Parte prima: gli Albani, un impero economico costruisce il territorio
La famiglia Albani di Urbino affonda le sue radici nel ceppo di Brescia e Bergamo, dal quale fu portato un ramo nell’Albania che poi si impiantò ad Urbino. Intorno al 1471 Michele de Lazi, ricco signore albanese, coi i suoi tre figli, Filippo, Giorgio, Andrea, emigrarono in Italia a seguito di un’invasione turca. Non si sa da quale territorio albanese provenissero, ma si ipotizza che il nome de Lazi abbia dato il nome al castello di Alessio affacciato sul golfo di Durazzo, facendo apparire la località tra Scrutari e Durazzo.
I de Lazi pellegrinano da una corte all’altra e servono dapprima Roberto Malatesta, poi giungono ad Urbino ed esercitano la milizia di ventura per il duce Federico, quindi per Guidobaldo, per il prefetto di Roma della Rovere e per Francesco Maria I e per il Doge di Venezia. Dei tre fratelli solo Andrea seguirà la vita ecclesiastica. Gli altri due diventeranno spettabili condottieri. Vennero qualificati come capitani di fanteria che stava ad indicare il sistema difensivo di Federico che prevedeva un acquartieramento di soldatesche armate nei vari castelli dislocati del territorio rurale. Ogni compagnia era guidata da un vicario o capitano che nel castrum di competenza, aveva anche funzioni giudiziarie e amministrative.
Insieme al loro insediamento in Urbino è attestata anche una frenetica campagna di acquisizioni fondiarie a nome di Filippo e Giorgio nel comprensorio di Casarotonda. I due fratelli avevano deciso di capitalizzare i proventi militari con la proprietà terriera che fungeva da fulminea promozione nella scala sociale. Nella seconda generazione i de Lazi cambiano il cognome in Albanesi e poi Albani e cominciano ad inserirsi anche in ruoli civili, nella corte e nel comune di Urbino, attraverso la pratica dei buoni matrimoni. Altobello, figlio di Giorgio, sposa Cangenua Vagnarelli, nobile famiglia urbinate ecc.
La ascesa sociale e politica degli Albani
Con la quarta generazione gli Albani si dotano anche di uno stemma araldico e scalano sempre di più la scala sociale raggiungendo alte cariche. Cominciarono in questo periodo anche i crediti su interesse. Quindi dopo gli esordi militari, invadevano ora qualsiasi settore possibile del vivere civile. Gli inizi del 17 secolo segnano il decollo politico della famiglia, seguendo il filone religioso. Il primo esponente a risaltare nella scena capitolina è Orazio Albani che viene nominato da Francesco Maria della Rovere ambasciatore a Roma e nel 1633 diventa senatore romano.
Con la generazione successiva la fama e i meriti vengono suggellati dal pontificato di Clemente XI, ossia Giovan Francesco Albani, i cui nipoti cominciano ad inserirsi in alte cariche ecclesiastiche. Con il nipote Carlo II gli Albani raggiungono l’apice con l’investitura del feudo di Soriano nel Cimino. Carlo viene nominato principe insieme alla consorte. Con il cardinale Giuseppe Albani si chiude il periodo di fasti ecclesiastici e sarà anche l’ultima generazione.
Acquisizioni territoriali e gestione fondiaria
Il primo stanziamento in Urbino fu tra Scoteneto e Petriano. L’arrivo dei de Lazi ad Urbino segna una vera corsa alla terra. Al 1483 si datano almeno due grossi acquisti a nome di Filippo. Tra il 1495 e 1498 ci sono decine di atti riguardanti lotti sia di scarsa consistenza, sia di maggiore entità e dotati di un’organizzazione mezzadrile. A inizio 16 secolo gli Albani cominciano a sfruttare la possibilità di ottenere in enfiteusi terre e proprietà della Chiesa per canoni di affitto bassi. Inizia un periodo di espansione anche verso le aree limitrofe ad Urbino.
Nel 1527 Altobello Albani abita stabilmente presso il castello di Farneto e possiede diversi territori enfiteusi nel territorio di Petriano. Intorno a metà 16 secolo acquistano ad Urbino il Pallino, a nord della città, futura tenuta, mentre le donne degli Albani giungono a Pesaro per mezzo dei matrimoni. Gli Albani sui loro territori avranno il grande merito di rifunzionalizzare e rilanciare produttivamente i beni presi in consegna, facendo crescere un ampio mercato.
