Glottologia e linguistica
Che cos'è la linguistica?
"La linguistica è il ramo delle scienze umane che studia la lingua."
"Secondo una definizione corrente, la linguistica è lo studio scientifico del linguaggio e delle lingue."
Scientifico: in senso "debole". Liberare il campo dalle osservazioni sul linguaggio e studiarla con metodo rigoroso. Conoscere tante lingue non vuol dire essere linguista. Uno studio è detto scientifico quando si fonda sull'osservazione dei fatti e si astiene dal proporre una scelta fra questi fatti, in nome di certi principi estetici o morali.
Linguaggio e lingue: il loro rapporto è simile a quello fra hardware e software. Il linguaggio è prerequisito per le lingue; rappresenta il "supporto" sul quale viene "installata" la lingua. Il linguaggio è la facoltà dell'uomo che gli consente di creare sistemi di comunicazione abbinando contenuti e mezzi di espressione. Esso è una facoltà innata.
"Le lingue storico-naturali sono una delle possibili realizzazioni..."
Linguaggio e lingua
| Linguaggio | Lingua | |
|---|---|---|
| Congenito | Sì | No |
| Apprendibile | No | Sì |
| Cancellabile | No | Sì |
| Universale | Sì | No |
| Mutevole | No | Sì |
"Il linguaggio ci accomuna, le lingue ci distinguono."
Il dato osservabile per il linguista non è il linguaggio, ma le lingue: "Da una parte i prodotti (testi, orali e scritti), dall'altra i giudizi che i parlanti danno a questi testi."
Che cosa NON è la linguistica?
NON è lo studio delle lingue
"Il linguista non è un poliglotta. E, viceversa, un poliglotta non è necessariamente un linguista."
MA: conoscere più lingue può essere utile per un linguista; avere conoscenze di linguistica è utile per chi studia lingue.
NON è normativa/prescrittiva
"Il linguista desta sempre scalpore quando rivela di trovare intriganti gli errori rispetto agli usi corretti della lingua."
Appendix Probi (III-V d.C.) è una lista di vocaboli dove un maestro indicava il modo corretto di dire alcune parole latine. Gli errori sono importanti perché segnalano un cambiamento in atto. Il linguista descrive la lingua. Una parola, per entrare nel dizionario, deve essere usata dai parlanti. Un errore diventa regola quando inizia a passare inosservato.
Branche della linguistica
- Linguistica generale: si occupa di "che cosa sono, come sono fatte e come funzionano le lingue"
- Linguistica applicata: come l'insegnamento delle lingue
- Linguistica storica: come le lingue cambiano nel tempo (glottologia)
- Linguistica tipologica: studia la variazione linguistica
- Sociolinguistica: rapporti fra lingua e società
- Linguistica computazionale: come per i traduttori automatici, in ambito informatico
- Psicolinguistica: studia i linguaggi verbali in ambito psicologico
- Neurolinguistica: si occupa di patologie del linguaggio
- Etnolinguistica: si occupa delle lingue e del loro legame con la cultura
Linguistica e scuola
Spesso sconosciuta al di fuori dell'ambiente accademico. Non è materia di insegnamento scolastico, ma questioni linguistiche sono centrali in tutto il percorso scolastico. In quanto disciplina autonoma è relativamente recente, ma la riflessione sul linguaggio ha radici molto lontane nel tempo.
"Invece di storia della linguistica sarebbe meglio parlare di storia delle idee linguistiche o storia del pensiero linguistico, perché la linguistica è diventata materia di insegnamento recentemente: infatti la prima cattedra di linguistica fu istituita in Germania, all'università di Berlino nel 1821."
Nonostante sia recente come disciplina, tratta argomenti molto antichi.
Cenni di storia della riflessione linguistica
Qualche esempio di riflessione linguistica nella tradizione occidentale: i filosofi greci si posero varie domande, soprattutto riguardo al nesso fra realtà e linguaggio. Platone trattò nel dialogo Cratilo, il rapporto fra il nome di una cosa in modo naturale o convenzionale. Cratilo sostiene il metodo naturalista, mentre l'altro interlocutore Ramogene sostiene la posizione convenzionalista. Socrate fa da arbitro. Ramogene sostiene che non c'è il rapporto fra oggetti e nomi per natura, ma per legge e uso di coloro che usano queste parole.
