Le lingue indoeuropee e il sanscrito
Gruppo ario delle lingue indoeuropee
Il gruppo ario delle lingue indoeuropee comprende il sanscrito (sscr), l'iranico e le lingue kafir, delle quali non ci sono tracce documentate nell'India nord-occidentale. Il sanscrito, noto come samskrtam, è considerato un modello di organizzazione linguistica quasi perfetta, il cui nome significa "fatto insieme".
Le tribù indoeuropee, che vivevano fuori dall'India, vi penetrarono nella seconda metà del II millennio a.C., conquistando le popolazioni indigene non indoeuropee. Il regno hurrita di Mitanni fu dominato da un'aristocrazia ariana. I nomi dei re avevano un'impronta ariana e vi erano presenti divinità del pantheon indiano.
Influenze culturali e linguistiche
In un testo in ittita sull'allevamento di cavalli sono presenti numerali e termini dell'arte ippica di derivazione indiana, ad esempio:
- 1 → (Mitanni) (sanscrito), 5 → (Mitanni) pañca, pinque > quinque
- Vartanna vartana (sanscrito); latino: giro —> Mitanni: vrt (sanscrito); latino: per 'girare'.
Unità indioiranica
L'unità indioiranica, costituita da sanscrito e iranico, presenta tratti linguistici e culturali in comune. Il lessico è ampiamente condiviso, la declinazione nominale e la flessione verbale sono quasi identiche.
Fonetica specifica
- E, o (brevi e lunghe) → a (breve e lunga) (non presente in altre lingue indoeuropee)
- Esito delle nasali sonanti *m, *n → a
- Palatalizzazione di -s- preceduta da i, u, r, k (iranico), retroflessione di -s- preceduta da i, u, r, k (sanscrito)
- Legge di Bartholomae: la sonorità incide progressivamente sull'elemento sordo, ad esempio: budh-tas diventa buddhas 'lo sveglio' da cui Buddha.
Differenze tra sanscrito e iranico
- In iranico *s → h, mentre in sanscrito si conserva -s-
- In sanscrito le sonore aspirate *bh, *dh, *gh si mantengono, mentre in iranico si perde l'aspirazione
- In sanscrito si hanno fonemi retroflessi per effetto di sostrato anario, che manca in iranico
Alcuni tratti unitari non lo sono considerando la distribuzione areale, come il rotacismo l > r in iranico, in vedico e nell'India occidentale, debole in India centrale e contrario (r > l) in India orientale.
Evoluzione delle lingue indoeuropee in India
Ssanscrito e iranico derivano da una tradizione indoeuropea sostanzialmente uniforme. Abbiamo una prima fase in cui si sviluppano tratti comuni e una seconda fase in cui si registra un processo di disgregazione. Il sanscrito si isola sviluppando tratti specifici, mentre l'iranico si avvicina alle lingue indoeuropee. Ad un certo punto quindi la comunità linguistica e culturale si è disgregata. Conferma della disgregazione si trova nel lessico: in indiano vuol dire 'dio', mentre in sanscrito 'demone'. Il rovesciamento dei nomi divini in nomi di demoni è tipico del cambio di religione. Lo zoroastrismo (religione basata sugli insegnamenti del profeta Zarathustra) ha causato un distacco linguistico e culturale dell’area iranica da quella indiana.
Dialetti arii dell’India
- Vedico: lingua letteraria della tradizione vedica. Il documento più antico è il Rgveda ('Veda dei canti') databile intorno all'anno 1000 a.C. È una raccolta di canti per gli dei. Il vedico si divide in antico (si basa su un dialetto occidentale, si trova nei Rgveda nelle parti più antiche) e recente (con tratti derivati da dialetti centrali, si trova nell’Atharvaveda e nelle parti più recenti del Rgveda).
- Sanscrito: lingua della letteratura classica dell'India formalizzata e standardizzata. La base del sanscrito è un dialetto della regione centrale dell'India e quindi condivide alcuni tratti con il vedico recente.
- Pracriti: non derivano dal sanscrito, ma da una tradizione parallela che risale al periodo vedico. Sono lingue letterarie tramandate dalla poesia e dal dramma. Il più importante dei pracriti antichi è il pali, la lingua del Buddhismo. Risalgono al periodo medievale indiano (300 a.C. – 200 a.C.).
Differenze tra sanscrito e vedico
Le differenze tra sanscrito e vedico sono di due tipi:
- Il vedico conserva tratti indoeuropei antichissimi assenti in sanscrito, come l'ingiuntivo e il congiuntivo.