Dall’artigianato d’élite alle estrazioni minerarie, dalla esportazione dei cereali al comparto tessile, nessun settore economico-produttivo sfugge alla famiglia, che ridisegnano anche interi contesti territoriali. Tra 17 e 18 secolo la famiglia continua ad ampliare il suo patrimonio. L’espansione del patrimonio segue un continuum geografico e cronologico.
Subisce tre diversi momenti di intensificazione, in coincidenza dell’investitura enteutica dei beni allodiali ad Orazio Albani, con l’affermazione del cardinale Giuseppe (1820-1834) e a Pesaro, con la nuova gestione Castelbarco Albani tra il 1860 e 1890. Gli appezzamenti da acquistare vengono scelti in base alla caratteristiche pedologiche o morfologiche o in funzione di progetti imprenditoriali, possibilmente coniugando due tipologie giuridiche di beni, cioè enfiteutici e privati. Quindi prediligevano territori in pianura, tenimenti boschivi, terreni di supporto alle attività proto industriali o viciniori ai feudi enfiteutici.
Con il 17 secolo oltre ai possedimenti urbinati, hanno anche le colline di Colbordolo, pianure del Foglia e del Metauro ecc. Gli acquisti tra fine 18 secolo e metà 19 secolo sono concessioni in solutum di debiti contratti o di censi passivi accesi con la famiglia Albani da parte di dipendenti/gestori dei gonfi o di piccoli proprietari terrieri o di aristocratici in declino. Con questo metodo vengono incamerati possedimenti agricoli cospicui vicino Urbino, Talacchio, Urbania, Fossombrone, San Costanzo e Senigallia.
Acquisirono anche molte tenute di famiglie nobili in decadenza, spesso connotate da buoni standard quali-quantitativi in produzione. Durante Orazio Albani importante fu anche l’investitura sui beni allodiali dell’ex ducato di Urbino e feudo di Poggio Berni, concessi alla famiglia dalla Santa Sede che aveva come obiettivo quello della valorizzazione produttiva e decide di affidarli agli Albani viste le loro abilità imprenditoriali. La Chiesa era entrata in possesso delle sei fattorie ex-ducali solo nel 1763.
L’investitura decorre il primo ottobre 1776 ed è enfiteutica per le fattorie di Urbino, Senigallia ecc., mentre il Poggio Berni è concesso in affitto, con un canone annuo di 16.300 scudi. Venne stilato un atto in cui erano sanciti i gravosi impegni che si prendevano gli Albani (valorizzazione territoriale). Entrambe le parti stabiliscono che venisseredatto un inventario completo dei beni, così tra il 1770 e tra 76 e 77, agrimensori e periti stilano un lungo e dettagliato catalogo della consistenza fondiaria, conclusivo con la stima, le superfici ecc.
Al momento dell’investitura i beni versano in uno stato di abbandono strutturale e funzionale e di allarmante ristagno produttivo. In vent’anni però, le sei fattorie vengono sottoposte ad un’efficace politica finanziaria di rilancio economico produttivo e di valorizzazione strutturale e funzionale. Parallelamente alla stesura dei repertori inventariali descrittivi, viene commissionata dagli Albani una campagna di ricognizioni cartografiche in tutte le fattorie che interessi sia la consistenza fondiaria sia l’edificato.
Ne scaturì un imponente corpus iconografico formato da una cinquantina di tavole che ritraggono gli 84 poderi allodiali e da altrettante planimetrie e prospetti delle relative fabbriche, palazzi e case. Le planimetrie e i prospetti dei caseggiati offrono utili informazioni di tipo architettonico e decorativo, mentre i cabrei extravagantes rappresentano un patrimonio storico-artistico. Per la geo storica sono fonti primarie di ampio valore. Anche le vedute sono importanti in quanto delineano facciate, prospetti e sezioni dei più importanti edifici annessi ai fondi enteutici, cioè: il Palazzo Ducale di Urbania, di Gubbio, di Senigallia, Villa Miralfiore a Pesaro ecc.
La politica finanziaria di sviluppo territoriale degli Albani fu sempre sostenuta dalla Chiesa con generose elargizioni di privilegi fiscali e giurisdizionali di ogni tipo. Questo ha garantito l’esercizio di molte dinamiche economiche in regime di monopolio pregiudicando la concorrenza di settore. È il caso della spillare di Urbino e delle miniere che godevano di esenzioni fiscali. Nelle sei fattorie tutti i dipendenti a vario titolo impegnati erano soggetti alla sola diretta e privativa giurisdizione penale del tesoriere generale.
