Il metodo di Leopardi, Paola Italia
La prima forma: un libro antifoscoliano
Il lavoro di Leopardi nella formazione del libro dei Canti procede per fasi, che possono essere definite forme, in analogia al Canzoniere petrarchesco. Esse possono essere messe in relazione alla dinamica centro-periferia, Roma/Recanati, il mondo della nobiltà recanatese, dove viveva in isolamento Giacomo, con l'aristocrazia clericale romana, mondo nel quale puntava ad inserirsi.
La lingua poetica leopardiana può essere seguita attraverso i manoscritti delle canzoni e delle Annotazioni, dove sono presenti numerose note di certificazione linguistica, testimonianza della vocazione filologica del primo Leopardi. Nel 1824 il progetto leopardiano fallisce, abbandona la scrittura poetica e abbraccia la composizione delle Operette morali.
Nella ricostruzione di B24 ci sono 3 forme del testo:
- Prima forma R20
- Seconda forma R22
- Terza forma RM 23
La prima forma ha alle spalle alcuni tentativi poetici: dall'inno a Nettuno del 1816 ai sonetti di ser Pecora beccaio del 1817 e la pubblicazione delle due patriottiche. I suoi scambi epistolari ci danno il quadro di un intellettuale di provincia saccente, che affida la propria sprovincializzazione all'amicizia con il Giordani e agli abbonamenti con i giornali della capitale.
Egli contemporaneamente riflette sul canone linguistico, che passa da trecentesco a cinquecentesco e di un '500 anomalo, che prende a modello Caro e Tasso piuttosto che Bembo e Castiglione.
Le attenzioni di Giacomo alla fine del 1818 sono tutte su Roma, dove lui e Carlo avevano progettato un viaggio sin dall'ottobre precedente, finendo per trovarsi "scherniti, trattati da ignoranti e derisi come fanciulli". Nel 1819 Giacomo, sotto la regia di Giordani, inizia una campagna di stampa. È noto infatti che il libro delle Annotazioni si debba ai primi recensori di quel lavoro, che indussero Giacomo a documentare gli usi pellegrini mal digeriti.
Leopardi era appassionato di apologie, ne aveva lette moltissime, da quella di Annibal Caro contro Castelvetro a quella del Pastor Fido, esempi di opposizione sia alla tradizione letteraria sia al canone cruscante. Sembrerebbe infatti emergere una dialettica Recanati/Firenze, sede della Crusca, tuttavia il polo culturale a cui Leopardi guarda con ammirazione non è Firenze, ma Roma, centro di quel classicismo che costituisce il suo versante letterario, ma rispetto al quale sente di prendere le distanze.
Basti pensare al fatto che la nota più lunga e impegnativa di tutte le Annotazioni, quella in Bruto Minore a ferrata necessità, non è in polemica con un cruscante, ma con quello stesso Vincenzo Monti a cui dedica la plaquette delle canzoni.
Sin dal Discorso di un italiano sulla poesia romantica, Leopardi ha reso pubblica la sua scelta, ma anche scritto la propria dichiarazione di indipendenza. Prima di affrontare le dinamiche centro periferia nei loro risvolti editoriali, va ricordato l'annus horribilis del 1819: l'anno delle canzoni funerarie, della vita abbozzata di Lorenzo Sarno e del primo tempo degli Idilli. È da questo coacervo di progetti e sperimentazioni che nasce la prima forma delle canzoni.
Nei primi mesi del 1820 Leopardi ha appena terminato L'ode ad Angelo Mai e progetta con Brighenti di pubblicarla insieme:
- Alle patriottiche del 18;
- Alle canzoni funerarie del 19 che rappresentano un dittico antifoscoliano che ribalta situazioni e contesti: a una donna morta si contrappone una donna che aveva rischiato di morire (cadendo da cavallo) e una donna malata a un'amica risanata.
Se a questi parallelismi aggiungiamo la filigrana foscoliana dell'ode Ad Angelo Mai nei debiti più o meno espliciti contratti con i Sepolcri, possiamo intendere questa prima forma delle canzoni in chiave antifoscoliana. Ma la prima forma delle canzoni non viene pubblicata per le resistenze di Brighenti. Giordani si era offerto di pubblicare a sue spese una stampa isolata delle due funerarie, ma Giacomo aveva rifiutato rinunciando all'intero progetto. Il fallimento del progetto rimarcava sia l'isolamento dalla produzione culturale, ma soprattutto l'individualità della sua scelta.
