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J.J. CHEVALLIER LE GRANDI OPERE DEL PENSIERO POLITICO

– AL SERVIZIO DELL’ASSOLUTISMO

PARTE 1 CAPITOLO 1

IL “PRINCIPE” DI MACHIAVELLI

Machiavelli era un funzionario fiorentino del Rinascimento.

Il Rinascimento è un movimento intellettuale risalente alla fine del XV secolo che mira ad un

ritorno all’antichità classica rispetto alle discipline intellettuali del medio-evo; vede il crollo della

nelle sfere spirituale e temporale, e l’affermazione dei grandi stati

doppia autorità Papa-Imperatore,

di Francia, Inghilterra e Spagna. Vede anche l’affermazione, soprattutto in Italia, di una

monarchici

concezione dell’uomo come essere autosufficiente in opposizione all’era medievale orientata e

dominata da Dio. D’altra parte la situazione politica italiana verso la fine del XV secolo era propizia

allo scatenarsi degli individui pieni di virtù: in effetti attorno a Roma, Venezia, Milano e Firenze

c’era una moltitudine di stati e staterelli in grande fermento.

A Firenze, dopo gli sconvolgimenti dovuti alle lotte tra le varie fazioni, si impadronisce del potere

la ricca famiglia di banchieri dei Medici, a partire dal 1434 con Cosimo. Alla morte di Lorenzo Il

Magnifico, nel 1492, il suo successore Piero fu messo in fuga dal popolo in sommossa e si stabilì la

Repubblica. Questa di lì a 3 anni cadde nelle mani del monaco domenicano Gerolamo Savonarola

che fonda una democrazia teocratica e puritana e che lancia l’anatema contro la lussuria e la

cupidigia della Roma papale. Verrà impiccato e bruciato nel 1498.

In quell’anno entra ufficialmente nella vita pubblica della Repubblica fiorentina il 29enne

Machiavelli, appartenente ad una famiglia borghese toscana, e diventa segretario della Seconda

Cancelleria. La sua è una situazione lavorativa mediocre e mal pagata; però viene spesso incaricato

di missioni all’estero, durante le quali acquista una lucidità singolare in fatto di conoscenza dei

temperamenti nazionali e di rapporti tra i popoli. In una delle sue missioni conosce, nel 1502,

Cesare Borgia, il duca Valentino, figlio di Alessandro VI, il quale dopo aver deposto le sue dignità

ecclesiastiche, tentò di costituire un vasto dominio principesco nell’Italia centrale; produsse sul

Machiavelli una immagine indimenticabile di signore splendido e magnifico.

Quando nel 1512 la milizia repubblicana venne decimata nei risucchi della lotta tra papa Giulio II

ed il re di Francia Luigi XII, i partigiani dei Medici approfittarono della situazione per ristabilire

e bandito da Firenze. E’

proprio questi ultimi al potere e Machiavelli fu cacciato dai suoi impieghi

probabile che senza questa disgrazia non avrebbe mai avuto modo di scrivere le sue opere: “I

discorsi sulla prima deca di Tito Livio”, le “Istorie Fiorentine”, i “Dialoghi dell’arte della guerra” e

il “Principe”.

Machiavelli si ritira in una casa di campagna a San Casciano: è pieno di rancore e noia e si sfoga

nelle lettere al suo amico Vettori, ambasciatore di Firenze e Roma. Da queste lettere si risale alla

genesi del “Principe”; si tratta di un piccolo volume, un opuscolo, con il quale Machiavelli invita

chiaramente il nuovo principe Lorenzo a richiamarlo a Firenze per non privarsi più a lungo dei leali

servigi di un uomo che ha sviluppato ottime capacità di penetrazione politica.

Machiavelli si è proposto di ricercare che cosa è un principato e quali sono le specie esistenti. Non è

molto interessato ai principati ereditari, per i quali non sono necessarie capacità particolari del

principe; è molto più attratto dai principati nuovi che presentano difficoltà di acquisizione e di

mantenimento. Poi ci sono i principati misti ed i principati ecclesiastici. Il tipo di governo del

principato può essere dispotico, aristocratico o repubblicano. Ma Machiavelli non si pone la

questione del diritto: egli è affascinato dalla forza, dalla guerra, e si sofferma a studiare quei

principati che sono creazioni della forza. Il fatto essenziale della storia umana è il trionfo del più

forte.

