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La morfologia e la struttura delle parole

La morfologia è lo studio della struttura interna delle parole, e dei criteri che vengono usati per la formazione delle parole, ovvero, la minima combinazione di elementi minori dotati di significato chiamati morfemi. A seconda dei criteri che applichiamo per dare la definizione giusta, si può intendere per parola una certa espressione linguistica oppure un’altra. Es: la parola “gatto” è formata da 2 morfemi: “gatt” e “o”; il primo morfema ci veicola un significato lessicale mentre il secondo ci dà un significato grammaticale che possiamo modificare a seconda del contesto, ad esempio se dobbiamo parlare al plurale al posto della “o” mettiamo la “i”.

Criteri per definire una parola

La parola deve essere costituita da:

  • Almeno un morfema e costruita spesso attorno ad una base lessicale (come nel caso di gatto “gatt”), cioè a un morfema portatore di un significato referenziale, legato a un referente, un elemento della realtà esterna/extralinguistica.
  • Deve funzionare anche come entità autonoma della lingua e deve rappresentare da sola un segno linguistico compiuto, dotato di significante e significato.

Criteri di identificazione di una parola

Ci sono diversi criteri che ci permettono di individuare in modo più preciso una parola:

  • Il primo criterio fa riferimento all’ordine dei morfemi che costituiscono la parola, che è rigido e fisso: i morfemi non possono essere invertiti o cambiati di posizione. Es: nella parola “gatto” avremo gatt-o, non possiamo avere o-gatt.
  • Il secondo criterio fa riferimento ai confini della parola, i quali corrispondono a delle pause potenziali in un discorso. Es: quando diciamo “il gatto rincorre il topo” possiamo fare le pause tra i confini di queste parole, non possiamo inserire pause in mezzo alle parole stesse.
  • Un altro criterio fa riferimento alla scrittura per cui una parola di solito è separata dalle altre nella scrittura.
  • Un altro criterio è quello fonetico: foneticamente la pronuncia di una parola non è interrotta, ed è caratterizzata da un unico accento primario. In realtà ci sono alcune parole che possono avere un accento secondario, ad esempio le parole composte come “capostazione”. In capostazione abbiamo un accento primario che cade su |ziò| e un accento secondario che cade sulla prima sillaba.

Ci sono definizioni di parola basate su criteri ortografici che individuano la parola come un elemento che, in un testo scritto, compare tra due separatori, ad esempio due spazi. Questo criterio ortografico si applica, però, solo su lingue dotate di una forma scritta. A seconda del sistema di scrittura utilizzato, questi criteri non sono validi per tutte le lingue. Un altro punto debole dei criteri ortografici è che questi non sono sempre sufficienti per stabilire se siamo di fronte ad una parola o a più parole. Ad esempio, le parole composte come “pesce-spada” le possiamo trovare o separate da uno spazio, oppure come un’unica parola; anche le parole polirematiche sono costituite da più unità che hanno un solo significato, il quale non è dato dalla somma dei diversi significati, ad esempio luna di miele o ferro da stiro che costituiscono un’unica parola veicolante un solo significato, ma noi non possiamo ricostruire il significato a partire dai singoli significati delle unità. Di fronte a queste parole l’applicabilità dei criteri ortografici inizia a mostrare dei punti deboli.

Siccome i criteri ortografici non sono così solidi da soli, adottiamo altri criteri ad esempio i criteri fonologici che ci permettono di individuare una parola nella catena parlata, cioè all’interno del nostro discorso. Viene definita parola fonologica tutto ciò che si raggruppa attorno ad un accento primario. Questa nozione però non coincide con la nozione di parola morfologica o sintattica. Es: la parola “telefonami” da un punto di vista fonologico è un’unica parola, è una parola fonologica perché ha un accento primario e lo è anche dal punto di vista ortografico, ma dal punto di vista sintattico è costituita da più unità (telefona a me). Oppure la parola “capostazione” è un’unica parola dal punto di vista morfologico, ma dal punto di vista fonologico è formata da due unità, infatti ha due accenti. Inoltre, i criteri fonologici non ci permettono di considerare come parole gli elementi che nel discorso non hanno un accento proprio, perché se noi definiamo parola fonologica tutto ciò che sta attorno ad un accento primario allora nell’espressione “a casa” abbiamo un solo accento primario, perché la proposizione “a” è un elemento atono, quindi non è portatrice di un accento.

