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Friedrich Leopold Von Stolberg Appunti scolastici Premium

Appunti di Letteratura tedesca della prof.ssa Frola su Friedrich Leopold Von Stolberg: Scrittore, diplomatico e funzionario amministrativo, Kopenhagen, und dreißigster Brief, Vier und dreißigster Brief, Traduzione italiana dal tedesco della relazione da Oppido.

Esame di Letteratura tedesca docente Prof. M. Frola

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ESTRATTO DOCUMENTO

scavando ed eliminando delle rocce.

In relazione a tutto ciò è nato un nuovo tipo di lite; per esempio, tra i proprietari di terra

traslatasi e i possessori della stessa terra traslatata. Oppure, tra colui che aveva

piantato un albero e la persona sul cui terreno ora si trova la pianta. Ho visto una serie

di olivi, strappati con tutta la terra della piantagione dove erano allineati, che sono stati

sospinti insieme da un movimento vorticoso, e che adesso formano una grossa tettoia

con i rami intrecciati.

La vecchia Oppido, che Cluverio riteneva fosse l’antica Mamertum, mentre studiosi

italiani ritengono sia l’antica Metaurum (17), è trasformata in un mucchio di pietre. Intere

parti di muri, che sono state trascinate dai vortici del terremoto, una volta calmatasi la

terra sono rimaste in bilico incuneate nel suolo come fossero strette dalla mano di un

gigante.

Ci trovavamo vicino alle rovine, colpiti da questa visione, noi e la nostra guida, un

giovane di venti anni; noi stupiti e mesti, egli colto da dolorosi ricordi accanto alle

macerie della casa paterna, che lo avevano tenuto prigioniero con la madre per cinque

lunghe ore e che furono la tomba per il fratello e la sorella. Già lungo la strada avevamo

visto massi che hanno stritolato persone e colline, piantate a giovane viticcio, che

hanno completamente seppellito interi gruppi di persone.

Nella vecchia cittadina abitavano tremila persone; solo cinquecento ora abitano nella

baracche del nuovo paese. Il giorno dello strazio sono morte circa dodicimila persone.

Alcune bruciarono vive, durante il crollo delle loro case, per il propagarsi del fuoco che

ardeva nei camini. In questo modo furono preda delle fiamme alcuni monaci di un

convento. Una donna, che ora vive a Messina, rimase per undici giorni sotto le macerie

della sua casa con il suo bambino. Entrambi si nutrirono di castagne, che la mamma

aveva messo, non senza previdenza, nelle tasche del vestito. Ella dissetava il bimbo

con la propria urina. Purtroppo, non avendo lei stessa da bere, le venne a mancare

anche questo miserando aiuto, cosicché il bimbo il quinto giorno morì.

Molti perirono, in parte per disagio e bisogno, in parte per malattia, che era causata

dalle esalazioni mefitiche dell’acqua stagnante e della terra fradicia, o dalla putrefazione

dei cadaveri di persone e di bestie.

Il terremoto creò un effetto incredibilmente strano sugli organi umani, tale che nei due

anni seguenti le donne non concepirono, oppure ebbero parti prematuri di nascituri

morti. Quando generarono nuovamente, molti dei neonati morirono.

Quando la notizia delle scosse arrivò a Napoli, il re (18) decise di partire

immediatamente per le zone disastrate. Ma venne dissuaso dall’idea. Inviò del denaro.

La regina, la cui magnanimità era nota, si privò dei suoi gioelli. Persone di ogni

condizione contribuirono alle prime ricostruzioni. Si sa che il popolo napoletano,

sanguigno, si commuove facilmente, ma che la sua commozione è di breve durata.

Alcuni soldati semplici, che ebbero svariate sofferenze a causa del terremoto,

respinsero generosamente dei grossi regali, e pregarono che fossero donati ad altri che

avevano sofferto più di loro.

In tutta la provincia si benedice don Francesco de la Vega (19), il supervisore del

museo di Portici, che il re inviò in Calabria con denaro e pieni poteri. Egli riuscì con

poco a produrre molto, e le sue opere così sagge, quanto umanitarie, diedero agli

abitanti sgomenti nuovo coraggio.

Questa provincia ha subito la perdita di circa ventitremila persone, morte in parte

sepolte vive, in parte scomparse, in parte uccise dalle esalazioni mefitiche.

Statisticamente, in rapporto alla propria popolazione, nessuna città ha perso tanti

abitanti quanti Oppido. Ora i fertili campi sono abbandonati a se stessi ed il buon

terreno genera rigogliose erbacce, che inumidiscono l’aria. Ci si lamenta che il re non

abbia provveduto a fornire di nuove case tutti i coltivatori. A me pare che il problema

debba essere affrontato all’origine, che risiede nella mentalità. Infatti, dove i campi

vengono fittati ai coltivatori per poco prezzo, come accade qui, non dovrebbero

mancare contadini disposti volentieri a provvedere da sé alla propria casa, salvo

particolari impedimenti. Questo avviene nella nostra patria, in Germania, dove i

contadini a causa del tempo più rigido devono costruire case più grandi e più costose, e

dove il contadino deve coltivare, con il sudore della sua fronte, un terreno che non dà

frutti durante tutto l’anno, e nemmeno con tale rigurgitante abbondanza, come qui in

Calabria.

Questa provincia, una delle più benedette di tutta Europa, alla quale forse non è

possibile paragonare alcun’altra, eccetto la Sicilia e le rive del golfo di Napoli, questa

provincia favorita dal cielo, dalla terra e dal mare, si spopolò prima ancora che il

terremoto la spopolasse ulteriormente. Il sistema dell’economia agraria è organizzato in

maniera deleteria. Per l’olio che il contadino riesce a ricavare, per la seta grezza che

egli riesce ad ottenere, deve pagare al re gravose tasse, sebbene già paghi un terratico

(20) per il terreno dove pianta gli olivi ed i gelsi. E poiché per l’olio che viene esportato

bisogna pagare un’imposta pesante quanto assurda, è chiaro che il commerciante non

voglia dare molto al contadino per questi generi. Inutilmente si ricorre alla scusa che è il

navigatore straniero che paga l’imposta di esportazione. (E’ già abbastanza negativo

che sia straniero colui che trasporta ciò che un Italiano dovrebbe esportare, ma che per

paura dei pirati africani non si arrischia a fare). Questa scusa, che sia l’esportatore a

pagare la tassa al re, è assolutamente futile. Non è evidente che così lo straniero

voglia pagare di meno il locale, dal momento che anch’egli deve sborsare gabelle al re?