La seconda forma, un libro antimontiano
Nel maggio 1822 è possibile collocare la seconda forma delle canzoni. Nel 1820, dopo la stampa dell'ode ad Angelo Mai, prosegue l'esperienza lirica iniziata nel '19 con il secondo tempo degli Idilli:
- La sera del giorno festivo,
- Il sogno,
e verso la fine del 21 continua le Canzoni con altri quattro testi:
- Nelle nozze della sorella Paolina;
- A un vincitore nel pallone;
- Bruto minore,
- Alla primavera o delle favole antiche.
Nel gennaio 1822 è possibile collocare la stesura delle Annotazioni i cui protomi sono documentati da alcune carte isolate, contenenti i termini contestati dei primi recensori romani, nel loro tasso di irriducibilità al canone della Crusca:
- Nella canzone sull'Italia: infusi, evviva evviva;
- Sul monumento di Dante: l'uso di abbonda più dativo e l'uso di sollievo.
In ognuna delle certificazioni linguistiche c'è una dichiarazione di indipendenza e la difesa di una lingua ardita, riprendendo il modello oraziano della teoria degli ardiri per innestare i succhi della tradizione classica nella tradizione volgare, in particolare negli usi non accolti dalla Crusca. La seconda forma delle canzoni non è documentabile attraverso dati epistolari, ma è provata dal manoscritto autografo di Leopardi. Leopardi infatti, a mano a mano che trova documentazioni di forme linguistiche ed espressioni, le annota sul testo per aggiungerle al margine, in un reticolo fittissimo di rimandi interni.
La stratigrafia non riguarda solo le lezioni che si depositano via via sul testo già scritto, ma anche la dinamica di composizione e la struttura, che reca nelle prime 34 carte le annotazioni fino Alla Primavera, seguite da un congedo al lettore. È proprio la presenza dopo la carta 34 del congedo al lettore, che ci permette di ipotizzare che Leopardi avesse ritenuto il libro finito a quell'altezza, tanto da suggellare le annotazioni che l'avrebbero concluso con una formula definitoria.
Seconda forma:
- Sette canzoni, due dediche, a Monti e a Trissino, due prose sentenze di Bruto minore e di Teofrasto e le prime 34 carte delle annotazioni. La prima canzone è All'Italia, si conclude con Alla primavera dove si delinea una canzone manifesto. La primavera è un pretesto temporale per ribadire l'impossibilità di fare poesia nell'età presente, e le favole antiche sono un pretesto letterario per dichiarare l'impossibilità di fare poesia alla maniera dei classicisti, che Leopardi aveva riconosciuto come unica possibile dopo che l'incanto della poesia immaginativa si era rotto. Ne fa fede il mito di Filomela, il musico augel, che con il canto ricordava la possibilità della poesia di rinascere sotto altre forme in un nuovo classicismo, non più affine all'animo del poeta perché il suo canto non è provocato dal dolore. Da quando è morta la fede nelle favole antiche non ha più senso cercare di ridare vita ai miti che le hanno alimentate, è l'inizio di una nuova poesia, ma è anche il congedo con i miti classici e da quella poesia che dei miti si era alimentata. Leopardi scegliendo di chiudere il suo vero primo libro di poesia con Alla primavera, dichiarava al mondo letterario del centro la propria indipendenza e l'impossibilità di essere classicista alla vecchia maniera. La sua dichiarazione di indipendenza linguistica avviene sotto le insegne montiane, ciò è testimoniato dalla dedica del 21, rimasta immutata rispetto quella del 18. Ciò non toglie che per questa seconda forma si possa parlare di un libro antimontiano.
Terza forma: Roma 1823
La terza forma del libro delle canzoni è testimoniata dal "tometto di versi" di cui Giacomo parla nella lettera al Giordani del '23. Alla luce della ricostruzione della seconda forma, ne facevano parte le sette canzoni più l'Inno ai patriarchi, che possiamo anche leggere come un tentativo di inserirsi nell'aristocrazia clericale romana.
