I manicomi come istituzione malata
Christine Sparapani Numero Matricola 16313
Anno di corso 2017-2018 1
Psicologia del lavoro
Indice
Introduzione….…….3
Matti e depressi nella letteratura del Novecento…..…..4
I giudizi sulla follia……...7
Il grande internamento manicomiale della fine dell’Ottocento.
…….8
Gli scandali manicomiali…..….9
Condizioni di vita e cure……....12
Condizioni e processi per un radicale cambiamento………16
Abbattimento delle reti…………19
Il ruolo degli infermieri dopo la legge n.180………..20
Conclusione………21
Bibliografia e sitografia………..22
2
Introduzione
Il manicomio ha costituito per un lungo periodo di tempo una delle forme più
importanti di risposta statale alla devianza sociale. In particolare esso ha
costituito (accanto al carcere) uno dei luoghi fondamentali di realizzazione di
questa risposta alla esclusione del soggetto dalla società di appartenenza.
È molto difficile parlare di questo tema, molto difficile descriverlo, perché in effetti
il superamento dei manicomi o della cultura manicomiale insieme alla
costruzione di alternative ad esso, per le persone che vi sono rimaste
intrappolate, apre un grande dibattito: quello della libertà delle persone.
Nel corso del tempo si è stabilito che per avere un’efficace riabilitazione del
malato di mente bisogna soprattutto riabilitare le istituzioni della riabilitazione
stessa.
Per molto tempo si è cercato di trasformare le istituzioni e le modalità di
assistenza e, al tempo stesso, di costruire alternative valide nei diversi territori
per le persone che sono portatori di disagio sociale.
L’attività abilitativa e riabilitativa che viene fatta dentro una struttura protetta
alternativa a un ospedale psichiatrico, o un luogo di contenimento, deve avere
dentro di sé la possibilità di non negare continuamente le speranze di una
persona di poter guarire.
La malinconia o male di vivere ha una lunghissima storia, ovviamente anche per
quanto riguarda la sua analisi da un punto di vista psicologico, filosofico, medico
e letterario.
Durante i secoli le autorità morali hanno coltivato il mal di vivere con ambiguità.
Nel corso del tempo si è visto uno scorrere continuo di disperati, malinconici,
pessimisti e le loro numerose testimonianze riportano la permanenza di questo
male attraverso i secoli. 3
La nostra società rifiuta i pessimisti, i depressi e gli angosciati, ma la grandezza
dell’uomo, in fondo, sta anche nelle sue ferite.
Lungo queste pagine tratteremo di come i manicomi sono il risultato di una
sbagliata riflessione umana e non il segno di un disquilibrio patologico dell’uomo.
Matti e depressi nella letteratura del Novecento
Possiamo senz’altro menzionare, scegliendo fra la vastissima produzione
figurativa dedicata al tema del male di vivere, l’artista che più di ogni altro ha
saputo esprimere l’angoscia dell’uomo contemporaneo, le sue paure, i suoi
fantasmi ossessivi e la sua disfatta di fronte agli orrori del mondo: Edvard Munch
Urlo
con il suo notissimo (1893), un quadro in cui si può leggere tutto il male di
vivere del XX secolo.
Natalia Ginzburg dedica queste parole a tale opera:
Per tutta la vita porteremo nelle orecchie quell’urlo, più forte dell’urlo del vento e del
frastuono del fiume; per tutta la vita, stupidamente continueremo a chiederci
perché urla e a risponderci che non importa; essendo i fantasmi dell’angoscia
senza nome né voce, e gli interrogativi dell’angoscia votati a restare senza risposta,
e i luoghi dell’angoscia non si sa dove, in un paesaggio della nostra anima in cui
brucia non si sa se l’estate o l’inverno. Penso che Munch è forse diventato pazzo
perché quell’urlo, da lui stesso fermato sulla tela, gli lacerava le orecchie. La
convivenza con i nostri stessi fantasmi, creati dalla nostra fantasia, e sorgenti per
noi di espressione e di liberazione, e dunque di felicità, può diventare tuttavia una
convivenza ossessiva, può invadere la nostra vita e sconvolgere la nostra mente; i
nostri stessi fantasmi hanno, tra le loro mani, armi di morte.
La malinconia ha una storia lunghissima, una storia che possiamo fare iniziare
con Ippocrate, specificatamente per l’aspetto medico, e con Aristotele per arrivare
fino ai nostri giorni, tempo in cui la malinconia, come scrive lo psicanalista
James Hillman, si è semplicemente nascosta, indossa una maschera e porta un
nome moderno: “depressione”. 4
Come è noto, il grande medico greco aveva individuato nell’organismo umano la
presenza di quattro umori, corrispondenti ai quattro elementi cosmici: sole, terra,
aria e acqua. Essi sono: la flemma (fredda e umida), il sangue (caldo e umido), la
bile gialla (calda e secca) e la bile nera (fredda e secca). A seconda della
prevalenza di uno dei quattro umori, viene condizionato il temperamento
dell’individuo. Il malinconico è colui che vede nel suo organismo prevalere la bile
nera, la quale agisce sul cervello determinando un atteggiamento fortemente
pessimistico nei confronti degli eventi dell’esistenza, accompagnato da tristezza,
ansia, ipocondria e tendenza al suicidio.
Nel secolo intriso di esaltazione, di illusione, di noia, di malinconia, di solitudine e
di vitalismo, si staglia il costante richiamo al male di vivere di Giacomo Leopardi.