I principali fondamenti di ogni stato sono le buone leggi e le buone armi, ma le prime sono

conseguenza delle seconde e non viceversa. Le buone armi non sono certo i mercenari, bensì sono

le truppe nazionali, quelle composte dai sudditi del principe. I modi di acquisire un principato sono:

 per propria virtù e per le proprie armi;

 per la fortuna e le armi altrui;

 per scelleratezza;

 per il favore ed il consenso dei propri concittadini.

La fortuna è fondamentale perché nessuno, a prescindere dalla sua virtù, può completamente

sottrarsi alla sua forza. La fortuna è come un fiume in piena i cui argini possono essere rafforzati nei

tempi di quiete.

Il primo modo di acquisire un principato è molto difficoltoso, ma risulta di più facile gestione per

quanto riguarda la conservazione.

Per il secondo modo di acquisizione la regola è inversa.

Gli stati che si formano rapidamente non hanno radici profonde e la prima tempesta rischia di

rovesciarli, a meno che non ci si trovi di fronte ad un principe servito dalla fortuna e dotato di

grande spirito e valore: si tratta del caso eccezionale che Machiavelli ha in mente quando pensa a

Cesare Borgia. Eppure questo principe così dotato ha pure fallito. Ha forse sbagliato qualcosa?

Machiavelli sente il dovere di dimostrare di no. Cesare diviene principe grazie al padre che è Papa e

comprende subito che deve rendersi indipendente dai mercenari della propria armata e dal re di

Francia. Così prima si serve di un uomo crudele e sbrigativo come Ramiro dell’Orco per ristabilire

l’ordine (assegnandogli ampi poteri), poi lo fa uccidere in una piazza pubblica. Successivamente si

e si riavvicina agli spagnoli. E’ a quel punto che tutto si rovina, perché prima

cerca nuove amicizie

che Cesare possa rendere solida la propria posizione in Toscana oltre che in Romagna, Papa

Alessandro VI Borgia muore. Cesare si trova così tra l’armata spagnola e quella francese senza

poter resistere. Quindi secondo Machiavelli, Cesare non ha commesso alcun errore malgrado il

disastroso risultato finale e può essere proposto come modello da imitare per tutti i nuovi principi.

Machiavelli distingue tra crudeltà ben seguite e mal eseguite: quelle ben eseguite sono quelle

commesse tutte insieme all’inizio del regno per provvedere alla sicurezza del principato nuovo;

quelle mal eseguite sono quelle che si trascinano e si rinnovano causando il senso di insicurezza dei

sudditi.

L’acquisizione di un principato per scelleratezza è una modalità che Machiavelli mostra di

disprezzare, mentre dell’acquisizione per il favore dei propri concittadini dice che è necessaria

un’astuzia fortunata ed un’arte mediocre. A fare così un principe è talvolta il popolo e talvolta i

“grandi”: il secondo fa più fatica a mantenersi del primo. Scarso interesse Machiavelli riserva per i

principati ecclesiastici, che acquisiti per fortuna o per virtù, si conservano grazie al potere di antiche

istituzioni religiose.

Il principato caratterizzato da un governo dispotico, con un principe che tiene tutti i suoi sudditi in

condizioni di schiavitù, è difficile da conquistare e facile da mantenere. Il principato con governo

“grandi”, è facile da conquistare e difficile da conservare.

aristocratico, con un principe assistito da

La repubblica è estremamente difficile da mantenere, essendo esattamente l’opposto di un

principato dispotico. Machiavelli propone tre mezzi per domarla:

 che il principe vada a risiedere personalmente nel paese per reprimere i disordini sul

nascere;

 governare i paesi secondo le loro leggi e per mezzo dei loro cittadini;

 distruggere e annientare l’antica ed incurabile repubblica.

Probabilmente l’essenza del machiavellismo sta nel ritratto del principe nuovo. Il principe che vuole

mantenersi deve imparare a non essere sempre buono: deve esserlo o non esserlo a seconda delle

necessità. La cosa migliore sarebbe essere sia amato che temuto, ma nell’impossibilità è meglio

essere temuto, che comunque non significa essere odiato dai sudditi (sarebbe una cosa grave). Il

principe deve agire sia da uomo (combattendo attraverso le leggi, regolarmente, con lealtà e fedeltà)

sia da bestia (combattendo con la forza e l’inganno): in particolare i modelli di animali da seguire

sono la volpe (ad esempio non mantenere la parola quando ciò gli causerebbe un danno) ed il leone.