Anche sulla seta lavorata e sulla merce in seta si deve pagare una forte tassa.

Il contadino, che è anche suddito di un barone, è soggetto ad imposte sulle macine e

sui frantoi; inoltre è costretto ad obblighi in ‘Natura’ (21), ricavati dal rendimento del

terreno. La poca circolazione del denaro è ulteriormente ridotta da “improvvisi” lavori di

costruzione di nuovi monasteri (22).

Così, gli abitanti di un paradiso soffrono la miseria! Così diminuisce la popolazione di

un paese, i cui matrimoni sono straordinariamente fecondi, ma a cui la paura di una

maggiore miseria scoraggia qualunque intenzione di sposalizio. E davvero la Calabria

deve essere un paradiso, per riuscire a mantenere ugualmente con questa miseria degli

abitanti, per riuscire a nutrire con tante tribolazioni di ogni genere un popolo così

allegro, dove il bovaro suona la piva, dove il lesto giovanotto segue il gregge sulle

montagne saltando e cantando!

Note:

Stolberg si rivela un grande osservatore ed un buon esperto di botanica: il tipo di

quercia da lui descritto è la Quercus frainetto Ten; “il Frainetto ha un areale ristretto ai

paesi Balcanici ed all’Italia meridionale, ove vive…in boschi puri e misti” (cfr.

Fenaroli-Gambi, Alberi-Dendroflora italica, Museo St. Naturale, Trento, Trento 1976, p.

380). Dunque è comprensibile che fosse una specie a loro sconosciuta, in quanto

tedeschi. Querce da sughero = Quercus suber L.; Vite selvatica = Vitis silvestris (C.C.

Gmel); Caprifoglio = Lonicera caprifolium L.; Agrifoglio = Ilex aquifolium L.; Mirto =

Myrtus communis L. (tipico della macchia mediterranea). A proposito di mirto: ne “la

missione teatrale di Wilhelm Meister” di W. Goethe, un personaggio (Mignon) canta:

“Conosci tu il paese dove i cedri fioriscono,

nel verde dei fogliami fulgon le arance d’oro;

lene vento da ‘l cielo azzurro alita,

tacito il mirto sta, e gioisce l’alloro…”

Isoletta nel golfo di Napoli, nella parte più orientale della insenatura di Pozzuoli; è

chiamata anche Piccola Isola

Gelso = Morus alba L.; Fiori di Pisello = “…le specie del genere Lathyrus

sono…spontanee dalla pianura alla montagna e sui terreni più disparati; sono entrati fin

dal 1700 nei nostri giardini, che rallegrano con varietà del colore dei fiori, come il noto

pisello odoroso Lathyrus odoratus L. “ (cfr. Natura viva, Enciclopedia Sistematica del

Regno vegetale, Vallardi Edizioni Periodiche, Milano, 1964, p. 868). Stolberg deve aver

scambiato il fiore di pisello spontaneo (Lathyrus silvester L.) con quello più comune e

simile dei giardini. Iris blu tipo sottile = Iris collina Terr. N.; Iris blu tipo largo = Iris

lutescens Lam. Sensu latu; nell’ambito dell’I. lutescens esiste anche un tipo con i fiori

gialli, che è quello menzionato da Stolberg.

Località vicino a Vibo Valentia

In verità l’ontano non è un albero raro per l’Italia (Alnus glutinosa (L.) Gaertner), anzi, è

piuttosto diffuso nelle zone umide. Però può darsi che Stolberg intendesse l’Almus

cordata (Loisel). Desf., diffuso solo in Italia meridionale, Ischia e Corsica.

Nome, fino al 1927, di Vibo Valentia. Cittadina sull’orlo rilevato nord-orientale

dell’altopiano del Poro.

Grossa moneta d’argento tedesca, avente larghissima diffusione sin dal sec. XV.

J.Bérard, op. cit., p. 207, conferma quanto riportato da Stolberg; pare che esistesse

anche un nome più antico di quello greco Hipponion, ripreso poi nel latino Vibo.

Stolberg usa i nomi latini di Plutone, Proserpina e Cerere per gli dei greci Ades,

Persefone e Demetra. Stando alla leggenda mitica, il matrimonio tra Ades, sovrano

degli Inferi, e Persefone, non fu dei più tranquilli: si pensi al famoso “ratto” di Persefone

(vedi C. Kerenji, op. cit, pp. 192-206). Ma non è Hipponion il luogo dove la dea fu rapita.

Mileto è una città situata sul fianco SE dell’altipiano del Poro. La Mileto Jonia fu

effettivamente distrutta nel 494 a.C. dai Persiani di Dario I, durante la rivolta degli Ioni

(500-494 a.C.), ma nulla di preciso conferma che fossero questi stessi milesi i fondatori

della Mileto calabra. In ogni caso, pare esista un piano regolatore della nuova Mileto,

risalente al 479 a.C. (progettato da Ippodamo di Mileto?)

[Sic] Il nome preciso di questa cittadina è Rosarno; è posta sulla parte settentrionale

della Piana di Palmi (detta anche Piana di Rosarno), nel bacino inferiore del fiume

Mesima

L’antica Medama menzionata da Stolberg non corrispondeva a Rosarno, bensì la sua

ubicazione va ricercata nei suoi pressi. Inoltre il nome antico era Medma o Mesma.

Olivo = Olea europaea L.; Olivo selvatico = Olea oleaster Hoffmgg.; Salice = Salix

viminalis L. Notizia avuta probabilmente dai contadini: all’epoca possibile, oggi

sarebbe difficilmente attuabile.

Oppido Mamertina, sulle estreme pendici nord dell’Aspromonte

Il terribile terremoto che sconquassò la Calabria e Messina, infuriò dal 5 all’11 febbraio

1883; nei giorni successivi vi furono varie scosse di assestamento fino circa al 20

febbraio.

