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Julien Sorel e l'Hôtel de La Mole

I. Julien Sorel, l'eroe del romanzo di Stendhal (1830), è un giovane ambizioso e appassionato, figlio di un piccolo borghese della Franche-Comté. Per una concatenazione di circostanze, lasciati gli studi di teologia nel seminario di Besançon, era diventato a Parigi segretario di un grande signore, il marchese de La Mole, conquistandone la fiducia.

La passione di Mathilde

La diciannovenne Matilde, figlia del marchese, è intelligente, viziata, fantastica e tanto altezzosa che inizia a sentir la noia della sua condizione e del suo ambiente. Il sorgere della sua passione per il "domestico" di suo padre costituisce un ammiratissimo capolavoro di Stendhal. Una scena preparatoria in cui incomincia a destarsi il suo interesse per Julien si trova nel capitolo IV del libro II:

"Una mattina Julien stava lavorando con l’abate nella biblioteca del marchese, intorno all’interminabile processo Frilair. –Reverendo– disse improvvisamente il giovane, -pranzare tutti i giorni con la marchesa è uno dei miei doveri, oppure è una bontà che mi viene usata?- –È un grande onore!– rispose l’abate scandalizzato. –N***, l’accademico che da quindici anni fa una corte assidua alla famiglia, non è mai riuscito ad ottenerlo per suo nipote Tanbeau.– –Per me, padre, è la parte più penosa del mio lavoro. Mi annoiavo meno in seminario. Qualche volta vedo sbadigliare perfino la signorina de La Mole, che pure deve essere abituata alle cortesie degli amici di casa. Ho sempre paura di addormentarmi. Per favore, procuratemi il permesso di andare a consumare i pasti a quaranta soldi, in qualche modesta trattoria.–

L’abate era molto sensibile all’onore di pranzare con il marchese. Mentre si sforzava di far capire questo sentimento a Julien, un lieve rumore fece voltare loro la testa. Julien vide Mathilde de La Mole che ascoltava e arrossì. Venuta a cercare un libro e aveva sentito tutto: cominciò così a nutrire un po’ di stima per Julien. –Ecco uno che non è nato in ginocchio come quel vecchio abate– pensò. Mio Dio, com’è brutto! A tavola Julien non osava guardare Mathilde, ma fu lei ad avere la bontà di rivolgergli la parola. Quel giorno doveva venire molta gente e la fanciulla invitò Julien a fermarsi."

La Francia della Restaurazione

Questa scena sarebbe incomprensibile senza la particolareggiata conoscenza delle condizioni politiche, sociali ed economiche del momento storico: la Francia poco prima della Rivoluzione di luglio (1830). Emerge la noia a tavola e nei salotti della nobile famiglia, ma essa non nasce dall’ottusità delle persone, che invece sono coltissime e brillanti, ma costituisce un fenomeno storico-politico della Restaurazione. Il tentativo dei Borboni di ristabilire situazioni cancellate crea in questi circoli un’atmosfera di pura convenzione, di scontento e costrizione contro la quale l’intelligenza degli uomini è impotente. Non si parla di ciò che interessa tutti: dei problemi politici e religiosi, degli argomenti letterari del passato o del presente. L’audacia spirituale dei salotti del XVIII secolo aveva scatenato pericoli enormi. Ora i pericoli sono noti e la vita è dominata dalla paura che possa ripetersi la catastrofe del 1793. Da qui la preferenza a parlare del tempo, della musica, dei pettegolezzi di corte e si è costretti a compiacersi dell’alleanza con borghesi arricchiti, snob e corrotti.

Julien e l'abate Pirard

Anche la presenza di Julien e dell’abate in casa de La Mole è spiegabile mediante la congiuntura politico-sociale di quel momento storico. Il carattere passionale di Julien si è acceso in gioventù per le grandi idee della Rivoluzione e di Rousseau, per i grandi eventi napoleonici. In lui c’è disprezzo e avversione per la meschina ipocrisia e corruzione dopo Napoleone. È troppo pieno di ambizioni, di desiderio di dominio per accontentarsi di una mediocre esistenza in mezzo a quei borghesi: la considerazione che un uomo della piccola borghesia possa arrivare a una posizione di comando solo grazie alla Chiesa onnipotente, se i suoi sentimenti personali e politici e l’irruente passionalità non esplodessero nei momenti decisivi. Si tradisce quando confessa all’abate Pirard ciò che prova, poiché quella libertà spirituale è impensabile senza orgoglio intellettuale.

