Heinrich von Kleist (1777 - 1811)
Kleist (rampollo di una famiglia brandeburghese) nasce a Francoforte. A 15 anni, delicato e sensibile, viene arruolato, come d’uso, in un reggimento. Entra nell’armata del Reno come alfiere e prende parte ad alcuni combattimenti. Prova disgusto per questa vita: chiede il congedo, che gli viene concesso dopo 7 anni: si iscrive all’università, libero di dedicarsi alle scienze, alla matematica, alla filosofia, alla fisica, all’“enciclopedia letteraria”.
Ciò che vi cercava allora era una cultura, apertura, perfezione morale, erudizione e strumenti per insegnare. Gli sembra di essere portato per fare il professore. Tiene lezioni a fanciulle del suo ambiente. Si fidanza con una certa Wilhelmine von Zenge. Il fidanzamento è un abusare delle energie vitali egli deve averne avuto oscura intuizione nel 1800, quando parte improvvisamente per un viaggio (il primo di una lunga serie che lo porta qua e là, irrequieto, sempre inseguendo qualcosa. Si reca a Würzburg, in un ospedale, forse per qualche problema di salute. Ne ritorna trionfante e fa intendere alla fidanzata di voler continuare il fidanzamento, ma poi la lascia, per la sua ambizione, non facile da sbrogliare.
Crisi kantiana
Si ostina a non accettare un posto qualunque, come avrebbe richiesto il matrimonio con Wilhelmine. Il suo fervore scientifico, la sua devozione alla verità subiscono una terribile scossa, un vero crollo in seguito studio di Kant, un’esperienza etico-intellettuale per lui catastrofica, in quanto gli fa capire che la verità e la perfezione sono irraggiungibili, poiché ogni conoscenza è condizionata dalle forme del nostro intelletto. Questo lo sconvolge: è quella che si chiama crisi kantiana di Kleist.
Riconoscimenti e critica
Kleist è un mito, ma molti suoi contemporanei non vedono in lui un innovatore ma un sovversivo. Il 2 e 3 Reich lo collocano tra i classici tedeschi, esaltando lo spirito nazionalista e patriottico. Thomas Mann dice che è uno dei più arditi e ambiziosi poeti di lingua tedesca, un drammaturgo senza eguali. A riconoscerne la grandezza è soprattutto il Novecento: ricca critica della seconda metà del secolo, vedono in lui un precursore della psicanalisi e della linguistica.
Opere e personaggi
Creatore di personaggi straordinari: Kohlhas che diventa brigante per eccesso di senso di giustizia, la Marchesa di O, sedotta in uno stato di incoscienza, la folle amazzone Pantesilea: personaggi interessanti non per i loro casi ma per le dimensioni interiori. Kleist era malinconico, cupo, di poche parole, a tratti infantile, balbuziente, aveva fasi di improvvise tetraggini e depressioni (culminate col suicidio a Berlino), profondi stati di distrazione.
Thomas Mann dice che è unico, fuori da ogni ordine e tradizione, radicale nella dedizione ai propri soggetti fino alla follia e all’isterismo, e anche profondamente infelice, con aspirazioni che lo massacravano, afflitto da malattie psicogene e destinato a morte precoce: visse infatti solo 35 anni, prima di uccidersi con un colpo di pistola a Berlino, sulle rive del Wannsee, insieme a una donna, malata inguaribile: si uccise perché “su questa terra non vi era più nulla da imparare o da conquistare”.
Carattere e personalità
I segni del suo carattere ci giungono anche dalle opere; azioni gloriose, innocenze, omicidi, trasgressioni, stupri. Con una serie di incalzanti esplosioni Kleist è autore di una produzione vastissima: drammi, racconti, saggi, aneddoti e manifesti giornalistici (violenti e persino frenetici come tutti i suoi scritti). Epistolario. 500 pagine che sono l’intero cammino della sua vita. Narrazione densa soprattutto nei primi tormentati anni (1799-1801) e nell’anno della morte (1811).
Rapporti e influenze
Pochi accenni alle opere, legati per lo più alla loro ricezione. Kleist è magnifico reporter di uomini e luoghi, discorre con molti personaggi pubblici che determinano la sua esistenza perché implicati nel suo amaro transito nella burocrazia prussiana e nella sorte delle sue opere. Traspare un uomo spesso ammalato nel corpo e poi di colpo scatenato nell’agire (violento spirito di contraddizione), sete di rifugio, felicità e godimento. Nell’Epistolario si vede quel senso di tragico che divideva Kleist dal suo odiato e idolatrato Goethe.