All’epoca vi era una disputa fra i sostenitori di teorie sulle cause dei terremoti: filosofi e

scienziati erano divisi fra “fuochisti”, coloro che sostenevano che fosse il fuoco a

generare i movimenti sismici, e gli “elettricisti”, che invece ritenevano fosse il fluido

elettrico la causa di tutto. Stolberg è un convinto “elettricista”, ed egli stesso ne darà

spiegazione

Gli studiosi italiani fondano la loro opinione sul fatto, che il fiume presso Oppido si

chiami tutt’ora Metauro. Ma non potrebbe essere, come secondo l’idea di Cluverio, che

l’antica Metaurum fosse situata alla foce del fiume Metaurus? Tra l’altro questo fiume

non deve essere scambiato con il grande Metaurus, che oggi si chiama Metaro, famoso

per la battaglia dove vennero sconfitti i Cartaginesi, e dove perdette la vita il loro

capitano Asdrubale, fratello di Annibale [n.d.a].

Nel 1783 il regnante era Ferdinando IV re di Napoli o Ferdinando I di Borbone re delle

due Sicilie (n. Napoli 1751-m. ivi 1825), e la sua consorte, dal 1768, Maria Carolina

d’Asburgo-Lorena (n. Vienna 1752-m. ivi 1814)

Forse si tratta di un errore di informazione, poiché il nome è pressoché sconosciuto;

probabilmente si trattava di Francesco Pignatelli, principe di Strongoli, vicario Generale

di Napoli. E’ noto infatti che il Re inviò Pignatelli sui luoghi colpiti dal sisma, con pieni

poteri e la somma di centomila ducati per i primi interventi.

Nome dato anticamente all’imposta generale sulla terra. In Italia meridionale si chiama

“terraggerìa”. E’ l’affitto del coltivatore diretto con canone in natura, determinato in

misura fissa, indipendentemente dai risultati di produzione

In italiano nel testo

I lavori di erezione dei luoghi di culto, venivano finanziati principalmente dai fedeli, ai

quali si richiedevano contributi in denaro (a seconda delle possibilità) o fisici (coloro che

non avevano denaro, contribuivano manualmente ai lavori).

Traduzione dal tedesco della relazione da Reggio tratta da:

Friedrich L. von Stolberg, Viaggio in Calabria, introduzione e traduzione di Sara De

Laura,

Rubbettino Editore, Soveria Mannelli, 1986 (1996), pp. 47-66

Reggio, 27 maggio 1792

Il venticinque cavalcammo da Oppido fino a Scilla; fu un tragitto molto piacevole,

sebbene fossimo messi in difficoltà dal cattivo percorso. I sentieri in salita ed in discesa

sulla montagna boscosa sono stretti e spesso molto ripidi. Ora la pioggia li aveva resi

anche scivolosi. Cavalcammo attraverso querceti dai fusti alti e grossi. Dopo la pioggia

il cielo era sereno e la terra profumava. Da un’ampia spiaggia si mostravano il mare, la

costa italiana e quella siciliana, le isole Lipari ed il Faro (lo stretto tra l’Italia e la Sicilia)

(1) che perdendosi tra le due coste sembrava un golfo.

Su sentieri tortuosi scendemmo a cavallo lungo la riva scoscesa, attraverso cespugli,

viti e Cactus Opuntia (2); questa strana pianta sempre verde, le cui larghe foglie

sembrano grosse pale, ora fiorisce con dei bei fiori giallo chiaro.

In basso sul mare sostammo per qualche ora in una piccola cittadina chiamata Bagnara

(3); la sua posizione favorevole è abbellita ulteriormente da alcune cascate piuttosto

alte, che precipitano ai lati della città.

Sopra l’odierna Bagnara, composta da baracche, ci sono le rovine della vecchia

cittadina, che è completamente crollata con il terremoto del 1783.

Riprendemmo la cavalcata verso Sciglio (4), oppure Scilla, costeggiando il mare; in

parte cavalcammo sulla sabbia delle spiagge, in parte su stretti sentieri di rocce lungo le

scogliere.

Il nome della città proviene dal famoso scoglio decantato da Omero, sul quale ora sorge

il castello del principe di Scilla. La città è costruita in parte proprio sul mare, in parte

sulle rocce della spiaggia. Le stradine interne sono molto strette. Sono ben visibili nove

file di case, che sembra poggino una sull’altra; oltre la fila più alta vi sono ancora sei o

sette case costruite un pochino storte rispetto alle altre. Ancora più in alto scaturisce

una cascata dalle rocce. Secondo Cluverio sarebbe il Kratais: la cascata che Omero

descrive come la leggendaria madre del mostro Scilla (5).

Durante il terremoto del 1783 crollarono alcune chiese ed altre furono danneggiate; le

case furono quasi tutte risparmiate. Tuttavia questa piccola città subì un gran numero di

perdite umane, e precisamente, in cifre, viene subito dopo Oppido.

I cittadini terrorizzati dalle scosse cercarono la sicurezza sulla riva. Anche il principe di

Scilla, credendo di essere più al sicuro sulla riva piatta, si unì agli abitanti lasciando il

castello. All’improvviso un’intera montagna crollò nel mare dalla spiaggia a sud della

città.

Le onde, allontanate con violenza dalla terraferma, tornarono indietro con impeto

raddoppiato, inondando le spiagge; il mare prese con sé 1450 persone. Alcuni

cercarono rifugio su alcune barchette che si trovavano sul bagnasciuga; furono afferrati

con tutta la barca: non fu mai ritrovato un corpo, né un’asse delle imbarcazioni. Fu così

che perse la vita il principe con i suoi. Fra la gente accorsa sulla spiaggia, si salvò solo

un ragazzo pescatore: probabilmente lo prese un’onda molto alta e vi rimase sulla

cresta, poiché venne ritrovato sulle rocce piuttosto lontano da Scilla, svenuto ma illeso.