- Il vedico presenta delle innovazioni funzionali, mentre il sanscrito forma conservative.
Nell'India centro-settentrionale ci sono lingue arie che discendono dai pracriti, non dal sanscrito o dal vedico perché sono lingue letterarie. Nel sud dell'India ci sono le lingue dravidiche. Nel nord-est le lingue Munda che non sono indoeuropee.
Lingue indoarie moderne
- Hindi: lingua nazionale. È una lingua indoaria scritta in devanagarico, la grafia dei testi vedici.
- Urdu: lingua ufficiale del Pakistan. È l'hindi scritto con caratteri arabi. Iniziano a differenziarsi per identità nazionale.
Fonologia del sanscrito
Lezione → vocalismo indoeuropeo > greco/latino. Latino meno fedele per l'accento dinamico, mentre il greco è molto fedele anche per il tono. Non presentano problemi in sillaba tonica e in greco anche fuori dalla sillaba tonica. Indoeuropeo accento libero vs protolatino accento dinamico che era protosillabico (sulla prima sillaba). Tutto ciò che è interno si modifica. Ad esempio, la desinenza -us, in greco è -os perché è una sillaba non tonica e non iniziale.
Apotonia o opofonia latina comporta che agere diventa exigere. A > e quando non è sillaba iniziale. Il vocalismo è oscurato dall'accento protosillabico che ha effetti sulle forme delle parole.
Con raddoppiamenti in cui sembra ripetuta la vocale è solo un rifacimento secondario perché non avremmo mai avuto un vocalismo. La chiusura della vocale è un abbreviamento della vocale stessa.
Vocalismo sanscrito diverso da quello indoeuropeo per la riduzione a un unico timbro a di e, o, a. E, o, a sono vere vocali, non possono mai essere usate come consonanti. Per e, o la quantità non è fonologicamente pertinente perché non c'è opposizione con le brevi corrispondenti.
I, u per la ricostruzione indoeuropea non sono considerate come vocali, ma come ī e ū sonanti perché sono da usare come centro di sillaba o come semivocali. Sono una contrazione di ǐ + ə. Ə > i in ogni posizione.
I dittonghi unificano il timbro vocalico e si monottongano. I dittonghi lunghi abbreviano la vocale e passano a -ai-, -au-.
-e- è una vocale indiana esito di monottongazione di un dittongo in -i-. È una vocale lunga ma non si scrive la lunghezza.
-o- è una vocale indiana esito di monottongazione di un dittongo in -u-.
Il sanscrito conserva la laterale sonante r in cui confluisce l. Le nasali sonanti *m, *n > a.
Consonantismo del sanscrito
Le consonanti retroflesse t, th, d, dh, n, s si realizzano come varianti combinatorie, ma spesso non sono condizionate dal contesto ed hanno un valore fonematico. Probabilmente sono dovute a prestiti pracriti o all'influsso di sostrati preindoeuropei dell'India.
Vedico e sanscrito conservano perfettamente bilabiali e dentali. In greco le sonore aspirate diventano sorde aspirate. In latino la -f- in posizione iniziale, b/d intervocalico.
Le dorsali sono articolate nella parte superiore della cavità orale. Si dividono in:
- Palatali
- Velari pure
- Labiovelari
Sono sicure tre serie, anche se molte lingue ne conservano due. In albanese e in armeno ce ne sono tre.
L'indoario mantiene distinte le palatali e assorbe le labiovelari. È presente la regola della palatalizzazione della -s- preceduta da r, i, u, k.
I mutamenti più importanti riguardano le velari. Gli esiti delle velari e delle labiovelari indoeuropee sono identici.
Il vedico conserva il tono originario. Il tono è l'innalzamento di frequenza, mentre l'accento dinamico è la maggiore forza degli organi articolatori su una sillaba.
In sanscrito, per la lettura e per la pronuncia, l'accento rispettava la regola della penultima:
- Se la penultima sillaba è breve l'accento risale la terzultima (come in latino);
- Se la penultima sillaba è lunga l'accento cade sulla penultima (come in latino);
- Se la terzultima sillaba è breve l'accento risale la quartultima (diverso dal latino).
Un tratto rilevante della fonetica sanscrita è il samdhi 'composizione'. Si distingue tra samdhi esterno, cioè l'adattamento della parte conclusiva di una parola con la parte iniziale della parola che segue, e samdhi interno, che avviene con composti o suffissi.
