Che materia stai cercando?

I nomi propri

Appunti di filosofia del linguaggio sui nomi propri basati su appunti personali del publisher presi alle lezioni del prof. Penco dell’università degli Studi di Genova - Unige, facoltà di Lettere e filosofia, Corso di laurea in lettere. Scarica il file in formato PDF!

Esame di Filosofia del linguaggio docente Prof. C. Penco

Anteprima

ESTRATTO DOCUMENTO

In questo caso, è evidente che per (3), “Tullio = Cicerone” è una affermazione analitica, seppure non riducibile allo

schema “a = a”, bensì allo schema “a = b”. Quindi l’enunciato (2), come (1), è analitico.

Ciò ci dimostra che (1) e (2) possono essere utilizzati entrambi per fare asserzioni analitiche, anche se non ne

consegue necessariamente che (2) non possa esser usato per fare un’asserzione sintetica.

Questa conclusione è in realtà, per Searle, un punto di partenza: ha dimostrato che sono possibili entrambi i tipi di

asserzione di identità e da qui vuole partire per mostrare in che senso un nome proprio ha senso.

Finora, parlando di Frege, si è implicitamente adottata la concezione secondo cui un nome proprio ha sia un

riferimento sia, soprattutto, un senso. Tuttavia si può discutere su quest’ultimo punto.

1.1 Contro il senso

Quando ci si trova nella situazione di spiegare cosa sia un oggetto, lo si può solamente identificare tramite

ostensione o descrizione. Comunque sia, si identifica l’oggetto in virtù di certe sue caratteristiche. Certo, si potrebbe

dire che l’ostensione e la descrizione di un oggetto atte a definirlo possono essere ritenute meri espedienti pedagogici,

impiegati nell’insegnamento di un nome a uno che non sa come usarlo. Una volta identificato l’oggetto cui il nome si

applica, è possibile dimenticare o ignorare le varie descrizioni per mezzo delle quali si è identificato l’oggetto, perché

esse non fanno parte del senso del nome: ma (a) allora il nome non ha un senso! Se a scuola mi venisse insegnato che

Aristotele era un filosofo greco nato a Stagira, ed io, dopo ricerche, scoprissi che in realtà nacque a Tebe, continuerei ad

usare il nome “Aristotele” con lo stesso significato.

In conclusione: spiegare l’uso di un nome facendo ricorso alle caratteristiche dell’oggetto non significa formulare

delle regole relative al nome, perché le regole non hanno affatto un contenuto descrittivo.

1.2 Contro - esempi

Ma questa argomentazione regge quando la maggior parte o la totalità delle conoscenze fattuali su Aristotele si

rivelassero errate o riferite ad altri individui? Si direbbe che Aristotele non è esistito. Neppure Cerbero e Zeus, però,

sono esistiti, eppure non diciamo che nessun oggetto portò mai questi nomi. Dunque, (b) i nomi propri hanno

necessariamente un senso , ma solo in modo contingente un riferimento.

Le conclusioni (a) e (b) sono contrastanti: (a) sostiene che i nomi propri hanno essenzialmente un riferimento, ma

non un senso (denotano, ma non connotano); (b) sostiene che i nomi propri hanno essenzialmente un senso e solo in

modo contingente un riferimento (si riferiscono a qualcosa soltanto a condizione che uno ed un solo oggetto soddisfi il

loro senso).

Searle esamina (b), quindi analizza la tesi per la quale ogni nome proprio ha un senso: è perciò legittimo chiedersi

per ogni nome quale sia il suo senso. Se si tentasse di utilizzare una descrizione completa di un oggetto come senso di

un nome proprio, ne conseguirebbero diverse problematiche:

i. ogni asserzione vera relativa all’oggetto avente il nome come soggetto sarebbe analitica (e.g.: “Aristotele è

nato a Stagira”);

ii. ogni asserzione falsa nelle medesime condizioni sarebbe autocontradditoria (e.g.: “Aristotele è l’autore

delle Filippiche”);

iii. il significato del nome (e forse l’identità dell’oggetto) cambierebbe ogni volta che ci fosse un mutamento

nell’oggetto;

iv. il nome avrebbe significati diversi per persone diverse;

Questa soluzione non regge, perché la domanda di partenza è sbagliata: non bisogna chiedersi, almeno non in questo

punto, quale sia il senso di un nome, perché prima bisogna comprendere in che modo nome ed oggetto sono legati, se lo

sono.

