Note di pragmatica: frasi e sequenze testuali
In queste pagine vediamo come le frasi, strutture organizzate della langue, sono predisposte a funzionare come sequenze testuali, come unità del testo. Vedremo come nella sequenza testuale vi siano almeno tre livelli di funzionamento: il contenuto proposizionale, l’illocuzione o funzione pragmatica, il ruolo argomentativo.
Frase e sequenza testuale
Distinguiamo le frasi dalle sequenze testuali (o enunciati). La frase è una struttura del sistema linguistico. La sequenza è una parte di un messaggio, cioè di un discorso, di un testo concreto, dove testo significa “atto comunicativo”. La frase sta alla langue come la sequenza sta alla parole. Per avere una sequenza sono necessari i fattori fondamentali dell’atto comunicativo: mittente, destinatario, sistema linguistico, canale, contesto. Inoltre, una sequenza si colloca entro un testo, in collegamento con altre sequenze. Queste ultime sono il co-testo della sequenza presa in considerazione.
La frase è una struttura grammaticale, una costruzione, un’organizzazione delle unità linguistiche minori in un’unità maggiore strutturalmente autonoma (si veda il capitolo precedente). Le descrizioni della frase sono diverse da lingua a lingua – e le definizioni variano ovviamente da teoria a teoria. Ma alle diverse definizioni è comune l’idea della “totalità” ora in prospettiva formale ora anche in prospettiva semantica. Una serie di ipotesi considera la frase come proiezione massima entro la quale hanno luogo relazioni di costruzione; vale a dire: è il livello massimo di organizzazione sintattica. Possiamo aggiungere: una frase è la struttura predisposta a funzionare come sequenza testuale semplice.
Valenze preferenziali delle frasi
Le frasi sono dunque costruzioni sintatticamente autonome le quali sono dotate di un uso tipico, di una valenza preferenziale, che nell’atto comunicativo si manifesta come funzione pragmatica di una sequenza testuale. Nella langue, nel sistema, la frase ha uno o più “usi tipici”, cioè una o più valenze preferenziali. Nella parole, una frase può essere impiegata per manifestare una sequenza che ha funzione pragmatica.
| Langue | Parole |
|---|---|
| Frase (costruzione) | Sequenza testuale (unità del discorso) |
| Predisposizione a funzionare | Funzione pragmatica |
Questa distribuzione in tre livelli è stata teorizzata da Sorin Stati, Le transphrastique, PUF, Paris 1990. I termini illocuzione e funzione pragmatica sono da considerare equivalenti, pur appartenendo a teorie diverse. Equivalenti sono anche enunciato e sequenza testuale, i quali pure si riferiscono a teorie diverse (su sequenza si veda Eddo Rigotti, La sequenza testuale, “L’analisi linguistica e letteraria”, I, 1993, pp. 35-146).
Si veda p.es. il noto modello della comunicazione verbale di Roman Jakobson (Linguistica e poetica, in Saggi di linguistica generale, cit.).
Si veda Giampaolo Salvi, Sintassi, in Lexikon der romanistischen Linguistik, IV, Italienisch, Niemeyer, Tübingen 1988; Elke Hentschel, Negation und Interrogation, Niemeyer, Tübingen 1998, p. 178.
Di solito, un appello a rispondere è compiuto tipicamente con una frase interrogativa (p.es. la domanda di Gesù: E voi, chi dite che io sia? cui Pietro dà la seguente risposta: Tu sei Cristo, il figlio del Dio vivente). Un’asserzione (“statement”, messaggio con funzione referenziale dominante) è compiuta tipicamente con una frase dichiarativa (We are the champions, my friend).
Una direttiva è compiuta tipicamente con una frase iussiva (Go and catch a falling star); un auspicio, un desiderio si possono manifestare con una frase ottativa (May their blood turn to water and drown them!).
Appelli a rispondere, asserzioni, direttive, auspici, esclamazioni sono illocuzioni, o funzioni pragmatiche, e sono associate tipicamente alle frasi sopra indicate. Peraltro, la frase dichiarativa può servire per diverse altre funzioni pragmatiche: Ci rivedremo può non essere una semplice asserzione, bensì una promessa, o una minaccia. Si parla in tali casi di funzione commissiva (da commitment, assunzione di un obbligo). Ma la dichiarativa serve anche in funzione performativa: Lei è licenziato non è un’asserzione, perché non riferisce una situazione, bensì compie, pone in essere una situazione (invece Sono stati licenziati non è performativo, bensì “descrittivo”, è un’asserzione – ma su questo, si veda la nota seguente).