La violenza delle onde fu così forte che la volta in pietra di una casa fu completamente

distrutta. Le onde si impennarono così in alto, che una donna venne spinta dentro una

finestra del terzo piano di una casa. Un’altra donna rimase appesa per i capelli ad un

gelso enorme, mentre infuriava la tempesta, ma almeno fu salva. Un gruppo di persone

si salvò, poiché si trovava su di una barca legata a riva con una corda tanto lunga che

vennero alzati, ma non trascinati via. (6)

Ad Oppido quasi tutte le donne, dopo il terremoto, furono sterili per ben due anni;

quando ricominciarono a procreare, molti nascituri nacquero morti. A Scilla l’effetto di

questo incredibile fatto naturale fu esattamente opposto. Donne sterili e donne che

avevano da tempo smesso di rimanere incinte, improvvisamente concepirono e

procrearono; e alle volte si trattò di donne più vicine alla cinquantina, che alla

quarantina, e di altre che avevano addirittura avuto matrimoni infecondi fino ad allora.

L’opinione di alcuni studiosi, che ritengono che il terremoto sia un fenomeno elettrico,

mi è piuttosto congeniale. Ma non essendo io esperto in fisica, non so dare le giuste

valutazioni delle cause. Alcuni fondano le loro ragioni sulla natura del terreno sul quale

avvengono le scosse; vari studiosi affermano che le montagne che contengono ferro

sono risparmiate dalle scosse. Ma sui dintorni di queste montagne avrebbero luogo

delle ripercussioni terribili. Ma, in piccolo, non vediamo gli stessi effetti causati dal

lampo? Non scivola su arpioni di ferro nei muri e nei camini, e ne distrugge la muratura?

Non si potrebbe allora, argomentando così, spiegare anche il movimento vorticoso della

terra, formatosi dall’incontro di vari sussulti in diverse direzioni, se si presupponesse

che le venature di ferro interrotte qua e là nelle montagne, conducessero questo

effetto? E come vogliamo spiegare, senza ricorrere all’elettricità, il fenomeno che le

scosse hanno prodotto sugli organi di riproduzione femminili? Potremmo forse dire che

il solo spavento abbia reso sterili per due anni tutte le donne di Oppido, benché fossero

sane? Ma non esistono paure di altro tipo? E non si spaventano anche le nostre mogli?

Le donne paurose sono forse più soggette alla sterilità di quelle coraggiose? Ed è stato

lo spavento a rendere feconde le donne sterili di Scilla? E’ risaputo che la forza

elettrica faccia effetto sugli organi animali, sebbene questo campo di ricerca non sia

stato ancora approfondito. Supponiamo che un influsso moderato abbia un effetto

benefico sugli organi femminili: allora non ci dovrebbe stupire se un influsso esagerato

abbia degli effetti negativi; e noi, ben sappiamo, che le scosse sono state molto più

violente ad Oppido che non a Scilla. In seguito ho saputo che, dopo il terremoto, anche

a Messina vi sono stati casi di donne divenute sterili, come di altre che erano sterili e

sono divenute feconde. Non sono stato credulo, ma neanche incredulo. “Chi dubita la

veridicità di questi fatti, contraddice la testimonianza di tre città, per amore di una

teoria.”

Lo scoglio omerico ha un aspetto fantastico e terribile. Appena arrivati andammo a

vederlo in barca. Lasciateci ascoltare la descrizione del grande poeta, ed ammirare con

quanto acume egli era capace di raffigurare con le parole! Con quanta verità la sua

poesia coglieva nel profondo!

Circe mise Odisseo in guardia dagli scogli ingannevoli (7). Vicino alla roccia di Scilla si

ergono dal mare alcuni scogli dentati. L’occhio viene ingannato, e ci si può sbagliare,

attribuendo il movimento del mare a questi scogli: le onde che si infrangono li coprono

ora più ora meno. Un errore simile si compie anche sul Mare del Nord, dove, come

spesso capita a me, si scambiano dei massi che vengono coperti dalle onde un po’ sì,

un po’ no, per delle foche.

Omero racconta che il viaggio venne compiuto su di una nave fenicia o greca

(sicuramente fenicia); allora è piuttosto probabile che i naviganti del suo tempo

conoscessero talmente poco queste coste (8) da poter credere che gli scogli

fluttuassero veramente.

Lo stesso Plinio, il grande conoscitore della natura, credette che le isole rocciose del

lago di Bolsena fluttuassero. In questa circostanza Omero chiama il mare Anfitrite (9)

dal volto azzurro scuro. Qui è molto profondo, e mai, con il cielo sereno e di sera, avevo

visto un mare così azzurro.

Scilla viene descritta dal poeta (10):

“Dall’altra parte havvi due scogli: l’uno

Va sino agli astri, e fosca nube il cinge,

Né su l’acuto vèrtice, l’estate

Corra, o l’autunno, un puro ciel mai ride.

Montarvi non potrebbe altri, o calarne,

Venti mani movesse, e venti piedi,

Sì liscio è il sasso, e la costa superba.

Nel mezzo, volta all’Occidente e all’Orco,

Si apre oscura caverna, a cui davanti

Dovrai ratto passar; giòvane arciero,

Che dalla nave disfrenasse il dardo,

Non toccherebe l’incavato speco.

Scilla ivi alberga, che moleste grida

Di mandar non ristà. La costei voce

Altro non par che un guaiolar perenne

Di lattante cagnuol: ma Scilla è atroce

Mostro, e sino ad un Dio, che a lei si fêsse,

Non mirerebbe in lei senza ribrezzo.

Dodici ha piedi, anteriori tutti,

Sei lunghìssimi colli, e su ciascuno

Spaventosa una testa, e nelle bocche

Di spessi denti un triplicato giro,

E la morte più amara in ogni dente.

Con la metà di sé nell’incavato

Speco profondo ella s’arruffa, e fuori

Sporge le teste, riguardando intorno,

Se delfini pescar, lupi, o alcun puote

Di que’ mostri maggior che a mille a mille

Chiude Anfitrite ne’ suoi gorghi e nutre”.

