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Le macchine, come ogni altro elemento del capitale costante, non creano valore, ma

trasmettono al prodotto il loro proprio valore. In quanto rappresentano una parte del valore del

prodotto, lo rincarano. Ma bisogna osservare quanto segue. Le macchine entrano sempre

interamente nel processo di produzione, ma solo parzialmente nel processo di valorizzazione.

Non aggiungono mai al prodotto più valore di quanto ne perdono per logorio. Dopo aver

realizzato un prodotto la macchina non scompare, è sempre valida, pronta a ricominciare lo

stesso processo produttivo. Vi è quindi una notevole differenza tra la macchina considerata

come elemento del valore e la macchina considerata come elemento del prodotto. Tale

differenza poi diventa tanto maggiore quanto maggiore è il periodo d’uso delle macchine e

minore il tempo di logoramento. Poiché le macchine sono fatte di materiale più durevole, sono

usate secondo leggi scientifiche e hanno un campo di applicazione più vasto dello strumento

artigiano, in una parola sono più economiche di questo, rendono un servizio gratuito

maggiore dello strumento. Detratti i costi giornalieri, consistenti nell’usura giornaliera media,

tanto le macchine quanto lo strumento operano gratuitamente come forze naturali. Ma quanto

maggiore è l’effetto utile delle macchine di fronte allo strumento; tanto maggiore è il servizio

gratuito che esse rendono in confronto a quest’ultimo. Ne consegue che solo nella grande

industria l’uomo riesce a fare operare gratuitamente come forza naturale, il prodotto del suo

lavoro passato.

Data la differenza intercorrente tra il valore della macchina e il valore che essa trasmette al

prodotto; quanto maggiore è il volume del prodotto, tanto minore è il rincaro di esso. Inoltre,

data la proporzione nella quale le macchine cedono valore, meno lavoro contengono, meno

valore cedono; epperciò esse sono tanto più produttive e il loro servizio si avvicina a quello

delle forze naturali. La produzione di macchine per mezzo di macchine, tipica della grande

industria, diminuisce appunto il valore delle macchine in proporzione all’estensione e

all’efficacia.

È chiaro che, quando la produzione di una macchina costa tanto lavoro di quanto se ne

risparmia con il suo uso, si verifica soltanto un semplice spostamento di lavoro e non si

realizza alcun aumento di produttività. Però se la macchina costa quanto la forza-lavoro da

essa sostituita, il lavoro contenuto nella macchina è minore del lavoro vivo sostituito, perché

nel lavoro vivo sostituito non è compreso il plusvalore che essa crea, mentre il valore della

macchina è composto tanto dal valore della forza-lavoro, quanto dal plusvalore. Ne discende

che, considerando la macchina solo come mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il

suo uso incontra il seguente limite: la produzione della macchina deve costare meno lavoro di

quanto ne sostituisce. Per il capitale poi tale limite si restringe ancora. Poiché esso paga non il

lavoro fatto, bensì il valore della forza-lavoro (che è sempre minore) l’uso delle macchine è

limitato dalla differenza fra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa

sostituita. Quindi nella società borghese le macchine non possono trovare quel campo molto

più vasto di applicazione che invece troverebbero in una società comunista.

12) Effetti immediati dell’industria meccanica sull’operaio.

a) Lavoro delle donne e dei fanciulli. Consentendo di fare a meno della forza muscolare, le

macchine diventano il mezzo più adatto per l’impiego di operai fisicamente immaturi. La prima

parola dell’uso capitalistico delle macchine è stata quindi: "lavoro delle donne e dei fanciulli".

Le macchine, da potente surrogato del lavoro, su base capitalistica diventano un mezzo per

aumentare il numero degli operai salariati.

La forza-lavoro viene svalorizzata in quanto tutta la famiglia operaia e non soltanto il capo-

famiglia, viene gettata sul mercato ed il valore della forza-lavoro, che prima veniva considerato

in relazione al capo-famiglia, viene ora a distribuirsi su tutti i suoi membri. Fin dal principio le

macchine allargano quindi, sia il grado di sfruttamento, sia il materiale umano da sfruttare. 41

Inoltre sovvertono la mediazione formale del rapporto capitalistico; vale a dire il contrasto fra

operaio e capitalista infatti il capitale ora acquista minorenni. Prima l’operaio vendeva la

propria forza-lavoro come persona formalmente libera; ora vende anche la moglie e i figli.

Diventa mercante di "schiavi".

Oltre al deterioramento fisico delle donne e dei fanciulli, l’introduzione delle macchine ha fatto

salire fortemente la mortalità infantile fra i figli della classe operaia. Essa ha dato anche un

impulso formidabile all’atrofia fisica e morale dei membri della famiglia operaia. Tutto ciò è

documentato da inchieste mediche, da studi e analisi, come la pregevole opera di Federico

Engels: "Situazione della classe operaia in Inghilterra". Infine, con l’impiego di una quantità

notevole di donne e di fanciulli le macchine spezzano la resistenza che l’operaio adulto

opponeva ancora al dispotismo del capitale nel periodo manifatturiero.

b) Prolungamento della giornata lavorativa. Le macchine sono un mezzo per prolungare al di là

di ogni limite naturale la giornata lavorativa. Innanzitutto riducono al minimo la resistenza

dell’operaio, sia per l’apparente facilità del lavoro a macchina, sia per la concorrenza femminile

ed infantile In secondo luogo, poiché le macchine sono tanto più economiche quanto più

stanno in funzione (in quanto come si è visto il logorio e l’usura si ripartiscono su una massa

crescente di prodotti) la tendenza del capitale a prolungare la giornata lavorativa agisce, nel

loro primo periodo di vita, in modo acutissimo. In terzo luogo, il prolungamento della giornata

lavorativa permette di estendere la scala della produzione, senza che sia necessario aumentare

la spesa in macchine ed edifici; il che da un lato fa aumentare il plusvalore, mentre dall’altro fa

diminuire le spese occorrenti al suo ottenimento. Tale risultato diventa tanto più cospicuo

quanto più, con lo sviluppo dell’industria meccanica, aumenta la parte fissa (macchine, edifici,

ecc.) del capitale. In quarto luogo, la macchina produce plusvalore relativo non solo svalutando

la forza-lavoro, ma anche trasformando, quando viene introdotta per la prima volta in una

sfera produttiva, il lavoro impiegato dal capitalista individuale in lavoro potenziato; ossia

elevando il valore sociale del prodotto della macchina al di sopra del valore individuale.

Durante questo periodo di transizione, in cui essa ha virtualmente carattere di monopolio, i

profitti salgono in modo eccezionale; epperciò il capitalista cerca di sfruttare al massimo

questo periodo iniziale prolungando il più possibile la giornata lavorativa. Tale profitto

straordinario scompare e si afferma la legge per cui il plusvalore sorge non dal lavoro

sostituito dalla macchina, bensì dalla forza-lavoro impiegata, ossia dal capitale variabile,

appena la nuova macchine viene introdotta in modo generale nella data sfera di produzione.

Poiché l’industria meccanica, in qualunque misura riesca ad ingrandire, mediante l’aumento

della forza produttiva del lavoro, il pluslavoro a spese del lavoro necessario, può raggiungere

questo risultato solo riducendo il numero degli operai occupati da un dato capitale (cioè

diminuendo la parte variabile in rapporto alla parte costante); l’uso del macchinario per la

produzione del plusvalore contiene una contraddizione immanente: il saggio del plusvalore

cresce solo con la diminuzione del numero degli operai, ossia della sorgente stessa del

plusvalore. Tale contraddizione appare alla luce del sole non appena, in seguito alla

introduzione generale del macchinario, il valore delle merci prodotte con le macchine nuove

diventa il valore sociale di tutte le merci dello stesso genere. Allora questa contraddizione

sospinge il capitale al più violento prolungamento della giornata lavorativa, al fine di

compensare in tal modo la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati. Dunque l’uso

capitalistico del macchinario, mentre crea nuovi motivi per il prolungamento smisurato della

giornata lavorativa; produce anche una popolazione operaia sovrabbondante, che è costretta a

lasciarsi dettar legge dal capitale. A tale situazione si riconduce il fenomeno, tipico

dell’industria moderna, che vede la macchina mandare in aria tutti i limiti, morali e naturali

della giornata lavorativa; e da mezzo potente per l’accorciamento del tempo di lavoro, divenire

mezzo infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in

tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.

c) Intensificazione del lavoro. Come si è visto nel Capitolo X contro il prolungamento smisurato

della giornata lavorativa si sviluppa la ribellione della classe operaia, che costringe lo Stato a

fissare limiti legali alla sua durata. È su questa base che prende vigore l’altra tendenza dell’uso

capitalistico delle macchine: l’intensificazione del lavoro. Appena il capitale si trovò preclusa la

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via al prolungamento smisurato della giornata lavorativa, si gettò con tutta forza sulla

produzione del plusvalore relativo, intensificando ovunque il dispendio di lavoro, mediante

l’introduzione accelerata del sistema delle macchine.

Con l’intensificazione dello sforzo lavorativo subentra un cambiamento nel carattere del

plusvalore relativo. In generale il metodo di produzione del plusvalore relativo consiste nel

mettere in grado l’operaio di produrre, mediante l’aumento della forza produttiva, di più con lo

stesso dispendio di lavoro. Diversamente stanno le cose non appena all’operaio è imposta una

tensione di lavoro più alta, possibile nella giornata lavorativa accorciata. Comprimere una

massa di lavoro maggiore entro un dato periodo di tempo significa realizzare una quantità

maggiore di lavoro. L’ora più intensa di lavoro oggettiva più valore dell’ora meno intensa; e

vale come lavoro potenziato. Così accanto alla misura del tempo di lavoro secondo la

lunghezza (estensione) si presenta ora la misura secondo il grado di condensazione (intensità).

Come viene intensificato il lavoro? Il primo effetto della giornata lavorativa accorciata risiede

nella legge evidente che le capacità di azione della forza-lavoro stanno in rapporto inverso con

la durata del lavoro. Meno prolungato è lo sforzo lavorativo e più questo può essere

intensificato. Nelle manifatture l’introduzione della legge sulle fabbriche ha visto aumentare la

regolarità, la continuità e l’energia del lavoro. Tale effetto sembrava però dubbio per la

fabbrica vera e propria, ove la dipendenza dell’operaio dal moto uniforme del macchinario

aveva creato una disciplina rigorosissima. Ma l’incertezza è stata confutata dai molteplici

esperimenti fatti, (in particolare quella del signor Gardner e quelli effettuati nei locali dei filatori

e cardatori)ed eliminata dai fatti stessi. Non appena la giornata lavorativa viene abbassata per

legge, la macchina nelle mani del capitalista diventa il mezzo poderoso per estorcere una

quantità maggiore di lavoro nello stesso periodo di tempo. Ciò avviene in due modi: a) per

mezzo dell’aumento di velocità delle macchine; b) mediante l’ampliamento del volume del

macchinario da sorvegliare (ampliamento del campo di lavoro dell’operaio, maggiore tensione

in maggiore ambito spaziale). Di conseguenza, mediante il perfezionamento continuo delle

macchine che ingrandiscono le fabbriche .

13) La fabbrica.

La fabbrica è un immenso automa. L’utensile che prima era adoperato dall’operaio e la

virtuosità di costui nell’adoperarlo, qui trapassano da questi alla macchina. Alla gerarchia degli

operai specializzati del periodo manifatturiero, si sostituisce ora la tendenza al livellamento dei

lavori. Nella fabbrica automatica gli operai diventano semplici ausiliari del meccanismo e la

divisione del lavoro si presenta come distribuzione degli operai fra macchine specifiche.

La distinzione sostanziale non è più fra operai abili e non abili, è tra operai addetti alle

macchine utensili e i semplici manovali di questi operai. Oltre ad essi vi è un personale di

scarsa importanza numerica che si occupa del controllo e della riparazione del macchinario

(ingegneri, meccanici, carpentieri, ecc.). Si tratta di operai superiori, in parte altamente

istruiti, aggregati agli operai di fabbrica. Tale divisione del lavoro è puramente tecnica.

Qualsiasi lavoro a macchina esige un apprendistato. Ma il lavoro a macchina, in quanto è da

questa e non più dall’operaio che parte il movimento complessivo, elimina la necessità di

consolidare la divisione del lavoro, e di incatenare l’operaio alla stessa funzione per tutta la

vita, come avveniva prima. Tuttavia la divisione manifatturiera del lavoro dapprima continua a

sopravvivere come tradizione, poi viene sottomessa e riprodotta dal capitale, che se ne serve

sistematicamente come mezzo di sfruttamento della forza-lavoro in modo ancor più ripugnante

Così la specialità di maneggiare per tutta la vita uno strumento parziale, diventa ora la

specialità di servire per tutta la vita una macchina parziale. Si abusa del macchinario per

trasformare l’operaio fin dall’infanzia nella parte di una macchina parziale. Nella manifattura 43

l’operaio si serve dello strumento. Nella fabbrica è la macchina che si serve dell’operaio:

l’automa meccanico si incorpora gli operai come appendici umane. Il meccanismo morto ne

spreme la forza vitale; ne intacca il sistema nervoso; elimina le molteplici attività dei muscoli;

abolisce ogni libera azione fisica e mentale. La stessa facilità del lavoro diventa un mezzo di

tortura, poiché la macchina non libera l’operaio dal lavoro, gli toglie invece il contenuto.

È caratteristica comune di tutta la produzione capitalistica, in quanto il processo di produzione

è processo di valorizzazione del capitale, che non è l’operaio ad adoperare la condizione del

lavoro, ma, viceversa, la condizione del lavoro ad adoperare l’operaio. Questo rovesciamento

di posizioni con l’introduzione delle macchine assume una realtà tecnologica evidente. Il mezzo

di lavoro, divenuto macchina automatica, si contrappone all’operaio come capitale, quale

lavoro morto che domina e succhia la forza vivente. Inoltre il macchinismo porta a compimento

la separazione tra le potenze intellettuali del processo produttivo e il lavoro manuale,

trasformando queste potenze in poteri del capitale sul lavoro.

L’abilità parziale dell’operaio meccanico scompare come un infimo accessorio dinanzi alla

scienza, alle immense forze naturali, al lavoro sociale di massa, incarnati dal sistema delle

macchine.

La subordinazione tecnica dell’operaio al movimento proprio dei macchinari crea nella fabbrica

una disciplina da caserma. Tale disciplina si perfeziona fino a diventare un regime di fabbrica

completo, ove il lavoro di sorveglianza e la divisione degli operai in operai manuali e

sorveglianti del lavoro raggiungono un pieno sviluppo. Nella fabbrica cessa ogni libertà:

l’operaio compie i suoi movimenti sotto il comando del capitale. Il capitalista è il legislatore

supremo; detta il suo codice in fabbrica. Alla frusta del sorvegliante di schiavi si sostituisce il

regime delle punizioni tenuto dai sorveglianti, che falcidia il salario e frutta al capitalista più

della stessa osservanza dei regolamenti. Le condizioni materiali, in cui viene compiuto il lavoro

di fabbrica, sono le più dannose immaginabili per la salute fisica dei lavoratori. Atmosfera

satura di scorie, calore artificiale insopportabile, rumore assordante, ecc., non sono che alcuni

degli aspetti del carattere nocivo del lavoro di fabbrica. Su di esso grava costantemente il

pericolo di morte, sempre incombente in conseguenza dell’ammucchiamento di macchine in

spazio ristretto, il quale con una regolarità spaventosa fa dei bollettini degli infortuni sul lavoro,

autentici bollettini industriali di guerra. L’economia nei mezzi sociali di produzione spinta al

massimo dalla sete di profitto del capitale, diviene una depredazione sistematica delle

condizioni di vita dell’operaio durante il lavoro. Spazio, luce, protezione contro il pericolo di

morte, contro le sostanze nocive, ecc., tutto è confiscato dal capitale. Non ha dunque torto il

Fourier a chiamare le fabbriche "ergastoli mitigati".

14) Lotta fra operai e macchine.

La lotta tra capitalista e operaio incomincia con il rapporto capitalistico stesso. Infuria nel

periodo manifatturiero. Ma è soltanto con l’introduzione delle macchine che l’operaio si rivolta

contro il mezzo di lavoro stesso, quale fondamento materiale della produzione capitalistica.

Durante tutto il secolo XVIII l’Europa vide rivolte operaie contro la macchina per tessere nastri

e galloni. In Inghilterra, e si è agli inizi del secolo XVIII, le segatrici meccaniche poterono

spuntarla sulla resistenza popolare solo a fatica. Nei primi 15 anni del secolo XIX, in seguito

allo sfruttamento del telaio a vapore si produsse quella distruzione in massa di macchine, che

va sotto il nome di movimento dei luddisti.