Il raddoppiamento fonosintattico

Il raddoppiamento fonosintattico consiste nell’allungamento consonantico all’inizio di una parola quando questa è preceduta da alcune parole che provocano questo fenomeno. Sono le parole monosillabiche come le preposizioni o parole bisillabiche. Ad es: in “dove vai” la fricativa labiodentale sonora di “vai” subisce un raddoppiamento e viene allungata, mentre se misuriamo la durata del segmento “v” della fricativa labiodentale sonora quando pronunciamo solo “vai” risulta più corto. Questo raddoppiamento fonosintattico si verifica in molte varietà di italiano centro-meridionale. Altre parole con cui si verifica sono le parole che hanno l’accento sull’ultima sillaba o parole tronche come “città”. Anche i criteri fonologici non si sposano benissimo con i criteri morfologici, sintattici e ortografici.

La parola dal punto di vista morfologico

Quando si parla di parola dal punto di vista morfologico si fa attenzione al grado di coesione interno degli elementi che la compongono e si fa riferimento ad una serie di parametri:

  • La non interrompibilità di questa combinazione, cioè una parola non può essere interrotta da altro materiale.
  • La posizione fissa dei singoli morfemi, quindi non è possibile invertire l’ordine dei morfemi oppure modificarlo.
  • La mobilità della parola, una parola può assumere diverse posizioni all’interno di una frase, a seconda del rilievo che vogliamo dare alla parola.
  • L’enunciabilità in isolamento: molte parole possono essere prodotte da sole in isolamento. Es: la parola “io”, “mio”, “oggi”, “domani”, in risposta ad una domanda.
  • La pausa potenziale.
  • Una parola tipica contiene una sola radice lessicale e un solo morfema che veicola un significato referenziale.

Si parla di parola tipica perché come nel caso di “capostazione”, ci possono essere più radici lessicali. La nozione di parola è da considerare in modo graduale e non categorico. Alcune combinazioni di morfemi rispettano tutti i criteri enunciati fino ad ora, altre meno tipiche ne rispettano solo alcuni. La parola “gatto” è una parola prototipica che rispetta tutti i criteri, mentre la parola “luna di miele” ne rispetta solo alcuni quindi è meno tipica.

Tipologia morfologica delle lingue

La tipologia morfologica si basa sulla classificazione delle lingue del mondo sulla base dei meccanismi morfologici che utilizzano per costruire le parole. Ci sono lingue che utilizzano meccanismi morfologici molto diversi rispetto a quelli di cui parleremo noi. Es: angya-ghila-ng-yug-tuq (egli vuole comprare una grande barca). Questa parola in eschimese, lingua polisintetica, è costituita da molti morfemi attaccati; quella che per l’eschimese siberiano è una parola, in italiano corrisponde ad una intera frase. Le lingue polisintetiche hanno una struttura molto complessa delle parole e sono costituite da più morfemi lessicali che veicolano dei significati referenziali.

Morfemi: classificazione e funzioni

Le parole sono costituite da: morfemi. I segni linguistici possono essere suddivisi in unità di prima e unità di seconda articolazione. Le unità di seconda articolazione sono costituite solo da significante (senza significato) quindi i fonemi, mentre i morfemi o unità di prima articolazione, sono costituiti sia dal significato che dal significante. Le parole possono essere scomposte in pezzi più piccoli e sono dotati ancora di significato. Nella parola “pane”, per esempio, identifichiamo due morfemi “pan” e “e”, entrambi veicolano dei significati in particolare:

  • “pan” veicola un significato di tipo lessicale.
  • “e” veicola un significato grammaticale (singolare in questo caso).

Anche i morfemi grammaticali sono portatori di un significato proprio, non lessicale ma grammaticale. Anche per la morfologia abbiamo delle unità che richiamano le diverse funzioni. Il morfo corrisponde a quello che in fonetica abbiamo definito fono. Il morfo, a differenza del morfema, è inteso solo come forma, così come il fono era inteso come il suono nella sua realizzazione concreta, anche la categoria del morfo è intesa solo dal punto di vista del significante, indipendentemente dalla funzione che ricopre.