Machiavelli ritiene che l’apparire, il far credere e l’ipocrisia siano fondamentali per il principe. E

poi sostiene l’onnipotenza del risultato.

Per quanto riguarda la gestione del rapporto con i consiglieri o ministri, Machiavelli sostiene che

soltanto un principe già di per sé saggio può essere ben consigliato; deve prendere consiglio solo

quando lo vuole lui e non deve mai lasciare prendere il sopravvento. Inoltre i ministri devono essere

colmati di ricchezza e di considerazioni, per mantenerli buoni.

E’ solo verso la fine dell’opuscolo che Machiavelli svela il suo supremo segreto: l’amore per

l’Italia, la patria lacerata, asservita e sconvolta. Machiavelli aveva tanto ammirato Cesare Borgia

perché lo ha creduto in grado di realizzare il sogno italiano di libertà ed indipendenza.

Quanto al destino dell’opera, Lorenzo de’ Medici non vi prestò attenzione e non ricompensò

l’autore. Se Machiavelli rientrò in grazia dei Medici a partire dal 1519 non fu a causa del

“Principe”. Quattro anni dopo la sua morte, avvenuta nel 1527, il libro viene stampato e viene

cominciato a leggere molto, forse troppo, e le polemiche cominciarono ad infuriare.

CAPITOLO 2

I “SEI LIBRI DELLA REPUBBLICA” DI BODIN

“La République” è un pesante ed erudito trattato che, benché abbia fatto epoca, oggi ci sembra

completamente illeggibile.

Le vicende che portarono alla sua genesi furono queste: all’indomani della notte di San Bartolomeo,

nel 1573, Francois Hotman, un noto giurista mezzo tedesco, lanciò da Ginevra un pamphlet,

denominato “La Franco-Gallia”, che era un vero e proprio attacco alla preponderanza del potere

reale all’interno dell’istituto monarchico in Francia. La sfida venne raccolta da Jean Bodin

(professore di diritto e poi magistrato nonché filosofo politico) il quale sia riallacciava al partito

detto “dei politici” dominato dalla figura del cancelliere Michel de l’Hopital.

Quando Bodin pubblicò “La Rèpublique”, l’opera della sua vita, aveva già una fama europea tra gli

eruditi. L’opera è scritta in lingua volgare, cioè in francese, per essere meglio intesa da tutti i buoni

francesi. Si compone di 6 libri e 42 capitoli: impressionanti e scoraggianti.

non intende la forma di governo opposta alla Monarchia o all’Impero, bensì

Bodin per Repubblica

intende la cosa pubblica, la comunità politica; si tratta di un governo giusto perché conforme a certi

valori morali di ragione e giustizia e che trova il suo scopo nella realizzazione di detti valori. La

famiglia è l’immagine della comunità politica ben ordinata ed è il punto di partenza.

La Repubblica senza la sovranità che ne tiene insieme tutte le parti non sarebbe più Repubblica. La

sovranità è la forza coesiva, è il potere assoluto e perpetuo di una Repubblica. Il primo e più

importante attributo della sovranità è il potere di dare le leggi, a tutti in generale ed a ciascuno in

particolare, senza il consenso né dei superiori né dei pari né degli inferiori. La sovranità può

teoricamente risiedere nella moltitudine (democrazia) o in una minoranza (aristocrazia) o in un solo

uomo (monarchia): la teoria di Bodin opera a favore del re di Francia. Per quanto riguarda il

governo misto, elogiato da Francois Hotman, secondo Bodin non è altro che corruzione della

repubblica ed è un regime bastardo e ingannatore.

Sono tre le ragioni per cui Bodin preferisce la monarchia:

 è il regime più conforme alla natura (ad esempio c’è un solo sole nel cielo);

 è soltanto nella monarchia che la sovranità assoluta trova un organo degno ed una garanzia

di durata;

 assicura maggiori garanzie a quella che oggi si direbbe “la scelta delle competenze”.

Ma la monarchia che Bodin preferisce non è affatto quella tirannica, bensì la monarchia regia o

legittima in cui i sudditi obbediscono alle leggi del monarca ed il monarca alle leggi della natura, e

che può essere governata popolarmente (con impieghi e benefici accordati in modo egualitario),

aristocraticamente (tenendo conto delle persone, dei meriti e delle risorse) o armonicamente (in

modo equilibrato).