Aristotele sostiene la tesi convenzionalista ed è il primo che inizia a riflettere sul fatto che le parole della lingua non sono uguali e possono essere suddivise in tipologie. In particolare distingue in ònoma e rema (nomi e verbi/predicati). I nomi si riferiscono per convenzione a qualcosa, i verbi si riferiscono anch'essi per convenzione ma hanno la dimensione temporale. Questa ripartizione è stata poi ripresa, discussa e riformata nei secoli. A Dionisio Trace si deve il primo trattato scritto sulle parole e la prima divisione in otto classi di parole che saranno poi riprese dai grammatici latini.
Dante, nel trattato De Vulgari Eloquentia (incompiuto), parla (in latino) della lingua, chiedendosi quale sia la lingua originale e individua l'ebraico. La pluralità linguistica che abbiamo oggi è dovuta alla diffusione biblica. Questo ora è superato, ma Dante è un innovatore nell'ambito dei volgari italiani. Il problema che si pone nel trattato è capire quale fosse il volgare "illustre", ovvero il più adatto ad essere usato nelle scuole. Dante fa una classifica e nota le varietà di volgare italico e le confronta. L'Italia si differenzia almeno in 14 volgari diversi, i quali tutti presentano a loro volta altre varietà.
Rinascimento e età moderna
"Scoperta" della diversità linguistica. La situazione in Europa è cambiata perché iniziano a formarsi stati nazionali e si affermano le lingue volgari (anche la bibbia) e le scoperte geografiche ampliano la scoperta della diversità linguistica. I missionari hanno scritto grammatiche di varie zone del pianeta, anche di lingue scomparse nel frattempo, che costituiscono una fonte d'informazione importantissima. Dal punto di vista della linguistica, la scoperta delle nuove lingue costituisce una grande importanza.
Cenni di storia della linguistica
XIX sec.: sviluppo della linguistica come disciplina autonoma. Ha un ruolo importante la conquista coloniale inglese dell'India, soprattutto della conoscenza del Sanscrito. Sir William Jones, un magistrato inglese appassionato di culture e lingue orientali, va in India e a fine '700 tenne una conferenza che ha un ruolo importante nella storia della linguistica per il fatto che ci sono somiglianze fra greco, latino, sanscrito e gotico. Suggerisce sulla base delle somiglianze che tutte queste lingue siano discendenti di una stessa lingua madre. Quest'idea non era nuova, già vista Dante il quale pensava discendessero dalla bibbia e dall'ebraico. Somiglianze sistematiche fra lingue, nasce e si sviluppa nel corso di tutto l'800 lo studio storico-comparativo delle lingue indoeuropee (in Italia anche: glottologia). Indoeuropeo è il nome che diamo all'antenato che viene ricostruito in base alla comparazione. Questo metodo è importante perché pone le basi per la linguistica generale.
1821 all'università di Berlino viene istituita una cattedra chiamata "Letteratura orientale e linguistica (Sprachkunde) generale".
Ferdinand de Saussure e la linguistica
Ferdinand de Saussure, studioso di Ginevra, che ne viene dagli studi storico-comparativi, si poneva il problema dei fondamenti teorici della disciplina. Rifletteva sui principi generali che il linguista storico doveva seguire. Non pubblicò le sue lezioni ma lo fecero i suoi studenti Charles Bally e Albert Sechehaye raccogliendo gli appunti dei suoi allievi "Corso di Linguistica Generale". Il libro è stato tradotto da Tullio De Mauro.
A che cosa serve il linguaggio?
"Tutte le lingue storico-naturali sono espressione di quello che viene chiamato linguaggio verbale umano. Il linguaggio verbale è una facoltà innata nell'homo sapiens ed è uno degli strumenti, modi e sistemi di comunicazione"
Lingue storico-naturali: "da un lato sono apprese in modo naturale e spontaneo, dall'altro sono il prodotto di un'evoluzione attraverso il tempo e sono strettamente legate alla comunità linguistica che le usa."
Comunicazione
(dal lat. Communis): modello di Roman Jakobson, che mette in luce gli elementi presenti in qualsiasi comunicazione:
- Emittente (chi parla)
- Ricevente (ascoltatore o lettore)
- Messaggio (da emittente a ricevente)
- Contesto (ciò a cui il messaggio rimanda)
- Canale (attraverso il quale il messaggio viene trasmesso)
- Codice (deve essere condiviso da emittente e ricevente)
Che cosa sono le lingue?