Con la sua lettera del 19 novembre 1819 all’amico Pietro Giordani scrive:
Sono così stordito del niente che mi circonda. Se in questo momenti impazzissi, io
credo che la mia pazzia sarebbe di sedere sempre con gli occhi attoniti, colla bocca
aperta, colle mani tra le ginocchia, senza né ridere né piangere. Non ho più lena di
concepire nessun desiderio, neanche della morte, non perché io la tema, ma non
vedo più il divario tra la morte e questa mia vita, dove non viene più a consolarmi
neppure il dolore. Questa è la prima volta che la noia non solamente mi opprime e
stanca, ma mi affanna e lacera come un dolore gravissimo; e sono così spaventato
dalla vanità di tutte le cose, e della condizione degli uomini, morte tutte le passioni,
come sono spente nell’animo mio.
In questa lettera la malinconia di Leopardi ci appare come una psicosi molto
grave, una depressione che come sindrome psicopatologica comprende un
insieme di manifestazioni, dalla tristezza alla sensazione di vuoto assoluto, dalla
mancanza di attività e iniziative tanto da non poter neppure invocare la morte
essendo l’esistenza già gelidamente pietrificata nella sua totale mancanza di
senso.
Occorre comunque precisare che cosa significhi oggi male di vivere, malinconia o
depressione come la si voglia chiamare.
Caratterizza la malinconia una profonda angoscia, che è nello stesso tempo
angoscia di vivere e angoscia di non poter morire, un’angoscia che prende tutto 5
l’essere senza poter sapere da dove nasca, capace di togliere ogni slancio vitale ed
eliminare ogni comunicazione con il mondo.
In sostanza il depresso, sopraffatto dal senso di colpa irrimediabile perde ogni
interesse per la vita, non elabora più alcun progetto. Domina il senso di morte,
proprio perché è morta la speranza in un futuro.
A tutto ciò si aggiungono spesso deliri, allucinazioni, disturbi dell’ansia e altre
gravi alterazioni che condizionano negativamente il corretto rapporto tra l’io del
soggetto ed il mondo esterno.
L’individuo si sente e si vuole colpevole. Si accusa di una qualche colpa orrenda,
desidera e cerca la salvezza, la redenzione attraverso il martirio, il sacrificio di sé
stesso. Per raggiungere lo scopo mette in atto comportamenti auto-punitivi e
auto-distruttivi fino al suicidio, che assume quindi il significato di sacrificio
riparatore.
La depressione è comunque una malattia molto complessa, in cui non è sempre
possibile, e a volte neanche utile, distinguere singoli aspetti o sintomi specifici.
Una vita
Alfonso Nitti, l’inetto, protagonista di (1892) di Italo Svevo, che alla fine
della sua storia si uccide perché inadatto ad affrontare la vita, apre
simbolicamente il via ai depressi della letteratura contemporanea italiana, esclusi
dalla vita perché privi di voglia di vivere e di combattere, affetti appunto dal male
di vivere e dominati da pensieri di morte.
La soluzione cercata e trovata è appunto il suicidio, unico mezzo per sottrarsi a
quella lotta per la vita per la quale Alfonso Nitti si sente del tutto inetto.
Nell’affrontare l’analisi delle rappresentazioni del male di vivere nell’immaginario
letterario del Novecento italiano, ci sembra opportuno ricordare i gruppi più
significativi attraverso cui si manifesta la malinconia e il disagio esistenziale
dell’uomo contemporaneo.
Questi gruppi si possono così suddividere:
a) Umore malinconico, senso di angoscia, tristezza, disinteresse per il mondo
b) Autismo, interruzione della comunicazione con l’esterno
c) Sensi di colpa, sensazione di inutilità
d) Mancanza di energie, stanchezza, dolori
e) Diminuita capacità di concentrazione, indecisione 6
f) Prevalenza del passato, chiusura sul futuro e assenza di speranze
g) Pensieri di morte, tentativi più o meno riusciti di suicidio
Depressione, scrive lo psichiatra Giovanni B.Cassano è:
Non avere voglia di niente, non desiderare niente, essere incapaci di provare
piacere e soddisfazione. Una sofferenza morale senza fine.
I giudizi sulla follia
Pericolosità, ereditarietà e assenza di guarigione hanno caratterizzato i giudizi
sulla follia fino a quando, verso la metà del XX secolo, la psichiatria ha
riconosciuto di non poter capire e spiegare, con i propri concetti e strumenti, la
malattia mentale, di conoscere e dare un senso alle sue manifestazioni, di
individuarne l’origine e la natura.
La figura del matto nell’opinione comune è rimasta, anche in questi ultimi anni,
come era nell’Ottocento e nel primo Novecento: perseguita dalla malattia mentale.
Essa evoca e induce a pensare a una realtà misteriosa ed inquietante. Il folle, che
con gli inizi dell’Ottocento ha ricevuto la figura di malato, è stato separato da tutti
quegli altri individui che nei secoli precedenti, dal Seicento in poi, erano ritenuti
di disturbo alla società (delinquenti, vagabondi, libertini e altri devianti), e perciò
internati in istituti di ricovero.
Se è misteriosa ed ignora in quanto alla sua natura ed origine, la follia viene
utilizzata per spiegare l’inspiegabile, ovvero quelle azioni violente, quegli omicidi-
suicidi, quei raptus che la cronaca spesso ci ha proposto: la mamma che uccide il
figlio, i figli che uccidono i genitori, fino ai kamikaze che si fanno esplodere
provocando numerose vittime innocenti.
Come si vede, la follia viene associata, oltre che all’imprevedibilità, anche alla
violenza più bruta
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