“La Rèpublique” fu tradotta in quasi tutte le lingue europee e suscitò particolare ammirazione in

Inghilterra. CAPITOLO 3

IL “LEVIATANO” DI HOBBES

1648: alla conclusione della guerra dei Trent’Anni, in Francia scoppia la “fronda”; il parlamento si

armò contro l’autorità regia.

1651: compare il libro “Il Leviatano” (il Leviatano è un mostro biblico: un grosso e potente

ippopotamo di cui parla il libro di Giobbe). L’autore è Thomas Hobbes che, nato nel 1588, fuggì

dall’Inghilterra a Parigi nel 1640 per timore della guerra civile: esilio volontario di 11 anni durante

il quale pubblicò il “De Cive” e preparò il “Leviathan”, che è la sintesi dell’hobbesianesimo, uno

svolgimento dialettico che ci conduce dall’uomo naturale all’uomo artificiale ed allo Stato-

Leviatano.

All’origine c’è il movimento, dal quale nasce la sensazione, che può essere appetito o desiderio (il

cui oggetto è il bene) oppure avversione o odio (il cui oggetto è il male). Il piacere è la sensazione

del bene, il dispiacere quella del male. La morte è il male supremo; la pietà è il dolore causato dalla

sventura di un altro; la felicità si ha quando i desideri si realizzano con un successo costante.

Nell’uomo c’è un desiderio perpetuo, incessante, di potenza, che cessa solo con la morte. L’uomo si

distingue dagli altri animali per la ragione, la curiosità e la religione. L’uomo è in una situazione di

guerra perpetua con tutti i suoi simili, avidi come lui di potenza. E’ una guerra in cui contano la

forza e l’inganno ed in cui non c’è la proprietà: ognuno è padrone di quello che può prendere e per

tutto il tempo per cui lo può tenere. Questo è lo stato di natura, ma affinché la specie umana non sia

distrutta occorre che l’uomo esca da tale stato.

della morte spinge l’uomo verso la pace e la sua ragione gli suggerisce condizioni di pace

La paura

vantaggiose su cui accordarsi con gli altri uomini (Hobbes le chiama “leggi di natura” e sono

sintetizzabili nella formula “non fate agli altri quello che non vorreste fosse fatto a voi”). Ma per

fare sì che gli accordi vengano rispettati è necessaria una potenza irresistibile: lo Stato. Gli uomini

lo costituiranno attraverso un patto volontario, stretto per la propria salvaguardia.

Hobbes non è d’accordo con Aristotele quando quest’ultimo afferma che l’uomo è naturalmente

sociale; secondo Hobbes l’uomo ricerca compagni solo per interesse e la società politica è frutto di

un calcolo interessato.

Gli uomini stringeranno tra loro un contratto, trasferendo ad un terzo il loro diritto naturale assoluto;

la volontà di questo terzo sostituirà e rappresenterà la volontà di tutti. Tale è l’origine del Leviatano.

Con un unico e medesimo atto gli uomini naturali si costituiscono in società politica e si

sottomettono ad un sovrano: fanno patti tra loro e rinunciano a vantaggio del padrone ad ogni diritto

ed ogni libertà. Ma quale sarà la forma dello Stato? Questo sovrano sarà un uomo o una assemblea?

In teoria non ha nessuna importanza, ma in pratica la differenza è molto rilevante. Hobbes

preferisce la monarchia perché in essa l’interesse personale del sovrano coincide con l’interesse

pubblico, dunque è il regime migliore.

Avendo rinunciato ai loro diritti assoluti in favore del sovrano, gli uomini si sono impegnati a

ritenere buono e giusto ciò che lui ordina e cattivo e ingiusto ciò che lui proibisce: lamentarsi di lui

è lamentarsi di se stessi. Anche Hobbes, come Bodin, rifiuta ogni forma di governo misto: dividere

il poter significa dissolverlo. La proprietà non può che essere considerata una concessione del

sovrano.

