Frankenstein: mito e filosofia
Il mito di Frankenstein
Frankenstein è un mito. È necessario partire evocando qualche altro sintomo del mito: la creatura ha eclissato il creatore (processo che si raddoppia nel nostro caso, poiché se il mostro ha eclissato Victor che lo ha fabbricato, quest’ultimo eclissa a sua volta lo scrittore che lo ha concepito). Abbiamo dunque a che fare con un mito: una storia infinitamente rinnovata, in cui certe scene e certi personaggi sono divenuti elementi obbligati; una storia senza origine né contesto; una storia senza Storia, libera da qualsiasi legame ad un preciso periodo storico. Il mito tuttavia è atemporale e allo stesso tempo moderno, inoltre contrariamente alla maggior parte dei nostri miti, la sua origine non è popolare.
Esistono 2 versioni di Frankenstein: la prima pubblicata nel 1818 da Mary Shelley e la seconda del 1831. Sembra che la principale origine di Frankenstein sia stata una discussione filosofica: un’esperienza attribuita ad Erasmus Darwin (nonno di Charles) il quale diceva fosse riuscito a dar vita a un frammento di materia inanimata conservata in una provetta. Il racconto inoltre ha come origine tanto l’immaginazione fertile di una giovane ragazza, quanto la sua appartenenza a 2 ambienti culturali: quello del padre Godwin degli illuministi inglesi e della loro tradizione politica impegnata nel giacobinismo (Durante la Rivoluzione francese, atteggiamento politico intransigente e fermamente rivoluzionario) e nel sostegno della Rivoluzione Francese; quello del marito Percy che è quello della seconda generazione dei poeti romantici.
Ma se Frankenstein è un mito, di quale mito si tratta? A questa domanda possono essere date 3 risposte: è una resurrezione del mito del Faust; è una versione moderna del mito di Prometeo; è un mito originale ma moderno che appartiene alla categoria dei miti della creazione. Tuttavia Frankenstein non è né Faust né Prometeo, rappresenta invece una sorta di versione perversa e blasfema del mito della creazione e si possono attribuire ad esso 4 caratteristiche:
- Esso racconta l’emergere del cosmo a partire da un caos primitivo.
- Narra la creazione arbitraria di qualche cosa a partire dal nulla.
- Questa creazione è spesso sessualizzata e l’atto di creazione è un atto sessuale che assume valore cosmico.
- Infine la creazione è seguita da una lotta tra 2 principi sessuali o morali o fra 2 generazioni.
Frankenstein presenta queste 4 caratteristiche ma deformate:
- Il mostro non genera un cosmo, ma un caos ambiguo.
- La sua creazione si effettua a partire dal nulla (eppure nel racconto tale nulla è comunque qualche cosa: dei tessuti morti) e la statura gigantesca del mostro è motivata da un aumento di scala per renderne più facile il montaggio.
- La creazione del mostro da parte di Frankenstein è l’analogo di un atto sessuale.
- Infine il conflitto fra generazioni è al centro del racconto (se il mostro e il suo creatore formano un doppio personaggio, è anche perché il loro rapporto è quello tra padre e figlio).
Dunque, se Frankenstein è un mito, lo è per il fatto che costituisce una soluzione immaginaria ad una contraddizione reale. In Frankenstein sono presenti vari aspetti della contraddizione:
- Contraddizione narrativa.
- Contraddizione storica.
- Contraddizione soggettiva.
La contraddizione narrativa: le origini filosofiche del mito
Il testo è composto con la necessità di quella libertà che solo esseri “fantastici” sono in grado di dare; inoltre esso è costituito da un sottotesto che lo rielabora nello stesso modo in cui il sogno rielabora la realtà. Tramite un’operazione di sutura poi, il testo cerca di ottenere una totalità uniforme da tutti i discorsi: ma per ogni sutura c’è sempre un fallimento che contiene le tracce delle contraddizioni discorsive celate nel testo. Contraddizioni discorsive rappresentate nel testo sotto forma di una contraddizione narrativa, e cioè: il mostro è allo stesso tempo buono e cattivo; le parole del mostro inoltre, richiamano il lettore ad almeno 2 discorsi incompatibili: quello dell’uomo-natura, del buon selvaggio e quello religioso del contro-natura, dell’escluso dalla catena degli esseri, del diavolo.
Ecco dunque in cosa il mostro è una chimera: oggetto fittizio di un’esperienza impossibile, egli annoda i fili di un testo sempre lacerato e rappresenta, tramite le sue azioni ed il suo essere sé stesso, le contraddizioni esistenti tra altri discorsi. Primo fra tutti è quello della conoscenza. Come può il mostro, abbandonato da tutti, apprendere l’uso della parola e acquisire una tale eloquenza così velocemente? In effetti il mostro appena nato è una tabula rasa: all’inizio egli viene assalito dalle sensazioni esterne (colori, suoni) o interne (fame, sete); ben presto queste si distinguono, così il mostro impara a stabilire un legame fra le percezioni dei vari sensi e quindi fra cause ed effetti. È così che, passando dalle sensazioni alla riflessione, egli riuscirà ad apprendere il linguaggio.
Il mostro tuttavia, non è solo una tabula rasa, egli è anche un atomo sociale non ancora aggregato alla totalità. Ma se il mostro è solo, come lo è l’uomo allo stato di natura, e la sua solitudine gli pesa, egli non sogna altro che un contratto sociale: nella prima parte del racconto infatti, egli tenta di concludere questo contratto con altri uomini; davanti al loro rifiuto egli tenta di sciogliere, con violenza, questo contratto che gli uomini hanno concluso fra loro e da cui lo hanno escluso. Il mostro è dunque un homini lupus solo perché il contratto sociale lo ignora. Dotato di ragione, il mostro senza società è virtuoso ma triste, poiché egli sente che “lo stato più desiderabile che l’uomo possa conoscere è lo stato di società”. Dunque, all’aridità del razionalismo godwiniano, Frankenstein oppone i sentimenti di Rousseau.