L’abate è un perfetto parvenu, che sa apprezzare l’onore di mangiare alla tavola di un signore e che, dunque, approva le espressioni di Julien. L’abate Pirard è giansenista e per questo vessato dai gesuiti. In seguito era stato sottratto a queste vessazioni dal marchese de La Mole, che aveva accolto in casa sua anche lo scolare prediletto dell’abate: Julien Sorel.

Le condizioni sociali nelle opere di Stendhal

I caratteri, i comportamenti, le condizioni di tutte queste persone sono strettamente legati alla situazione storica. In nessun romanzo precedente le condizioni politiche e sociali del tempo sono legate all’azione in modo così preciso e reale. Costruire e sviluppare la tragica esistenza di un uomo umile (Sorel) traendone le conseguenze, costituisce un fenomeno del tutto nuovo. Con lo stesso acume, sono descritti tutti gli altri ambienti sociali in cui Sorel si trova a vivere: la famiglia paterna, la casa dei Rênal, il seminario di Besançon; e nessuna figura di secondo piano sarebbe pensabile fuori dalle speciali circostanze storiche della Restaurazione.

L'influenza storica nei romanzi di Stendhal

Questa stessa base storica si ritrova in tutti gli altri romanzi di Stendhal: ancora incompleta in Armance, ma pienamente sviluppata nelle opere più tarde quali La Chartreuse de Parme e Lucien Leuwen. In quest’ultimo (incompiuto) la parte storico-politica ha una prevalenza eccessiva. Anche gli scritti autobiografici sono legati a fatti sociali ed economici dell’epoca, molto più strettamente di qualunque altro scritto di Rousseau o Goethe. Rousseau non aveva vissuto la storia contemporanea, Goethe l’aveva tenuta a rispettosa distanza.

Il realismo di Stendhal

Il moderno realismo tragico di Stendhal è su base storica: la Rivoluzione francese si propagò in tutta Europa e fu uno dei grandi movimenti cui parteciparono grandi masse di uomini. Il moto della Riforma non fu meno violento, ma la Rivoluzione fu di più rapida propagazione e comportò mutamenti nella vita pratica impensabili fino ad allora. I progressi tecnici dei trasporti, della trasmissione delle notizie, della diffusione dell’istruzione elementare, resero possibile una mobilitazione rapida e unitaria. Un tale processo ha scosso o indebolito tutti gli ordinamenti e le classificazioni che avevano retto fino ad allora.

La consapevolezza di questa realtà ha preso forma per la prima volta in Stendhal. È stato uno spirito brillante, libero e coraggioso ma non è stato una grande personalità. Le sue idee sono spesso geniali ed energiche, ma presentate in modi arbitrari e mancanti di sicurezza e connessione. Tutto il suo spirito ha qualcosa di inconsistente, e non sempre riesce facile sopportare l’alternanza della sua franchezza realistica nelle cose generali e il gioco a nascondino nelle cose private. La sua lingua è piena di energia espressiva e originalità, ma di breve respiro, diseguale e solo di rado capace di afferrare l’oggetto. Le circostanze storiche gli imposero un destino tutto suo e inaspettato e lo costrinsero a fare i conti con la realtà.

La vita di Stendhal

Allo scoppio della Rivoluzione, Stendhal aveva sei anni; a sedici lasciò Grenoble per andare a Parigi, dove arrivò subito dopo il colpo di stato di Napoleone. La sua famiglia ricca e reazionaria gli assicurò un impiego e una splendida carriera nell’amministrazione napoleonica. La caduta di Napoleone lo disarcionò a trentadue anni. La prima parte della sua vita, brillante e coronata dal successo, era finita. Non aveva più un impiego, né un luogo suo dove rifugiarsi. Dopo la Rivoluzione di luglio i suoi amici gli procurarono un posto nel servizio diplomatico e si trasferì con la consorte a Civitavecchia.