Morfologia del sanscrito
Morfologia nominale
Morfologia nominale ha caratteristiche arcaiche, conservative.
- Tre numeri: singolare, plurale e duale. Il duale è un tratto arcaico abbastanza sistematico nel vedico e non nel sanscrito. È più presente in indiano antico che in greco e latino. Se il soggetto è costituito da due entità andrà in duale, soprattutto per elementi che in natura compaiono in coppia. La marca del duale è -ā-. Il verbo si accorda con il duale.
- Casi: nominativo, genitivo, dativo, accusativo, vocativo, strumentale, ablativo e locativo. In latino ci sono 6 casi (mancano strumentale e locativo), in greco 5 (manca l'ablativo). Latino e greco sono innovativi perché i casi erano 8. L'indiano antico li ha tutti. Ci sono il locativo con desinenza -i (in latino abbiamo il genitivo locativo) e lo strumentale che indica lo strumento e il complemento d'agente (in latino è l'ablativo, in greco ne è rimasta traccia in -φι omerico usato come suffisso con valore strumentale).
- Tre generi: femminile, maschile e neutro. In fase indoeuropea c'era un'opposizione tra animato e inanimato che era un neutro. Il femminile è stato costituito dopo nel genere animato. Non è detto che sia così. È un'opinione diffusa per via del fatto che l'ittito (metà del II millennio a.C.) presentava un'opposizione tra animato e inanimato, quindi era lo stato più antico. È stato in parte dimostrato da Metchert che nell'ittito ci sono tracce di suffissi femminili, ma non è certo che siano desinenze. Se il femminile c'era già in ittito la teoria precedente non è valida. L'opposizione tra maschile e femminile si è espansa e sistematizzata in indiano antico. Si è diffusa anche dove non c'era una differenza morfologica. Si sostituisce all'opposizione animato-inanimato, quella quantitativa per cui i sostantivi in -ā, -ī, -ū sono maschili (latino -us anche per alcuni femminili) e quelli in -a, -i, -u sono femminili (latino -a anche per alcuni maschili). L'opposizione quantitativa è diventata tratto distintivo dell'opposizione di genere. Nei testi più antichi non è presente l'opposizione quantitativa. L'indiano antico ha la tendenza verso la polarizzazione. I neutri si distinguono per le desinenze.
I temi nominali sono quasi gli stessi delle lingue classiche:
- Nomi tematici, atematici e in ā, ī, ū
- Temi in che sono antichi temi in dittongo
- Temi in nasale
- Temi in r/n (non sono tanti in indiano antico, in latino e in greco, ma lo sono in ittito). Sono detti 'eterocliti', hanno una flessione diversa e sono caratterizzati dall'alternanza -r/-n. Ad esempio: latino iter-itineris | indiano ahar-ahnas 'giorno'.
I sostantivi seguono la flessione nominale e hanno l'accordo con il nome indipendentemente dalla posizione. La comparazione è di tipo sintetico. Si forma con radice a grado pieno + -iyas (da *ios come -ior latino, si ha anche in greco anche se è -ion (ha la -n per analogia). Si può formare anche con tema dell'aggettivo + -tara, in greco -tero e in latino -ter (non è un suffisso di agente ma un antico suffisso di comparazione). I superlativi si formano con -istha (in greco -istos, latino -issimus), -tama.
Pronomi dimostrativi 'questo/il' è il pronome anaforico, usato anche come pronome personale di 2 e 3 persona. Ha quasi la funzione di articolo. Simile al greco he, to(d). In latino il tema dell'interrogativo lo troviamo nel relativo. Il latino ha esteso anche al relativo il tema del pronome interrogativo. Non avviene in greco e in indiano. Pronomi personali sono declinabili 'io' 'tu'.
Numerali cardinali fino a 4 si declinano nei tre generi. Da 5 a 10 sono declinabili ma senza distinzione di genere. Da 11 a 19 sono composti copulativi. 1: (la velare non è presente in altre lingue) 2: dvi 3: trayas.
Numerali ordinali si formano con il suffisso -ma o con il suffisso -tama.
Il sistema verbale indiano antico in prospettiva indoeuropea
Il vedico è maggiormente conservativo rispetto al sanscrito, conserva il congiuntivo e l'ingiuntivo. Il sanscrito è lo stato più evoluto.