2. Il riferimento

Alla luce di ciò, la domanda che sorge è la seguente: quali sono le condizioni per applicare un particolare nome ad

un particolare oggetto? Forse quelle per cui l’oggetto sia identico ad un oggetto originariamente battezzato con questo

nome: il senso dunque si identificherebbe con un’asserzione o un insieme di asserzioni esprimenti le caratteristiche che

costituiscono questa identità. Approfondiamo. Si prenda l’enunciato:

(4) “Questo è Achille”.

Il senso di (4), seguendo le premesse, è

(5) “Questo oggetto è spazio-temporalmente continuo rispetto ad un oggetto originariamente chiamato

‘Achille’ ”.

A questo punto sorge un problema: la forza di “Achille” è maggiore della forza di “identico ad un oggetto chiamato

‘Achille’, per cui non andrà bene qualsiasi oggetto chiamato “Achille”, perché potremmo riferirci al mio Jack Russell!

2

“Questo si chiama ‘Achille’ ” non è una condizione sufficiente per la verità di “Questo è Achille”: non l’identità di

questo oggetto con un qualunque oggetto chiamato Achille, ma piuttosto la sua identità con Achille costituisce la

condizione necessaria e sufficiente per la verità di “Questo è Achille”.

Ancora una volta la conclusione porta ad un altro pattern da percorrere: dal momento che in generale un nome

proprio non specifica alcuna caratteristica dell’oggetto cui si riferisce, in che modo realizza il riferimento? Infatti,

diversamente da dimostrativi e descrizioni definite, i nomi propri si riferiscono senza presupporre un allestimento o

delle speciali condizioni contestuali attorno all’emissione dell’espressione e, in generale, i nomi propri non specificano

alcuna caratteristica degli oggetti cui si riferiscono. Tuttavia, nomi propri e descrizioni definite hanno qualcosa in

4

comune all’interno del loro uso referenziale : l’esistenza di uno e di un solo oggetto a cui si riferiscono. Allora, come si

stabilisce una connessione tra nome e oggetto? Searle propone un esperimento mentale: si chiede agli utenti del nome

“Aristotele” di esporre quelli che considerano i fatti essenziali e assodati relativi ad Aristotele. Essi produrranno una

serie di asserzioni descrittive riconducibili univocamente ad Aristotele (e.g.: “il figlio di Nicomaco”, “il padre di

Nicomaco”, “l’autore della Metafisica”, “il padre della filosofia occidentale”...). Esiste quindi un oggetto “Aristotele”

relativamente al quale è vero un numero sufficiente ma non specificato di asserzioni, presupposto dagli usi referenziali

di “Aristotele”. In conclusione: usare referenzialmente un nome proprio equivale a presupporre la verità di certe

asserzioni descrittive univocamente referenziali, ma non equivale, solitamente, a formulare queste asserzioni o

addirittura a indicare quali vengono presupposte. Il punto è cruciale e rimane aperto: a decidere le caratteristiche

concordemente ritenute vere di un nome proprio sono gli utenti del nome stesso, siamo noi.