Va inoltre osservato che i nessi sopra indicati tra frasi e usi tipici (possibili funzioni pragmatiche) tendono a mantenersi nel passaggio da una lingua all’altra. Si usano frasi interrogative per fare appello a risposte, si usano frasi iussive per impartire direttive, si impiegano frasi dichiarative per funzioni assertive, commissive, performative, e così via.
Vi è poi una funzione, chiamata fática, che è tipica delle espressioni – frasi di vario tipo – impiegate per stabilire, mantenere, chiudere il canale di comunicazione (Bene, ah eccoci qua, già già; è fática anche la funzione di Sai che ti dico? p.es. seguito da: Che chiudo il libro e vado a fare un giro – il Sai che…? è un introduttore della sequenza vera e propria, come anche in: Sai che cosa è successo a Luigi? Gli hanno rubato l’auto). Una funzione che si coglie solo nel “transfrastico”, cioè tenendo conto del legame con la sequenza di discorso precedente, è la funzione eco: A – Sono stanchissimo. B – Sono stanchissimo! Ma se non hai fatto niente tutto il giorno! La ripetizione di Sono stanchissimo è un “reagire citando”: lo si coglie solo osservando la sequenza precedente. La funzione eco è un fattore di coesione del testo, rende più saldo il collegamento fra sequenze.
Si tenga presente che “funzione” nel senso di Jakobson indica l’orientamento del messaggio verso un fattore dell’atto comunicativo (e siccome i fattori sono sei, le funzioni del messaggio sono sei, e sono gerarchicamente ordinate). Qui, invece, per funzione pragmatica si intende il “compito” svolto dalla sequenza, la ragione per cui una sequenza compare nel testo, il fine della “action langagière”.
Stati (Le transphrastique) distingue le funzioni di asserzione (“informazione nuova per il destinatario”), di rappel o richiamo (“informazione che il destinatario già sa o è tenuto a sapere) e funzione epistemica (nella quale il mittente constata, riconosce un contenuto già noto). Qui possiamo annoverare le tre funzioni nell’unica funzione generica di asserzione.
Tipicamente, la funzione eco si ha con frasi interrogative, la cui struttura può essere modificata in alcuni tratti (Se sono arrivati? è un’interrogativa eco, ed è diversa da Sono arrivati? per l’intonazione e per la struttura sintattica, poiché si tratta di una frase strutturalmente dipendente usata autonomamente, cioè senza frase sovraordinata; cfr. francese S’ils sont arrivés?, ted. Ob sie gekommen sind?, mentre l’inglese non ha una struttura equivalente: Has he come? può essere anche una frase interrogativa eco).
Occorre precisare che le funzioni pragmatiche considerate sono generiche: una “direttiva” può compiersi, specificamente, come un ordine – più o meno perentorio – oppure come un invito, un’esortazione, un suggerimento, anche una proposta (Andiamo! può svolgere tutte queste funzioni; occorre vedere com’è il testo concreto). Dunque, più che di funzioni pragmatiche, dovremmo parlare di “classi” di funzioni pragmatiche (il generico circoscrive una classe di elementi specifici).
Per descrivere la relazione tra una frase e una funzione pragmatica si è più volte usato il termine “tipicamente”. “Tipicamente” significa che, di per sé, qualsiasi frase può servire per qualsiasi funzione; anzi, una funzione pragmatica, per compiersi, non ha bisogno di un’espressione che abbia la struttura della frase: Fuoco! è una direttiva che viene ben recepita, dato il contesto appropriato (il condannato a morte può testimoniare che le cose stanno proprio così). Anche un gesto può bastare per compiere una direttiva o una minaccia, o altro ancora (la mimica ha precise valenze, a seconda della comunità in cui si compie la comunicazione: in molti casi, un cenno del capo “fa” un’asserzione, allo stesso modo di un sì).