"Le lingue sono codici, un termine equivalente a sistemi di segni (ma molto più comodo nell'uso), cioè sistemi di corrispondenze tra l'ordine di espressione e l'ordine del contenuto, destinati alla trasmissione di informazione fra un emittente e un ricevente attraverso la produzione e la diffusione di un messaggio."
Che cos'è un segno?
"Un segno è qualcosa che sta per qualcos'altro e serve per comunicare questo qualcos'altro"
Qualcosa: espressione, percepibile attraverso i sensi (es: suono, immagine) Qualcos'altro: contenuto (mentale) che possiamo afferrare grazie all'espressione. Un segno è fatto di un'espressione sensibile e di un concetto rappresentato da questo suono.
Tipi di segni
La disciplina che studia i segni (linguistici e non linguistici) è la semiotica (o semiologia).
I segni possono essere classificati in base a:
- (Tipo di) rapporto fra espressione e contenuto
- (Presenza o assenza di) intenzionalità comunicativa
In base all'incrocio di questi criteri si può arrivare a fare una classificazione:
- Indice → Rapporto fra contenuto ed espressione: motivazione naturale (causale)
- Non intenzionali
- Segnale → Rapporto contenuto ed espressione: motivazione naturale (causale)
- Intenzionale
- Icona → Rapporto contenuto ed espressione: motivazione analogica (somiglianza)
- Intenzionale
- Simbolo → Rapporto contenuto ed espressione: motivazione culturale
- Intenzionale
- Segno in senso stretto → Rapporto contenuto ed espressione: convenzionale, arbitrario
- Intenzionale
Proprietà dei segni linguistici
Biplanarità
I segni linguistici sono costituiti dall'unione imprescindibile di significato (piano del contenuto) e significante (piano dell'espressione). Segno: unione inscindibile di un significato e un significante. Codice: sistema di segni. Le lingue sono codici, dei sistemi di segni linguistici.
Arbitrarietà
I segni linguistici sono arbitrari (e convenzionali). Vuol dire che non c'è nessuna ragione per cui, per esempio, microfono si chiami in questo modo; devono essere anche convenzionali, in quanto ci deve essere una convenzione fra i parlanti che devono condividere tale significato.
Una dimostrazione che i segni sono arbitrari sono le stesse lingue. Per esempio: acqua, agua, Wasser, shui. Possiamo osservare che alcune parole di diverse lingue sono simili. Infatti l'italiano e lo spagnolo sono entrambe lingue neolatine. Viceversa, si può osservare che lingue diverse hanno significante molto simile che però hanno significato diverso.
C'è un terzo elemento che è il referente, ovvero l'entità del mondo esterno a cui il segno linguistico si riferisce. È arbitrario il rapporto fra il segno nel suo complesso e il referente. È però arbitrario anche il rapporto fra il significante e il significato. Non c'è un motivo naturale per cui si associa una sequenza di suoni al significato. È arbitrario il rapporto fra la forma e la sostanza del significato. Vuol dire che ogni lingua può decidere come suddividere il significato. Per esempio, in italiano abbiamo bosco, legno e legna; in tedesco abbiamo Wald per bosco ma una sola per legno/legna ovvero Holz; in francese abbiamo solo una parola per tutto bois. È arbitrario il rapporto fra la forma e la sostanza del significante. Questo vuol dire che ogni lingua può scegliere quali sono le proprietà rilevanti dei significanti.
Si può dire che, nella linguistica moderna, i segni sono arbitrari. Ci sono però dei segni che non possono essere considerati arbitrari. Si parla di arbitrarietà relativa. Saussure affermò che "il segno può essere relativamente motivato. Così vingt è immotivato, ma dix-neuf non lo è in egual modo". Così come in italiano abbiamo lavapiatti e apribottiglie. In tedesco Kartoffelsuppe (Kartoffel=patata; Suppe=zuppa).
Ci sono degli elementi di tipo iconico all'interno dei sistemi linguistici. Per esempio, in inglese per ottenere il plurale bisogna aggiungere una s alla fine della parola. La parola contiene un'icona per il fatto che il plurale usa più suoni. Ma non è una regola generalizzabile: in italiano cane vs cani; milanese dòna vs don.