Il poeta volle creare un racconto ardito su questi scogli, quindi dovette conferirgli un

tono avventuroso. Omero dava spesso un senso figurato ai suoi soggetti, più di quanto

lo abbiano immaginato e capito i suoi commentatori; e lo fece anche in questo caso,

avvolgendo lo scoglio addirittura con le nuvole. In realtà non è poi così alto; perlomeno

non tanto da essere avvolto di nuvole nel cielo sereno. L’aspetto è sul serio strano e

terribile. La cima non è più appuntita, perché vi è stato costruito sopra un castello;

comunque tutt’ora neanche un uomo con venti mani e venti piedi, come dice Omero,

riuscirebbe ad arrampicarvisi. Si innalza come una torre cilindrica, la cui larghezza

risulta sproporzionata rispetto all’altezza. Contro il mare si estende da esso un altro

scoglio, aguzzo e tre volte dentato: sono le tre file di denti del mostro omerico. Gli scogli

giacenti lì intorno, ben si offrivano alla fantasia scatenata del poeta. Nel poema viene

raccontato come il mostro risucchiasse delfini, cani del mare e pesci più grandi, quando

riusciva ad acchiapparli: questo passo della narrazione si fonda su di una ammirevole

conoscenza della natura di questo mare. Infatti questo tratto è ricco di delfini e di una

specie di grossi pesci, che gli Italiani ancora adesso chiamano Cane del mare (11).

Ogni tanto, su queste spiagge si arena un tipo di balenottero, che i Francesi chiamano

Cachelot (12); qualche anno fa accadeva più spesso.

Cariddi, invece, è causa di molte discordie: così come la descrive Omero, non la si

riesce a localizzare. Non si trova da nessuna parte un piccolo scoglio, che, secondo

Omero, sarebbe direttamente opposto a Scilla. Ma data la zona, in cui avvengono tanti

fenomeni naturali, dei terremoti potrebbero aver creato vari mutamenti. Non è forse

verosimile la opinione di vecchi scrittori e di giovani scienziati, i quali ritengono che un

terremoto avvenuto in un tempo molto remoto abbia diviso l’Italia dalla Sicilia? Anche

Cluverio concorda, come dal racconto omerico, sulla posizione di Cariddi di fronte a

Scilla, ed esattamente, vicino al promontorio del Peloro, che adesso si chiama Capo di

Faro. Ma neanch’egli riuscì poi a localizzarla nel luogo stabilito, così arrivò alla

conclusione che la vera Cariddi doveva essere il vortice che imperversa di fronte al faro

di Messina, “giustificando” l’errore di Omero. Ma come mai Cluverio non trovò il

vortice-mostro di Omero? Ogni pescatore di Scilla, di Capo del Faro e di Messina lo

conosce. E veramente di fronte a Capo di Faro, in opposta posizione a Scilla. La

corrente del mare proveniente da nord-est, genera nello stretto la sua regolare alta e

bassa marea ogni sei ore; se il movimento delle due maree viene disturbato da un forte

vento spirante nella direzione contraria, si produce tutt’ora un vortice, proprio di fronte al

promontorio (13).

Questa alta e bassa marea ha formato col tempo dei sentieri sotterranei che collegano

l’Etna con il mare. Aristotele la descrive, come tutte le altre maree, in opposizione alla

luna; la regolarità dell’alternanza conferma questa teoria. Poiché le maree si

manifestano solo in pochi punti del Mar Mediterraneo, al tempo di Omero dovevano

essere un fenomeno assolutamente sconosciuto. Perciò egli pensò: Cariddi assorbe le

acque tre volte al giorno e le risputa altrettante.

Il navigante di un piccolo natante, non a conoscenza di questa zona, potrebbe avere la

sfortuna della quale parlava Circe ad Odisseo, di allontanarsi troppo dagli scogli di

Scilla per evitarli, e di incappare così nel vortice di Cariddi.

I marinai chiamano Calofaro sia questo vortice, sia quello di Messina; quest’ultimo viene

chiamato anche La Rema (14). Il nome Calofaro è senza dubbio di origine greca,

contratto dalla parola greca Kalòs “bello” e pharos “faro”. In effetti entrambi i vortici

imperversano sotto i fari, uno presso Messina, l’altro presso Capo di Faro.

Prima di lasciare Scilla fummo invitati da un signore della città, al quale avevamo recato

una lettera da Napoli, a vedere sulla spiaggia un Pesce di Spada (15) finito in una sua

rete durante la notte. Alle volte questo pesce è più grande di un uomo. Il labbro inferiore

sporge duro ed appuntito, come una larga lama affilata. Il duro labbro superiore, lungo

più di cinque gomiti, sembra una larga spada puntuta e tagliente da entrambi i lati.

Questo pesce sfida ad una lotta sanguinosa quella specie che si chiama Cane di Mare.

L’anno passato il mare ha sbattuto sulla spiaggia un pesce spada e subito dopo un

cane di mare. Il primo aveva completamente infilzato il secondo; ma il vincitore non

era riuscito a liberarsi del vinto, quindi non potendo nuotare liberamente, dovette morire

con lui. Il pesce spada viene molto apprezzato poiché pare abbia una carne piuttosto

succulenta. In questo periodo dell’anno i Calabresi gli danno la caccia: è un momento di

grande gioia.

Alcuni uomini in piccole barche aspettano nell’acqua. Un uomo su di uno scoglio, o su

di una torretta, o su di un palo, ha il compito di avvistare i pesci spada. Appena ne

scorge uno, fa un segno con un fazzoletto. I pescatori in attesa, avvistato il pesce,

remano verso di esso, armati di arpioni. Se riescono a colpirlo, srotolano tutta la sagola

a cui è legato l’arpione, in modo che il pesce possa nuotare lontano dissanguandosi;

stremato, quando ha terminato la sua ultima nuotata, il pesce viene issato a bordo (16).

Mentre eravamo lì, potemmo vedere un uomo di vedetta su di un palo, con i pescatori

pieni di speranza che aspettavano intorno a lui.

I principi di Scilla costringono i loro sudditi a consegnare le parti migliori di ogni pesce

spada catturato e la decima parte di tutta la pesca. Per questo abuso da molti anni

pende una querela contro di loro. Una volta venne nominata una commissione che

avrebbe dovuto esaminare le ragioni di diritto riguardanti questa imposizione così

iniqua, ma venne sciolta rapidamente. L’attuale principe fa valere le sue pretese sui

poveri pescatori, nonostante vari soprusi di questo genere siano stati aboliti dal re.

Il pesce spada è un pesce “di passaggio”. Infatti visita le coste calabresi nei mesi di

maggio, giugno ed una parte di luglio; poi si dirige verso la Sicilia, dove subisce la

stessa caccia.