Evidentemente necessitano tempo ed esperienza affinché l’operaio impari a distinguere le

macchine dal loro uso capitalistico e possa quindi attaccare, non il mezzo materiale di

produzione, ma la forma sociale di sfruttamento di esso. In quanto macchina il mezzo di lavoro

è un concorrente diretto dell’operaio. Ovunque vengono introdotte macchine nuove gli operai 44

vengono scacciati. E, poiché esse tendono a impadronirsi di tutti i rami di produzione, con

l’introduzione del sistema delle macchine l’antagonismo si acuisce. Di qui in un primo momento

la rivolta dell’operaio contro la macchina. Tenendo poi conto che la produzione capitalistica

poggia sulla vendita della forza-lavoro e che la divisione del lavoro rende unilaterale l’abilità

dell’operaio, non appena la macchina sostituisce l’operaio, questi diventa inservibile e quindi

anche invendibile. Così quella parte della classe operaia, che viene sostituita dalle macchine,

viene trasformata in popolazione superflua. Di questa, una parte cade nel pauperismo; un’altra

dilaga verso altri campi di attività, ove alimenta la concorrenza tra gli altri operai facendo

scendere il prezzo della forza lavoro.

Si vogliono ora consolare gli operai caduti in miseria col dire che le sofferenze sono soltanto

momentanee e che le macchine si impadroniscono solo poco per volta di un ramo di

produzione per cui ridurrebbero il loro effetto deleterio. Ma tali asserzioni si annullano a

vicenda. Dove la macchina si impadronisce poco per volta di un campo di attività produce la

miseria cronica degli operai scacciati. Dove invece il passaggio è rapido la concorrenza è acuta

e di massa. La storia non offre esempi più strazianti della fine miserevole dei tessitori di cotone

inglesi, compiutasi dopo quarant’anni di strazi nel 1838, e di quella dei tessitori dell’India.

La cacciata degli operai dai settori conquistati dalle macchine è un effetto permanente del

capitalismo, che si fa sentire, ancor di più che per il passato, con il perfezionamento del

macchinario e lo sviluppo della produzione automatica. Scopo dei perfezionamenti continui del

macchinario è quello di diminuire il lavoro manuale, di sostituire apparecchi di ferro agli

apparecchi umani; operai abili con operai meno abili, oppure con donne e fanciulli. Si

rovesciano per conseguenza sugli operai effetti dolorosi e un abbassamento del salario. Inoltre

la macchina agisce, non solo come concorrente dell’operaio, sempre pronta a renderlo

"superfluo", ma anche come arma per spezzare le insurrezioni periodiche, gli scioperi degli

operai contro l’autocrazia del capitale. Si potrebbe scrivere una storia intera sulle invenzioni

industriali e sui perfezionamenti meccanici, avutisi dopo il 1830 solo come armi del capitale per

combattere le sommosse operaie.

15) La teoria della compensazione rispetto agli operai soppiantati dalle macchine.

Le macchine quindi soppiantano operai. Gli economisti borghesi affermano che, nella misura in

cui le macchine scacciano operai, liberano un capitale sufficiente ad occuparne un numero

uguale in un altro ramo di industria. Che pertanto sussisterebbe una compensazione. Per

questi cervelli buttare sul lastrico operai equivale ad occuparli! La realtà è che gli operai

soppiantati dal macchinario vengono gettati sul mercato del lavoro alla mercé del capitale.

Scacciati da una branca dell’industria essi possono cercare occupazione in un ramo qualsiasi di

attività. Se trovano lavoro, riallacciando così i legami coi mezzi di sussistenza, ciò avviene solo

e unicamente perché un capitale nuovo, addizionale, preme per essere investito; mai per

mezzo del vecchio capitale che ha soppiantato operai e che si è trasformato in macchinario. Né

d’altra parte la costruzione di nuovo macchinario può compensare la sostituzione verificatasi;

sia perché la costruzione di macchine occupa meno operai di quanti ne scaccia il loro uso; sia

perché gli operai soppiantati non vengono occupati nella produzione del macchinario, bensì

buttati sul lastrico. E poi, quand’anche gli operai scacciati dalle macchine trovassero

un’occupazione, che prospettiva sarebbe la loro quando, mutilati dalla divisione sociale del

lavoro, come pesci fuor d’acqua, non potranno trovare posto che in branche sovraccariche e

sottopagate? Ovviamente non sono le macchine responsabili di per sé della miseria

dell’operaio. Anzi, da un lato le macchine riducono più a buon mercato, dall’altro aumentano il

volume del prodotto nel ramo di produzione conquistato. Quindi dopo la loro introduzione la

società viene a trovarsi con una quantità tosto accresciuta di mezzi di sussistenza. Ed è proprio

qui che risiede il nocciolo del paradosso teorico degli economisti borghesi. Per costoro gli

antagonismi dovuti all’uso capitalistico delle macchine non sussistono perché non nascono dalle

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macchine, ma dall’uso capitalistico. Specificatamente: poiché le macchine in sé e per sé

abbreviano il tempo di lavoro, mentre usate capitalisticamente prolungano la giornata

lavorativa; alleviano il lavoro, mentre usate capitalisticamente ne aumentano l’intensità;

rappresentano una vittoria dell’uomo sulla natura, mentre impiegate capitalisticamente lo

impoveriscono, ecc.; l’economista borghese afferma che tutte queste contraddizioni sono solo

una parvenza della realtà, perché esse non si ritrovano nelle macchine considerate in sé

stesse. Le macchine, pur soppiantando necessariamente operai nelle branche ove vengono

introdotte, nondimeno possono suscitare un aumento di occupazione in altri rami. Tale

evenienza non ha però niente in comune con la teoria della compensazione. La produzione

mediante la macchina aumenta il volume del prodotto. Questo aumento importa a sua volta

un’accresciuta richiesta di materie prime. Cresce quindi l’occupazione nei rami di produzione

che forniscono materiale di lavoro alle industrie che hanno introdotto il nuovo macchinario.

Inoltre la costruzione di macchine genera una categoria di operai meccanici, che diviene più

numerosa con lo sviluppo del macchinario stesso. Così l’uso delle macchine allarga la divisione

sociale del lavoro in misura molto maggiore della manifattura. L’apertura di nuovi sbocchi

provoca un’estensione della produzione.

Il primo risultato delle macchine è l’ingrandimento del plusvalore e della massa di prodotti in

cui esso si materializza. Con il crescere della sostanza, della quale si nutrono i capitalisti,

aumentano i capitalisti stessi e le loro appendici sociali (servitori, domestici, ecc.). Se da un

lato diminuiscono gli operai addetti alla produzione dei mezzi di sussistenza di prima necessità;

dall’altro lato la crescente ricchezza dei capitalisti genera nuovi bisogni di lusso e quindi nuovi

mezzi per soddisfarli. Cresce la produzione di lusso. La raffinatezza e la varietà dei prodotti

dipendono anche dalle nuove relazioni con il mercato mondiale. Si intensificano gli scambi e si

sviluppano quindi i trasporti È così che sulla base delle macchine si formano branche di

produzione del tutto nuove, le quali aprono nuovi campi di lavoro. Ma tutto ciò nulla ha a che

fare con la teoria della compensazione.

L’aumento enorme raggiunto dalla forza produttiva del lavoro, legato allo sfruttamento in

estensione e in profondità della classe operaia, consente poi di impiegare improduttivamente

un numero crescente di lavoratori e di allargare così la "classe dei servitori" (domestici, servi,

lacchè, ecc.). È questo un altro risultato "edificante" dell’uso capitalistico delle macchine.

16) Repulsione e attrazione di operai mano mano si sviluppa l’industria meccanica.

Via via aumentano, le macchine sostituiscono operai. Questo non significa però che col

progresso dell’industria meccanica gli operai diminuiscano in senso assoluto. La diminuzione è

soltanto relativa, ossia rispetto al capitale complessivo anticipato; ed è perfettamente

compatibile con l’aumento in assoluto degli operai occupati.

Appena il sistema delle macchine si impadronisce dei rami di industria prima dominati

dall’artigianato o dalla manifattura, esso avanza a colpo sicuro, realizzando profitti straordinari,

che accelerano l’accumulazione. Quando poi perfezionandosi, il macchinario raggiunge un alto

grado tecnico e si sono poste le basi della grande industria, il sistema acquista elasticità ed

una improvvisa capacità di espansione a grandi balzi, che incontra limiti solo nella materia

prima e nel mercato di sbocco. Si crea una nuova divisione internazionale del lavoro che in

corrispondenza delle sedi principali del sistema di macchine trasforma una parte del globo in

campo di produzione prevalentemente agricola per l’altra parte che costituisce il campo di

produzione prevalentemente industriale. La capacità immensa di espandersi a sbalzi spinge la

grande industria ad un’attività frenetica. Ma dipendendo dal mercato mondiale essa va incontro

alla paralisi non appena questo è sovraccarico. La vita dell’industria diventa quindi una serie di

periodi di vitalità media, di prosperità, di sovrapproduzione, di crisi e stagnazione. 46

Ora l’aumento del numero degli operai di fabbrica è condizionato all’aumento

proporzionalmente maggiore del capitale complessivo investito nelle fabbriche. Questo

aumento si verifica nell’ambito del flusso e riflusso del ciclo industriale ed inoltre viene

introdotto dal progresso tecnico che soppianta operai. Dunque, da un lato il perfezionamento

del macchinario (variazione qualitativa) allontana gli operai dalla fabbrica; dall’altro l’alto

aumento delle fabbriche (estensione quantitativa) attira nuovi contingenti operai oltre quelli

gettati fuori. In tal modo gli operai vengono continuamente respinti e continuamente attratti.

Vengono gettati continuamente da una parte e dall’altra, in un incessante cambiamento d’età,

sesso, abilità.

L’incertezza e l’instabilità, alle quali è sottoposta

l’occupazione (la condizione di esistenza del salariato) nell’industria meccanica, diventano col

variare delle fasi del ciclo industriale, lo stato normale della classe operaia.

17) Rivoluzione compiuta dalla grande industria nella manifattura; nel mestiere

artigiano e nel lavoro a domicilio.

a) Eliminazione della cooperazione basata sul mestiere artigiano e sulla divisione del lavoro.

Le macchine eliminano, da un lato la cooperazione basata sul mestiere artigiano (la mietitrice

meccanica soppianta la cooperazione dei mietitori), dall’altro la manifattura basata sulla

divisione del lavoro di tipo artigianale (fabbricazione di aghi da cucire, ove una sola macchina

produce 3 volte di più di 10 operai del periodo manifatturiero, mentre una sola donna sorveglia

4 di tali macchine).

b) Effetti della fabbrica sull’officina manifatturiera e sul lavoro a domicilio.

La grande industria non solo allarga la scala della produzione, ma produce anche una

modificazione del carattere dei rami produttivi che assoggetta. Il principio di analizzare il

processo di produzione nelle sue fasi costitutive e di risolvere i relativi problemi con l’ausilio

della scienza, tipico del sistema delle macchine, diventa determinante in ogni campo. Il

macchinario, appropriandosi ora di questo ora dell’altro processo lavorativo parziale delle

manifatture, dissolve la vecchia divisione del lavoro; sovverte radicalmente la composizione

personale dell’operaio complessivo; fonda al suo posto una nuova divisione del lavoro basata

sull’impiego delle donne, dei fanciulli, di forza-lavoro in genere immatura e perciò a buon

mercato.

Al pari della manifattura, anche il lavoro a domicilio o industria domestica, da non

confondersi con l’industria domestica del passato &emdash; basata sul lavoro artigiano

indipendente, sull’economia rurale autonoma e sulla casa della famiglia del lavoratore

&emdash; soggiace all’influenza del sistema delle macchine. Sotto l’azione del macchinario

l’industria domestica, venga praticata nella casa dell’operaio o in piccole officine, si trasforma

in un reparto esterno della fabbrica o della manifattura. Accanto agli operai delle fabbriche e

delle manifatture, direttamente comandate, il capitale muove con fila invisibili un altro esercito

di operai a domicilio, sparsi in città ed in campagna .

Con lo sviluppo dell’industria lo sfruttamento di forze-lavoro immature diventa più spudorato

nella manifattura moderna (si tratta delle officine che producono su grande scala eccettuate le

fabbriche), che nella fabbrica vera e propria; in quanto la prima difetta di quella base tecnica 47

che esiste nella seconda (sostituzione della forza muscolare con le macchine e facilità del

lavoro) e nel contempo le donne e i fanciulli vengono lasciati sotto l’azione delle sostanze

velenose senza alcuno scrupolo. Nel lavoro a domicilio questo sfruttamento diventa ancor più

spudorato della manifattura, innanzitutto perché la dispersione elimina qualsiasi capacità di

resistenza dell’operaio; in secondo luogo perché tutta una serie di ingordi parassiti si

intromette tra capitalista e operaio; in terzo luogo perché il lavoro a domicilio deve sostenere

la concorrenza dell’industria meccanica o di quella manifatturiera; in quarto luogo perché la

povertà costringe l’operaio ad un’economia inaudita delle condizioni di lavoro più necessarie; in

quinto luogo perché fra questi operai la concorrenza è più acuta che altrove.

c) Passaggio dalla manifattura moderna e dal lavoro a domicilio alla grande industria.

L’abuso di forze-lavoro femminili ed immature ed il furto delle più elementari condizioni di

lavoro cozzano alla fine contro i limiti naturali al di là dei quali non si può andare. Perciò

diventa impossibile ridurre per tale via le merci più a buon mercato e aumentare il plusvalore.

A questo punto suona l’ora dell’introduzione del macchinario e della trasformazione rapida del

lavoro manifatturiero e del lavoro a domicilio nell’industria di fabbrica. L’esempio più colossale

di questo trapasso è fornito dalla produzione di articoli di abbigliamento. E la macchina

rivoluzionaria, decisiva che si è impadronita di tutte le branche di questo genere di produzione

(modisteria, sartoria, calzoleria, cucitura, cappelleria, ecc.) è stata la macchina da cucire.

Benché la macchina da cucire sia adattabile a diversi metodi sociali di produzione (artigianato,

lavoro a domicilio, manifattura), tuttavia le sue molteplici possibilità di applicazione

contengono in sé la tendenza a tramutarla in fattore oggettivo del sistema di fabbrica.

Agevolano naturalmente il passaggio della manifattura al sistema di fabbrica altri fattori, quali

l’espropriazione degli artigiani e dei lavoratori a domicilio, che producono con macchine di loro

proprietà. La sostituzione dell’uomo con la macchina a vapore imprime, finalmente, al

rivoluzionamento un impulso decisivo.

Il cammino di questo rivolgimento industriale, di per sé spontaneo, viene accelerato

artificialmente dalla estensione a tutti i rami di industria &emdash; che occupano donne,

adolescenti, fanciulli &emdash; dalla legge sulle fabbriche. La regolamentazione della giornata

lavorativa, l’esclusione dal lavoro dei fanciulli al di là di una certa ora e di una certa età, hanno

resa necessaria l’introduzione di macchinari. Posto un limite alla giornata lavorativa e al lavoro

dei fanciulli, alla manifattura e al lavoro a domicilio, viene a mancare il terreno sotto i piedi. La

capacità di resistere alla concorrenza, che in queste due forme di lavoro è basata sull’illimitato

sfruttamento di forze-lavoro a buon mercato, viene ora ad essere minata dalle fondamenta .

18) Clausole sanitarie e pedagogiche della legislazione sulle fabbriche.

a) Clausole sanitarie.

A parte il modo come sono formulate, che ne rende facilissima l’evasione, le clausole sanitarie

sono molto scarne. In pratica si limitano a dettare qualche prescrizione sulla imbiancatura delle

pareti e qualche norma concernente la pulizia, la ventilazione dei locali e la protezione contro

le macchine pericolose.

Il solo esempio dell’industria del lino irlandese basta da sé a mostrare l’accanita resistenza dei

fabbricanti contro la clausola che impone loro una piccola spesa per proteggere la salute fisica

degli operai. In questo caso, il dogma libero-scambista, che in una società a interessi 48

contrastanti ognuno promuove il bene comune perseguendo il proprio personale interesse,

ritorna a fare splendida prova di sé.

Tutti: autorità sanitarie, commissioni d’inchiesta, ispettori di fabbrica tornano a ripetere la

necessità che nella fabbrica l’operaio disponga di una certa quantità di metri cubi d’aria. E tutti

riconoscono l’impossibilità di imporre al capitale tale semplice misura igienica.

b) Clausole sull’educazione.

Quantunque nel complesso siano misere le clausole sull’educazione contenute nell’atto sulle

fabbriche, esse stabilivano che "l’istruzione elementare è una condizione obbligatoria del

lavoro". La loro affermazione rivelò come sussiste la possibilità di collegare l’istruzione col

lavoro manuale e perciò anche il lavoro manuale con l’istruzione e la ginnastica. Gli ispettori di

fabbrica scoprirono che i ragazzi occupati in fabbrica imparavano quanto gli alunni regolari

delle scuole diurne e che il sistema metà lavoro &emdash; metà scuola è per il bambino più

adatto della continuazione ininterrotta di una sola attività. Dal sistema della fabbrica è nato

quindi il germe dell’educazione futura, il quale dovrà unire, per tutti i bambini di una certa età,

il lavoro produttivo con l’istruzione e la ginnastica.

E ciò non solo come metodo per aumentare la produzione sociale, ma anche come solo metodo

per formare uomini di pieno ed armonioso sviluppo.