Il nucleo costitutivo delle forme verbali è la radice con tre gradi apofonici (tipi di vocalismi in una radice): normale (vocalismo zero) ES: 'vedere' si trova anche il latino video; *vaid > ved con guna (vocalizzato con -a) ES: (con monottongazione); vrddhi *vāid > vāid (allungato con -ā) ES: in derivati nominali.
a) Carattere del verbo non trova diretto riscontro nel sistema verbali vedico, indirettamente influisce sulla difettività. Ad esempio, si ha un perfetto antico solo nei verbi stativi. È una caratteristica inerente alla radice che indica che tipo di verbo è. Indica la categoria semantica alla quale appartiene il verbo.
b) Aspetto imperfettivo (indica un'azione vista nel suo svolgimento) con presente o imperfetto. Aspetto perfettivo (indica un'azione vista nella sua totalità, conclusa) con l’aoristo. L’opposizione aspettale è recessiva sin dalle più antiche attestazioni dell'indoario, già in fase sanscrita l’opposizione tra presente e imperfetto/aoristo/perfetto è fondata sul tempo (presente vs preterito). L’aoristo non è un tempo passato ma lo diventa se c’è l’aumento che indica il passato. L’aoristo indica semplicemente che l’azione è perfettiva. L’opposizione aspettuale è sostituita da quella temporale. Il tempo è innovativo rispetto all’aspetto che è più antico.
c) Aktionsart (modalità dell’azione) descrivono il modo in cui un’azione si manifesta in termini oggettivi. Per lo più si manifesta attraverso formazioni verbali derivate ('coniugazione secondaria') o incluse nelle classi di presente della 'coniugazione primaria'. Le categorie azionali sono considerate coniugazioni secondarie perché tratte dal tema del presente tranne perfetto e aoristo passivo. In latino e in greco non si sono continuate, ma c’è l’imperfetto che indica lo stato risultante ma non era un aspetto. In greco causativo e iterativo hanno lasciato traccia in normali presenti.
| Azionaria IE | Categorie azionali indoarie |
|---|---|
| Fattiva/causativa | Temi causativi in -aya-/ X cl., aoristo raddoppiato che spesso ha valore causativo. (Lat. -eo, -ao; Gr.-eo) |
| Intensiva | Azione con Intensivo |
| Iterativa | (Lat. -to) azione Intensivo, presenti in -ccha- (*-sk-) I-VI cl.: 'viene, va' |
| Stativa | Perfetto (era un tempo non un aspetto) |
| Desiderativa | Desiderativo |
| Intransitivo-impersonale | 'Aoristo passivo' prccháti |
| Incoativa | Azione che inizia Qualche presente in -ccha- (*-sk-) I-VI cl.: 'chiede', alcuni presenti a suffisso o infisso nasale: V-VII-IX cl. |
d) Tempo si afferma dopo l’aspetto. Nell’indicativo la marca del tempo è affidata a due elementi: l’aumento e le desinenze. Il passato è affidato a: desinenze storiche (secondarie) (sing: -m, -s, -t; pl: -nt) e all’aumento a- (< *e-) che era un antico avverbio di tempo passato, poi diventato prefisso e marca del passato. Il presente non ha aumento, ma le desinenze primarie (sing: -mi, -si, -ti; pl.: -nti). La particella -i è la marca del presente, permetteva di distinguere le desinenze del presente e quelle del passato. Il futuro è una categoria che viene codificata più tardi. In greco e in indiano è formato su altre forme a partire da forme perfettive o da congiuntivi. Il congiuntivo vale come futuro perché indica una probabilità, un’eventualità.
e) Modo indicativo e imperativo si trovano in tutte lingue. L’ingiuntivo si forma con la radice e le desinenze secondarie. Ad esempio, radice bhárat 'portare'; ingiuntivo bhárat. L’ingiuntivo non ha valore di presente attuale o di preterito, indica l’azione in sé per sé, è un presente generale. Indica un’azione che non ha una collocazione temporale. Nell’ingiuntivo si sviluppa anche una funzione proibitiva con ma- + ingiuntivo.
| Funzionali IE | Funzionali indoarie |
|---|---|
| Ingiuntivo | Ingiuntivo (indicativo, privo di aumento, a desinenze secondarie) |
| Indicativo | Indicativo |
| Congiuntivo | Congiuntivo |
| Ottativo | Ottativo |
| Imperativo | Imperativo |
f) Diatesi è un aspetto importante nel sistema verbale sanscrito e indoeuropeo.
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