Per raggiungere al più presto Reggio, partimmo da Scilla in barca alle prime luci

dell’alba. Pensammo così di visitare anche il promotorio siciliano, al quale eravamo

tanto vicini. In questa maniera guadagnammo anche del tempo, considerando che una

simile gita, affrontata da Messina, ci sarebbe costata una intera giornata. Il promontorio

di Faro non è molto alto, come invece dovrebbe risultare dal suo nome greco Peloros,

“immenso”. Peloris o Pelorias si chiama tutta la catena di monti, molto alti, a cui esso è

adiacente.

Ritengo che non sia attendibile la leggenda che attribuisce la paternità del nome di

questo monte ad Annibale; secondo il racconto, Peloros era il nome del timoniere che

Annibale avrebbe ucciso, in un momento di rabbia, e seppellito sul monte. Tentando di

non considerare le insulsaggini su cui si fonda questa leggenda, e cioè che Annibale, il

quale era vissuto per lungo tempo con il suo esercito nel Bruttium (Calabria del sud),

non conoscesse la riva siciliana, e che, ingannato dalle apparenze, avrebbe incolpato il

suo timoniere di volerlo ricondurre in Italia, io chiedo solamente: come si chiamava

precedentemente quel promontorio? Che i greci, che vi abitavano da millenni, lo

abbiano lasciato senza nome, visto che proprio grazie ai suoi tre promontori l’isola era

già chiamata Trinakria? Ma proprio i greci, presso i quali nessuna collina rimaneva

senza nome, e nessuna denominazione rimaneva ignorata, avrebbe dimenticato di dare

un nome ad una intera catena montuosa (Pelorias) e ad un promontorio così importante

della Sicilia, per aspettare l’arrivo di un capitano cartaginese che finalmente gli

mettesse un nome? (17).

Sul promontorio trovammo due piccoli laghi di acqua salata che nutrono telline, e che

quindi devono essere collegati al mare per qualche condotto sotterraneo. Il più piccolo

dei due laghi è più salato e fornisce del buon sale da cucina. Cluverio trovò anche un

terzo lago salato nei paraggi, che è menzionato anche da altri scrittori. Penso che si sia

prosciugato nel frattempo, poiché,quando ne domandai, non ottenni risposte

soddisfacenti.

Volevamo arrivare a Reggio via mare, ma purtroppo spirava un vento contrario alla

nostra direzione di marcia. I marinai della nostra barca remarono verso una

penisoletta della Calabria chiamata Pezzo (18); lì fecero issare l’imbarcazione sulla

terraferma con l’aiuto di alcuni buoi. Ci spingemmo nell’entroterra. Potemmo così fare

visita ad un possidente che, con l’appoggio del governo, vuole insegnare ai Calabresi

come trattare la seta ed i bachi da seta secondo il metodo piemontese, la coltivazione

della vite ed il trattamento del vino secondo il metodo francese. Non conoscendo io la

coltivazione e la lavorazione della seta, per ora posso solo giudicare i suoi meriti in

relazione alla dedizione,che è stata incredibile.

Per quanto riguarda il vino, è migliore di quello comune calabrese, sebbene le viti

siano state piantate da soli sei anni; quando queste viti invecchieranno i raccolti

daranno del vino ancor più nobile. Questo vino ha qualche somiglianza di gusto con un

vino rosso di Borgogna, che i Francesi chiamano Petit Bourgogne (19).

Il luogo dove vive quest’uomo si chiama Villa San Giovanni, di fronte a Messina.

All’iniziativa intrapresa hanno preso parte anche i suoi fratelli; si chiamano Caracciolo.

Essi scelgono le piante migliori, e durante la vendemmia fanno separare i chicchi dai

graspi (20). Gli acini immaturi e marci vengono buttati via. Se i fratelli Caracciolo

riusciranno ad introdurre in Calabria delle coltivazioni migliori di vite o di seta,

significherà aprire ricche sorgenti di prosperità in un paese così favorito dalla natura.

Grazie ad una temperatura mite ed un meraviglioso terreno appropriato, alcuni vini di

questa provincia sono eccellenti, nonostante la loro vinificazione non sia sempre molto

curata.

Una strana particolarità collega alcuni ottimi vini, tra cui quello di Gerace (l’antica Locri)

e di altri luoghi: le loro piantagioni di vite sono coltivate in posti dove il terremoto ha

sconvolto il terreno. Un vino del genere è stato chiamato appositamente Vino del

Terramuoto (21).

Quel vino che in Germania, ma anche in Italia ed addirittura in Sicilia, viene chiamato

“rosso calabro”, in realtà viene prodotto presso Siracusa. E’ un vino così nobile che in

Germania ho visto gente che lo ha bevuto scambiandolo per vino del Capo (22) rosso,

ed alcuni lo hanno scambiato addirittura per il più nobile di essi, che si chiama

Costanzia.

La vista su Faro (lo stretto tra la Sicilia e la Calabria) (23) è una delle più belle visioni di

questo mondo. Navigammo tra le ampie spiagge della Sicilia e della Calabria, rinfrescati

da un venticello che spirava nella nostra direzione. Sopra tre file di montagne poste in

sequenza sull’isola, vedemmo l’Etna spuntare enorme nell’orizzonte azzurro chiaro, con

il suo braccio destro dolcemente inclinato per cinque miglia tedesche in direzione di

Catania.

Gli antichi ritenevano che il tratto di mare presso Faro fosse pericoloso. Una volta i

messinesi inviarono 25 giovani danzatori di ridda (24), un capo-ridda ed un flautista ad

una festa pubblica di Reggio; perirono tutti in mare. Pausania (25), colui che racconta

questa storia dice:”E’ più tempestoso questo stretto che tutto il mare.Le tempeste che

provengono da entrambe le parti, lo rendono ribollente. Anche quando non soffia un

vento forte, le onde fluttuanti sono incredibilmente alte”. Dalla sola descrizione si

potrebbe riconoscere subito l’esagerazione del giudizio, se Pausania non

aggiungesse:”C’è una tale quantità di mostri marini, che l’aria è impregnata del loro

odore, cosicché per il povero naufrago non vi è scampo in nessun caso”.