19) Natura rivoluzionaria della grande industria; contrasto con la sua forma

capitalistica.

Si è visto come la grande industria elimina tecnicamente la divisione del lavoro di tipo

manifatturiero, che incatena l’operaio ad un’operazione parziale per tutta la vita; mentre nel

contempo la sua forma capitalistica riproduce in modo anche più mostruoso nella fabbrica

quella divisione del lavoro, trasformando l’operaio in appendice di una macchina particolare.

Ciò che vale per la divisione del lavoro di tipo manifatturiero nell’officina, vale per la divisione

del lavoro nella società. Fino a quando l’artigianato e la manifattura costituiscono la base della

produzione sociale, la subordinazione di un lavoratore ad un ramo specifico della produzione, e

quindi la distruzione della molteplicità e versatilità nelle occupazioni, è inevitabile: rappresenta

un momento necessario dello sviluppo economico. Su questa base ogni particolare ramo di

produzione raggiunge una struttura tecnica confacente, che ad un certo grado di sviluppo si

cristallizza, diventando inaccessibile a chi ignora i segreti del mestiere. È significativo che fino

al secolo XVIII i mestieri particolari si chiamassero "misteri".

La grande industria dissolve il velo, che nascondeva agli uomini la natura del processo di

produzione e rendeva misteriose l’una all’altra le differenti occupazioni. Sorretta dal principio di

scomporre ogni processo lavorativo nei suoi elementi costitutivi ha creato la scienza della

tecnologia. Questa analizza i singoli processi e risolve i vari problemi scientificamente. La

grande industria non tratta mai la forma attuale di un processo di produzione come definitiva.

Perciò mentre la base di tutti gli altri modi di produzione è conservatrice, la sua base tecnica è

rivoluzionaria. Mediante le macchine, i metodi scientifici, essa sconvolge continuamente, sia il

fondamento tecnico della produzione, sia le funzioni degli operai e le combinazioni sociali del

lavoro. E ne viene così rivoluzionata costantemente anche la divisione del lavoro nella società;

mentre aumentano in ogni senso la fluidità delle funzioni e la mobilità dell’operaio (variazione

del lavoro). Per contro, la grande industria riproduce la vecchia divisione del lavoro nella sua

forma capitalistica, che per l’operaio significa: precarietà delle condizioni di vita, minaccia 49

costante di perdere i mezzi di sussistenza e di cadere in miseria, sofferenze spaventose di

fronte allo sperpero inaudito delle risorse produttive. In ciò risiede la contraddizione assoluta

tra la grande industria e la forma capitalistica del suo funzionamento. Ed è l’aspetto negativo.

Ma se in regime capitalistico la necessità della variazione del lavoro può affermarsi solamente

nella forma distruttiva dell’azione cieca di una legge naturale; la grande industria con le sue

catastrofi trasforma in una questione di vita o di morte la necessità, che la maggior versatilità

possibile dell’operaio si affermi come legge sociale della produzione. È, per essa, questione di

vita o di morte sostituire all’individuo parziale, semplice strumento di una funzione di dettaglio,

l’individuo sviluppato, per il quale le differenti funzioni costituiscono modi di attività

scambievoli. E questo risultato costituisce un fondamento di una produzione socialista.

Un aspetto di tale processo di sovvertimento esiste già ed è costituito dalle scuole politecniche

ed agronomiche. Un altro lo si può trovare nelle "scuole di insegnamento professionale" ove ai

figli degli operai viene impartita qualche nozione di tecnologia e insegnato l’uso degli strumenti

di produzione. Orbene se la legislazione sulle fabbriche, strappata al capitale dopo dura lotta,

combina col lavoro di fabbrica soltanto l’istruzione elementare, la conquista del potere politico

da parte della classe operaia darà sicuramente all’istruzione tecnologica teorica e pratica, il

posto che merita nelle scuole operaie.

La legislazione sulle fabbriche, generalizzandosi, ha contribuito a dissolvere il laboratorio

artigiano, l’officina manifatturiera, favorendo così l’avvento esclusivo del regime di fabbrica e

con ciò la concentrazione del capitale. Ma, mano mano si dissolvono le forme antiquate e

transitorie dietro cui si maschera il capitale e vengono sostituite dal suo dominio diretto,

diventa generale la lotta contro di esso. La dissoluzione del lavoro a domicilio e delle piccole

industrie, eliminando i rifugi estremi degli operai messi in soprannumero, elimina la valvola di

sicurezza del meccanismo sociale. La crescente socializzazione del lavoro matura le condizioni

e gli antagonismi della forma capitalistica del processo di produzione. Maturano

contemporaneamente, anche, gli elementi di formazione di una società nuova e gli elementi di

rivoluzionamento della vecchia società.

20) Grande industria e agricoltura.

La rivoluzione prodotta dalla grande industria nei rapporti sociali dell’agricoltura verrà trattata

più avanti (Libro III); qui si anticipano alcuni risultati. Se l’uso delle macchine nell’agricoltura

non arreca al lavoratore i danni fisici che invece arreca agli operai di fabbrica, tuttavia qui le

macchine sostituiscono il lavoratore in forma molto più acuta dell’industria. Nelle campagne la

diminuzione dei lavoratori non è soltanto relativa, è anche assoluta.

L’effetto più rivoluzionario della grande industria consiste nell’eliminazione del contadino,

baluardo della vecchia società; nella sostituzione di esso con l’operaio salariato. Con questo

passaggio le esigenze di cambiamento e la lotta di classe si affermano nelle campagne al pari

della città. L’industria rompe definitivamente il legame originario tra agricoltura e manifattura

domestica; ponendo anche qui le premesse per un’unione superiore, sulla base stessa dello

sviluppo dell’antagonismo tra città e campagna.

Anche qui come nella manifattura la trasformazione in forma capitalistica del processo di

produzione si svolge in mezzo alle sofferenze inaudite dei produttori. Il mezzo di lavoro si

presenta come mezzo di sfruttamento; la combinazione sociale del lavoro come soffocamento

organizzato della vivacità e attività individuali. Come nell’industria, l’aumento della forza 50

produttiva viene realizzato con la devastazione e lo storpiamento della forza-lavoro, di modo

che ogni progresso dell’agricoltura capitalistica rappresenta un passo avanti sia nell’arte di

rapinare l’operaio, sia in quella di rapinare il suolo. Dunque, il capitalismo sviluppa la tecnica e

la socializzazione del lavoro in un solo modo: esaurendo contemporaneamente le sorgenti di

ogni ricchezza, la terra e l’operaio.

INDICE SEZIONE QUINTA

La produzione del plusvalore assoluto e

relativo 51

CAPITOLO 14°

1) Lavoro produttivo.

Quando si è analizzato il processo lavorativo, considerandolo come processo di ricambio

organico fra uomo e natura, è stato detto che il lavoro appare in esso, immediatamente, come

lavoro produttivo. Però si è notato che la definizione del lavoro produttivo, quale risulta dal

processo lavorativo semplice, non è più sufficiente per il processo di produzione capitalistico. Si

tratta ora di sviluppare ulteriormente l’argomento.

Finché il processo lavorativo è attività individuale, lo stesso lavoratore riunisce in sé tutte le

funzioni che successivamente si separano. Come egli non può operare senza mettere in moto i

propri muscoli sotto il controllo del proprio cervello, così il processo lavorativo riunisce lavoro

intellettuale e lavoro manuale. Più tardi però questi si scindono fino all’antagonismo. Il

prodotto diventa in generale, da opera immediata del produttore individuale, risultato sociale

di un lavoratore complessivo. Col sopravvento del carattere cooperativo del processo lavorativo

si amplia il concetto di lavoro produttivo e del suo agente: il lavoratore produttivo. A

questo punto per lavorare produttivamente non è più necessario porre mano personalmente al

lavoro, basta essere organo del lavoratore complessivo e svolgere una qualsiasi delle funzioni

subordinate. Di conseguenza, la definizione data del lavoro produttivo, se non vale più per ogni

lavoratore singolarmente considerato, resta pur sempre valida per il lavoratore complessivo.

Per contro, dal punto di vista del processo di valorizzazione, il concetto di lavoro produttivo si

restringe alquanto. La produzione capitalistica non è soltanto produzione di merce, è

essenzialmente produzione di plusvalore. L’operaio non produce per sé, produce per il

capitale. Non è sufficiente che l’operaio produca in genere, deve produrre plusvalore. Quindi è

produttivo soltanto quell’operaio che produce plusvalore. Qui il concetto di operaio produttivo

non implica soltanto una relazione fra attività ed effetto utile, ma importa un rapporto di

produzione storico, in cui l’operaio è il mezzo diretto della valorizzazione del capitale. Nel IV

Libro si vedrà come l’economia politica classica abbia fatto, nelle sue diverse scuole, della

produzione di plusvalore la caratteristica discriminante dell’operaio produttivo.

Riepilogando. Produzione del plusvalore assoluto: prolungamento della giornata lavorativa oltre

il tempo in cui l’operaio produce soltanto l’equivalente del valore della propria forza-lavoro e

appropriazione del pluslavoro da parte del capitalista. Essa costituisce la base del modo di

produzione capitalistico e il punto di partenza della produzione del plusvalore relativo.

Produzione del plusvalore relativo: fin dal principio la giornata è divisa in due parti; il lavoro

necessario e il pluslavoro. Per prolungare il pluslavoro viene accorciato il tempo di lavoro

necessario, mediante procedimenti che servono a produrre in meno tempo l’equivalente del

salario. Ciò è possibile soltanto rivoluzionando da cima a fondo i processi tecnici del lavoro e la

sua organizzazione sociale. La produzione del plusvalore relativo richiede dunque l’esistenza

del modo di produzione capitalistico.

Pertanto, se nella produzione del plusvalore assoluto la sottomissione del lavoro al capitale è

semplicemente formale; nella produzione del plusvalore relativo essa diviene effettiva e reale.

L’operaio viene incatenato al capitale. 52

Sotto un certo aspetto la differenza fra plusvalore assoluto e plusvalore relativo sembrerebbe

illusoria. Il plusvalore assoluto è relativo in quanto implica una tale produttività del lavoro che

permette di limitare il tempo di lavoro necessario ad una parte soltanto della giornata

lavorativa. Il plusvalore relativo è assoluto in quanto implica un prolungamento della giornata

lavorativa al di là del tempo necessario per l’esistenza dell’operaio. Tale parvenza di identità

scompare però ben presto appena si considera il movimento del plusvalore. Una volta che il

capitalismo è divenuto il modo di produzione generale la differenza fra plusvalore assoluto e

plusvalore relativo emerge chiaramente non appena si vuole far salire il saggio del plusvalore.

Infatti, presupposto un limite alla giornata lavorativa, il saggio del plusvalore può crescere

soltanto mediante la variazione delle parti costitutive di essa; cioè con l’aumento dell’intensità

del lavoro. Viceversa, data la forza produttiva del lavoro e il suo grado normale di intensità, il

saggio del plusvalore può crescere soltanto mediante il prolungamento assoluto della giornata

lavorativa.

Evidentemente fino a quando l’uomo ha dovuto impiegare il suo tempo per conservare sé

stesso nessun plusvalore è stato possibile. E’ stato necessario raggiungere un certo grado di

produttività del lavoro affinché una parte della società potesse vivere del lavoro altrui. A sua

volta questo grado di produttività non ha alcunché di mistico. Solamente da quando gli uomini

con il loro lavoro sono usciti dai primi stadi animali e questo ha raggiunto un certo sviluppo

sociale, solo da allora sono originati rapporti, in cui il sopralavoro degli uni è diventato la

condizione di esistenza degli altri. Agli inizi della civiltà le forze produttive sono esigue, ma

esigui sono i bisogni ed è pure infima quella parte della società che vive del lavoro dei

produttori diretti. Man mano progredisce la forza produttiva del lavoro la parte della società,

che vive del lavoro altrui, cresce tanto in senso relativo quanto in senso assoluto. Del resto il

rapporto di produzione capitalistico germoglia su di un terreno economico che è il risultato di

un lungo svolgimento storico. La produttività del lavoro, esistente al suo esordio, abbraccia la

storia di migliaia di secoli.

Se ora prescindiamo dalla forma specifica della produzione sociale vediamo che la produttività

del lavoro risente l’influenza delle c o n d i z i o -n i n a t u r a l i, che possiamo ricondurre

tutte quante al carattere dell’uomo (come razza) e della natura che lo circonda. Tali condizioni

naturali dal punto di vista economico possono essere raggruppate in due classi: a) ricchezza

naturale dei mezzi di sussistenza (fertilità del suolo, pescosità delle acque, ecc.); b) ricchezza

naturale dei mezzi di lavoro (cascate, fiumi navigabili, legname, minerali). Agli inizi della civiltà

è la prima forma di ricchezza naturale la più decisiva; in un secondo momento invece è la

seconda forma che acquista più importanza. Quanto più è basso il numero dei bisogni da

soddisfare e maggiore la fertilità del suolo e la mitezza del clima, tanto minore è il tempo

necessario per la conservazione e riproduzione del produttore. Considerando la produzione

capitalistica, e fatta astrazione da tutte le altre circostanze, la grandezza del pluslavoro varierà

con le condizioni naturali del lavoro.

Ovviamente le condizioni naturali favorevoli forniscono soltanto la possibilità del sopralavoro,

mai la realtà di esso. Le differenti condizioni naturali del lavoro fanno sì che il tempo

necessario di lavoro sia differente in circostanze altrimenti analoghe; e quindi determinano il

punto dal quale può cominciare il lavoro per altri; mai questo lavoro stesso. Perché una parte

della società sia costretta a lavorare al di là del tempo necessario per conservarsi, e a favore

dell’altra parte, occorre tutta una serie di c i r c o s t a n z e s t o r i c h e (divisione in classe,

costituzione politica, ecc.).

Nella produzione capitalistica le forze produttive naturali del lavoro, similmente alle forze

produttive sociali, si presentano come forze produttive del capitale, al quale il lavoro viene

incorporato. Tale fenomeno, in quanto egli non si preoccupa di analizzare l’origine del

plusvalore, non è compreso neanche dal Ricardo; mentre i suoi successori (Stuart Mill) lo

scambiano per una piattezza borghese. 53

INDICE CAPITOLO 15°

VARIAZIONE DI GRANDEZZA

DEI PREZZI DELLA FORZA-LAVORO

E NEL PLUSVALORE

2) Fattori delle variazioni.

Il valore della forza-lavoro, come è stato detto più volte, è determinato dal valore dei mezzi di

sussistenza occorrenti all’operaio medio. La massa dei mezzi di sussistenza in un’ epoca data è

perfettamente determinata, anche se la forma di essi varierà. Perciò può assumersi come

grandezza costante.

Nel determinare il valore della forza-lavoro entrano anche i seguenti fattori: a) le spese del

proprio sviluppo; b) la differenza naturale. Tali fattori restano esclusi dalla presente indagine.

Supposto che le merci vengano vendute al loro valore e che il prezzo della forza-lavoro non

scenda mai al di sotto del suo valore, benché possa salire, si trova che la grandezza relativa

del prezzo della forza-lavoro e del plusvalore sono determinate da tre coefficienti:

a) La durata della giornata lavorativa;

b) L’intensità normale del lavoro;

c) La forza produttiva del lavoro.

Le combinazioni alle quali questi coefficienti possono dar luogo sono molteplici, qui si

presentano solo le principali.

I - P r e s u p p o s t i, costante la durata e l’intensità della giornata lavorativa, variabile la

forza produttiva del lavoro il valore della forza-lavoro è determinato dalle seguenti tre leggi.

a) La giornata lavorativa di grandezza data si rappresenta sempre nella stessa produzione di

valore, comunque vari la produttività del lavoro e con essa la massa dei prodotti ed il prezzo

della merce singola.

Il valore creato in una giornata lavorativa ammonta, per esempio, a L. 10.000. Benché col

variare della forza produttiva del lavoro aumenti anche la quantità degli oggetti d’uso prodotti,

il valore resta invariato. Si ripartisce su una quantità maggiore di merci. 54

b) Valore della forza-lavoro e plusvalore variano in direzione inversa l’uno nei confronti

dell’altro. Un aumento o una diminuzione della forza produttiva del lavoro agisce in direzione

inversa sul valore della forza-lavoro; nella stessa direzione sul plusvalore.

L’aumento della produttività del lavoro abbassa il valore della forza-lavoro e con ciò accresce il

plusvalore. Viceversa la diminuzione della produttività del lavoro aumenta il valore della forza-

lavoro e con ciò fa diminuire il plusvalore. La variazione relativa nel valore della forza-lavoro e

nel plusvalore non è però necessariamente proporzionale.

c) Aumento e diminuzione del plusvalore sono sempre conseguenza e mai causa della

corrispondente diminuzione o aumento del valore della forza-lavoro.

II - C o s t a n t i la durata della giornata lavorativa e la forza produttiva del lavoro, variabile

l’intensità del lavoro.

Ad una giornata di lavoro intensa corrisponde una produzione più alta di valore. Tanto più alta

quanto più l’intensità specifica sopravanza il grado d’intensità normale. In una giornata

lavorativa data si produce più valore.