Le immunità su dazi e gabelle interessano i beni allodiali e l’asse patrimoniale. Durante l’invasione napoleonica molti beni patrimoniali degli Albani vennero confiscati a causa dell’opera diplomatica del cardinale Giuseppe a favore dell’asse Roma-Vienna, che violava l’armistizio con la Santa Sede del 1796. Le confische vengono accompagnate da requisizioni, saccheggi, devastazioni e atti di barbarie spesso gratuiti. Il primo sequestro fu nel 1797 e il secondo a dicembre dello stesso anno nel Lazio. I possedimenti marchigiani vengono venduti nel 1798.
Esauritosi l’astro napoleonico, la famiglia viene reintegrata nel possesso di quasi tutti i suoi diritti, ma le razzie e i diversi anni di incuria hanno lasciato il segno, portando perdite economiche pesanti. Da agosto 1799 a dicembre 1801 si ha la riacquisizione. Gli Albani chiesero anche risarcimento al pontefice, in cui si sottolineavano lo stato di guasto e rovina in cui versavano le proprietà. A questi scempi devono poi aggiungersi i nuovi provvedimenti daziari che comportarono, temporaneamente, alla perdita dei molini, al peso della nuova dativa reale, all’abolizione delle tratte privilegiate e della privativa nello spaccio del sale a Poggio Berni.
La storia dei beni allodiali si chiude con la loro immissione nel patrimonio privato della famiglia Albani, grazie al cardinale Giuseppe che intavolò una trattativa con la Santa Sede fino a giungere alla completa affrancazione dei beni. Avendo ricoperto anche cariche ecclesiastiche, durante il 18 secolo gli Albani vengono chiamati anche a sovraintendere sui possedimenti di alcune stazioni abbaziali delle legazioni marchigiane, a titolo di abati commendatari, tramite contratti enfiteutici o in affitto. Così il controllo sul territorio si allargò e sconfinò nelle legazioni limitrofe di Ancona e Macerata.
Il primo possedimento fu l’abbazia di Sitria e di San Gaudenzio ubicata ai piedi del monte Catria che estendeva la sua giurisdizione su un ampio territorio, da Pergola a Macerata. Viene affidata al cardinale Giovanfrancesco Albani che la ritiene fino al 1803. Poi viene affidata a Crescentino Corradi, tesoriere di casa Albani. La seconda abbazia affidata agli Albani fu quella di San Lorenzo in Campo con annessi feudi di Mirabello e Castelleone di Suasa. Alla mancanza della casa de Medici, la Chiesa fu autorizzata a designare una famiglia suddita della Santa Sede a cui fossero affidati i possedimenti sopracitati, e così fu.
Acquistarono anche i possedimenti della venerabile fraternità di Pian di Mercato di Urbino, entrando a far parte del consiglio direttivo della fraternità sin dal 1500 e lasciando sempre 2 esponenti della famiglia al suo interno. Per quanto riguarda le fattorie sarebbe riduttivo considerarle come un semplice centro amministrativo per diversi poderi. Tra Marche e Romagna la fattoria assume i caratteri di una struttura economica complessa, creata dai proprietari sia per controllare meglio ed ottimizzare la commercializzazione dei prodotti agricoli, sia per guidare e gestire in maniera efficiente il podere dal punto di vista produttivo.
L’organizzazione in fattorie significa non solo un controllo contabile più attento, ma anche grandi spazi per la raccolta dei cereali al fine di una loro più efficace commercializzazione, e spesso precisi interventi nella trasformazione di materie prime come uva e olive. Anche gli Albani per coordinare il loro patrimonio decidono di dividere le proprietà in diverse fattorie o tenute facenti tutte capo a casa Albani che per molti secoli ha sede ad Urbino e poi a Pesaro.
Già dal 16 secolo tutti i possedimenti risultavano avere una casa coloniale e messi a coltura oppure ad allevamento. A partire da fine 17 secolo e nel corso del 18 gli Albani intervengono verso una maggiore valorizzazione fondiaria. Vengono messe a coltura quasi tutte le terre, vengono costruiti magazzini, bonificati i terreni, piantati nuovi filari per una qualità enologica superiore, mori e gelsi vengono particolarmente curati, si piantano alberi e pioppi lungo i fiumi per rafforzare gli argini e si costruisce un fitto reticolo di strade vicinali e poderali.