Ma il sovrano ha anche dei doveri: deve garantire la sicurezza dei sudditi e la loro libertà di fare

tutte le azioni che non sono impedite dalla legge. Deve anche garantire l’eguaglianza di fronte alla

l’istruzione e l’educazione, la prosperità materiale. Il sovrano deve anche essere

legge,

costantemente fortunato: ad esempio, se il sovrano è vinto in una guerra, i suoi sudditi hanno il

diritto di schierarsi con il vincitore. è l’autorità, ciò che lo distrugge è l’assenza di autorità, è

Ciò che tiene in vita lo Stato Leviatano

discutere il potere sovrano, è una errata concezione dei rapporti del potere civile con il potere

religioso. Perché secondo Hobbes con il patto sociale il sovrano diviene non soltanto l’organo dello

Stato, ma anche della Chiesa. Non vi sono in realtà un governo spirituale e un governo temporale,

perché lo Stato composto di cristiani e la chiesa cristiana sono la stessa cosa: ogni nazione è una

chiesa. Hobbes comunque non si cura della verità religiosa intrinseca: non chiede ai suddividi

credere, ma di obbedire. CAPITOLO 4

LA “POLITICA TRATTA DALLA SACRA SCRITTURA” DI BOSSUET

In Francia il fallimento della “fronda” ebbe l’effetto di consolidare l’edificio che avrebbe voluto

abbattere: la monarchia assoluta di Luigi XIV.

Bossuet fu precettore del Delfino dal 1670 al 1679: tra le sue opere pedagogiche la più celebri sono

la “Politique” e i “Discours sur l’histoire universelle”. Tali opere sono ispirate alla concezione della

gli uomini e gli Stati. Quindi la “Politique” contiene la voce di Dio, tratta

Provvidenza che governa

della parole stesse della Scrittura.

Dei 10 libri dell’opera (terminata nel 1679) solo i primi sei furono destinati all’educazione del

Delfino, gli altri quattro furono aggiunti in un secondo momento. Fu pubblicata nel 1709 dal nipote,

5 anni dopo la morte di Bossuet. L’opera si presenta come un manuale, un chiaro anche se ostico

strumento di insegnamento. I libri sono divisi in articoli, i quali sono suddivisi in proposizioni.

L’originalità dell’opera consiste nell’arte con cui Bossuet maneggia le Scritture, i libri santi dai

quali apparentemente è tratto ogni esempio.

Secondo Bossuet Dio ha creato gli uomini naturalmente socievoli: devono amarsi l’un l’altro perché

sono tutti fratelli e sono figli di Dio. Ma essendo dominati dalle loro passioni e dai loro diversi

interessi, gli uomini sono diventati intrattabili ed asociali: quindi non potevano più essere uniti se

non sottomessi tutti ad uno stesso governo. E tra le forme di governo quella che Bossuet preferisce è

la monarchia, la forma più comune, antica e naturale, perché gli uomini nascono tutti sudditi. Così

la Francia può gloriarsi di avere la migliore costituzione possibile, quella più conforme a ciò che

Dio ha stabilito.

Quali sono i caratteri della monarchia?

 è sacra: i principi agiscono come ministri di Dio e suoi luogotenenti in terra; detengono la

seconda maestà, derivata da quella di Dio; essi devono impiegare la propria potenza per il

bene pubblico;

 è assoluta: il principe non deve rendere conto a nessuno dei suoi ordini, non esiste altra

possibilità di giudizio oltre alla sua, non esiste possibilità di coazione contro il principe. Ma

i re non sono per questo non vincolati alla legge. L’assolutismo ha un solo vero contrappeso

della sua potenza: il timore di Dio;

 è paterna: i re detengono il posto di Dio, padre del genere umano. Il padre è buono ed è fatto

per essere amato;

 è sottomessa alla ragione: il governo è opera razionale ed intelligente.

I doveri dei sudditi verso il principe sono quelli di servire lo Stato come vuole il principe stesso,

perché lui vede da più lontano e da più in alto. Una sola eccezione è prevista: quando egli comanda

contro Dio.

Religione: il principe, ministro di Dio, ha il dovere di impiegare la sua autorità per distruggere nel

suo Stato le false religioni.

Giustizia: governo assoluto, cioè indipendente da ogni autorità umana, non significa governo

arbitrario.

A partire dal 1680 si scatena in Inghilterra e Francia l’attacco contro l’assolutismo.

– L’ASSALTO CONTRO L’ASSOLUTISMO

PARTE 2 CAPITOLO 1

I “DUE TRATTATI SUL GOVERNO” DI LOCKE

Verso la fine del XVII secolo l’Inghilterra da alla letteratura politica l’”Essay of Civil

Government”, dovuto a John Locke (individualista liberale, uomo di studio, cagionevole di salute,

visibilmente fatto per la vita contemplativa) che sferra i primi colpi all’assolutismo. Il titolo esatto

dell’opera è “Secondo trattato sul governo civile…:Saggio concernente la vera origine, l’estensione

civile”.

ed il fine del governo

Locke è un antiassolutista e desidera un’autorità limitata sostenuta dal popolo per eliminare il

rischio del dispotismo; per fare ciò vuole demolire la teoria del diritto divino.