Ne consegue che aumentano contemporaneamente, sia in misura eguale che diseguale, tanto il

prezzo della forza-lavoro quanto il plusvalore. Tuttavia l’aumento del prezzo della forza-lavoro

non implica che esso sorpassi il suo valore.

Anzi all’aumento può accompagnarsi una diminuzione del valore della forza-lavoro. Ciò avviene

quando l’aumento del prezzo compensa il più rapido consumo della forza-lavoro.

III - C o s t a n t i forze produttive e intensità del lavoro, variabile giornata lavorativa.

La giornata lavorativa può essere o abbreviata o allungata. a) Se viene abbreviata rimane

invariato il valore della forza-lavoro, mentre diminuisce il plusvalore. b) Se viene prolungata e

il prezzo della forza-lavoro rimane stabile, si ha un aumento assoluto e relativo del plusvalore.

Come nel II caso è possibile qui un aumento contemporaneo del prezzo della forza-lavoro e del

plusvalore.

IV - V a r i a z i o n i contemporanee della durata, forza-produttiva e intensità del lavoro.

Si può avere, secondo come si fanno variare i singoli fattori, un grande numero di

combinazioni. Seguendo i criteri indicati nei casi analizzati è però facile indagare tali

combinazioni. Qui si prendono in esame solo due casi importanti.

a) Forza produttiva del lavoro in diminuzione col prolungamento contemporaneo della giornata

lavorativa.

La forza produttiva in diminuzione di cui si parla in questo caso deve riguardare quei rami di

produzione i cui prodotti determinano il valore della forza-lavoro (per es.: rincaro dei prodotti

agricoli per aumentata sterilità del terreno). Diminuendo la forza produttiva del lavoro e

prolungandosi contemporaneamente la giornata lavorativa, la grandezza assoluta del

plusvalore può restare invariata, mentre diminuisce la sua grandezza proporzionale; può

restare invariata la sua grandezza proporzionale, e crescere quella assoluta; possono

aumentare entrambe secondo il grado di prolungamento. 55

b) Intensità e forza produttiva del lavoro in aumento e contemporaneo abbreviamento della

giornata lavorativa.

L’aumento della forza produttiva del lavoro e la sua crescente intensità accorciano il tempo di

lavoro necessario. Se tutta la giornata lavorativa si riducesse a questo limite minimo assoluto

scomparirebbe il pluslavoro; cosa impossibile in regime capitalista. Solo l’eliminazione del

modo di produzione capitalistico può consentire di limitare la giornata lavorativa al lavoro

necessario. Ma quest’ultimo estenderebbe allora la sua grandezza. Da un lato perché le

condizioni di vita dell’operaio si faranno più ricche; dall’altro lato perché una parte dell’attuale

pluslavoro rientrerà nel lavoro necessario, sotto forma di fondo di riserva e di accumulazione.

In generale, quanto più cresce la forza produttiva del lavoro, tanto più può essere abbreviata

la giornata lavorativa. E quanto più si abbrevia la giornata lavorativa, tanto più può crescere

l’intensità del lavoro.

"(Data l’intensità e la forza produttiva del lavoro - è scritto a pagina 245 del II volume del

Libro Primo del Capitale, ed. Editori Riuniti - la parte della giornata lavorativa sociale

necessaria per la produzione materiale sarà tanto più breve, e la parte di tempo conquistata

per la libera attività mentale e sociale degli individui sarà quindi tanto maggiore, quanto più il

lavoro sarà distribuito proporzionalmente su tutti i membri della società capaci di lavorare, e

quanto meno uno strato della società potrà allontanare da sé la necessità naturale del lavoro

ed addossarla ad un altro strato. Il limite assoluto dell’abbreviamento della giornata lavorativa

è sotto quest’aspetto l’obbligo generale del lavoro. Nella società capitalistica si produce tempo

libero per una classe mediante la trasformazione in tempo di lavoro di tutto il tempo di vita

delle masse."

INDICE CAPITOLO 16°

DIFFERENTI FORMULE

DEL SAGGIO DEL PLUSVALORE

Il saggio del plusvalore, come si è visto, si rappresenta nelle seguenti formule:

plusvalore (p) : capitale variabile (v) = plusvalore : valore forza-lavoro = pluslavoro : lavoro

necessario

Le due prime formule esprimono in valore lo stesso rapporto che nella terza si esprime sotto

forma di tempo, in cui il valore è prodotto. Tali formule sono rigorose. Nell’economia politica

classica, che non ne ha consapevolezza, al loro posto troviamo le seguenti:

pluslavoro : giornata lavorativa = plusvalore : valore dei prodotti = plusprodotto : prodotto

complessivo 56

Queste formule sono erronee. Esse esprimono, non il grado reale di sfruttamento della forza-

lavoro, ma sostanzialmente il saggio di profitto. Tale modo di rappresentarsi il plusvalore, che

nasce dal rapporto capitalistico, cela il carattere tipico di questo rapporto stesso, cioè lo

scambio del capitale variabile con la forza-lavoro, il quale esclude l’operaio dal prodotto. Al

posto dell’antagonismo e dello sfruttamento troviamo la falsa apparenza di un rapporto

associativo, in cui operaio e capitalista si suddividono il prodotto in ragione all’apporto da

ciascuno di essi rispettivamente fornito nel produrlo. Una terza formula di cui si è fatto cenno è

la seguente:

plusvalore : valore forza-lavoro = pluslavoro : lavoro necessario = lavoro non retribuito :

lavoro retribuito

Tale formula ha l’inconveniente di lasciare un malinteso: il capitalista non paga il lavoro, bensì

la forza-lavoro. In effetti la formula è un’espressione popolare che sta al posto di

pluslavoro : lavoro necessario

Dopo quello che si è detto al riguardo la formula può essere utilizzata senza scapito.

Dunque il capitale non è, come pensa Smith, il potere di disporre del lavoro; esso è il potere di

disporre del lavoro altrui non retribuito. Ogni plusvalore, in qualsiasi forma si presenti (profitto,

interesse, rendita, ecc.), non è altro che materializzazione di tempo di lavoro non retribuito.

Tutto il mistero della autovalorizzazione del capitale non si risolve in altro che nel potere di

disporre di lavoro altrui non retribuito.

INDICE SESTA SEZIONE

Il Salario

CAPITOLO 17°

TRASFORMAZIONE IN SALARIO

DEL VALORE E DEL PREZZO DELLA FORZA-LAVORO

1) Valore e prezzo della forza-lavoro.

A prima vista il salario si presenta come "prezzo del lavoro": tanto denaro pagato per tanto

lavoro. Il "lavoro" viene così trattato come una merce. E questo è assurdo.

Innanzitutto, per poter essere venduto come merce il lavoro dovrebbe esistere, prima ancora

di essere portato sul mercato. Ma se l’operaio potesse dargli un’esistenza autonoma, separata

dalla propria persona, venderebbe merce e non lavoro. In secondo luogo, a parte questa

contraddizione, uno scambio diretto tra denaro e lavoro abolirebbe, o la legge del valore (che

57

comincia a svilupparsi liberamente proprio sulla base della produzione capitalistica), oppure la

stessa produzione capitalistica, che si basa sul lavoro salariato.

In realtà, ciò che si presenta sul mercato delle merci di fronte al possessore di denaro, non è il

"lavoro", bensì il "lavoratore". E ciò che il lavoratore vende è, non il lavoro, ma la propria

forza-lavoro. Appena egli comincia il suo lavoro questa cessa di appartenergli, e non può più

essere da lui venduta .

Il lavoro è la sostanza, è la misura immanente dei valori, ma esso stesso non ha valore.

L’espressione "valore del lavoro" è un’espressione immaginaria, che tuttavia nasce dagli stessi

rapporti di produzione (è una categoria del modo di presentarsi di certi rapporti materiali).

L’economia politica classica ha preso in prestito dalla vita quotidiana, senza elaborarla, la

categoria "prezzo del lavoro". Ma quando a conti fatti ha dovuto domandarsi: "Come viene

determinato questo prezzo?"; ha dovuto ben tosto riconoscere che, come per qualsiasi altra

merce, così anche per il cosiddetto prezzo del lavoro, il rapporto fra domanda e offerta non

spiega altro che le oscillazioni del prezzo al di sotto o al di sopra di una certa grandezza, ma

non questa grandezza stessa. Di conseguenza il "prezzo del lavoro" non può essere altro che il

valore del lavoro espresso in denaro e tale valore non può essere altrimenti determinato che

dal costo di mantenimento dell’operaio. Così l’economia politica classica sostituisce all’oggetto

vero della sua ricerca "il valore del lavoro", "il valore della forza-lavoro"; ma senza mai

accorgersi che l’analisi diretta ad accertare il valore presunto del lavoro si risolveva nel valore

della forza-lavoro. L’inconsapevolezza di questo risultato ha avvolto la scuola classica in gravi

contraddizioni, le quali hanno offerto all’economia volgare una comoda base operativa per

lanciare piattonate.

Ciò detto consideriamo ora come il valore e il prezzo della forza-lavoro si presentino nella

forma trasformata di salario. Si supponga che la giornata lavorativa normale sia di 8 ore e che

il valore della forza-lavoro ammonti a £ 1. 500 (espressione monetaria di un valore

rappresentante 4 ore lavorative). Se l’operaio riceve come salario £ 1.500, riceve il valore della

sua forza-lavoro, che però ha funzionato 8 ore e non 4 ore. Se si confondesse il valore della

forza-lavoro col valore del lavoro, si otterrebbe questo risultato: il lavoro, che crea un valore di

£ 3.000, non varrebbe che la metà, £ 1.500. Ma, poiché il "valore del lavoro" è un’espressione

irrazionale, che sta al posto del valore della forza-lavoro, ne discende che il "valore del lavoro"

è minore (£ 1.500) della produzione di valore (£ 3.000). E deve essere sempre minore perché

il capitalista fa lavorare l’operaio per un tempo maggiore di quello occorrente alla riproduzione

della forza-lavoro.

Il fatto che il lavoro retribuito di 4 ore appare come prezzo della giornata lavorativa di 8 ore,

che ne contiene 4 non retribuite, é dovuto alla forma salario, la quale nasconde ogni traccia

della divisione della giornata lavorativa in lavoro necessario e pluslavoro, lavoro retribuito e

non retribuito. Mercé la forma salario tutto il lavoro fatto dall’operaio appare come lavoro

retribuito.

Nel feudalesimo il lavoro che il servo della gleba fa per se stesso é pienamente distinto dal

lavoro obbligato che egli fa per il signore feudale. Nella schiavitù persino il lavoro che lo

schiavo dovrebbe fare per reintegrare i mezzi di sussistenza da esso stesso consumati appare

come lavoro fatto per il suo padrone. Nel capitalismo invece anche il lavoro non retribuito

appare come lavoro retribuito. Mentre nella schiavitù il rapporto di proprietà cela il lavoro che

lo schiavo deve fare per sé stesso; in regime di lavoro libero, il rapporto monetario fa sparire il

lavoro che l’operaio compie a vantaggio del capitalista senza alcuna retribuzione.

Si comprende quindi da sé l’importanza che ha il cambiamento di forma del valore della forza-

lavoro e del prezzo della forza-lavoro in salario. E’ su questa forma che rende invisibile il reale

rapporto di sfruttamento del capitale contro il lavoro salariato, che si fondano tutte le illusioni

sulla libertà e si basa l’apologia del sistema fatta dall’economia volgare. 58

INDICE CAPITOLO 18°

SALARIO A TEMPO

2) Prezzo del lavoro.

Il salario assume forme svariate. L’analisi di esse appartiene alla teoria del lavoro salariato.

Qui si esaminano le due forme fondamentali: il salario a tempo, il salario a cottimo.

L’operaio vende la sua forza-lavoro soltanto per determinati periodi di tempo. Il salario a

tempo è perciò la forma mutata nella quale si presenta il valore della forza-lavoro per un

giorno, una settimana, e così via dicendo. La somma di denaro che egli riceve per un giorno,

una settimana di lavoro, ecc., costituisce l’ammontare del salario stimato in valore (salario

nominale).

Poiché secondo la durata della giornata lavorativa lo stesso salario può rappresentare prezzi di

lavoro diversissimi; si dovrà tener conto della differenza tra salario giornaliero, settimanale,

ecc. e prezzo del lavoro. Il "prezzo medio del lavoro" si ottiene dividendo il valore giornaliero

medio della forza-lavoro per il numero delle ore della giornata lavorativa media. Per esempio:

se il valore della forza-lavoro per una giornata ammonta a £ 1.500 (produzione di valore di 4

ore lavorative), e la giornata lavorativa è di 8 ore, il prezzo di un’ora di lavoro è uguale a £

1.500: 8, ossia a £ 187,5.

Il prezzo dell’ora lavorativa, così ricavato, funge da misura del prezzo del lavoro. Ne discende

che il salario giornaliero, settimanale, ecc., può rimanere invariato, mentre il prezzo del lavoro

diminuisce. Viceversa può salire mentre il prezzo del lavoro rimane costante oppure scende.

Per esempio: se con lo stesso salario di £ 1.500 invece di 8 ore l’operaio lavora 10 ore, il

prezzo del lavoro scende a L. 150 l’ora. Viceversa, se per necessità produttive l’operaio lavora

sì 10 ore, ma a prezzo del lavoro invariato, il salario quotidiano salirà 1.500 + 375, cioè a £

1.875.

In base a quanto detto si può stabilire la seguente legge: data la quantità del lavoro

giornaliero, settimanale, ecc., il salario giornaliero, settimanale, ecc., dipende dal prezzo del

lavoro, viceversa, dato il prezzo del lavoro, il salario giornaliero o settimanale dipende dalla

quantità di lavoro giornaliero o settimanale.

Il prezzo dell’ora lavorativa che misura il salario a tempo si ottiene come visto, dividendo il

valore giornaliero della forza-lavoro per il numero delle ore della giornata ordinaria. Se ora

l’operaio viene impiegato invece di 8 ore, 4 ore, con questo prezzo di lavoro egli riceverà

soltanto la metà, ovvero £ 750. Si vede quindi attraverso tale forma di salario che, come

l’operaio soffre le conseguenze distruttrici del sopralavoro, così ora patisce le sofferenze

derivanti dalla sua sottoccupazione. Qualora il salario a ora venisse fissato in base alle ore

lavorative, durante le quali il capitalista occupa l’operaio, ma senza che esso si impegni al

pagamento di un salario giornaliero o settimanale, allora la determinazione del prezzo di lavoro

mediante la divisione:

valore giornaliero della forza-lavoro : giorn. lav. di un numero di ore dato

perde ogni significato. 59

In questo caso il capitalista può ricavare una quantità di pluslavoro senza permettere

all’operaio il tempo di lavoro necessario a riprodurre l’equivalente del suo sostentamento. Egli

può distruggere così ogni regolarità nell’occupazione; e può ad arbitrio, secondo le circostanze,

alternare il lavoro supplementare più massacrante con la disoccupazione relativa o totale.

Fecero quindi bene gli edili di Londra a ribellarsi nel 1860 contro il tentativo dei capitalisti di

imporre questo salario ad ora.

Dalla legge sopra enunciata emerge che, quanto più è basso il prezzo del lavoro, tanto più

lunga deve essere la giornata lavorativa affinché l’operaio si procacci un modesto salario

medio. Perciò il basso prezzo del lavoro spinge al prolungamento della giornata lavorativa.

Viceversa il prolungamento della giornata lavorativa può a sua volta far cadere il prezzo del

lavoro. Se un operaio compie l’opera di uno e mezzo o di due operai cresce l’offerta del lavoro

anche se sul mercato la massa delle forze-lavoro rimane identica. La concorrenza originata in

tal modo fra operai permette al capitalista di abbassare il prezzo del lavoro; mentre la

diminuzione del prezzo del lavoro lo mette d’altra parte in grado di prolungare il tempo di

lavoro. Dunque il capitalista ricava un vantaggio duplice: sia per il ribasso del prezzo del

lavoro, sia per la durata straordinaria di esso.

La disponibilità di quantità eccessive (superanti il livello sociale medio) di lavoro non retribuito

diventa a sua volta causa di concorrenza fra i capitalisti stessi. Infatti la parte del prezzo del

lavoro non pagata, ma figurante nel valore della merce, può essere, senza intaccare il profitto,

regalata al compratore. La concorrenza porta a ciò come primo passo, mentre come secondo

passo sospinge ad escludere dal prezzo della merce una parte del "plusvalore anormale"

prodotto dal prolungamento della giornata lavorativa. In tal modo viene a stabilirsi,

gradatamente, un prezzo di vendita della merce anormalmente basso, che diviene a sua volta

la base costante di salari stentati, accompagnati da un tempo di lavoro eccessivo.

INDICE CAPITOLO 19°

SALARIO A COTTIMO

3) Forma più corrispondente alla produzione capitalistica.