È una ben triste residenza: farà la spola con Parigi, dove muore nel 1842. In questa seconda parte di vita egli conquista la fama di uomo intelligente, eccentrico, politicamente e moralmente da diffidarne. Inizia a scrivere di musica sull’Italia, sull’arte italiana e solo a Parigi, a quarantatre anni, allo sbocciare del Romanticismo, pubblica il suo primo romanzo. Riuscì a fare i conti con se stesso e con la professione letteraria solo quando si mise alla ricerca di un porto e scoprì che non esisteva. Solo e quasi povero, cominciò a vedere con occhi acuti di non appartenere a nessun luogo. La società divenne un problema: la consapevolezza di essere diverso dagli altri lo costrinse a fare i conti con questa realtà.

Il realismo letterario di Stendhal

Il realismo letterario di Stendhal nacque proprio dal suo disagio entro il mondo post-napoleonico. Lo scontento e l’incapacità di inserirvisi fanno parte di un romanticismo alla Rousseau. Il suo isolamento individualistico contrasta con la sua capacità per gli affari pratici; egli aspirava al godimento dei sensi nella vita vissuta e non si era sottratto alla realtà; bensì aveva cercato di dominarla. Solo quando successo e gioia cominciarono a sfuggirgli, la società del suo tempo divenne per lui un problema e oggetto di indagine.

Rousseau non si raccapezzò mai nel mondo in cui si trovò a vivere e che ben poco cambiò nel corso della sua vita. Stendhal visse mentre grandi cataclismi scuotevano la società. Un terremoto (Napoleone) lo scaraventò in avventure, responsabilità ed esperienze di dominio non facilmente immaginabili prima di allora; un altro terremoto (la Restaurazione) lo portò a vivere giornate tutte uguali, noiose e stupide. La cosa più interessante era che anche questa monotonia non prometteva di essere duratura; nuove scosse erano nell’aria.

Le prospettive storiche di Stendhal

Proprio per le sue esperienze di vita l’interesse di Stendhal non era per una futura società possibile, ma per i mutamenti di quella presente. Il suo pensiero è dominato dalla rappresentazione di forme mutevoli di vita e di costume. Queste prospettive temporali diventano a volte profezie (Souvenirs d'egotisme): “nel tempo in cui si leggeranno queste chiacchiere, sarà diventato un luogo comune ritenere le classi dominanti responsabili per furto e omicidio”.

Egli teme che in futuro (e in un futuro non molto lontano) le nuances della vita saranno incomprensibili, e allora il lettore potrà vedere solo le grandi linee della sua rappresentazione. Stendhal descrive soprattutto la realtà che gli si faceva incontro. Ma la realtà in cui si imbatteva era tale da non potersi rappresentare senza continui riferimenti ai mutamenti violenti dell’immediato passato e senza tentare presagi sugli imminenti mutamenti del futuro. Tutte le figure e le azioni umane appaiono su uno sfondo politico-sociale estremamente mutevole.

Il fondatore del realismo moderno

Stendhal è il fondatore di quel moderno realismo serio che non può rappresentare il mondo se non incluso entro una realtà politica, sociale ed economica in continua evoluzione. Abbiamo parlato di prospettive storico-temporali, ma non di una comprensione degli sviluppi; non è facile descrivere la sua posizione di fronte ai fenomeni sociali. Egli mira ad afferrare ogni loro sfumatura; dipinge in modo esattissimo la struttura individualistica di ogni ambiente senza preconcetti sulla società; ma, sul particolare, la sua rappresentazione degli eventi si rivolge ad una “analyse du cœur humain”, completamente impostata sulla psicologia classica moralista, e non all’indagine delle forze storiche.