Un’ultima nota: non si confonda la frase dichiarativa con l’asserzione, o sequenza assertiva. Nella grammatica italiana si parla ora di frasi dichiarative. Invece di sequenza, si usa per lo più enunciato, che preferiamo evitare, poiché un “enunciato” è in realtà sempre – o quasi – un momento di un intero maggiore, il testo (o discorso, o atto comunicativo), il quale si articola in più sequenze, fra loro collegate. Il termine “enunciato” risente di una concezione “atomistica”, “isolazionista”, dove non si tiene conto del “transfrastico”.
La coppia frase – enunciato è un calco della coppia francese phrase – énoncé. L’inglese ha sentence e utterance, il tedesco Satz e Äußerung. Si noti che l’inglese phrase non significa “frase”, bensì sintagma (noun phrase è il sintagma nominale, verb phrase è quello verbale, e così per gli altri sintagmi). Anche in tedesco si usa Phrase (Verbalphrase ecc.). Il termine proposizione, invece, ha un impiego vario: nella grammatica tradizionale, è l’equivalente dell’inglese clause (relative clauses, proposizioni relative). L’uso italiano è ovviamente la ripresa dell’uso francese (proposition finale, proposizione finale).
Ma l’inglese ha anche il termine proposition, che viene impiegato per indicare il contenuto proposizionale di una sequenza. Per esempio, L’Italia è una repubblica è una sequenza con funzione pragmatica di asserzione e con un contenuto proposizionale, che descrive una situazione (la situazione in cui l’entità chiamata Italia è inclusa nell’insieme caratterizzato dal predicato “essere una repubblica”). La proposizione è dunque la descrizione di una situazione, la quale può corrispondere ad un fatto oppure no (La Germania è una monarchia è una sequenza, la cui proposizione descrive una situazione, che tuttavia non corrisponde ad un fatto). Anche l’italiano tende ad usare proposizione con la valenza dell’inglese proposition. Così, proposizione in italiano è parola ambigua. Per evitare tale ambiguità, si tende ad estendere il termine frase anche alle clauses, cioè alle costruzioni frastiche subordinate e coordinate ad altre: si parla di frasi relative, temporali, causali. Si consideri anche la distinzione tra sentence (frase sintatticamente autonoma) e clause (frase sintatticamente subordinata o coordinata ad altra frase). Nella tradizione grammaticale inglese, clause è una struttura “frasale” – un
Cfr. Gobber, Pragmatica delle frasi interrogative, ISU, Milano 1999.
Cfr. E. Fava, Tipi di frase e tipi di atto, in Grande grammatica italiana di consultazione, III, L. Renzi – G. Salvi – A. Cardinaletti ed., Il Mulino, Bologna 1995 (curiosamente, in più punti del capitolo, dopo aver introdotto la distinzione sopra citata, si parla disinvoltamente di frasi assertive…).
L’illocuzione e gli speech acts
Per meglio comprendere il significato della “funzione pragmatica” di una sequenza testuale, consideriamo brevemente la nozione di speech acts sviluppata nella linguistica anglo-sassone negli anni cinquanta e sessanta da John Austin.
Partiamo da una semplice sequenza: Lei mi sta pestando un piede, dice la signora in piedi in metropolitana al suo vicino, nella ressa della folla che sta per scendere alla fermata successiva.
Se guardiamo alla sintassi, la signora ha proferito una frase dichiarativa (il tipo sintattico «non marcato», mentre altri tipi sintattici, come le frasi interrogative e le imperative, sono «marcati»). Siccome è educata, dà del lei al vicino. Ma che cosa ha voluto dire? Se si fosse limitata a descrivere una situazione, dovremmo pensare che alla signora non interessasse comunicare il fastidio per la tortura che il vicino infliggeva ai suoi calli. Che sia una masochista? È una possibile soluzione, però riguarderebbe una minoranza delle persone che in metropolitana sperimentano gli svantaggi dei mezzi pubblici.