Il salario a cottimo è una forma mutata del salario a tempo. A prima vista sembra che nel

salario a cottimo l’operaio ceda, non il funzionamento della propria forza-lavoro, bensì il lavoro

già contenuto nel prodotto; e che il prezzo di questo lavoro sia determinato dalla "capacità di

rendimento del produttore". In realtà però la forma diversa con cui si paga il salario non

cambia nulla alla sua natura, benché una forma possa essere più dell’altra favorevole allo

sviluppo della produzione capitalistica.

Poniamo che la giornata lavorativa sia di 8 ore, di cui 4 retribuite e 4 non retribuite, e che la

produzione di valore giornaliero ammonti a £ 3.000; quello di un’ora a £ 375. L’esperienza

dimostra che un’operaio di abilità media e che lavori col grado medio di intensità produce nelle

8 ore una certa quantità di articoli; supponiamo 10 capi di un prodotto finito. Il valore di questi

10 capi, detratta la parte di capitale costante in essi trapassata, ammonta a L. 3.000; un

singolo capo a L. 300. Per ogni pezzo eseguito l’operaio riceve Lire 150; per tutti i pezzi

eseguiti durante la giornata di 8 ore Lire 1.500. Dunque egli riceve la metà della produzione di

valore; ossia l’equivalente del lavoro necessario. Come per il salario a tempo è indifferente 60

supporre che l’operaio lavori 4 ore per sé e 4 ore per il capitalista o per ogni ora metà per sé e

metà per il capitalista, così per il salario a cottimo è pure indifferente dire che ogni singolo

pezzo è metà pagato e metà no e che 5 pezzi reintegrano il valore della forza-lavoro mentre gli

altri 5 pezzi incarnano il plusvalore. Nel salario a tempo il lavoro è misurato in base alla sua

durata immediata. In quello a cottimo in base alla quantità di prodotto che viene realizzato in

una unità di tempo. In entrambi i casi però il valore giornaliero del lavoro è determinato dal

valore giornaliero della forza-lavoro. Fermo tutto ciò, il salario a cottimo possiede alcune

caratteristiche che conviene esaminare da vicino.

a) Innanzi tutto la quantità del lavoro è controllata dall’opera stessa, che deve possedere

bontà media affinché all’operaio sia pagato il prezzo intero. Il salario a cottimo diventa, sotto

questo aspetto, una fonte feconda di detrazioni sul salario e di truffe dei capitalisti ai danni

degli operai.

b) In secondo luogo il lavoro a cottimo offre al capitalista una misura precisa dell’intensità del

lavoro. Siccome viene pagato solamente il lavoro che fornisce una quantità di prodotti, stabilita

in precedenza dall’esperienza, l’operaio che non possiede la capacità media di esecuzione viene

declassato o eliminato.

c) Poiché qualità ed intensità del lavoro sono controllate dalla forma stessa del salario, una

buona parte delle spese di sorveglianza del lavoro si rende del tutto superflua. Il salario a

cottimo costituisce perciò la base tanto del moderno lavoro domestico quanto di un sistema di

oppressione gerarchicamente organizzato, che si articola nelle due seguenti specie: I) il salario

a cottimo agevola l’inserimento, fra il capitalista e l’operaio, di parassiti che vivono del

subaffitto del lavoro; Il) il salario a cottimo consente al capitalista di concludere col capo-

operaio un contratto per produrre certi articoli a un dato prezzo, con l’impegno del capo-

operaio di arruolare e pagare i propri operai ausiliari. Così lo sfruttamento del capitale si attua

qui tramite lo sfruttamento dell’operaio da parte dell’operaio.

d) Col salario a cottimo l’operaio è spinto dal suo proprio personale interesse ad impiegare al

massimo la sua forza-lavoro. Ciò permette al capitalista di aumentare il grado normale di

intensità. Inoltre l’operaio stesso è portato a prolungare la giornata lavorativa in vista di

accrescere il salario giornaliero o settimanale. Subentrano così quelle reazioni negative che

ribassano il prezzo del lavoro di cui si è fatto cenno al paragrafo 2).

e) Salvo poche eccezioni con il salario a tempo a uguali funzioni corrisponde uguale salario.

Invece con il salario a cottimo, il salario giornaliero o settimanale varia con la differenza

individuale degli operai; per cui le loro entrate reali variano secondo l’abilità, l’energia, la

perseveranza rispettive. Naturalmente queste differenze non cambiano nulla al rapporto

generale tra capitalista e lavoro salariato; sia perché si compensano nella fabbrica presa nel

suo insieme, sia perché non varia il rapporto fra salario e plusvalore. Senonché il maggior

campo d’azione che il salario a cottimo offre all’individualità del lavoratore, tende a sviluppare

lo spirito di indipendenza e la concorrenza fra gli operai stessi, il che porta all’abbassamento

del livello medio dei salari per mezzo dell’aumento dei salari individuali al di sopra del livello

medio.

f) Il salario a cottimo è, infine, una colonna del salario a tempo, illustrato prima.

Da quanto si è detto, specificatamente, risulta che il salario a cottimo è la forma di salario che

meglio corrisponde al modo di produzione capitalistico.

INDICE CAPITOLO 20° 61

DIFFERENZA NAZIONALE DEI SALARI

4) Calcolo.

Il saggio del salario differisce da un paese all’altro. Tale differenza si può calcolare,

confrontando i salari nazionali fra loro. Per far ciò bisogna considerare tutti gli elementi che, in

ogni nazione, determinano la "variazione di grandezza" del valore della forza-lavoro; cioè: a) la

massa dei bisogni vitali, naturali e storici; b) il prezzo degli oggetti d’uso necessari a

soddisfarli; c) le spese di istruzione dell’operaio; d) la funzione del lavoro delle donne e dei

fanciulli; e) la produttività del lavoro; f) la grandezza estensiva ed intensiva del lavoro.

Oltre a ciò il confronto richiede: primo, la riduzione del salario giornaliero medio, vigente nelle

industrie identiche dei diversi paesi, a una giornata lavorativa di durata uguale, onde misurare

il tal modo il salario a tempo; secondo, la traduzione del salario a tempo in salario a cottimo,

poiché solo quest’ultimo è misura, sia della produttività sia dell’intensità del lavoro.

Conoscendo il prezzo dell’ora di lavoro il salario a tempo si traduce in salario a cottimo

calcolando il tempo impiegato nella produzione di un articolo in un dato ramo dell’industria.

A questo punto si deve osservare che la legge del valore viene a subire, nella sua applicazione

a scala internazionale, alcune modificazioni. Infatti l’intensità media del lavoro cambia da

paese a paese. Però qualunque sia il grado di intensità impiegato nel produrre una merce, il

valore della merce è sempre determinato, in un dato paese, dal tempo medio occorrente alla

sua produzione. Diversamente avviene sul mercato mondiale, del quale sono parti integranti i

singoli paesi. Qui si incontrano lavori nazionali di diversa intensità media, che formano una

scala, in cui l’unità di misura è costituita dalla media dei lavori nazionali raffrontati fra loro.

Sicché, a confronto del lavoro meno intenso, il lavoro nazionale più intenso produce nello

stesso tempo più valore, e si tramuta quindi in più denaro.

Inoltre la legge del valore subisce una modificazione maggiore di quella testé accennata in

quanto sul mercato mondiale il lavoro nazionale "più produttivo" vale anche come lavoro "più

intenso" tutte le volte in cui la concorrenza non costringe il paese più produttivo ad abbassare

il prezzo delle merci al valore reale.

In qualsiasi paese, nella misura in cui si sviluppa la produzione capitalistica, si innalzano al di

sopra del livello internazionale le intensità e le produttività nazionali del lavoro. Di

conseguenza la quantità di valore prodotto è maggiore, e maggiore è la quantità di denaro che

lo rappresenta. Perciò il salario nominale (l’equivalente del valore della forza-lavoro espresso in

denaro) sarà più alto in tale nazione che in altre. Ma la maggiore grandezza del salario

nominale non significa affatto che in tale paese il salario reale, ossia la quantità dei mezzi di

sussistenza messi a disposizione dell’operaio sia maggiore.

A parte ciò, si potrà riscontrare molto spesso che in una nazione altamente produttiva il prezzo

del lavoro - pur essendo più alto il salario giornaliero o settimanale - confrontato al plusvalore

e al valore del prodotto, sia più basso in essa che in paesi meno produttivi.

INDICE SEZIONE SETTIMA 62

Il processo di accumulazione del capitale

1) Premessa.

Il primo movimento che una somma di denaro, funzionante come capitale, compie, è la sua

conversione in mezzi di produzione e in forza-lavoro; ed avviene interamente nelle sfere della

circolazione, sotto forma di atti di compra-vendita. Il secondo movimento è costituito dal

processo di produzione vero e proprio, il quale si conclude appena il denaro anticipato si

converte in merce, il cui valore superi quello del capitale anticipato e contenga quindi un

plusvalore. Il terzo movimento è costituito dalla vendita delle merci, ossia dalla realizzazione

sul mercato del valore prodotto. Questi tre movimenti successivi costituiscono la circolazione

del capitale.

La prima funzione dell’accumulazione è che il capitalista venda le merci prodotte e sia in grado

di riconvertire il denaro ricavato in capitale. Nel Secondo Libro verrà analizzato il processo di

circolazione. Inoltre il capitalista, che si appropria di prima mano del plusvalore estratto dagli

operai, non ne è sempre l’ultimo proprietario. Oltre a lui, altri capitalisti che svolgono altre

funzioni nel complesso della produzione sociale, i proprietari fondiari, ecc.; concorrono a

spartirselo. Il plusvalore viene quindi a dividersi in forme differenti (profitto, interesse,

guadagno commerciale, rendita fondiaria, ecc.). L’analisi di tali forme trasmutate del

plusvalore verrà fatta nel Terzo Libro.

Qui si presuppone: I) che il capitalista riesca a vendere al suo valore la merce prodotta; II) che

esso incameri tutto il plusvalore, sia pure, se si vuole, in veste di rappresentante di tutti coloro

che parteciperanno al bottino. Benché il frazionarsi del plusvalore in diverse forme non cambia

la sua natura di sorgente dell’accumulazione, tale circostanza insieme alle forme intermediarie

della circolazione oscura la forma semplice del processo di accumulazione. Perciò

l’accumulazione deve essere trattata allo stato puro, facendo astrazione da tutti quei fenomeni,

i quali ne complicano il meccanismo.

INDICE CAPITOLO 21°

RIPRODUZIONE SEMPLICE

2) In generale e nel capitalismo.

Qualsiasi formazione sociale come non può smettere di consumare così non può smettere di

produrre. Nessuna società può produrre in continuazione senza riconvertire una parte dei

prodotti in elementi della nuova produzione. Ogni processo sociale di produzione, visto nel suo

costante rinnovarsi, è quindi al contempo processo di riproduzione.

Astrazione fatta da tutte le altre circostanze la società può riprodurre o conservare la propria

ricchezza su scala invariata unicamente col reintegrare in natura i mezzi di lavoro, le materie

prime, ecc., consumati durante l’anno, con una quantità uguale di oggetti dello stesso genere,

63

che debbono essere separati dalla massa del prodotto annuo e debbono essere di nuovo

incorporati nel processo di produzione.

Le condizioni della produzione sono insieme condizioni della riproduzione. Se la produzione ha

forma capitalistica anche la riproduzione ha forma capitalistica: è un mezzo per riprodurre

come capitale il valore anticipato.

Come frutto periodico del capitale il plusvalore prende la forma di un reddito che proviene dal

capitale. Se il capitalista consuma periodicamente, mano mano lo ottiene, tale reddito, si ha la

riproduzione semplice. Benché la riproduzione semplice sia la ripetizione costante sulla

medesima scala del processo di produzione, questa stessa semplice continuità imprime al

processo capitalistico caratteri nuovi che è bene esaminare.

a) Il processo di produzione comincia con l’acquisto della forza-lavoro per un certo tempo e si

rinnova periodicamente. Senonché l’operaio viene pagato dopo aver lavorato nel dato periodo

di tempo, dopo aver quindi realizzato in merci tanto il valore della propria forza-lavoro, quanto

il plusvalore. Dunque, prima ancora che gli riaffluisca sotto forma di salario, l’operaio ha già

prodotto sia il fondo del proprio pagamento (capitale variabile) sia il fondo di consumo del

capitalista, il plusvalore. Per cui la parte del capitale che il capitalista anticipa sotto forma di

salario non è altro che una parte del lavoro fatto in precedenza dall’operaio. Che poi il

capitalista anticipi il salario in denaro, poiché il denaro in questo caso non è altro che la forma

trasmutata di una parte del prodotto del lavoro, non cambia niente al fatto che l’operaio riceva

sotto forma di anticipazione una parte del proprio lavoro già realizzato. L’illusione determinata

dalla forma di denaro scompare ben tosto appena al posto del singolo capitalista e del singolo

operaio si considerino la classe capitalista e la classe operaia nell’insieme.

La classe capitalista dà periodicamente alla classe operaia, sotto forma di denaro, assegni su

una parte dei prodotti che la seconda ha realizzato e che la prima si è appropriata. Pertanto,

considerando il processo capitalistico di produzione nel suo costante rinnovarsi, il capitale

variabile perde il significato di un valore anticipato dal fondo proprio del capitalista. Ma tale

processo ha dovuto pure incominciare e c’è stato quindi un periodo di tempo durante il quale

l’operaio non poteva essere pagato col suo proprio prodotto, né d’altra parte poteva vivere

senza mangiare. Sembra quindi verosimile, salvo quanto si dirà appresso (accumulazione

originaria), che il capitalista si sia pure trovato nelle mani fondi, non derivati da lavoro altrui

non pagato, coi quali abbia acquistato la forza-lavoro.

b) Oltre alla parte variabile la riproduzione semplice imprime caratteri nuovi al capitale

complessivo. Se un capitale di 10 miliardi frutta annualmente un plusvalore di 2 miliardi e il

plusvalore viene consumato di anno in anno, dopo cinque anni la somma del plusvalore

consumato eguaglia il valore del capitale originario. A questo punto il valore del capitale

anticipato scompare: è interamente consumato dal capitalista. Che costui, consumato il

plusvalore, creda poi di conservare il valore del capitale originario è soltanto un’illusione.

Infatti è vero che il capitalista conserva un capitale di grandezza invariata, ma qui si tratta non

delle parti costitutive materiali, ma del valore del capitale. Perciò se in un periodo dato il

capitalista consuma una somma pari al valore del capitale anticipato, il valore di questo

capitale è costituito soltanto dal plusvalore appropriato: non sussiste più un atomo del valore

del vecchio capitale.

In generale si può stabilire la seguente regola: il valore capitale anticipato diviso per il

plusvalore normalmente consumato dà il numero dei periodi di riproduzione, trascorsi i quali il

capitale originariamente anticipato e consumato dal capitalista. Dunque la pura e semplice

riproduzione continua converte ogni capitale, dopo un certo periodo di tempo, in capitale

accumulato, cioè in plusvalore capitalizzato. Anche se all’inizio del processo di produzione il

capitale fosse stato frutto del lavoro personale di chi lo impiega, prima o poi esso diventa

valore appropriato senza equivalente, materializzazione di lavoro altrui non pagato. 64

c) Si è già fatto presente che il fondamento sociale del processo di produzione capitalistico è

costituito dal distacco del lavoratore dal prodotto del proprio lavoro. Ora attraverso la stessa

riproduzione semplice ciò che era punto di partenza viene prodotto di nuovo e si perpetua

come risultato proprio della produzione capitalistica. Da una parte il processo di produzione

converte in capitale la ricchezza dei materiali. Dall’altra parte l’operaio entra nel processo di

produzione come fonte di ricchezza e ne esce privo di qualsiasi mezzo per poterla realizzare

per sé. Dunque lo stesso processo di produzione semplice riproduce la separazione fra forza-

lavoro e condizioni di lavoro e perpetua così le condizioni per lo sfruttamento della classe

operaia. Per vivere, l’operaio è costretto a vendere costantemente la propria forza-lavoro. In

cambio il capitalista è messo in grado di acquistarla per arricchirsi. Non è più il caso a portare

l’uno di fronte all’altro sul mercato delle merci, quali compratore e venditore. È il processo

stesso di riproduzione che getta sempre, e continuamente, sul mercato delle merci l’operaio,

sempre pronto a vendere la sua forza-lavoro e a trasformare il prodotto del suo lavoro in

mezzo di acquisto del capitalista.

Dunque il processo di produzione capitalistico visto nel suo nesso complessivo, come processo

di riproduzione, non produce soltanto merce e plusvalore, produce e riproduce anche il

rapporto capitalistico stesso; da una parte il capitalista, dall’altra parte l’operaio salariato.

INDICE CAPITOLO 22°

TRASFORMAZIONE DEL PLUSVALORE IN CAPITALE

3) Riproduzione su scala allargata.

Sin qui abbiamo considerato in che modo dal capitale sgorghi il plusvalore; ora dobbiamo

esaminare come dal plusvalore nasca il capitale. L’accumulazione del capitale è infatti la

trasformazione del plusvalore in capitale.