La famiglia de La Mole è superba della sua origine; Matilde coltiva un culto fantastico per uno dei suoi antenati e Stendhal usa questo come importante elemento psicologico, ma è lontano dal comprendere la ragion d’essere e la funzione della nobiltà. Come un comune illuminista, egli considera assolutismo, religione e Chiesa come privilegi sociali, come un tessuto di superstizioni, imbrogli e intrighi. Insieme alle passioni, nel suo racconto ha parte decisiva l’intrigo ben intrecciato, mentre le correnti storiche alla sua base a malapena compaiono.

Tutto ciò è spiegabile con l’atteggiamento politico, che era democratico e repubblicano: questo lo tiene lontano dallo storicismo romantico. Critica aspramente anche le classi che dovrebbero essergli più vicine, senza dare valore ai sentimenti che il Romanticismo legava alla parola “popolo”. La borghesia che si arricchisce onestamente lo annoia, inorridisce di fronte alla virtù repubblicana degli Stati Uniti e deplora il tramonto della raffinata società dell’ancien régime. Ciò che decide non è più la nascita, né l’intelligenza, ma la capacità professionale. Questo non è un mondo in cui possa respirare Stendhal. Come si può prendere sul serio una cosa tanto materiale quanto la professione? Amore, passione, musica, intrigo, eroismo: queste sono le cose per cui vale la pena vivere. Stendhal è il rampollo della borghesia dell’ancien régime e non può e non vuole diventare un borghese del XIX secolo. Egli stesso ripeté sempre: “le mie opinioni fin da giovane erano repubblicane, ma la mia famiglia mi ha lasciato in eredità i suoi istituti aristocratici. [...] Il discorrere con un gros marchand del province mi rende ottuso e infelice per tutto il giorno”.

A volte ha espresso impulsi socialisti: nel 1811 l’energia si ritroverà solo in quella classe “qui est en lutte avec les vrais besoins”. Trova però insopportabile l’odore e lo strepito delle folle e nelle sue opere realistiche non si ritrova il popolo, ma solo piccoli borghesi e occasionalmente figure riempitive come soldati, servitori, camerieri di caffè. Descrive particolarità dei paesaggi o dei costumi nazionali sempre per esperienza diretta, ma non vengono interpretati nella loro origine storica e servono alla psicologia moralistica dei vari popoli.

Si potrebbe parlare di moralismo locale. Egli vede l’uomo singolo molto meno come prodotto della situazione storica e influente su di essa, che come atomo dentro tale situazione. Sembra che l’uomo sia stato gettato a caso nell’ambiente in cui vive. La concezione che Stendhal ha dell’uomo è in prevalenza materialistica e sensualistica. La felicità, che nell’uomo più altamente organizzato può ritrovarsi solo nell’intelligenza, nell’arte, nella passione o nella gloria, in lui mantiene una sfumatura più sensuale e terrena che nei romantici.

La sua avversione per i piccolo-borghesi si nota in ciò che lui afferma in Vie d’Henri Brulard: “j’ai eu le rare plaisir de faire toute ma vie un peu près ce qui me plaisait”. La sua concezione di libertà è quella pre-rivoluzionaria del XVIII secolo; ma lui dovrà pagare la libertà con la povertà, la solitudine interiore; il suo esprit si tramanda in “une gaité qui fait peur”. Egli non domina la sua vita sociale con la facilità e la superiorità di un signore dell’ancien régime. Questi tratti fanno di lui un epigono che invano tenta di mettere in atto la vita di un’epoca passata. Vive la realtà del suo tempo come un ostacolo che gli resiste. Il realismo di questo “cheval ombrageux” è il prodotto della battaglia per l’affermazione di se stesso; perciò si spiega perché il livello di stile dei nuovi romanzi realistici si avvicini.

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Scienze antichità, filologico-letterarie e storico-artistiche L-LIN/03 Letteratura francese

I contenuti di questa pagina costituiscono rielaborazioni personali del Publisher lorenzo.tecchioli di informazioni apprese con la frequenza delle lezioni di Letteratura francese e studio autonomo di eventuali libri di riferimento in preparazione dell'esame finale o della tesi. Non devono intendersi come materiale ufficiale dell'università Università degli Studi di Siena o del prof Pellini Pierluigi.
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