"Eccezioni" all'arbitrarietà
- Ideofoni: parole che evocano con il loro suono, caratteristiche sensoriali (suono, colore, movimento…) del referente.
- Onomatopee: ideofoni che con il suono evocano, "imitano" caratteristiche sonore del referente. Motivazione analogica, come nelle icone.
Ma ideofoni e onomatopee sono eccezioni parziali:
- Variano da lingua a lingua
- I suoni usati nelle onomatopee di una lingua sono gli stessi usati per formare parole in quella lingua
- In certi casi solo parte della parola è onomatopeica (es: tintinnare)
Fonosimbolismo
In alcuni casi sembra che i suoni delle lingue siano naturalmente associati a certi significati.
Trasponibilità del mezzo
Il significante dei segni linguistici può essere realizzato e trasmesso sia attraverso il canale fonico-acustico, sia attraverso quello grafico-visivo.
"Scritto" e "parlato":
- Grande rilevanza dello scritto nelle società moderne
- Ma priorità dell'orale da diversi punti di vista:
- Antropologico
- Ontogenetico
- Filogenetico
Linearità
Il significante viene prodotto, si realizza e si sviluppa in successione nel tempo e/o nello spazio.
Complessità sintattica
Importanza sia dell'ordine degli elementi sia delle relazioni tra elementi non contigui. Dipendenza dalla struttura. Es.: ho visto un uomo col cannocchiale due interpretazioni possibili.
Discretezza
La differenza fra gli elementi, le unità della lingua, è assoluta, non quantitativa o relativa.
Plurifunzionalità
La lingua permette di adempiere a una lista molto ampia (teoricamente illimitata) di funzioni diverse.
Modello di Roman Jakobson
- Emittente: funzione emotiva
- Ricevente: funzione conativa
- Contesto: funzione referenziale
- Canale: funzione fatica (da "fare": parlare)
- Codice: funzione metalinguistica
- Messaggio: funzione poetica
Distanziamento
Possibilità, insita inerentemente nella lingua, di poter formulare messaggi relativi a cose lontane, distanti nel tempo, nello spazio o in entrambi dal momento e dal luogo in cui si svolge l'interazione comunicativa o viene prodotto il messaggio.
Libertà da stimoli: "gli aspetti esterni della situazione, e le nostre reazioni interne ad essi, non sono causa né necessaria né sufficiente dell'emissione di un determinato messaggio in un determinato momento."
Doppia articolazione
Possiamo analizzare le unità delle lingue umane in unità più piccole. Il significante dei segni linguistici è articolato (scomponibile) a due livelli.
- Prima articolazione: unità minime portatrici di significato (morfemi).
- Seconda articolazione: unità minime non portatrici di significato autonomo ma che, combinate fra loro, compongono le unità di prima articolazione (fonemi).
Produttività e ricorsività
- Produttività/creatività regolare: "produttività infinita basata su un numero limitato di principi e regole in genere dalla forma (molto) semplice applicabili ricorsivamente." Possibile produrre messaggi sempre nuovi, con un numero finito di regole.
- Ricorsività: una regola è riapplicabile al risultato dell'applicazione della regola stessa. Il limite della ricorsività risiede nell'utente codice.
Definizione di lingua
"La lingua è (a) un codice (b) che organizza un sistema di segni (c) dal significante primariamente fonico-acustico, (d) fondamentalmente arbitrari ad ogni loro livello e (e) doppiamente articolati, (f) capaci di esprimere ogni esperienza esprimibile, (g) posseduti come conoscenza interiorizzata che permette di produrre infinite frasi a partire da un numero finito di elementi."
Significante primariamente fonico-acustico: quando il canale fonico-acustico la capacità di comunicazione può essere difficoltosa tanto da creare delle lingue che sfruttano la capacità visivo-gestuale, ovvero le lingue dei segni. Sono lingue storico-naturali e non ce n'è solo una ma diverse (ne sono state classificate quasi 150).
Caratteristiche:
- Sistemi di segni costituiti da un significato e un significante
- I rapporti tra significante e significato sono fondamentalmente di tipo arbitrario, anche se molti segni sono di tipo iconico.
- I singoli segni si combinano fra loro per formare unità maggiori, come le frasi, in base a precise regole grammaticali. Non necessariamente queste regole coincidono con quelle.
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