Esaminiamo il procedimento, per intanto, dal punto di vista del capitalista individuale. Il

proprietario di un calzaturificio anticipa un capitale di L. 10.000.000, di cui i quattro quinti si

convertono in macchine, cuoio e materie ausiliarie, un quinto in salario; e produce in un anno

4.000 paia di scarpe per un valore di L. 12.000.000. Se il saggio del plusvalore è del cento per

cento (come lo è nell’esempio), il plusprodotto (o prodotto netto), ammonta ad un sesto del

prodotto lordo, ossia a 666 paia di scarpe del valore di mercato di L. 2.000.000. La somma di

L. 2.000.000, equivalente del prodotto netto, non porta scritto in fronte che essa è plusvalore.

E d’altra parte la natura di plusvalore di un valore dice soltanto come esso sia pervenuto al suo

proprietario, il che non cambia per niente il suo carattere di valore. Quindi il capitalista

calzaturiero per trasformare la nuova somma di L. 2.000.000, invariate restando le altre

circostanze, ne anticiperà quattro quinti per l’acquisto di macchine, cuoio e materie ausiliarie

addizionali; un quinto per l’acquisto di nuovi operai. Alla fine dell’anno, a ciclo compiuto, il

nuovo capitale entrato in funzione ha reso a sua volta un plusvalore di 1.400.000.

Ora, mentre il valore del capitale originario di L. 10.000.000 è stato anticipato sotto forma di

denaro, il plusvalore esiste invece, fin dal principio, come valore corrispondente a una parte

del prodotto. Se questa parte del prodotto viene venduta il valore capitale riacquista la sua

forma iniziale; ma il plusvalore cambia la sua forma di esistenza, da merce in denaro. A

vendita avvenuta, valore capitale e plusvalore non sono altro che denaro, pronto per

ritrasformarsi in capitale. Però affinché il fabbricante possa ricominciare la fabbricazione di

scarpe, e su scala allargata, deve trovare sul mercato gli elementi addizionali costitutivi di tale

65

produzione, ossia materie prime e forza-lavoro supplementari. Occorre quindi che la

produzione annua complessiva provveda, innanzitutto, gli oggetti occorrenti a reintegrare le

parti materiali consumate dal capitale nel corso dell’anno e, poi, che gli oggetti materiali di cui

si compone il plusprodotto non siano cose destinate a soddisfare le voglie della classe

capitalistica. Per accumulare bisogna trasformare in capitale una parte del plusprodotto e se

non si crede ai miracoli si possono trasformare in capitale solo quelle cose che si possono

adoperare nel processo lavorativo: mezzi di produzione e mezzi di sussistenza consumabili

dall’operaio. Perciò una parte del pluslavoro annuo deve essere impiegata a produrre mezzi

addizionali di produzione e di sussistenza. Solo in quanto il plusprodotto contenga già le parti

costitutive di un nuovo capitale il plusvalore è trasformabile in capitale. Inoltre, perché il nuovo

capitale possa funzionare, salvo sia possibile intensificare lo sfruttamento di quelli occupati,

occorre un supplemento di operai nuovi. A ciò provvede la produzione capitalistica stessa, che

riproduce la classe degli operai come classe dipendente dal salario, il quale d’ordinario deve

essere sufficiente al sostentamento e alla moltiplicazione dell’operaio. Pertanto vista in

concreto l’accumulazione si risolve in riproduzione del capitale progressiva.

Ritorniamo ora all’esempio. Da dove è venuto fuori il capitale originario anticipato? (L.

10.000.000). Come lo ha avuto il suo possessore? I corifei dell’economia politica rispondono in

coro: con il lavoro proprio e con quello dei propri avi. E di fatto tale risposta sembra l’unica che

si accordi alla produzione di merci. Mentre rinviamo l’illustrazione del quesito a quanto si dirà

in seguito sulla cosiddetta accumulazione primitiva si fa osservare intanto che ben

diversamente stanno le cose per quanto riguarda il nuovo capitale addizionale di L. 2.000.000.

Tale capitale appena nato è plusvalore capitalizzato. Fin dall’origine non contiene una briciola

di valore che non derivi da lavoro altrui non pagato. Presupposto di questa accumulazione è il

capitale originario di L. 10.000.000, che per intanto supponiamo appartenga al suo possessore

in virtù del suo "lavoro originario"; presupposto del secondo capitale addizionale di L. 400.000,

invece non è altro che il plusvalore capitalizzato di L. 2.000.000. Dunque adesso appare in

tutta evidenza che proprietà del lavoro trascorso non retribuito sembra essere esclusivamente

quella di appropriarsi di lavoro fresco non retribuito. Quindi, quanto più il capitalista ha

accumulato, tanto più egli può accumulare.

4) Conversione delle leggi della proprietà fondate sulla produzione semplice delle

merci in leggi della appropriazione capitalistica.

L’arricchimento del capitalista e la sua forma oggettiva, l’accumulazione del capitale, per

quanto sembrano contraddirsi, avvengono non in contrasto bensì in conformità alle leggi della

produzione semplice di merci ed al diritto di proprietà relativo. L’appropriazione basata sulla

proprietà privata (unione di proprietà e lavoro) si trasforma, con lo sviluppo della produzione

mercantile nella produzione capitalistica, in appropriazione capitalistica (diritto di appropriarsi il

prodotto dell’operaio e impossibilità da parte di quest’ultimo di disporne).

Si è già visto che la trasformazione del denaro in capitale si compie in pieno accordo con le

leggi economiche della produzione semplice delle merci e con il diritto di proprietà ad essa

corrispondente. Ciò non di meno essa porta al risultato:

- che il prodotto appartiene al capitalista non all’operaio;

- che il valore di questo prodotto contiene oltre al valore anticipato anche un plusvalore che

all’operaio è costato lavoro, al capitalista niente;

- che l’operaio ha conservato la propria forza-lavoro, che può nuovamente rivendere solo se

trova un compratore. 66

La riproduzione semplice rinnova sempre, costantemente tale risultato. La legge dello scambio

non viene eliminata; anzi trova modo di attuarsi stabilmente.

Orbene che cosa cambierebbe in tale risultato per il fatto che il capitalista trasforma il

plusvalore in capitale? Niente. Il plusvalore è proprietà del capitalista. Se egli lo anticipa per la

produzione, fa anticipi dai suoi fondi come il primo giorno in cui si è presentato sul mercato.

Che tale anticipo dipende da lavoro non retribuito è cosa che non ha qui alcuna importanza, in

quanto l’operaio ha prodotto il plusvalore senza subire decurtazioni di prezzo della sua merce,

la forza-lavoro.

Certamente le cose si presenterebbero in modo molto differente se dovessimo considerare la

produzione capitalistica nel suo costante rinnovarsi ed al posto del singolo capitalista ed

operaio vedessimo classe capitalista e classe operaia nell’assieme. Ma facendo ciò

applicheremmo una scala estranea alla produzione delle merci, ove stanno sempre di fronte,

l’uno indipendente dall’altro, venditore e compratore. Per giudicare la produzione delle merci

secondo le proprie leggi economiche dobbiamo considerare ogni atto di scambio isolatamente,

al di fuori dell’atto di scambio che lo precede e di quello che gli succede. Poiché compere e

vendite vengono concluse da individui singoli è fuori posto cercarvi rapporti tra classi sociali.

Sicché, per quanto lunga possa essere la serie delle riproduzioni percorse dal capitale sino ad

oggi, esso conserva sempre la sua primitiva verginità.

Dato che in ogni atto di scambio viene osservata la legge del valore, anche se mutasse il modo

di appropriazione, il diritto di proprietà corrispondente alla produzione di merci non ne

verrebbe intaccato. Esso continua a vigere sia quando il prodotto appartiene al produttore e

questi può arricchirsi soltanto col proprio lavoro personale, sia quando la ricchezza sociale

diventa proprietà di coloro che sono in grado di appropriarsi del lavoro altrui non pagato.

Tale risultato è inevitabile appena la forza-lavoro diviene merce. E’ a partire da questo

momento che la produzione delle merci si generalizza e tutta la ricchezza prodotta passa

attraverso la circolazione. Solo dove il lavoro salariato ne rappresenta il fondamento la

produzione delle merci si impone con le sue leggi coercitive alla società e ne sviluppa le sue

potenze interne. E’ pertanto una magra illusione quella nutrita da certe scuole pseudo-

socialiste (Proudhon), le quali vogliono abolire la proprietà capitalistica, contrapponendo ad

essa le "eterne leggi della proprietà della produzione di merci". Nella misura in cui la

produzione di merci si sviluppa, secondo le proprie leggi, in produzione capitalistica, le sue

leggi della proprietà si convertono in leggi della appropriazione capitalistica.

5) Concezione erronea della riproduzione allargata da parte dell’economia politica.

Nello stesso modo in cui le merci, che il capitalista compra per il proprio consumo, non servono

ai fini della valorizzazione del suo capitale, così anche il lavoro che egli acquista per i propri

bisogni personali non è lavoro produttivo. Invece di trasformare il plusvalore in capitale egli lo

consuma come reddito. Perciò, in contrapposizione al modo di vedere della vecchia nobiltà, che

consiste nel "consumare quello che c’è", largheggiando nel lusso e nell’abbondanza dei servizi

personali, l’economia borghese proclama come primo dovere del cittadino l’accumulazione del

capitale; "Non si può accumulare se si mangia tutto il reddito". Inoltre essa è costretta a

polemizzare contro il pregiudizio popolare, che confonde l’accumulazione con la

tesaurizzazione; ossia con l’esclusione del denaro dalla circolazione, che è l’esatto opposto

della valorizzazione. L’economia politica ha ragione nel sottolineare che momento caratteristico

del processo di accumulazione è il consumo del plusprodotto da parte dei lavoratori produttivi.

Ma proprio qui comincia il suo errore, Adamo Smith, seguito in ciò da Ritardo, ha fatto entrare

di moda il concetto che l’accumulazione consista nel consumo del plusprodotto da parte

esclusiva dei lavoratori produttivi. Egli si rappresenta la conversione del plusvalore in capitale

come pura e semplice conversione del plusvalore in forza-lavoro. E si inganna vistosamente,

perché non tiene affatto conto che il plusvalore, come il capitale originario, deve convertirsi sia

67

in capitale costante, sia in capitale variabile; tanto in mezzi di produzione, quanto in forza-

lavoro.

Naturalmente l’economia politica non ha mancato di sfruttare la proposizione erronea di Smith

a vantaggio della classe capitalistica, sostenendo che tutta la parte del plusprodotto

trasformata in capitale viene consumata dalla classe operaia.

6) Divisione del plusvalore in capitale e reddito.

Nel paragrafo dedicato alla riproduzione semplice abbiamo considerato il plusvalore, e quindi il

plusprodotto, come costituente esclusivamente il fondo di consumo del capitalista; mentre nei

successivi è stato considerato come costituente soltanto il fondo di accumulazione. In realtà

esso non è né l’uno né l’altro, bensì l’uno e l’altro nello stesso tempo. Infatti una parte del

plusvalore viene consumata dal capitalista come reddito, un’altra viene invece capitalizzata o

accumulata. Pertanto, data la massa del plusvalore, a determinare la grandezza

dell’accumulazione è la misura in cui esso si ripartisce in capitale e reddito. Più plusvalore è

capitalizzato maggiore diventa la scala dell’accumulazione; e viceversa. Poiché a compiere tale

divisione è il proprietario del plusvalore, si dice allora che egli risparmia quella parte del

plusvalore che accumula perché non se lo mangia, cioè perché adempie alla sua funzione di

capitalista, alla funzione di arricchirsi.

Solo finché funziona come "capitale personificato" il capitalista ha, di fatto, diritto storico

all’esistenza. Solo in tale funzione la sua transitoria presenza è giustificata dalla necessità

transitoria del modo di produzione capitalistico. Ma ciò che lo muove non è il valore d’uso o il

godimento in genere, bensì il valore di scambio, il suo incessante moltiplicarsi. Come fanatico

agente della valorizzazione del valore esso costringe l’umanità alla produzione per la

produzione, spingendola a sviluppare, in tal modo, le forze produttive sociali, base per una

nuova forma di società, in cui principio dominante sia: "lo sviluppo pieno e libero dell’uomo".

Perciò, in quanto il proprio agire costituisce soltanto funzione del capitale, il suo consumo

privato è considerato dal capitalista stesso come furto ai danni dell’accumulazione del proprio

capitale; il che nella contabilità all’italiana si esprime ponendo le spese private nella colonna

del dare del capitalista, di contro al suo capitale stesso.

Con lo sviluppo dei modo di produzione il capitalista cessa però di essere una pura e semplice

incarnazione del capitale. Mentre il capitalista all’antica considera il proprio consumo

individuale come peccato verso la propria funzione di accumulatore, il capitalista modernizzato

concepisce l’accumulazione come una "rinuncia" del proprio istinto di godimento. Agli inizi

storici del capitalismo dominano come passioni assolute - e questo vale per ogni nuovo

capitalista - l’istinto all’arricchimento e l’avarizia; ma il progresso della produzione, oltre a

creare un mondo di godimenti, apre anche, con la speculazione e con il credito, fonti

inaspettate di arricchimento. A questo punto un certo grado convenzionale di sperpero diventa

addirittura una "necessità di mestiere" per il capitalista. Il lusso viene a far parte così delle

spese di rappresentanza del capitale. Inoltre, poiché il capitalista si arricchisce nella misura in

cui succhia lavoro non pagato, la prodigalità interessata di cui esso può dar prova, può

crescere col crescere della sua accumulazione, senza che la prima pregiudichi la seconda. Con

il crescere dell’accumulazione si accende in lui un conflitto "drammatico" tra istinto ad

accumulare ed istinto a godersela.

7) La teoria dell’astinenza. 68

L’economia politica classica ha espresso la missione storica dell’epoca borghese nelle seguenti

formule: "produzione per la produzione"; "accumulazione per l’accumulazione". Se è vero che

per essa il proletariato conta soltanto come macchina per la produzione di plusvalore, per la

stessa anche il capitalista conta soltanto come macchina per la conversione del plusvalore in

capitale.

Per proteggere il capitalista dal "drammatico" conflitto tra istinto ad accumulare ed istinto ad

arricchirsi il Malthus all’inizio del secondo decennio dei secolo XIX si fece sostenitore di una

divisione del lavoro che assegna al capitalista il ruolo dell’accumulazione e all’aristocrazia

terriera e ai beneficiari statali ed ecclesiastici il mestiere della prodigalità. Senonché la dotta

contesa sul come dovesse essere spartito, fra capitalista industrioso e proprietario fondiario

ozioso, il bottino spremuto alla classe operaia nel modo più proficuo per l’accumulazione,

venne sotterrata dalla rivoluzione di Luglio, dall’insurrezione di Lione e dall’erompere, al di qua

e al di là della Manica, dell’owenismo, sansimonismo e fourierismo. Suonò così l’ora per

l’"economia volgare", che venne al mondo, annunciando alla società minacciata una grande

"scoperta": "il capitale non è che frutto dell’astinenza del capitalista".

"Quanto più la società progredisce - proclama Senior - tanto maggiore astinenza si richiede".

Per i pifferi dell’economia volgare non solo l’accumulazione di un capitale, ma anche la

semplice conservazione di un capitale, "esige una costante tensione dell’energia per resistere

alla tentazione di mangiarlo*. Quindi se il mondo vive ancora, sarebbe soltanto per

l’automortificazione del capitalista, questo penitente moderno di Visnù!

Nelle più differenti formazioni economiche della società non si ha soltanto riproduzione

semplice, ma in misura più o meno grande riproduzione allargata. Si produce di più e si

consuma di più. Tale processo non si presenta però mai come accumulazione del capitale,-

finché i mezzi di produzione e i mezzi di sussistenza non si trovano contrapposti all’ operaio

sotto forma di capitale.

8) Circostanze che determinano il volume dell’accumulazione indipendentemente

dalla divisione proporzionale del plusvalore in capitale e reddito.

Supposta la proporzione nella quale il plusvalore si divide in capitale e reddito la grandezza del

capitale accumulato dipende ovviamente dalla grandezza assoluta del plusvalore. Se l’80 per

cento viene accumulato e il 20 per cento viene mangiato dal capitalista il capitale accumulato

risulterà in base al nostro esempio, di L. 1.600.000. Tutte le circostanze che determinano la

massa del plusvalore concorrono anche a determinare la grandezza dell’accumulazione. Qui

bisogna riassumere tali circostanze nella misura in cui offrono, in relazione all’accumulazione,

nuovi punti di vista.

A) GRADO DI SFRUTTAMENTO DELLA FORZA-LAVORO

Analizzando la produzione del plusvalore si è sempre presupposto che il salario fosse uguale al

valore della forza-lavoro, Nondimeno la riduzione forzosa del salario al di sotto di tale valore è

un fatto così frequente nella pratica che il fondo di consumo dell’operaio diviene, entro certi

limiti, una fonte supplementare del fondo di accumulazione del capitale. La tendenza

costante del capitale è quella di abbassare il salario fino alla gratuità dell’operaio.

Inoltre lo sfruttamento più prolungato o più intensivo della forza-lavoro, invariata restando la

parte costante dei capitale, aumenta il plusvalore è quindi la sostanza dell’accumulazione.