Anche Locke, come Hobbes, parte dallo stato di natura: questo è governato dalla ragione ed è uno

stato di perfetta libertà e perfetta eguaglianza, nel quale vige il diritto di punire colui che fa torto

agli altri e nel quale è riconosciuta la proprietà privata fondata sull’appropriazione, che a sua volta è

sul lavoro dell’uomo ed è limitata dalla sua capacità di consumo.

basata

Ma perché l’uomo ha abbandonato questo idilliaco stato di natura? L’uomo ha preferito lo stato di

società per stare meglio, grazie a leggi stabilite, conosciute, accolte ed approvate di comune accordo

e grazie ad un potere di costrizione capace di assicurare l’esecuzione delle sentenze emesse. Ciò che

ha dato vita ad un governo legittimo è stato il consenso di un certo numero di uomini liberi. Il

governo assoluto non potrebbe essere legittimo perché il consenso degli uomini al governo assoluto

è inconcepibile. L’uomo entrando nella società si spoglia di due tipi di potere che deteneva nello

stato di natura: il potere di fare tutto ciò che ritiene giusto per la sua conservazione e quella del resto

degli uomini (se ne spoglia affinché sia regolato dalle leggi della società) ed il potere di punire i

crimini commessi contro le leggi naturali (se ne spoglia per dare maggiore forza al potere esecutivo

di una società politica). Così la società, erede degli uomini liberi, eredita da questi due poteri

essenziali quello legislativo e quello esecutivo. E’ opportuno che in un governo ben costituito i due

poteri siano in mani diverse, sia per motivi pratici (il potere esecutivo deve essere sempre in

funzione, quello legislativo no) sia per motivi psicologici (sarebbe più forte la tentazione di abuso di

potere). I due poteri non sono eguali tra loro: il potere legislativo deve tendere a conservare la

società, per cui è il potere supremo e l’anima del corpo politico. Il potere esecutivo è in posizione

subordinata, anche se per il bene della società è opportuno che abbia un certo margine di

discrezionalità.

Il popolo accorda la sua fiducia al legislativo ed all’esecutivo per la realizzazione del bene

pubblico: il potere è un deposito affidato ai governati a vantaggio del popolo, il quale può sempre

ritirare la fiducia. E’ proprio il popolo quindi che detiene il vero potere sovrano: da parte sua c’è

deposito, non contratto di sottomissione. Il popolo può anche impiegare la forza ed ha il diritto di

insurrezione: l’inerzia naturale del popolo lo porterà a farlo solo nei casi estremi, ma se il peso

dell’assolutismo diviene insopportabile non c’è più teoria dell’obbedienza che tenga.

CAPITOLO 2

LO “SPIRITO DELLE LEGGI” DI MONTESQUIEU

L’opera comparve a Ginevra nel novembre 1748.

Montesquieu non crede che sia la fortuna a dominare il mondo; vi sono delle cause generali, sia

morali che fisiche, che governano gli accadimenti. Per scoprire la molla principale, il grande

ingranaggio centrale, bisogna procedere di osservazione in osservazione, di confronto in confronto,

bisogna possedere il gusto dei particolari ed il senso dell’insieme. Dice Montesquieu: “Ho

i casi particolari”. Quali sono

enunciato i principi e ho visto ad essi piegarsi, quasi spontaneamente,

i principi? Ogni legge è relativa, suppone un rapporto: ecco lo spirito delle leggi.

Montesquieu ha lavorato alla sua opera (31 libri) per 20 anni ed il periodo più duro è stato quello

che ha preceduto proprio la scoperta dei principi sopra ricordati. I primi 8 libri sono dedicati alla

teoria dei governi, poi 5 libri per la teoria della libertà politica garantita da una certa distribuzione

dei poteri, 5 libri dedicati alle cause fisiche (territorio, clima, ecc.), 1 libro (il XIX) per la nozione di

spirito generale di ogni nazione. A partire dal libro XX l’opera perde in organicità e diventa una

serie di monografie: ad esempio sulle leggi ed i rapporti di esse con il commercio, la moneta, la

popolazione, la religione (fino al XXV libro). Il XXVI è relativo ai singoli settori della legislazione,

e così via. “Lo spirito delle leggi” non può essere letto tutto d’un fiato; deve essere letto come è

stato scritto, cioè abbandonandolo e riprendendolo più tardi.