3. Ganci a cui appendere descrizioni

Questa è una sbavatura, un’imprecisione, che si coglie all’interno dell’uso dei nomi propri: una vaghezza difficile da

riportare all’interno di una norma o un insieme di norme. Se, infatti, prima di usare il nome, ci fosse un accordo su quali

precise caratteristiche ne costituiscono l’identità, le regole per l’uso del nome sarebbero precise. Ciò sarebbe possibile,

se si accettasse di implicare logicamente alcuni predicati specifici con qualunque uso referenziale del nome. A questo

punto il nome diventerebbe logicamente equivalente all’insieme di descrizioni e così saremmo in grado di riferirci a un

oggetto soltanto descrivendolo. Il nome stesso diventerebbe superfluo! Questa conclusione è inaccettabile, poiché

elimina la differenza tra nomi propri e descrizioni definite. I nomi propri permettono di riferirsi pubblicamente agli

oggetti senza essere costretti ad accordarsi su quali precise caratteristiche descrittive costituiscono l’identità

dell’oggetto: questa enorme convenienza pragmatica non può e non deve essere cestinata. Searle, allora trova una nuova

definizione per i nomi propri: essi non funzionano come descrizioni, ma come ganci a cui appendere descrizioni.

4. Un labirinto di risposte alla domanda sbagliata

Quando eravamo piccoli e ci presentavano quei piccoli rompicapo in cui l’animaletto di turno doveva arrivare alla

tana, ma i percorsi che si trovava davanti erano tutti ingarbugliati ed alcuni portavano ad un vicolo cieco, se eravamo

bambini pazienti, tentavamo tutte le strade, finché non raggiungevamo la meta; se, invece, eravamo di fretta, magari

perché in competizione, partivamo dall’arrivo e ripercorrevamo la strada al contrario, individuando il percorso esatto.

Allo stesso modo, Searle, nel complesso labirinto composto da senso, riferimento, nomi propri e descrizioni definite. ha

tentato entrambi i metodi: dapprima ha percorso tutti i sentieri, quelli già battuti da Frege, ad esempio, scartandoli tutti,

poiché portavano a vicoli ciechi. Infine, ha preso la sua meta, i nomi propri, ed ha percorso il sentiero al contrario,

scovando il punto di partenza: la domanda corretta a cui era possibile dare la risposta corretta.

Perché abbiamo dei nomi propri? Per riferirci ad individui senza usare le descrizioni, che imporrebbero la

specificazione di condizioni di identità ogniqualvolta ci si riferisce a qualcosa. Rimane una componente di vaghezza di

cui si è detto sopra (cfr. paragrafo 2, in fondo), ma non è l’unico tipo di vaghezza dei criteri di identità: anche gli usi

referenziali delle descrizioni definite possono porre problemi relativi all’identità, seppure di diverso tipo.

5. Il paradosso del senso

Alla luce della nuova struttura dei nomi propri, Searle risolve il paradosso del senso, ossia risponde alla domanda “un

nome proprio ha un senso?”:

i. Se con questa domanda si vuole sapere se i nomi propri sono o non sono usati per descrivere o specificare le

caratteristiche degli oggetti, la risposta è ”no”;

4 Strawson 1950 3


PAGINE

5

PESO

28.40 KB

PUBBLICATO

8 mesi fa


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in lettere
SSD:
Docente: Penco Carlo
Università: Genova - Unige
A.A.: 2018-2019

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher optical_lens di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia del linguaggio e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Genova - Unige o del prof Penco Carlo.

Acquista con carta o conto PayPal

Scarica il file tutte le volte che vuoi

Paga con un conto PayPal per usufruire della garanzia Soddisfatto o rimborsato

Recensioni
Ti è piaciuto questo appunto? Valutalo!

Altri appunti di Filosofia del linguaggio

Simulazione esame filosofia del linguaggio
Esercitazione
Riassunto esame Storia medievale, prof. Salvaneschi, libro consigliato Medioevo I caratteri originali di un'età di transizione di Vitolo
Appunto
Riassunto esame Geografia, prof. Bartaletti, libro consigliato Geografia generale
Appunto
Riassunto esame Geografia, prof. Bartaletti, libro consigliato Geografia e cultura delle Alpi
Appunto