Quando parliamo di morfema ci riferiamo anche alla funzione che quell’elemento ricopre, quando parliamo di morfo solo alla forma, dal punto di vista del significante. L’allomorfo è la variante formale di un morfema, cioè realizza lo stesso significato di un altro morfo che ha la stessa funzione. Così come l’allofono: ciascuna delle forme con cui si presenta un fonema. Esempio di allomorfia è il prefisso “in” dell’italiano. Il prefisso “in” ha un valore negativo, infatti, se si vuole formare la forma negativa si aggiunge “in”. Es: ingiusto, irrealizzabile, impossibile, illecito. Il morfema è sempre lo stesso ma abbiamo un diverso allomorfo. A seconda del morfema lessicale a cui si aggiunge questo prefisso, questo assume una forma diversa per un processo di assimilazione fonetica. Se il morfema lessicale a cui vogliamo attaccare “in” inizia con una vibrante allora quella nasale si trasforma in una vibrante (in-realizzabile irrealizzabile). Dunque, “ir”, “im”, “il” sono allomorfi del morfema “in”. Gli allomorfi si trovano in distribuzione complementare, cioè ogni allomorfo non compare nei contesti in cui compaiono gli altri perché dipende dalla consonante con cui inizia il morfema lessicale. Per capire che due diversi allomorfi fanno riferimento allo stesso morfema è necessario che il significato e la funzione sia la stessa. In questo caso in, ir, im, il hanno tutti la stessa funzione, ovvero veicolano un valore negativo, e devono essere tutti nella stessa posizione all’interno della parola in questo caso prefissi. Altri esempi di allomorfia sono il suffisso aggettivale “–abil-” (che esprime potenzialità), reso come -abil-, -ibil-, -ubil-. Es. lavabile. In inglese: [-s] (cats "gatti"), [-z] (dogs "cani") e [-iz] (horses "cavalli"): allomorfi del morfema del plurale.

Suppletivismo

Quando invece un morfema lessicale in certe parole derivate viene sostituito da un morfema che ha la forma totalmente diversa ma lo stesso significato allora si parla di suppletivismo perché ha un’origine etimologica diversa. Dalla parola “acqua”, uno degli aggettivi/parole derivate di riferimento della parola acqua è “idrico”. La forma che sta alla base dell’aggettivo idrico è completamente diversa, perché in un caso la parola deriva dal latino (acqua) e nell’altro caso deriva dal greco (idrico) quindi il morfema lessicale di acqua si manifesta in due forme diverse:

  • Acqu per acqua
  • Idr per idrico

Classificazione dei morfemi

Le parole possono essere scomposte in morfemi e questi ultimi possono essere descritti secondo due prospettive diverse:

  • Possiamo fare una classificazione funzionale a seconda della funzione che ricoprono nella parola.
  • Possiamo fare una classificazione posizionale se prendiamo in esame la posizione in cui si collocano all’interno della parola.

Dal punto di vista della funzione, i morfemi sono classificabili in:

  • Morfemi lessicali (-gatt): sono una classe aperta perché fanno riferimento ai referenti della realtà e si trovano nel lessico di una lingua.
  • Morfemi grammaticali (-o): costituiscono una classe chiusa perché si trovano nella grammatica di una lingua.

All’interno della categoria dei morfemi grammaticali individuiamo due sottocategorie:

  • Morfemi derivazionali: svolgono la funzione di formare parole nuove a partire da una base lessicale. Es: a partire dalla parola “felice” aggiungiamo il prefisso “in” (morfema derivazione) e creiamo una nuova parola “infelice”, la quale ha un significato diverso dalla parola iniziale. A partire ad esempio da un sostantivo come “strada” possiamo creare un aggettivo: aggiungiamo il morfema derivazionale “al” e avremo “stradale”, oppure “denti” → “dentale”. Quando aggiungiamo ad un morfema lessicale prima o dopo un morfema derivazionale creiamo una parola nuova o parola derivata (es: infelice); ovvero una parola che ha un significato diverso rispetto a quella di partenza. I morfemi derivazionali hanno un significato a metà tra quelli grammaticali e quelli lessicali: mentre in gatto la –o assume un significato solo grammaticale, i morfemi derivazionali invece ci danno un’informazione in più. Es: il morfema derivazionale –eri che troviamo in profumeria, libreria, macelleria, indica il luogo dove si vende/compra una certa cosa. Ci dà quindi un significato non lessicale, ma più di un significato grammaticale in senso stretto.
  • Morfemi flessionali/flessivi: danno luogo a forme diverse di una stessa parola: non modificano il significato della radice lessicale, ma servono per esprimere categorie grammaticali obbligatorie, quindi veicolano delle informazioni grammaticali come genere e numero. Ci sono invece delle categorie che sono obbligatorie per il verbo come il tempo, il modo, l’aspetto, la persona. Es: Nella parola “infelice” “in-” è un morfema derivazionale, “-felic-” è il morfema lessicale e “-e” sarà il morfema flessionale. Possiamo infatti avere infelice o infelici se parliamo al plurale, per cui il morfema flessivo “-e”, o “–i” ci dà informazioni di tipo grammaticale, in questo caso sul numero. Quando aggiungiamo ad un morfema lessicale un morfema flessivo il risultato è la forma flessa di un lessema (es: gatto, gatta).