Con l’incameramento dei beni enfiteutici quest’opera di razionalizzazione del patrimonio familiare si intensifica. Per gestire questo impero economico, gli Albani, oltre a servirsi di una rete gerarchizzata di fedeli dipendenti, utilizzano spesso il sistema della procura, specie in seno alla famiglia. Questo porta al cardinale Giuseppe ampi poteri decisionali sul patrimonio gentilizio proprio in virtù delle deleghe a suo favore emesse dai suoi fratelli.
Per coltivare la terra il contratto tipico concesso era quello mezzadrile poderale. Per i beni allodiali e commendatari si utilizzava invece un contratto in subenfiteusi, mentre nel caso di privilegi monopolistici era praticata la sub concessione di privativa. La grande proprietà urbinate degli Albani andava dalla valle del Foglia a quella del Metauro, con terreni molto produttivi. Questa venne divisa a fine 17 secolo in due distinte unità ponderali in quanto emersero peculiarità morfo-pedologiche dei terreni che portavano ad opzioni e scelte produttive diverse.
La zolfatara di Urbino e il casino di Colbordolo afferiranno finanziariamente ad un amministratore unico, ma conosceranno due differenti proiezioni aziendali. Erano tre le differenzi sostanziali: la zolfatara era composta da poderi collinari, c’era una produzione di spille e di cristalli, allevamento del bestiame, ceramica di Urbania, miniere di zolfo, boschi da frutto, due ville suburbane e decine di case rurali. La fattoria di Colbordolo era un patrimonio libero, composto da terreni fertili pianeggianti tenuti a cereali, viti e olivi e si strutturava intorno al casino di villeggiatura di Algogea.
Poi gli Albani entrarono nella scena pesarese intorno al 18 secolo incamerando la fattoria enfiteutica ex ducali in cui c’erano anche Villa Imperiale e Villa Miralfiore. Miralfiore era un manso malatestiano, diventata poi villa suburbana dei della Rovere e doveva la sua fortuna alla favorevole posizione immediatamente al di fuori dell’abitato che ne faceva un ambiente di sosta per personaggi illustri. Venne acquistato da Guidobaldo, e poi giunse in eredità ai de Medici, ma morto l’ultimo erede Miralfiore passò prima ai Lorena e poi fu acquistata dalla Chiesa.
Era un’importante possessione agricola dei della Rovere, con vasti giardini, una fruttiera, una pigneta, un orto e una pescheria. Al momento della rilevazione nel 1856 Miralfiore era più un’azienda agricola dove la mezzadria si intrecciava con la gestione centralizzata di alcune attività di trasformazione dei prodotti agricoli: produzione di vino, molitura dei cereali, allevamento dei bachi da seta.
Prima dell’unità di Italia gli Albani cominciano ad approfittare della situazione di cambiamenti in vista espandendo il proprio patrimonio fondiario nel circondario di Pesaro. A partire dal 1861 la proprietà di casa Albani a Pesaro si estende notevolmente fino a Santa Maria delle Fabbrecce. Cesare Castelbarco Albani continua ad ampliare i suoi possedimenti e partecipa attivamente alla vita pubblica pesarese, nonostante risiedesse a Milano. Delega ai suoi amministratori un ruolo di rappresentanza all’interno delle istituzioni cittadine.
Questo compito verrà soprattutto assolto da Giacomo Mattei che salità ai vertici di alcune importanti istituzioni cittadine: la Camera di Commercio, l’Accademia Agraria, la succursale di Pesaro della Banca Nazionale e poi la Cassa di Risparmio. Fu nominato anche senatore del regno ed era deputato. All’acquisto dei terreni corrispose una riorganizzazione del sistema agricolo nella direzione di un infittimento della maglia poderale: soprattutto intorno alla Villa di Miralfiore e nella zona di Pantano vengono costruite nuove case coloniali. Aumenta anche il carico demografico.
La caduta del prezzo del grano del 1880 segna uno spartiacque. Il processo di acquisizione di terreni si arresta. Per far fronte alle difficoltà vengono venduti alcuni palazzi. Le condizioni di vita mezzadrili peggiorarono notevolmente che portarono al dissolversi dell’accentramento fondiario degli anni precedenti, dovuto dalla vendita dei beni ecclesiastici. Dal 1 aprile 1886 casa Albani dovette vendere numerosi possedimenti. Alla fine del 1888 avviene la vendita di maggior rilievo delle tenute di Urbania e Fermignano a Romolo Aloisi, funzionario del ministero del tesoro.
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