che per reggere un impero di così vaste proporzioni occorreva al centro un sistema almeno tendenzialmente monarchico, affiancato da una vasta burocrazia bene organizzata e funzionale al sistema. Ed è quello che il principato fece, attribuendo le più alte cariche della burocrazia agli equites, classe emergente sin dall’età dei Gracchi, e gli uffici più umili ai liberti, ossia agli schiavi manomessi e dotati di attitudini impiegatizie.

Infatti, nel 23 a.C. fu conferita ad Augusto la tribunicia potestas a vita (che secondo alcuni gli era stata attribuita già dal 28 a.C.), la quale divenne la vera base costituzionale del potere imperiale: comportava infatti l'inviolabilità della persona e il diritto di intervenire in tutti i rami della pubblica amministrazione, e questo senza i vincoli repubblicani della collegialità della carica e della sua durata annuale. Particolarmente significativo fu il diritto di veto, che garantì ad Augusto la facoltà di bloccare qualunque iniziativa legislativa che considerasse pericolosa per la propria autorità. Nello stesso anno l'imperium di cui già godeva divenne imperium proconsolare maius et infinitum, in modo da comprendere anche le province senatorie: tutte le forze armate dello stato romano dipendevano ora da lui.

Struttura socio-economica del principato

La pax Augusta rassicurata dal principato con la fine delle guerre civili, e con la stessa sostanziale tregua di fronte ai nemici esterni, l’economia romana conobbe un periodo di ripresa. In particolare, per quanto riguarda l’agricoltura, essa conobbe un discreto sviluppo. La riduzione degli apporti di schiavi, conseguente alla pace esterna, fu compensata con un ritorno al bracciantato libero. Infatti, è nell’età del principato che comincia a formarsi il colonato, ossia una classe di contadini liberi, che prendevano in affitto lotti di terre dai ricchi proprietari dietro il pagamento di una mercede (era il fenomeno della locatio rei, nel quale il locatore si impegnava ad assicurare al conduttore il godimento di una cosa mobile od immobile, per un certo periodo di tempo, dietro il pagamento di un corrispettivo).

Questo però non vuol dire che il latifondo era scomparso. Per quanto concerne l’industria, come sappiamo non era mai stata particolarmente sviluppata a Roma, a causa del suo carattere di capitale parassitaria di un vasto impero, ma in quest’epoca si ebbe una tendenza allo sviluppo non solo dell’artigianato, ma anche della manifattura (ad esempio, l’industria dei materiali da costruzione), specie per quanto riguarda l’Oriente, anche col ricorso a nuove tecnologie.

Il commercio era fiorente: la pace assicurata sui mari, anche nei confronti delle spedizioni dei pirati, e una maggiore disponibilità di capitale finanziario incrementarono decisamente l’attività mercantile e bancaria, a tutto vantaggio degli equites.

Circa la struttura di classe, al vertice della società vi era pur sempre la nobilitas senatoria, costituita in genere da ricchi proprietari terrieri e latifondisti, e che avevano conservato gran parte dei privilegi di cui aveva goduto negli ultimi secoli della repubblica. Questa classe era affiancata da quella dei cavalieri, degli equites, che sin dall’epoca dei Gracchi aveva costituito l’ago della bilancia della vita politica di Roma. Questa classe fu quella che trasse maggiori vantaggi dalla pax Augusta e dalla stessa politica augustea, attraverso i commerci, l’attività bancaria con i connessi prestiti usurari, le speculazioni, il rivestimento degli alti gradi della burocrazia, lo sfruttamento delle province attraverso la costituzione di compagnie di esattori delle imposte, i cui aggi erano elevatissimi.

L’elemento libero subalterno (accanto agli schiavi) era la plebe: braccianti e coloni nelle campagne, mentre la plebe urbana era costituita da un proletariato (artigiani, piccoli commercianti, ecc.) e da un sottoproletariato usualmente definito avido e parassitario, ma spesso privo di occasioni di lavoro. Esso era mantenuto in vita da espedienti, dalle frumentationes periodiche, e poi da congiaria (distribuzioni di denaro) introdotti in età imperiale.

Un settore particolare della plebe era costituito dai liberti, schiavi manomessi, ora spesso impiegati nei bassi ranghi della burocrazia imperiale. Al fondo della società vi erano gli schiavi, la vera classe degli sfruttati in campagna, in città, nelle miniere.

Premesso questo, un impulso all’economia venne anche dalla intensa politica augustea di opere pubbliche, la quale produsse un notevole disavanzo del bilancio, che dovette combattere il suo successore, Tiberio, perciò passato alla storia come un imperatore avaro.

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Scienze giuridiche IUS/18 Diritto romano e diritti dell'antichità

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