Pronto nel febbraio del 1823, il tometto di versi riflette una poetica in cui Leopardi non si può più riconoscere dopo aver verificato l'inesistenza di quel mondo culturale a cui aveva rivolto la propria sfida letteraria. Nella prima dinamica centro/periferia Leopardi aveva seguito una forza centripeta, attratto dall'ambiente letterario romano che immagina come reale interlocutore, ma che ora vede vanificare insieme al proprio progetto poetico, anche il lavoro linguistico, che era consustanziale a quel progetto. Ora che il centro era la realtà dell'aristocrazia clericale romana, la sua erudizione non avrebbe trovato interlocutori e anzi sarebbe emersa maggiormente la sua estraneità, a Giacomo non resta che rinunciare al progetto scrivendo a Giordani dopo un significativo silenzio di quattro mesi del suo fallimento, decretata l'impossibilità dell'incontro della periferia culturale recanatese con il centro del mondo romano.
Non è un caso che l'autografo di Alla sua donna composta nel settembre del 1823 non rechi più nemmeno una delle annotazioni linguistiche che costellano gli altri manoscritti: Giacomo non ha più bisogno di fare "alla pugna". Nella chiusa delle Annotazioni ("io sono l'argomento della mia poesia") quella citazione ovidiana, diventa una orgogliosa dichiarazione di autonomia e di rivendicazione.
Le canzoni patriottiche e i Sepolcri
Esercitazioni di poesia civile
Sulla composizione di All'Italia influisce il soggiorno di Giordani in casa Leopardi nel settembre 1818. Infatti all'opinione negativa di Giordani sui Sepolcri, si può far risalire un fatto che è di tutta evidenza: nei rapporti letterari tra Leopardi e Foscolo c'è inversa proporzionalità tra debiti e riconoscimenti. È infatti singolare che a fronte di una massiccia presenza foscoliana nei Canti, che pone Foscolo davanti a Dante e Virgilio e secondo solo a Petrarca, si registra una sorta di silenzio sugli espliciti riconoscimenti.
Solo una manciata di anni separa l'esordio poetico leopardiano delle patriottiche con l'edizione princeps dei Sepolcri presso Bettoni nel 1807, ma soprattutto dalla sua riedizione del 1813, sempre presso Bettoni. Ed è ormai indiscusso che il primo germe delle canzoni patriottiche sia da rintracciare in un pensiero delle Ultime lettere di Jacopo Ortis, riportato a pag. 58 dello Zibaldone, dove Leopardi appunta che "per un ode lamentevole sull'Italia può servire quel pensiero di Foscolo nell'Ortis del febbraio del 1799".
Ma a quale ode si riferisce Leopardi e a quale pensiero? Peruzzi aveva ipotizzato che questo appunto fosse legato alla composizione della prima patriottica Sull'Italia dove al verso 41 si trova l'apostrofe "dove sono i due figli?" di derivazione ortisiana. Nel 1989 Blasucci, riprendendo una congettura di Levi, ha dimostrato che l'ode in questione non è All'Italia, già composta, ma un'ode da comporre. È nell'aprile 1819 che Leopardi legge l'Ortis nell'edizione di Napoli del 1811 e la cronologia del passo dello Zibaldone del 1819 rende impossibile un riferimento alla prima patriottica già composta e pubblicata nel 1818.
Secondo Blasucci il pensiero di Foscolo ripreso è quello "verrà forse il giorno che noi perdendo le sostanze l'intelletto e la voce saremo fatti simili agli schiavi domestici degli antichi" che è riusato nella canzone A un vincitore nel pallone, dove all'inizio della terza strofa si legge "tempo forse verrà ch' alle rovine delle italiche molli insulteranno gli armenti". Per la sua derivazione oraziana, come la gemella Paolina, anche A un vincitore nel pallone può essere definita un ode. L'importanza del passo foscoliano è tale che se ne può ritrovare un accenno anche nella canzone Ad Angelo Mai, dove il silenzio e il sonno della patria vengono contrapposti al clamore dei sepolti. Nonostante la presenza di Foscolo, che ha fatto...
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