Un’altra classificazione che viene fatta è quella tra morfemi liberi, i quali possono costituire una parola da soli e i morfemi legati che non costituiscono da soli una parola ma hanno bisogno di un altro morfema per formarla. In inglese si applica molto bene questa distinzione: ad esempio Dog è un morfema libero. Anche in italiano ci sono parole mono-morfemiche, ovvero costituite da un solo morfema e che quindi possono essere considerati morfemi liberi: ad esempio “quando”, “ieri”, “voi”.

Possiamo poi classificare i morfemi a seconda della posizione in cui compaiono nella parola. In questo caso i morfemi vengono chiamati affissi e si combinano con una radice. Ci sono diversi tipi di affissi:

  • Prefissi: affissi che stanno prima della radice (es: in-felice, s-contento).
  • Suffissi: affissi che stanno dopo la radice (es: strad-al-e, dent-al-e).
  • Infissi: affissi che sono all’interno della radice (es: ru-m-po).
  • Circonfissi: affissi formati da due parti: una prima e una dopo la radice.
  • Transfissi: affissi che si incastrano alternativamente dentro la radice.

Per scomporre una parola in morfemi e per individuare i morfemi possiamo applicare la prova di commutazione confrontiamo una parola con parole simili a quella di partenza. A partire dall’aggettivo “dentale” provo a confrontarla con parole simili come “dentali”, in cui c’è una parte identica “dental” e quello che cambia è solo il morfema “–e” che diventa “–i” (plurale). Il primo morfema che individuiamo è la “–e”. Poi pensiamo ad altre parole che hanno una struttura simile a “dentale” e che abbiano il morfema “–al” come stradale, culturale, nazionale. Ci rendiamo conto che i significati delle parole sono simili dal punto di vista della costruzione. Riusciamo così ad arrivare alla scomposizione della parola dentale e a classificare dal punto di vista della funzione i morfemi:

  • –dent un morfema lessicale
  • –al un morfema grammaticale derivazionale
  • –e un morfema grammaticale flessionale ci dà informazioni sul numero.

Dal punto di vista della flessione siccome sia –al che –e vengono posti dopo la radice saranno entrambi suffissi.

Flessione e formazione di parole

  • Flessione: processo che si usa per produrre le diverse forme di una parola, quindi per veicolare dei significati di tipo grammaticale (grazie ai morfemi flessivi).
  • Formazione di parole: derivazione e composizione.

A seconda del contesto in cui viene usata, la parola deve essere flessa, quindi un sostantivo sarà flesso per genere, per numero oppure un verbo sarà flesso per una forma verbale, tempo, aspetto, modo a secondo delle categorie grammaticali. La flessione si differenzia dalla derivazione perché, mentre la prima serve per creare forme diverse di una stessa parola e quindi per aggiungere o modificare dei significati grammaticali, la derivazione riguarda invece la formazione di parole nuove. Un aspetto importante della flessione è l'espressione obbligatoria delle categorie grammaticali nei lessemi, significa che quando si utilizza una parola bisogna applicare la flessione a seconda del contesto in cui compare. I tratti che caratterizzano la flessione sono:

  • La produzione di forme diverse di una stessa parola (es. gatto e gatti, dentale e dentali).
  • Il minore impatto sul significato del morfema lessicale: un morfema flessivo non modifica il significato.
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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/01 Glottologia e linguistica

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher Silvia99625 di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Glottologia e linguistica 1 e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Pavia o del prof Mereu Daniela.
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