Il tempo di Kleist
Tempo di Kleist: decennio 1800-1810 che vede la monarchia prussiana politicamente umiliata da Napoleone e impegnata in una faticosa modernizzazione, mentre la cultura tedesca ascende a livello europeo nella filosofia e nell’arte. Stagione feconda: fine dell’Illuminismo, classicismo di Weimar, primo Romanticismo e affermarsi della filosofia idealistica. Kleist risente di tutte queste correnti.
Vocazione e prime opere
La vocazione di scrittore rompe gli argini nel 1801, a Parigi: inizia a scrivere la prima tragedia: La famiglia Schroffenstein. Definito da Thomas Mann “un roboante dramma cavalleresco e del destino, zeppo di messe ridicolaggini. Fittizio Medioevo feudale, ma vi traspone, dilatandole, le amare esperienze nella sua brava e amata famiglia a Francoforte tra il 1799 e il 1800: tanti particolari realistici presi dalla vita borghese e calati, con effetti di straniamento, in una visione di sangue cui finisce per mischiarsi anche la stregoneria.
Modello: Romeo e Giulietta, ma Kleist vi immette un’inedita carica di sensualità e violenza, che culmina nella scena nella caverna coi due amanti uccisi, dopo essersi spogliati e scambiati le vesti, per errore, dai loro padri. Mancano, di quelle poetiche risalenti all’antico l’unità di azione-spazio-tempo e i monologhi: questa tragedia è un noir di pura azione.
Al centro non il canto d’amore tra i figli ma l’odio tra i padri: conflitto di interessi che ha generato una faida, aizzata da perfide dicerie, per la futura destinazione della proprietà. Con questo Kleist, ostile ai diritti ereditari, vuol muovere anche un’accusa ai sopravvissuti assetti feudali che il governo prussiano dell’epoca cercava di correggere.
Poi emerge quello che diventerà il motivo di base del dissidio di Kleist col mondo: parlando gli uomini non fanno che fraintendersi; ognuno si tiene stretto il proprio pensiero e la convergenza è impossibile. La tragedia fu pubblicata anonima, grande successo. Lui però la definisce brutta: la vicenda è intensa ma sovraccarica di tortuosi particolari e frastornanti salti tra tempi e luoghi, ci sono anche sconfinamenti nel grottesco e nel comico involontario. Per un po’ Kleist non vuol rivelare di essere l’autore e coltiva il progetto di un’altra tragedia, così alta e perfetta da strappare gli allori dalla fronte di Goethe.
Roberto il Guiscardo
Vi lavora nel 1802: Roberto il Guiscardo. Questa tragedia reca l’impronta dell’Edipo Re di Sofocle, ma è una moderna tragedia della solitudine. Nell’esercito normanno è scoppiata la peste, una “casuale” sciagura che nella tragedia serve a sviluppare il grande carattere del duca: colpito anche lui dal male e fiaccato nel corpo, deve simulare davanti al popolo di essere sano, ossia salvare, in bilico sulla morte, la propria immagine di forza e gloria.
Nella peste del sovrano, Kleist ha proiettato la sua perenne condizione di isolamento, una vulnerabilità che combatte col sogno di gloria, l’ambizione di diventare il massimo tragico del suo tempo. Alla tragedia lavorerà per altri mesi, facendo e disfacendo fino a bruciarla. Poi verranno mesi di malattia. Più tardi, a memoria, fisserà quello che aveva scritto in un “frammento”.
Saggio di Thomas Mann: È la tragedia del duca normanno che, a dispetto della peste che sta decimando il suo esercito e che ha colpito lui stesso, vuole conquistare Bisanzio. L’opera diventa per Kleist quasi un destino, il compito che affronta più volte con accanimento e tramuta in simbolo della sua “ambizione”.
La tragedia solo indirettamente mira alla gloria e alla riuscita artistica come tale: in realtà è rivolta al suo nome che conta qualcosa nella storia della Prussia, alla sua famiglia, davanti alla quale sente di doversi giustificare, di dover dar prova del proprio valore. Il Guiscardo sarà la posta in gioco. Egli crede che la sua geniale fatica abbia luogo per la gloria dei parenti. A questa “ambizione” si aggiunge quella gara temeraria spinta dalla rivalità con Goethe: Kleist proclama di voler strappare gli allori dalla fronte di Goethe.
Rapporto tra i due oscillante tra umiltà e odio. Kleist aveva la smania convulsa di strappare il lauro a Goethe, e questo ha contribuito ad avvelenargli la vita. L’amico Wieland rimane affascinato dal piano del Guiscardo che Kleist gli espone, e dice che in lui c’è una forza destinata a colmare la grande lacuna che persino Goethe e Schiller avevano lasciato nella letteratura tedesca drammatica. Questo esalta in quel momento Kleist che però poi, in un gesto folle, brucerà il manoscritto.
