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Nomi propri e il loro senso

John R. Searle
Elena Garbarino
Corso di Laurea in Lettere Moderne, anno III
ele.garba@live.it

Introduzione

In questo saggio, Searle analizza il controverso argomento dei nomi propri: un nome proprio ha un senso? Il filosofo americano analizza criticamente le risposte alla questione date fino a quel momento, a partire dalle teorie di Frege. Ogni soluzione analizzata finisce per essere carente in qualche suo aspetto. Searle produce una propria risposta: i nomi propri sono ganci a cui appendere descrizioni ed hanno un senso nella misura in cui sono connessi logicamente con le caratteristiche degli oggetti a cui si riferiscono.

Contro Frege

I nomi propri hanno un senso? Le risposte a questa domanda sono molteplici. Secondo Frege, i nomi propri hanno un senso perché, in caso contrario, verrebbe meno la differenza di valore conoscitivo tra “a = a” e “a = b”. Searle critica, almeno in parte, questa soluzione: è vero che la teoria di Frege è valida quando “a” e “b” sono entrambe descrizioni definite non-sinonime, o quando una è una descrizione definita e l’altra un nome proprio; tutto cade se però utilizziamo due nomi propri. Frege, insieme ad altri, pretende che “a = a” sia fondamentalmente diverso da “a = b” poiché una asserzione che utilizza la prima forma sarà necessaria, vera sempre, senza dover ricorrere all’indagine empirica per confermarlo. Per Searle, questa distinzione è una consuetudine opportuna, ma contingente: infatti, è facilmente dimostrabile che un’asserzione del tipo “a = b” possa essere analitica.

Si immagini una lingua in cui vige la regola per la quale, quando si pronuncia per la prima volta il nome di un oggetto, lo si fa con il termine “x”, le volte successive con il termine “y”.

Esempi di enunciati

Prima di trarre le conclusioni, chiarifichiamo con degli esempi:

  • “Tullio = Tullio”
  • “Tullio = Cicerone”

Frege ritiene che tra i due enunciati ci sia una differenza di valore conoscitivo ascrivibile al fatto che (1) è un enunciato analitico, mentre il secondo è un enunciato sintetico. Searle contesta: se (2) è un enunciato sintetico, allora ogni nome deve avere un senso diverso, il che sembra estremamente inverosimile. Una asserzione è analitica se e solo se è vera in virtù delle sole regole linguistiche, senza alcun ricorso all’indagine empirica, come già accennato. Le regole linguistiche per l’uso del nome “Cicerone” e le regole linguistiche per l’uso del nome “Tullio” sono tali che i nomi si riferiscono allo stesso identico oggetto, senza descriverlo, quindi, è facile stabilire la verità dell’identità facendo ricorso a queste regole. Ne consegue che la differenza tra (1) e (2) non è così grande come può sembrare in un primo momento e possono essere considerate entrambe analiticamente vere.

Un controesempio di Searle

A sostegno di questa tesi, Searle produce un controesempio in cui si immagina un linguaggio in cui è la norma riferirsi ad un oggetto con un nome la prima volta che lo si pronuncia, con un altro tutte le successive volte che lo si proferisce:

(3) Cicerone è vissuto nel I sec. a. C.; Tullio è autore di numerose opere... Tullio è stato console...

In questo caso, è evidente che per (3), “Tullio = Cicerone” è una affermazione analitica, seppure non riducibile allo schema “a = a”, bensì allo schema “a = b”. Quindi l’enunciato (2), come (1), è analitico.

Conclusioni

Ciò ci dimostra che (1) e (2) possono essere utilizzati entrambi per fare asserzioni analitiche, anche se non ne consegue necessariamente che (2) non possa esser usato per fare un’asserzione sintetica. Questa conclusione è in realtà, per Searle, un punto di partenza: ha dimostrato...

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Scienze storiche, filosofiche, pedagogiche e psicologiche M-FIL/05 Filosofia e teoria dei linguaggi

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