Nell’industria estrattiva è sufficiente un semplice aumento del lavoro per accrescere,

impiegando gli stessi mezzi di lavoro, la massa e il valore del prodotto. Nell’agricoltura la

semplice lavorazione meccanica del terreno dà pure risultati meravigliosi in quantità di

prodotto e consente quindi il medesimo effetto. Nell’industria in senso proprio è possibile poi 69

ottenere lo stesso risultato, basta impiegare i prodotti realizzati nelle prime due branche senza

anticipo aggiuntivo di capitale.

Risultato generale: il capitale incorporandosi le sorgenti della ricchezza materiale, forza-lavoro

e terra, acquista una forza di espansione che gli consente di estendere gli elementi della sua

accumulazione oltre i confini posti dalla sua propria grandezza; cioè dal valore della massa dei

mezzi di produzione prodotti.

B) PRODUTTIVITÀ DEL LAVORO

Con il crescere della forza produttiva del lavoro cresce la massa dei prodotti, nei quali si

oggettiva un dato valore e rispettivamente un plusvalore di grandezza determinata. Di

conseguenza, anche quando il saggio del plusvalore rimane invariato o addirittura scende,

purché meno dell’aumento della forza produttiva, la massa del plusprodotto cresce. Il valore

del capitale addizionale si presenta ora in una massa accresciuta di prodotti, i quali allargano la

base materiale della riproduzione. Inoltre lo sviluppo della forza produttiva influisce sul capitale

già in funzione, in quanto nella misura in cui deve essere rinnovato materialmente, esso viene

riprodotto nella forma più produttiva.

Dunque, ogni introduzione di nuovi metodi lavorativi, ossia ogni elevamento della forza

produttiva del lavoro, agisce quasi contemporaneamente sia sul capitale addizionale sia su

quello originario già funzionante. Una massa crescente di plusprodotto viene così ad allargare il

fondo di accumulazione. Scienza e tecnica, da parte loro, potenziano l’espansione del capitale

indipendentemente dalla grandezza di valore del capitale in funzione.

C) DIFFERENZA CRESCENTE FRA CAPITALE IMPIEGATO E CAPITALE CONSUMATO

Sappiamo che il lavoro trasmette al prodotto il valore dei mezzi di produzione consumati.

D’altra parte il valore e la massa di tali mezzi che possono essere azionati da una quantità di

lavoro crescono col crescere della produttività del lavoro. Perciò, quantunque la stessa quantità

di lavoro aggiunga alla massa accresciuta di prodotti sempre e soltanto la stessa quantità di

valore, il valore capitale vecchio che essa trasferisce nei prodotti aumenta con l’aumento della

produttività dei lavoro. Ne discende che col crescere dell’efficienza, della massa di valore dei

mezzi di produzione, cioè con l’accumulazione, il lavoro conserva e perpetua un valore capitale

sempre crescente.

Ma coll’aumento del capitale aumenta la massa dei mezzi di produzione (macchine,

stabilimenti, tubature, apparecchi vari, ecc.) i quali funzionano per periodi più o meno lunghi,

prima di essere sostituiti in conseguenza del logorio. Sappiamo che i mezzi di lavoro entrano

per intero nel processo di produzione, ma perdono poco per volta il loro valore, cedendolo poco

per volta nel prodotto. Ora nella misura in cui vengono usati interamente ma "consumati" solo

poco per volta, essi forniscono lo stesso "servizio gratuito" delle forze naturali. Questo servizio

gratuito del lavoro passato, che si sprigiona quando viene animato dal lavoro vivente, si

accumula insieme all’ingrandirsi della scala dell’accumulazione. E’ tipico dell’economia

borghese attribuire l’importanza, sempre crescente del lavoro trascorso nel processo lavorativo

vivente, non all’operaio che lo ha realizzato, bensì alla figura di capitale assunta dal prodotto

del lavoro.

D) ENTITA’ DEL CAPITALE ANTICIPATO

Dopo il grado di sfruttamento della forza-lavoro la massa del plusvalore dipende dal numero

degli operai sfruttati. Questo a sua volta dipende dalla massa del capitale anticipato. Dunque:

più cresce, accumulandosi, il capitale, più cresce la somma di valore destinabile al consumo e

alla valorizzazione. 70

9) Sul cosiddetto fondo di lavoro.

Dall’analisi svolta risulta evidente che il capitale non è una grandezza, ma una parte elastica

della ricchezza sociale, sempre fluttuante col variare della divisione del plusvalore in reddito e

capitale addizionale. Inoltre è chiaro, anche quando la grandezza del capitale in funzione è

data, che la forza-lavoro, la scienza e la terra costituiscono potenze elastiche dell’espansione

del capitale, le quali allargano il suo campo d’azione oltre i limiti della propria grandezza

stessa- Nonostante ciò l’economia classica ha sempre prediletto considerare il capitale come

una grandezza fissa, dal grado fisso di efficacia. Tale pregiudizio è stato poi innalzato a dogma

dall’arcifilisteo Bentham, mentre è stato utilizzato a scopi glorificativi da Malthus, James Mill,

Mac Culloch e altri.

Per questi economisti il capitale variabile sarebbe una grandezza fissa e la massa dei mezzi di

sussistenza, che esso rappresenta per la classe operaia (cosiddetto fondo di lavoro), una parte

speciale della ricchezza sociale, dai confini ferrei, stabiliti per natura, e quindi ‘insormontabili,

La morale della favola è: se la parte di questo fondo di lavoro, spettante a ogni operaio

risultasse piccola, ciò dipenderebbe dal fatto che gli operai sono troppi; e che pertanto la

miseria non è di ordine sociale, bensì naturale.

INDICE CAPITOLO 23º

COMPOSIZIONE DEL CAPITALE

10) La composizione del capitale.

Possiamo ora analizzare l’influenza che l’accrescimento dei capitale esercita sulle condizioni di

vita della classe operaia. Gli aspetti più importanti di tale indagine sono: la composizione del

capitale e le modificazioni che questa composizione subisce durante il processo di

accumulazione.

La composizione del capitale va vista da due angoli visuali: a) dal lato del valore; è la

proporzione in cui si suddivide il capitale tra parte costante e parte variabile e dicesi

"composizione del valore"; b) dal lato materiale; è il rapporto che intercorre tra massa dei

mezzi di produzione e forza-lavoro impiegata, e dicesi "composizione tecnica". Fra entrambe

esiste un nesso reciproco. Chiamiamo "composizione organica del capitale" la composizione del

valore in quanto sia determinata dalla composizione tecnica e in quanto rispecchi i

cambiamenti che avvengono in questa. Ogni qualvolta si parlerà di composizione del capitale

senz’altra specificazione si intenderà riferirci alla composizione organica.

I vari capitali investiti in un ramo di produzione presentano una composizione molto differente.

Però la media delle varie composizioni ci dà la composizione del capitale complessivo del ramo

considerato. La media complessiva dei vari rami ci dà a sua volta la composizione del capitale

sociale di un paese. E’ di questo che si tratta nella presente analisi.

11) Domanda crescente della forza-lavoro per effetto dell’accumulazione. 71

L’aumento del capitale comporta l’aumento della sua parte costitutiva variabile: una frazione

del plusvalore capitalizzato deve essere costantemente ritrasformata in fondo addizionale per il

lavoro. Supposta invariata la composizione organica del capitale la domanda di forza-lavoro

deve aumentare proporzionalmente all’aumento del capitale. Progredendo l’accumulazione

esige una massa crescente di operai. La domanda di forza-lavoro sorpassa la consueta offerta

di lavoro. Ciò fa lievitare il saggio del salario in generale: in questa situazione i salari dovranno

aumentare.

Bisogna però subito notare che, le circostanze più o meno favorevoli, nelle quali può venirsi a

trovare la classe operaia per effetto dell’aumento del saggio del salario, non cambiano in nulla

la natura della produzione capitalistica. Come la riproduzione semplice riproduce

costantemente il rapporto capitalistico (capitalisti da un lato, operai dall’altro), così pure la

riproduzione progressiva riproduce il rapporto capitalistico su scala allargata (più capitalisti o

grossi capitalisti a un polo, e più salariati a quello opposto). La riproduzione allargata della

forza-lavoro è un elemento essenziale della riproduzione del capitale stesso. L’accumulazione

del capitale è quindi aumento del proletariato.

La particolarità della situazione su accennata - che è la più favorevole agli operai - è che il

"rapporto di soggezione" in cui si trovano i salariati di fronte al capitale, viene a rivestire forme

più tollerabili. Il dominio del capitale si sviluppa più in estensione che in intensità. Lo

sfruttamento si estende su un numero più grande di sudditi. Dalla massa crescente di

plusprodotto realizzatasi, una parte maggiore riaffluisce, sotto forma di mezzi di pagamento,

agli operai; i quali possono in tal modo ampliare il loro fondo di consumo: nutrirsi meglio e fare

qualche piccolo risparmio. Tale migliore trattamento non può abolire però la schiavitù del

lavoro salariato. Un aumento del prezzo del lavoro significa soltanto che, il peso della catena

che inchioda l’operaio salariato al capitale, si è solo momentaneamente allentato.

Infatti non si deve mai perdere di vista che il tratto caratteristico della produzione capitalistica

è la valorizzazione del capitale; che la legge assoluta di questo modo di produzione è la

produzione di plusvalore. La forza-lavoro è vendibile in quanto riproduce il proprio valore come

capitale e fornisce inoltre un plusvalore, sorgente di capitale addizionale. Siano più o meno

favorevoli all’operaio le condizioni di vendita della forza-lavoro, il salario implica in ogni caso,

per sua natura, che esso fornisca al capitalista una quantità di lavoro non pagato. Quindi

l’aumento del saggio del salario può, nel migliore dei casi, significare non altro che una

diminuzione della quantità del lavoro non pagato che l’operaio deve compiere a vantaggio del

capitalista.

D’altra parte tale diminuzione non potrà mai scendere al punto da minacciare il sistema stesso.

Infatti, astrazion fatta dai conflitti sociali intorno al saggio del salario, l’aumento del salario per

effetto dell’accumulazione pone la seguente alternativa: o il prezzo del lavoro continua a

crescere perché il suo aumento non turba il processo dell’accumulazione, e in ciò non c’è

niente di anormale, oppure l’accumulazione allenta il ritmo in seguito all’aumento del prezzo

del lavoro, perché viene meno lo stimolo del profitto. In quest’ultimo caso l’accumulazione

diminuirebbe. Ma nel diminuire sopprimerebbe la causa stessa della sua diminuzione: la

sproporzione fra capitale e forza-lavoro sfruttabile. Così il meccanismo del processo di

produzione capitalistico elimina da se stesso gli ostacoli che crea momentaneamente.

E’ chiaro che, come non è il numero ristretto della popolazione operaia a rendere eccedente,

nel primo caso, il capitale, ma viceversa l’aumento del capitale a rendere insufficiente la forza-

lavoro sfruttabile, così nel secondo caso non è l’aumento della popolazione operaia a rendere

insufficiente il capitale, bensì la diminuzione del capitale a rendere eccedente la forza-lavoro da

sfruttare. Nell’accumulazione la grandezza variabile indipendente è il capitale, la dipendente il

salario. Il rapporto tra capitale, accumulazione e saggio del salario è la proporzione fra il lavoro

non pagato che si trasforma in capitale e il lavoro supplementare richiesto dal capitale

supplementare. Non è quindi un rapporto fra due grandezze indipendenti, ossia fra il capitale

da una parte e la massa della popolazione operaia dall’altra. Si tratta del rapporto tra il lavoro

retribuito e quello non retribuito della medesima popolazione operaia. 72

Se la quantità di lavoro non retribuito, fornito dalla classe operaia e accumulato dalla classe dei

capitalisti, cresce con un ritmo tale che la sua trasformazione in capitale è possibile soltanto

con l’impiego straordinario di lavoro pagato, il salario cresce, mentre cala il lavoro non pagato.

Però appena tale diminuzione si fa sentire l’accumulazione rallenta; il movimento dei salari in

ascesa subisce un contraccolpo. Dunque: l’aumento del prezzo del lavoro rimane confinato

entro limiti che non solo lasciano intatta la base del sistema capitalistico, ma ne assicurano

anche la riproduzione a scala allargata.

12) Diminuzione relativa della parte variabile dei capitale nel processo di

accumulazione.

Presupponendo invariata la composizione del capitale non abbiamo considerato che un aspetto

del processo di accumulazione. Questo ne presenta però un altro, che va al di là di tale

supposizione. Infatti, il progresso dell’accumulazione provoca in un primo momento un

aumento quantitativo degli elementi materiali del capitale; ma in un secondo momento, in

seguito allo sviluppo della forza produttiva del lavoro ad esso connesso, produce un

cambiamento nella composizione tecnica del capitale. La massa dei mezzi di lavoro e delle

materie prime aumenta sempre più di fronte alla forza-lavoro necessaria al loro uso. Il

cambiamento così intervenuto nella composizione tecnica si riflette sulla composizione del

valore. Aumenta la parte costitutiva costante del capitale rispetto alla sua parte variabile. Tale

aumento di grandezza della parte costante, che si manifesta con la diminuzione relativa della

parte variabile, non esclude però che quest’ultima aumenti effettivamente in assoluto. La

ritrasformazione ininterrotta del plusvalore in capitale produce dunque, costantemente, il

cambiamento della composizione organica, per cui la parte costitutiva variabile diventa più

piccola a paragone di quella costante.

Nella IV Sezione si è visto come lo sviluppo della forza produttiva del lavoro richiede una

"cooperazione su larga scala" e come tale presupposto soltanto consente l’introduzione del

sistema delle macchine e l’assoggettamento al processo produttivo, mediante l’applicazione

tecnologica della scienza, delle forze immense della natura. Nella produzione mercantile, ove i

mezzi di produzione sono in mano di privati e ove il lavoratore produce le merci isolatamente

oppure vende la propria forza-lavoro, l’anzidetto presupposto si realizza solamente, o con

l’"aumento del capitale individuale", oppure nella misura in cui i "mezzi di produzione e di

sussistenza vengono trasformati in proprietà privata di capitalisti". Su base mercantile la

produzione in grande scala è possibile solamente in "forma capitalistica". Quindi, è presupposto

della produzione capitalistica l’esistenza di una certa accumulazione di capitale nelle mani di

produttori di merci. E, trattando del passaggio dall’artigianato alla manifattura, si è dovuto

conseguentemente presupporla.

D’altra parte si è pure visto che i metodi per sviluppare la forza produttiva del lavoro sono

insieme metodi per aumentare la produzione del plusvalore e riprodurre progressivamente

capitale mediante capitale, accumulare. Perciò se un certo grado di accumulazione è la

condizione del modo di produzione capitalistico, questo ha per conseguenza l’accumulo

accelerato del capitale. Dunque: insieme all’accumulazione del capitale si sviluppa il modo di

produzione capitalistico; insieme al modo capitalistico l’accumulazione del capitale. Questi due

fattori, in ragione dell’impulso reciproco che si danno, modificano la composizione del capitale

e con ciò producono una diminuzione del numero degli operai impiegati rispetto alla mole

accresciuta dei mezzi di lavoro.

Nel processo di accumulazione ciò avviene sotto l’impulso delle sue due forme tipiche: la

concentrazione e la centralizzazione.

A) CONCENTRAZIONE 73

Ogni capitale individuale rappresenta una concentrazione più o meno grande di mezzi di

produzione e di mezzi di sussistenza nelle mani di un capitalista. Questa concentrazione (o

concentramento), mentre costituisce già un’accumulazione, è un mezzo per una nuova

accumulazione. Aumentando gli elementi riproduttivi della ricchezza, aumenta la

concentrazione del capitale dei singoli capitalisti; e con la crescita dei capitali individuali il

capitale complessivo sociale.

Senonché i capitali individuali si riproducono nelle varie sfere economiche come centri

autonomi di accumulazione, l’uno indipendente dall’altro ed in concorrenza fra loro. Non solo,

ma i capitali originari si scindono. Da essi si distaccano frammenti di valore che danno luogo a

capitali nuovi autonomi. Sicché con la "concentrazione" (l’espressione è identica ad

accumulazione) aumenta il potere di comando dei singoli capitalisti sul lavoro; ma provocando

la formazione di capitali nuovi e scindendo capitali vecchi, ossia aumentando più o meno il

numero dei capitalisti, moltiplica i centri di accumulazione dando luogo alla "ripulsione

reciproca" dei vari capitali individuali.

B) CENTRALIZZAZIONE

Contro questa dispersione del capitale complessivo in numerosi capitali individuali reagisce una

tendenza opposta: "l’attrazione reciproca" delle varie frazioni di capitale o "centralizzazione".

Questo processo si distingue dalla concentrazione, in quanto riunisce in una sola mano più

capitali frazionati, già formati e funzionanti. Tendendo a superare l’autonomia dei singoli

capitali mediante la riunificazione in una sola mano (espropriazione del capitale da parte del

capitalista), la centralizzazione opera indipendentemente dai limiti assoluti dell’accumulazione.