L’anima tempestosa di Kleist era fin troppo incline alla disperazione. Egli sa che ha qualcosa che, pur barbarico e titanico, potrebbe elevarlo al di sopra degli esiti poetici di Goethe, e sollevarlo con una violenza drammatica che nulla ha a che vedere con la cultura, il senso di umanità, l’armonia, l’idealismo e la grecità di Winckelmann: il linguaggio di Kleist è sovraccarico di espressività e sfrenata durezza.
Dallo Sturm und Drang delle opere giovanili Goethe e Schiller hanno ripiegato verso la nobile umanità, il classicismo, l’alta moralità, la pura bellezza: sboccia il periodo classico, l’epoca della più alta cultura tedesca (Ifigenia di Goethe, Sposa di Messina di Schiller: opere in cui gli autori si cimentano nell’imitazione degli antichi).
Ma solo Kleist, afferma Mann, e soprattutto pensa al frammento del Guiscardo, è in grado di comunicare la potenza, la scossa drammatica primordiale, il brivido mitico e il sacro terrore della tragedia antica. Ciò che segue al Guiscardo, quasi che avesse abbandonato ogni ambizione di grandezza e cercasse sollievo nel comico, sono commedie.
La brocca rotta
La brocca rotta. Commedia scritta nel 1802 e rappresentata a Weimar nel 1808 con la regia di Goethe, che l’aveva divisa in tre atti riuscendo a renderla noiosa: clamoroso fiasco. Linguaggio della brocca: colorato e sciolto, prova di straordinaria versatilità di registri. Insolito Kleist, ridente e beffardo, fa uso di proverbi, citazioni bibliche, imprecazioni popolari e forme dialettali. Personaggi ispirati alle scene rurali di un pittore olandese infatti Kleist rappresenta dei superstiziosi contadini olandesi.
Ispirazione iniziale: una stampa francese che raffigurava una contesa intorno a una brocca. Schema tradizionale della commedia: a ostacolare le nozze di due innamorati c’è un anziano. Invenzione geniale: qui è il nemico è il giudice del villaggio, che porta il nome del primo uomo (Adam), così come la ragazza porta il nome della prima donna (Eva): grottesca replica del peccato originale, avviata da un vecchio libidinoso, cui l’onesta Eva riesce a sfuggire, ma le apparenze saranno fino alla fine contro di lei. Straordinari effetti per il fatto che il vecchio Adamo si trova a essere reo e giudice. La brocca infranta è simbolo della verginità di Eva ma anche simbolo del mondo andato in pezzi e, come nella Famiglia Schroffenstein, non manca un riferimento al presente, alla precarietà della giustizia.
Anfitrione
Anfitrione. Commedia illuminata dall’ironia. Scenario antico: modello Molière, che a sua volta aveva Plauto. Da Molière Kleist prende il comico avvio e il solenne finale con Giove tonante. Tema: il doppio, il re Anfitrione e un Giove deux ex machina che gli si rivelerà alla fine: vittima dell’inganno è la regina Alcmena. Kleist non ha la vocazione del lirico, anche se dall’amore del dio con la donna mortale trae dei dialoghi di straordinaria liricità. Tutto suo è il pensiero che il dio onnipotente abbia bisogno d’amore e l’amore possa venire unicamente da un cuore umano, poiché una creatura umana può essere così perfetta da trovarsi in armonia col creatore.
Nemmeno il “cuore” avverte Alcmena dell’inganno: al cuore l’amato appare comunque un dio. Alcuni videro nell’Anfitrione di Kleist un rifacimento al modello; altri contrapposero la serietà tedesca all’amorale leggerezza dei Francesi. Saggio di Thomas Mann: Kleist mira alla “confusione del sentimento”: lo fa perfino nell’Anfitrione, dove si manifesta anche la sua tendenza al misticismo, in quanto nel “partage avec Jupiter” viene adombrato l’intervento cristiano dello Spirito Santo.
Pantesilea
1806: Kleist torna a cimentarsi con la tragedia in un progetto grandioso e inquietante. Pantesilea. Goethe e Schiller e il classicismo di Weimar scorgevano nell’arte dei Greci, secondo una formulazione di Winckelmann, “nobile semplicità e quieta grandezza”, ossia un modello ideale di umanità in cui Kleist, invece, presenta una visione completamente diversa.
-
Heinrich Von Kleist, Letteratura tedesca
-
Letteratura tedesca -Heinrich von Kleist
-
Classicismo weimariano e la Pentesilea di Heinrich von Kleist, Letteratura tedesca
-
Wilhelm Heinrich Wackenroder