La nostra attenzione era talmente concentrata nell’osservare le due coste ed il mare,

che l’arrivo a Reggio ci colse quasi alla sprovvista.

L’antico nome greco di questa città, Reghion, secondo la testimonianza di Diodoro,

deriverebbe dal greco “io rompo, io spezzo”, poiché, secondo un’antica leggenda, la

Sicilia sarebbe stata strappata all’Italia all’altezza di Reggio (26). Alcuni ritenevano che

il mare avesse distrutto l’istmo che le collegava; altri affermavano che un terremoto

causò la separazione.

Il fatto che questa zona sia tutt’oggi esposta a violenti sconvolgimenti naturali, collegato

alla visione delle scoscese rive dentellate, alla formazione di Vulcanello, la nuova isola

lipare che sputa fuoco, sembra favorire questa vecchia opionione del terremoto.

Reggio è una città molto antica. Se non si vuole credere al racconto, secondo il quale il

fondatore sarebbe stato Giocasto (27), figlio di Eolo, il Signore di Lipari che ospitò

Odisseo per un mese (28), allora bisogna credere alla storia secondo cui l’origine della

città deriva da Calcidesi di Eubea (29).

La repubblica dei Reggini era rispettata e potente. Capitò loro anche la sfortuna di

essere governati da tiranni. Anassilao (30), che morì nel primo anno della 76.a

olimpiade, nel 475 a.C., aveva regnato sulla città e su Messina.

Al tempo delle guerre del Peloponneso, i Reggini dovettero soffrire alquanto, a causa

dei loro vicini, gli abitanti di Locri Epizefiria,che li coinvolsero in disordini interni.Ciò

nonostante

al tempo di Dionisio il Vecchio (31),erano ridivenuti così potenti da spingere questo

tiranno di Siracusa a chiedere una donna di Reggio in moglie, onde ottenerne

l’appoggio. In una riunione pubblica del popolo, i Reggini decisero coraggiosamente di

respingere questa unione.

Nel periodo in cui Pirro combatteva contro i Romani, questi ultimi inviarono una legione

a Reggio, con il compito di difenderla. La legione, contrariamente a quanto gli era stato

impartito, uccise alcuni cittadini e si impossessò della città. Conclusa la guerra, questi

ribelli pagarono con la vita tutti i perfidi e crudeli delitti commessi.

Durante il viaggio verso Roma, l’apostolo Paolo passò per questa città. La posizione di

Reggio è una delle migliori che io abbia mai visto finora. E’ collocata sullo stretto, in una

fertile valle che si inclina verso la riva del mare. Da qui si arriva a vedere tutta la costa

calabrese fino al promontorio di Scilla, e la riva alta della Sicilia da Capo di Faro fino

all’Etna, che abbellisce ulteriormente questo meraviglioso scenario.

Il terremoto del 1783 ha fatto crollare quasi tutta la città, che però, nel frattempo, è stata

in buona parte ricostruita. Hanno ben pensato di costruire ampie strade e non più quei

vicoli stretti che aveva (32). Il re ha fatto costruire una serie di case sul lungomare su

schema della Pallazzata (33) di Messina, sebbene quelle di Reggio siano a soli due

piani.

I giardini di Reggio sono estesi e incredibilmente ricchi di frutti, come in nessun’altra

parte d’Italia; sono frutti di vari tipi, appartenenti prevalentemente alla famiglia del

melarancio e del limone. Questo genere di alberi viene denominato dagli Italiani con il

comune nome di Agrumi (34).

Solo qui ed in qualche parte della Sicilia maturano i datteri, che però non hanno

maturazione annuale e sono diversi da quelli africani o asiatici. Una palma di dattero

(35) troneggia nel cortile del palazzo arcivescovile di Taranto; non ne avevo mai viste di

così enormi in Italia. La pianta ha un nobile aspetto ed è piacevole ascoltarne il

mormorio costante del fogliame. Ogni anno germogliano nuove foglie in alto sulla

corona e si inclinano da tutte le parti; cadono annualmente anche le foglie inferiori, le

quali lasciano una impronta scagliosa sul fusto. Proprio dalle scaglie si può dedurre l’età

delle palme. Alcuni Turchi di passaggio da Taranto diedero alla palma

dell’arcivescovato ben quattrocento anni.

I gelsi ed i fichi presso Reggio sono molto grandi. Se non mi sbaglio, ho letto da

qualche parte che solo questi alberi da fico producono frutti due volte l’anno. Tale virtù

non l’hanno in comune solo con la Sicilia, ma anche con il Napoletano. Ne sono escluse

alcune zone montuose.

I primi fichi, quelli che maturano già nella prima metà di giugno, sono chiamati Fiori di

Fico (36). Questi fichi, sebbene siano già molto migliori dei nostri tedeschi, non sono

però così perfetti come quelli che maturano nei due regni in luglio, agosto e settembre.

Questi ultimi sono così dolci che il succo che fuoriesce in gocce chiare quando sono

ancora sull’albero sembra miele puro per colore e dolcezza. Purtroppo in Italia esiste

una pessima usanza: viene utilizzato l’olio per accelerare la maturazione dei fichi sugli

alberi. Attraverso una cannula viene lasciata penetrare una goccia d’olio sotto il frutto,

dalla parte opposta del picciuolo. Ma è chiaro che questi fichi non sono sani come quelli

lasciati maturare senza tanti artifici (37).

Dovevamo consegnare delle lettere ad alcune persone di questa città,ma non le

trovammo in casa. In seguito sono venuto a sapere che è usanza comune tra gli abitanti

di Reggio far dire agli stranieri di essere assenti. Questo costume locale rende loro

veramente poco onore, visto che i Calabresi di tutti gli altri luoghi sono incredibilmente

ospitali, e lo straniero, anche quando non è stato loro raccomandato, viene

gentilmente invitato, cordialmente accolto e generosamente ospitato.

Io avrei intrapreso molto volentieri una piccola gita da Reggio fino a Gerace (38),

l’antica Locri. Ma appresi che per via terra sarebbe stato un viaggio molto lungo,

faticoso e non piacevole. Per via mare, il viaggio poteva richiedere molto tempo,

poiché il capo Spartivento (l’antico promontorio erculeo), alla punta sud-est d’Italia, è

temuto dagli stessi marinai locali a causa delle sue terribili onde, e può essere

circumnavigato solo con un vento favorevole.