Non potendo qui illustrare il movimento di attrazione del capitale da parte del capitale si

ricorda che la concorrenza si combatte vendendo le merci più a buon mercato. Poiché il buon

mercato delle merci dipende dalla produttività del lavoro, che a sua volta è legata alla scala

della produzione, ne consegue che i capitali più grossi scacciano i capitali più piccoli. Inoltre

con lo sviluppo della produzione capitalistica sorge una potenza nuova: "il sistema del credito".

Questo diventa un’arma formidabile nella lotta di concorrenza. Concorrenza e credito diventano

quindi le leve più potenti della centralizzazione del capitale.

C) RAPPORTI FRA CONCENTRAZIONE E CENTRALIZZAZIONE

La concentrazione è la riproduzione del capitale su scala allargata. Essa comporta un aumento

della grandezza del capitale sociale. La centralizzazione prescinde invece da qualsiasi aumento

del capitale sociale e può avvenire mediante un semplice cambiamento nella distribuzione dei

capitali esistenti. Il capitale può ammucchiarsi qui in una sola mano, perché è sottratto là a

numerose mani.

In un dato ramo di affari la centralizzazione raggiungerebbe il limite massimo qualora tutti i

capitali del ramo si fondessero in un unico capitale. Tale limite sarebbe raggiunto, nella

società, qualora tutto il capitale sociale si trovasse in una sola mano o nelle mani di una sola

associazione capitalistica.

La centralizzazione completa l’azione della concentrazione in quanto consente ai capitalisti di

allargare la scala della loro attività. Sia che avvenga in forma violenta (annessione), sia che

avvenga in forma blanda (consorzio, società), ovunque la maggiore grandezza raggiunta dal

capitale rappresenta il punto di partenza per un’organizzazione più ampia del lavoro; per la

trasformazione rapida dei processi di produzione isolati in processi di produzione combinati

socialmente e condotti secondo scienza. Mentre la concentrazione avviene ad un ritmo

piuttosto lento, la centralizzazione, non dovendo cambiare che la ripartizione esistente del

capitale sociale fra i vari capitalisti, è un processo molto più rapido. Le ferrovie, per esempio,

non sarebbero apparse al mondo se avessero dovuto attendere che la concentrazione

permettesse ad un capitalista di affrontarne la costruzione. 74

Dunque: la centralizzazione aumenta gli effetti della concentrazione e li accelera. Con ciò

allarga ed accelera i rivolgimenti nella composizione tecnica del capitale. Di conseguenza

aumenta la parte costante del capitale a spese di quella variabile; diminuisce in definitiva la

domanda relativa di operai.

13) Produzione crescente di un esercito industriale di riserva.

Il progresso costante dell’accumulazione muta costantemente la proporzione tra la parte

costante e quella variabile del capitale. Poiché la domanda di lavoro è determinata non dal

volume complessivo del capitale ma dalla sua parte variabile, essa diminuisce relativamente

con l’aumento del capitale complessivo. Tale diminuzione relativa della parte variabile,

accelerata in misura crescente dall’aumento del capitale, mentre costituisce l’effetto

caratteristico dell’accumulazione, si manifesta invece come aumento assoluto della popolazione

rispetto ai mezzi che le danno occupazione (capitale variabile).

In realtà il movimento di accumulazione del capitale produce cambiamenti continui nella

composizione. In alcune sfere si ha un cambiamento della composizione per effetto della

concentrazione; ma il capitale non viene aumentato. In altre l’aumento assoluto del capitale è

connesso alla diminuzione assoluta della parte variabile. In altre ancora ora il capitale continua

ad aumentare sulla base tecnica data e attira quindi operai addizionali; ora muta di

composizione e restringe la domanda di lavoro. In ogni sfera l’aumento di numero degli operai

occupati è legato a violente fluttuazioni e alla formazione momentanea di una

sovrappopolazione, che può consistere, tanto di operai disoccupati, quanto di operai che

incontrano difficoltà ad essere occupati attraverso i normali canali di sfogo. Con l’aumento del

capitale in funzione, con l’estensione della scala di produzione in cui una maggiore attrazione

di operai è connessa ad una maggiore ripulsione, la composizione del capitale varia ancor più

rapidamente; mentre si allargano le sfere di produzione, nelle quali il cambiamento si fa

sentire, ora contemporaneamente, ora alternativamente. Quindi la popolazione operaia, che è

la sorgente dell’accumulazione, con l’accumulazione del capitale produce, in misura crescente,

"i pezzi per rendere se stessa relativamente eccedente".

La sovrappopolazione operaia da prodotto dell’accumulazione diventa per contro la leva

essenziale dell’accumulazione stessa. Essa costituisce un "esercito industriale di riserva

disponibile" di pertinenza esclusiva del capitale, sempre pronto ai suoi bisogni immediati di

valorizzazione. L’aumento della forza di espansione subitanea del capitale, dovuta al processo

di accumulazione, potenziata dal credito, stimolata dall’apertura di nuovi rami di produzione e

dall’allargarsi del mercato, esige che masse di operai siano sempre prontamente spostabili da

un punto all’altro, senza intralcio per la scala esistente della produzione. Tali contingenti sono

formati dalla sovrappopolazione. Il cielo vitale dell’industria poggia sulla costante formazione

dell’esercito industriale di riserva; le cui fasi alterne assorbono, in maggiore o minore misura,

la sovrappopolazione e diventano così gli agenti della riproduzione.

Il ciclo dell’industria moderna, ignoto al passato, non aveva potuto mettere radici nemmeno

agli inizi della produzione capitalistica. La composizione del capitale si è modificata lentamente

e, nei primi gradini, all’accumulazione ha fatto seguito un aumento proporzionale della

domanda di operai. Non solo, ma essa ha incontrato molti ostacoli, che solo i mezzi violenti di

cui si parlerà avanti, poterono eliminare. Perciò, se l’espansione elastica e a scatti della scala di

produzione rappresenta il presupposto della sua contrazione improvvisa, l’espansione non è

affatto possibile senza l’esistenza di manodopera disponibile indipendentemente dall’aumento

assoluto della produzione. Tale manodopera disponibile è creata mediante la costante

"liberazione" di una parte delle forze-lavoro occupate che si verifica con la diminuzione della

parte variabile in rapporto alla parte costante del capitale. L’industria moderna si muove quindi

75

nell’ambito di una continua trasformazione di una parte della popolazione operaia in braccia

disoccupate o occupate a metà.

Alla produzione capitalistica non è sufficiente la massa di forze-lavoro dipendenti dall’aumento

naturale della popolazione. Essa ha bisogno di un esercito industriale di riserva indipendente

da tale limite naturale. Ed essa si forma tale esercito, non solo in generale, modificando la

composizione organica del capitale; ma anche in particolare, tenendo occupate oltre l’orario

normale di lavoro le forze-lavoro già impiegate nel processo di produzione.

Poiché il movimento generale del salario è regolato dalla "espansione" e dalla "contrazione"

dell’esercito industriale di riserva, oscillante con l’alternarsi delle fasi del ciclo industriale (è un

dogma dell’economia politica considerare invece tale movimento come dipendente da quello

del numero assoluto della popolazione operaia) l’esercito industriale di riserva preme, durante i

periodi di stagnazione e di prosperità media, sulla massa operaia attiva, mentre ne frena le

rivendicazioni durante il periodo di sovrapproduzione. La sovrappopolazione relativa è quindi lo

sfondo sul quale si muove la legge della domanda e dell’offerta di lavoro. Essa limita gli effetti

di questa legge entro confini vantaggiosi alla voglia di dominio e di sfruttamento del capitale.

14) Le diverse forme di esistenza della sovrappopolazione relativa.

La sovrappopolazione relativa, nella classe operaia, esiste in tutte le sfumature possibili. Ogni

operaio che sia occupato a metà, oltre al disoccupato, vi fa parte. Prescindendo dalle forme,

che periodicamente vi imprime l’alternarsi delle fasi del ciclo industriale, essa si presenta

permanentemente in tre aspetti: fluttuante, latente e stagnante.

A) FLUTTUANTE

Nei centri industriali moderni (fabbriche, manifatture, fucine e miniere) gli operai vengono, ora

respinti, ora attratti in massa maggiore, benché in numero decrescente alla scala di

produzione.

B) LATENTE

Nella misura in cui il capitale si impadronisce della campagna cala in modo assoluto la

domanda di operai agricoli. Una parte della popolazione rurale si trova costantemente sul

punto di passare o fra il proletariato urbano o fra il proletariato di tutte le altre occupazioni

industriali non agricole.. Questa sorgente di sovrappopolazione scorre permanentemente.

Inoltre il suo costante rifluire verso la città presuppone nella stessa campagna l’esistenza di

una sovrappopolazione "latente", che si rivela in tutta la sua ampiezza, allorquando i canali di

sbocco si ingrossano e l’attraggono in massa. Il salario agricolo viene così depresso al minimo

e l’operaio si trova costantemente con un piede dentro la palude del pauperismo.

C) STAGNANTE

La sovrappopolazione "stagnante" è costituita dagli operai attivi, che hanno però

un’occupazione irregolare. Essa offre al capitale un serbatoio inesauribile di forza-lavoro

sempre pronta. Le condizioni di vita di questa frazione della sovrappopolazione scendono al di

sotto del livello medio della classe operaia, Proprio ciò ne fa la manodopera adatta a particolari

rami di sfruttamento del capitale. Parlando del lavoro a domicilio non si è trattato che di questa

parte della forza-lavoro. Ma essa è alimentata principalmente, dagli operai messi in

sovrannumero nella grande industria e nella grande agricoltura. 76

Il volume di questa forma di sovrappopolazione cresce col crescere dell’accumulazione e

partecipa all’aumento della classe operaia in proporzione maggiore degli altri elementi

componenti. Per essa vale l’insulsa legge della produzione capitalistica secondo cui: "non

soltanto la massa delle nascite e dei decessi, ma anche la grandezza assoluta delle famiglie è

in proporzione inversa del livello del salario, ossia dei mezzi di sussistenza di cui dispongono le

differenti categorie operaie".

A parte le tre forme considerate il frammento inferiore della sovrappopolazione relativa dimora

nell’ambito del "pauperismo". Prescindendo dai vagabondi, delinquenti, prostitute, in una

parola dal sottoproletariato, questo strato sociale consiste di tre categorie.

Prima: persone capaci di lavorare. Seconda: orfani e figli di poveri. Terza: gente finita male. Si

tratta di individui mandati in rovina in conseguenza della fossilizzazione legata alla divisione

del lavoro: oppure di mutilati, malati, vedove, ecc. Il pauperismo costituisce il ricovero degli

invalidi dell’esercito attivo e il peso morto dell’esercito industriale di riserva. La sua produzione

è compresa nella formazione della sovrappopolazione relativa e costituisce perciò insieme a

questa una condizione di esistenza della produzione capitalistica e dell’aumento della ricchezza.

15) La legge generale dell’accumulazione capitalistica.

Quanto più grande è il capitale in funzione, quanto maggiore è il ritmo del suo sviluppo e

quindi la massa assoluta del proletariato e la forza produttiva del lavoro, tanto maggiore è

l’esercito industriale di riserva. Ma quanto maggiore sarà questo esercito industriale di riserva

in rapporto alla massa operaia attiva, tanto più in massa si consoliderà la sovrappopolazione,

la miseria della quale sta in proporzione inversa al tormento del lavoro. Infine quanto più

numeroso è lo strato dei lazzari della classe operaia, tanto più grande è il pauperismo ufficiale.

Questa è la legge generale dell’accumulazione capitalistica. Come qualsiasi altra legge soggiace

all’influenza di circostanze molteplici che non vengono prese qui in esame.

Ora si vede quanto è folle la "saggezza" di quegli economisti i quali predicano agli operai di

adeguare il loro numero ai bisogni di valorizzazione del capitale. L’accumulazione del capitale

adegua costantemente il numero degli operai alle esigenze della valorizzazione, creando una

sovrappopolazione relativa, che ha come conseguenze la miseria di strati sempre crescenti

dell’esercito operaio attivo. Su base capitalistica la legge per cui una massa in aumento di

mezzi di produzione può essere azionata, grazie allo sviluppo della produttività del lavoro, da

una quantità minore di forza-lavoro suona così: "quanto più è alta la produttività del lavoro,

tanto più grande è la pressione degli operai sui mezzi della loro occupazione e quindi tanto più

precaria la loro condizione di esistenza".

Analizzando la produzione del plusvalore relativo si è visto come i metodi per incrementare la

forza produttiva del lavoro si realizzano a spese del produttore: l’operaio viene mutilato,

ridotto a uomo parziale, ad intensificante appendice della macchina; estraniato alle potenze

intellettuali del processo lavorativo; assoggettato ad un despotismo odioso; spremuto come un

limone dal capitale. Orbene, tutti i metodi per la produzione di plusvalore sono al tempo stesso

metodi dell’accumulazione. Viceversa ogni progresso dell’accumulazione diventa il mezzo per lo

sviluppo di questi metodi. Sicché, nella misura in cui il capitale si accumula, qualunque sia la

retribuzione (alta o bassa) la situazione dell’operaio deve peggiorare.

Infine la legge, che proporziona l’esercito industriale di riserva al volume dell’accumulazione,

incatena l’operaio in modo strettissimo: determina un’accumulazione di miseria proporzionata

all’accumulazione del capitale. Perciò l’accumulazione di ricchezza a favore dei capitalisti è per

la classe operaia accumulazione di miseria, tormento di lavoro, brutalizzazione. 77

INDICE CAPITOLO 24º

LA COSIDDETTA ACCUMULAZIONE ORIGINARIA

16) Il mistero dell’accumulazione originaria.

Abbiamo visto come il denaro si trasforma in capitale, come questo produce plusvalore e come

il plusvalore si capitalizza. L’accumulazione del capitale presuppone dunque il plusvalore,

mentre dal canto proprio il plusvalore presuppone la produzione capitalistica, e questa a sua

volta l’esistenza di masse di capitale e di forza-lavoro, di una certa grandezza, nelle mani dei

produttori di merci. Tale movimento sembra aggirarsi in un circolo vizioso, da cui è possibile

uscire solo supponendo un’accumulazione "originaria", antecedente all’ accumulazione

capitalistica, che ne costituisca non il risultato ma il punto di partenza.

L’accumulazione originaria gioca in economia politica la stessa parte che nella teologia gioca il

peccato originale (Adamo morsicò la mela e così il peccato colpi il genere umano). L’economia

politica narra: c’erano una volta, da una parte un’élite diligente, laboriosa e risparmiatrice;

dall’altra degli sciagurati oziosi che dissipavano tutto, il proprio e anche più del proprio. Così è

avvenuto che i primi hanno accumulato ricchezza, mentre gli altri alla fine non si sono trovati

che con la propria pelle da vendere. Da questo "peccato economico originale" sarebbero

scaturite la povertà della gran massa e la ricchezza di una sparuta minoranza, la quale però

continua ad arricchirsi benché abbia da lungo cessato di lavorare.

Se ora si esce dalla leggenda e si guarda alla storia reale si vede che nella realtà storica la

parte fondamentale spetta alla conquista, al soggiogamento, all’assassinio; in una parola alla

violenza. Mentre nell’economia politica regna l’idillio; e diritto e lavoro si alternano nel ruolo di

unici mezzi di arricchimento, nella realtà storica i metodi dell’accumulazione originaria sono

tutto quel che si vuole fuorché idilliaci.

Merce e denaro non sono capitale fin dal principio. Affinché essi si trasformino in capitale

occorre che si incontrino due specie differenti di possessori di merci: da una parte il

proprietario di denaro e di mezzi di sussistenza, cui sta a cuore valorizzare i propri averi;

dall’altra parte operai liberi - liberi nel duplice senso: a) sciolti da qualsiasi servitù personale;

b) privi di mezzi di lavoro - che vendano la propria forza-lavoro. Solo quando sul mercato delle

merci si verifica tale "polarizzazione" esistono le condizioni fondamentali della produzione

capitalistica. Il rapporto capitalistico ha come fondamento la separazione tra lavoratori e

proprietà delle condizioni di realizzazione del lavoro. Una volta avviata, la produzione

capitalista, non solo mantiene tale separazione, ma la riproduce su scala crescente.

L’accumulazione originaria non è altro quindi che il processo storico di separazione del

produttore dai mezzi di produzione. E appare "originaria" perché costituisce la preistoria del

capitale.

La società capitalista sorge dalla dissoluzione di quella feudale. Punto di partenza del processo

storico, che genera sia l’operaio salariato sia il capitalista, è la "servitù del lavoratore". Il

lavoratore ha potuto disporre della propria persona solo dopo essersi affrancato dai vincoli

servili e dal dominio delle corporazioni (1). Da parte loro i capitalisti industriali hanno dovuto

soppiantare il maestro artigiano e i signori feudali. 78


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Moses

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DETTAGLI
Esame: Statistica
Corso di laurea: Corso di laurea in economia
SSD:
Docente: Posa Donato
A.A.: 2009-2010

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Moses di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Statistica e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università La Sapienza - Uniroma1 o del prof Posa Donato.

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