È chiaro che la signora in questione si è servita di una frase dichiarativa, e ha descritto una situazione per esprimere una richiesta, cortese ma non per forza amichevole, affinché il suo piede sia liberato dalla pressione fastidiosa esercitata dall'estremità dell'arto del vicino. Tuttavia, non si è servita di una frase imperativa (Per favore, tolga il suo piede dal mio!), che serve tipicamente a manifestare una richiesta (o un comando, o un ordine). Ha usato invece una dichiarativa, ha descritto una situazione e ha posto all'interlocutore il compito di elaborare l'interpretazione corretta. La sintassi tuttavia non aiuta il destinatario di quel messaggio, e neppure il lessico gli dà soccorso. Tuttavia, è probabile che, nel nostro caso, il «colpevole» attribuisca a quella sequenza il senso: “Tolga il piede dal mio!” e, con mille scuse, verbali e non verbali, soddisfi la richiesta della povera locutrice.
Vediamo un altro esempio. Se l'insegnante, che ha il raffreddore, entra nell'aula scolastica e vede che una finestra è aperta, dirà: La finestra è aperta.
Può darsi che gli studenti l'abbiano fatto apposta (sapevano che lei era raffreddata, e le volevano fare un dispetto). Ma essi comprendono che “la tipa” non ha descritto una situazione. Vuole piuttosto che qualcuno la chiuda. Di solito c'è sempre uno studente bravo (o servile), che soddisfa il comando. Ed è una fortuna per lei, che ha presupposto la disponibilità di qualcuno ad esaudire la sua richiesta. Ma se tutti fossero compatti contro l'insegnante (che magari è antipatica, spiega male, è noiosa)? Lei avrebbe sbagliato l'atto comunicativo. Ha infatti presupposto che il suo comando sarebbe stato eseguito. Di solito, però, situazioni simili sono rare. L'autorevolezza dell'insegnante, anche solo come figura, comporta la disponibilità degli studenti ad ubbidire. Ma non è detto che valga sempre: se la classe è fatta di ragazzi/e «birichini» (e se l'insegnante non gode di particolare prestigio), la tendenza generale non trova conferma perché la realtà particolare funziona diversamente.
Ammettiamo comunque che gli studenti siano birichini. Per esserlo, devono tuttavia aver compreso il senso della comunicazione: «voglio che la finestra sia chiusa!». Se non l'avessero compreso, non sarebbero birichini, ma idioti. Tuttavia, per comprendere il senso della frase, non si sono basati sulla semplice struttura sintattica e sul lessico. Hanno fatto appello a qualcos'altro, che è legato alla concreta situazione e alle loro esperienze precedenti che riguardano la loro insegnante. Poniamo, infatti, che l'insegnante non sia raffreddata, ma sia sanissima e inoltre, da atleta allenata, ami il freddo dell'inverno mitteleuropeo. Dicendo: La finestra è aperta potrebbe esprimere la sua soddisfazione: la temperatura dell'aula è fredda, come piace a lei. Inoltre, le fa piacere constatare che anche ai suoi valorosi studenti piace il rigore invernale. Per lei, vuol dire che si tratta di ragazze e ragazzi temprati nel fisico e nello spirito: veri atleti, pronti a sfidare le avversità (nel frattempo qualche fanciulla è svenuta per il freddo).
Di solito, il significato autentico di una frase dipende strettamente dall’uso che di essa viene fatto in un contesto concreto: per comunicare non basta conoscere morfologia, lessico, sintassi, prosodia di una lingua. Occorre sapere usare tutto questo. La linguistica contemporanea ha sviluppato alcune interpretazioni di fenomeni simili a quelli che abbiamo considerato. Ha osservato che la comunicazione funziona perché gli interlocutori sono attenti sia alla lingua (morfologia, lessico, sintassi), sia alle circostanze concrete della conversazione e alla compatibilità fra le scelte linguistiche (sintattiche, lessicali, prosodiche ecc.) e il contesto comunicativo. La grammatica è inscindibile dalla pragmatica. Nella comunicazione verbale, la conoscenza delle strutture sintattiche non basta. Bisogna sapere come e quando usarle. E non sempre si asserisce per informare, non sempre si interroga per domandare, non sempre si ricorre all'imperativo per comandare.
Performatività
Negli anni cinquanta, John Langshaw Austin, noto filosofo inglese, ha elaborato un modello dell'atto linguistico che ha incontrato grande successo nella cosidetta «analisi della lingua quotidiana». Austin partito da un’osservazione interessante. Le formule dei sacramenti cristiani, come pure le formule delle sentenze di un tribunale, hanno caratteristiche particolari.
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