Montesquieu non propone una dottrina politica rigorosamente deduttiva come Bodin, Hobbes, ecc.;

non era questo il suo proposito.

La classificazione dei governi che Montesquieu adotta è: repubblica (poi distinta in democrazia e

aristocrazia), monarchia e dispotismo. Ogni governo ha una natura (la sua struttura, ciò che lo fa

essere tale) ed un principio (ciò che la fa agire): le leggi devono essere relative alla natura ed al

principio del governo.

 Repubblica Democratica: la sua natura è il popolo, che vi appartiene per certi aspetti come

suddito e per altri come monarca; il suo principio è la virtù politica, la quale esige che si

faccia all’interesse pubblico un continuo sacrificio del proprio egoismo, e non deve mai

venire meno (amore per la patria). Il regime si corrompe se viene meno lo spirito di

eguaglianza ma anche quando questo diviene estremo: lo sbocco di una situazione del

genere è la tirannia.

 Repubblica Aristocratica: il potere sovrano non risiede più nel popolo ma in un certo

numero di persone (una sorta di democrazia ristretta). Il principio non è più la virtù, ma lo

spirito di moderazione dei nobili al governo.

 Monarchia: un solo individuo governa, ma la sua volontà è arginata da leggi fisse e stabilite

e dai poteri intermedi (nobiltà, clero, città, ecc.). Altro potere intermedio è quello incaricato

del deposito delle leggi fisse e stabilite, cioè il Parlamento. Questo complesso gioco di pesi e

contrappesi, di forze e contro forze, è ciò che mantiene lo Stato monarchico. Il principio

della monarchia è l’onore, cioè il pregiudizio di ogni persona e condizione. Secondo

Montesquieu la Repubblica esige stati territorialmente piccoli, la monarchia stati medi.

 Dispotismo: quando uno stato passa da un governo moderato al dispotismo, cade in

disgrazia; il dispotismo è un insulto alla natura umana, è un governo fatto per le bestie più

che per gli uomini. Il principio è la paura; nessuna obbiezione è valida contro l’ordine del

despota. L’obbedienza assoluta presuppone l’ignoranza di chi obbedisce.

Il libro XI tratta delle leggi che formano la libertà politica nel suo rapporto con la costituzione. La

libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono. Questa libertà non si trova sempre nei

governi moderati perché spesso vi è abuso di potere: l’unica possibilità di evitarlo è che il potere

arresti il potere, quindi una certa distribuzione dei poteri separati. A differenza di Locke,

Montesquieu vede, oltre al potere legislativo, anche il potere giudiziario distinto da quello

esecutivo.

Montesquieu analizza poi le tre forze concrete che caratterizzano il governo (misto) inglese: popolo,

nobiltà, monarchia.

 Popolo: non agisce direttamente, ma per mezzo dei suoi rappresentanti, eletti su base locale

(perché conoscono meglio i problemi della propria città) da tutti i cittadini (esclusi quelli da

considerare privi di volontà propria). Il corpo dei rappresentanti deve fare leggi o vedere se

si sono ben eseguite quelle esistenti.

 Nobiltà: è ereditaria; deve astenersi dalla legislazione su cui potrebbe esserci conflitto di

interessi. Il potere legislativo sarà affidato sia al corpo dei nobili sia al corpo dei

rappresentanti del popolo (due camere distinte).

 Monarca: gli spetta il potere esecutivo, che per le proprie caratteristiche è meglio

amministrato da un solo individuo che non da molti.

Al legislativo sono garantite sessioni periodiche: ha la facoltà di deliberare ed ha la facoltà di

esaminare in quale maniera le leggi stabilite vengono eseguite (sia allude alla regola inglese

dell’”impeachment”). L’esecutivo convoca il legislativo, che non deve essere sempre riunito in

assemblea né deve avere la diretta facoltà di riunirsi autonomamente, altrimenti invaderebbe il

campo del potere esecutivo. Il monarca partecipa al legislativo non in virtù della sua facoltà di

statuire bensì di quella di impedire, allo scopo di potersi difendere (si allude al veto reale per

bocciare un “bill” votato dalle due camere). Il monarca è inviolabile e sacro.