L’antica Locri era situata presso il capo Bruzzano, che un tempo si chiamava

promontorio Zefirio (39). Da esso proveniva il nome di Locri Epizefiria.

Locresi opunzi (40) fondarono la città nel secondo anno della 24. olimpiade, al tempo in

cui Tullo Ostilio regnava su Roma (41).

I Locresi epizefiri divennero famosi per le leggi formulate dal loro concittadino Zaleuco

(42), un allievo di Pitagora. Lo avevano nominato legislatore per la città. Secondo alcuni

era nobile di nascita, secondo altri era un pastore, che venne istruito da Pallade (43) in

persona. Altri ancora collocano l’epoca in cui egli fiorì al tempo della 29.a olimpiade. Su

di un solo elemento si è concordi: Zaleuco fu effettivamente il primo fra i Greci a

mettere per iscritto un corpo di leggi. Quelle che formulava lui stesso erano

composizioni tratte dalle leggi di Minosse, di Licurgo e dell’aeroago ateniese (44).

Diodoro ci ha fornito un’alta descrizione della saggezza di questo legislatore:

“Nella prefazione del suo codice, Zaleuco ci parla degli dèi celestiali; come ci si aspetta

da ogni buon cittadino, egli riteneva che il primo compito fosse credere negli dèi. Alla

vista del cielo e dell’ordine che governa sul creato, non si può pensare che la terra sia

opera del Caso, bensì opera degli dèi. Per questo bisogna venerare gli dèi, autori del

Bene e del Bello fra gli uomini. E bisogna anche mantenere l’anima pura da ogni delitto,

poiché gli dèi non sono soddisfatti dai sacrifici costosi compiuti dai cattivi, ma dalla

giustizia e virtù degli uomini probi.

Sempre nella prefazione, dopo aver incoraggiato il cittadino alla devozione ed alla

giustizia, Zaleuco consiglia ad esso la disponibilità al perdono, ed insegna: che ognuno

veda il proprio nemico come una persona con cui si possa essere rappacificati, e che

potrebbe divenire il proprio amico. Colui che non si comporta così, deve essere

considerato come un uomo dall’anima selvaggia e non socievole.

A coloro che hanno potere grazie alle loro cariche pubbliche, ordina, non solo una

grande imparzialità, ma anche di non essere petulanti e dispettosi.

Altri legislatori punivano il lusso con delle multe in denaro; Zaleuco, invece, in una

maniera davvero ingegnosa. Egli proibì alle signore di essere accompagnate da più di

una schiava, eccetto nei casi in cui fossero un pochino ubriache; proibì di uscire dalla

città di notte, salvo che fosse per un adulterio; di portare gioielli d’oro ed abiti sgargianti,

a meno che non fossero cortigiane. Allo stesso modo, proibì agli uomini di portare anelli

d’oro o abiti di lana pregiata, come i Milesi, a meno che non fossero prostituiti o adulteri.

Il peso delle eccezioni concesse, fece molto più effetto di qualunque tipo di multa.

Oltretutto veniva elogiata anche la chiarezza delle leggi, che riguardavano contratti e

casi complessi (45).

Mi sia perdonata questa divagazione, della quale, in verità, non avevo motivo, dato

che non sono stato a Gerace. Ma mi è sembrato molto interessante notare,

specialmente di questi tempi, come i legislatori più saggi fondassero le loro leggi sulla

religione. E quali difficoltà avevano da superare, dato che lo spirito pagano era così

contrario alla loro mentalità; e ciò vale in particolare prorio per la religione greca, che

attraverso l’esempio degli dei invitava ad ogni possibile vizio. Cosa dobbiamo pensare

dei nuovi legislatori, sempre ambigui nel resto delle loro azioni, che sembrano essere

concordi solo quando si tratta di ammucchiare precetti su precetti, nell’intento di

eliminare nelle coscienze del popolo la vera e sacra religione di Gesù Cristo?

Lascio con commozione la più bella provincia della bella Italia. Questa regione è più

vicina delle altre al meraviglioso sole; ed è rinfrescata dai venti provenienti da due mari,

dall’altezza delle sue montagne, da boschi ombrosi, da innumerevoli sorgenti che

irrigano campi sui quali il grano e gli alberi brillano nel primo verde. Ciò che le altre

parti del mondo hanno singolarmente di grande e bello, è riunito in Calabria: qui

l’Indiano trova i suoi datteri, ed il Lappone distende lo sguardo beato sulla neve del

vicino Etna.

Penso alle viste sul mare; sulle coste della stessa Calabria e sulla costa siciliana; qui

sullo stretto e laggiù sull’ampio mare; sulle isole Lipari, singole montagne che si ergono

dal mare; sull’angusto Etna, che costringe l’occhio verso la Sicilia per la grandiosità

della sua feconda bellezza; tutto ciò, unito all’amichevole fascino della natura in fiore,

che cullandomi nel suo grembo mi ha mostrato le sue magnificenze. L’insieme mi ha

trasmesso una sensazione che non ha bisogno di essere espressa, anzi rifiuta farlo,

poiché va oltre l’espressione stessa; una sensazione che, unendosi ai miei sentimenti

più sacri ed ai ricordi ed impressioni più dolci della mia vita, ha ampliato la mia

esistenza. Ma la mia esistenza non è stata turbato, ha solo ricevuto una nuova

direzione nel pensiero che questi paradisi coprono con i fiori l’ingressi dell’Onnipotente.

La Calabria è il centro del fuoco sotterraneo, il cui alito spira attraverso il Vesuvio, lo

Stromboli e l’Etna.

Nel grembo di questa amabile terra c’è il grande frutto della trasformazione del mondo,

forse anche ormai prossima.

La Calabria è una donna fiorente del fertile cielo! Il marito, la madre-terra ed il mare

incoronano questa donna in fiore! Ma essa reca nel cuore un gigante, le cui

convulsioni scuotono tanto spesso la terra! La sua nascita sarà annunciata con

violenza dalle doglie della partoriente, e queste doglie scuoteranno la terra in attesa da


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Corso di laurea: Corso di laurea in lettere (BRESCIA - MILANO)
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