Il primo ad introdurre la nozione di clima nella scienza politica fu Bodin, il quale sosteneva

l’esistenza di tre climi per tre diversi tipi di uomini:

 settentrionale: uomo forzuto, brutale, impetuoso, casto, pudico, volubile, taciturno; si

governa con la forza;

 mezzogiorno: uomo vendicativo, astuto, portato alle scienze occulte e contemplative, alla

filosofia; si governa con la religione;

 temperato: uomo più ragionevole, portato per le scienze politiche e la giurisprudenza; si

governa con la ragione e la giustizia.

Montesquieu da una spiegazione scientifica dell’influenza del clima sull’uomo: l’aria fredda

restringe e rafforza le fibre, quella calda le allunga ed indebolisce. Ne deriva che nei climi freddi si

ha più fiducia in se stessi, maggiore sicurezza ed audacia, franchezza, e si è poco sensibili ai piaceri,

al dolore, all’amore.

Quindi sono molte le cose che governano gli uomini: il clima, la religione, le leggi, i costumi, ecc.

La risultante di tutte queste cose è lo spirito generale, al quale uno solo degli elementi enumerati

conferisce il tono, quindi risulta essere la dominante. Ma quale sia questa dominante non è possibile

dirlo con certezza.

L’accoglienza fatta all’opera è stata colma di curiosità e di sincera ammirazione; venne tradotta in

quasi tutte le lingue. Montesquieu ottenne una gloria europea.

CAPITOLO 3

IL “CONTRATTO SOCIALE” DI ROUSSEAU

L’originalità del “Contratto Sociale” sta nel fatto che quella libertà ed uguaglianza che

caratterizzavano lo stato di natura, Rousseau pretende di ritrovarle, trasformate e denaturate, nello

stato di società.

“L’uomo è nato libero e dovunque è in catene. Come è potuto succedere? Non lo so, posso solo dire

cosa può renderlo legittimo”, afferma Rousseau.

L’obbligo sociale non potrebbe essere fondato legittimamente sulla forza; la legittimità può

provenire soltanto dal consenso unanime dei futuri consociati. La formula del patto sociale è:

“Ognuno di noi mette in comune la sua persona ed ogni suo potere sotto la suprema direzione della

volontà generale, e noi accogliamo nel nostro seno ogni membro come parte indivisibile del tutto”.

Ogni membro del corpo politico è cittadino (perché partecipa alla sua attività) e suddito (perché

obbedisce alle sue leggi). Da una parte c’è il mondo dell’interesse e delle volontà particolari,

dall’altra il mondo dell’interesse e della volontà generale: il popolo, come corpo politico, non può

che avere una volontà generale. Nel singolo uomo sociale coesistono le due volontà e la libertà

denaturata consiste proprio nel far predominare sulla propria volontà particolare quella generale.

Riportare all’obbedienza con la forza chi, dominato dalla sua volontà particolare, rifiuta di

sottomettersi alla volontà generale è semplicemente costringerlo a essere libero.

Quando in una questione prevale il parere opposto al mio significa che mi ero ingannato: quella che

ritenevo essere la volontà generale non lo era affatto.

Secondo Rousseau l’uomo, proprio per la sua condizione, è sottomesso alla natura fisica, alla

necessità fisica, alle cose; ma la sua libertà è messa a rischio dalla dipendenza dagli uomini, dai

singoli individui. Solo la legge, che è espressione della volontà generale, è capace di ovviare ai mali


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ninja13

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DESCRIZIONE APPUNTO

Appunti di filosofia delle scienze sociali sulle grandi opere del pensiero politico di Chevallier.
Gli appunti riprendono una suddivisione in capitoli nella prima parte così strutturata:
il "Principe" di Machiavelli
i "Sei libri della Repubblica" di Bodin
il "Leviatone" di Hobbes
la "Politica tratta dalla sacra scrittura" di Bossuet
i "Due trattati sul Governo" di Locke
lo "Spirito delle leggi" di Montesquieu
il "Contratto sociale" di Rousseau.


DETTAGLI
Corso di laurea: Corso di laurea in scienze dell'educazione
SSD:
A.A.: 2012-2013

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher ninja13 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Filosofia delle scienze sociali e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Suor Orsola Benincasa - Unisob o del prof Villani Natascia.

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